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Il cadavere è passato!

Robert Scoble via Flickr

Quando si diceva “no ai brevetti software”, “brevettare le idee è sbagliato”, “rischiamo di far chiudere moltissime aziende, piccole medie e grandi”, non era un modo di dire. Credo che Microsoft (che sulla lobby a favore dei brevetti software anche in Europa ha pesantemente investito) ne abbia preso distintamente coscienza a seguito della recente sentenza della Corte Occidentale del Texas che bandisce (permanent injunction) la vendita di Office 2003 e Office 2007 dal territorio degli Stati Uniti, a causa di una violazione del brevetto su XML di i4i, società canadese che pare aver dimostrato in territorio canadese (dove la giurisdizione prevede leggi sui brevetti software molto simili a quelle americane) di possedere effettivamente un brevetto valido sul noto linguaggio di markup. A questo si va ad aggiungere una multa di 227 milioni di dollari (saranno bruscolini per Microsoft, ma credo li avrebbero risparmiati volentieri).

Naturalmente Microsoft potrà cambiare i suoi prodotti e togliere tutte le estensioni custom al formato XML (lavoro comunque non poco oneroso, soprattutto in termini di compatibilità con i prodotti esistenti), ma la legnata è comunque di quelle che lasciano il segno. Mi auguro che Microsoft colga l’occasione per rivedere le sue politiche su questo fronte……

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E venne Windows 7…

Con la presentazione di ieri al CES 2009 è ufficiale: il successore di Windows Vista, nome in codice “Windows 7”, è in dirittura d’arrivo. La prima beta ufficiale, dedicata agli sviluppatori ed ai tester, sarà scaricabile da questo pomeriggio dal sito ufficiale del progetto (forse previa registrazione ai servizi MSDN o TechNet?), sebbene solo in 2.500.000 copie (ovviamente non si faticherà a trovarne ulteriori dai circuiti peer-to-peer…).

Nel frattempo, le prime recensioni ed impressioni cominciano ad essere disponibili qua e la, basate sulla presentazione fatta ieri al CES 2009, su quanto promette Microsoft sul sito ufficiale, o su più concrete prove in vivo, poco importa. A differenza di quanto accadde con Vista, questa volta Microsoft parte sin da buon principio con un approccio maggiormente orientato alla community (addirittura promettendo che “7” sarà “costruito sulla base delle richieste degli utenti“) che potrebbe garantire non solo un software di maggior qualità (cosa che tutti speriamo ma che dipenderà esclusivamente dall’abilità dei programmatori di casa Microsoft e dal tempo che sarà stato dedicato allo sviluppo del nuovo sistema operativo) ma anche una molto maggior visibilità e pubblicità (più o meno positiva lo vedremo).
L’esperienza Vista, nel frattempo, ci insegna che anche investendo in pubblicità non sempre i conti tornano: negli Stati Uniti il battage pubblicitario del successore di Windows XP è stato implacabile, eppure le vendite di Vista continuano a non raggiungere le aspettative (costringendo per altro ad un anticipo piuttosto marcato nei tempi di rilascio di “Windows 7” che potrebbe arrivare nei negozi già entro quest’estate, anche se Microsoft lo annuncia per novembre 2009) e risulta quindi importante (se non fondamentale) accompagnarlo da un prodotto poi serio e di buona qualità.

Certo in Microsoft non avranno mancato di notare che per la prima volta nella storia recente, la leadership dei sistemi operativi “Made in Redmond” non è più totale come lo era fino a poco tempo fà: la quota di mercato dei Windows Like infatti è scesa sotto il 90% (comunque non irrisoria, converrete), essenzialmente a favore di Mac OS X ma anche di tutta una serie di distribuzioni Linux, Ubuntu in testa, che non mancano di fare una concorrenza spietata, sul campo tecnologico ma anche pubblicitario, al leader di mercato.

Per valutare l’aspetto tecnologico e le innovazioni del nuovo venuto in casa “Gates & friends” dovremo attendere di poterlo provare in vivo (e ho come l’impressione che quei 2.500.000 download disponibili ce li fumeremo in qualche ora). Nel frattempo qualche considerazione la possiamo fare, al di là della “fuffa” che il marketing ci propina:

  1. In primis, và notato che tra il rilascio di Vista e il completamento dello sviluppo di “7” saranno passati tra i due ed i tre anni, un tempo assolutamente insufficiente non solo per realizzare un nuovo sistema operativo, ma anche solo per lavorare in modo incisivo alle parti più importanti del sistema. Se le differenze che abbiamo potuto apprezzare tra XP e Vista (e non sono moltissime, in fin dei conti) hanno necessitato di oltre 5 anni di lavoro, non possiamo che attenderci differenze ben inferiori tra Vista e “7”.
    E se le novità “promosse da Microsoft” sono solo quelle della pagina What’s new del sito ufficiale… beh, siamo a cavallo…
  2. Viene poi l’annosa questione dei requisiti hardware e dell’obsolescenza programmata: quanti saranno disposti a cambiare pc dopo soli (al più!) 3 anni dall’acquisto di quello Vista Capable?
    Per far girare il nuovo “Windows 7” Microsoft chiede un sistema con processore da 1 Ghz , 1 Gb di RAM e 16 Gb di disco fisso, oltre ad almeno 128 Mb di memoria video ed il supporto per le librerie grafiche avanzate DirectX 9. Niente di eccezionale, di per sé (stavolta non hanno commesso l’errore di annunciare requisiti hardware da infarto per poi dimezzarli prima dell’uscita, come invece era accaduto con Vista), ma dobbiamo tener presente che si tratta dei requisiti minimi; per far girare Windows 7 in modo minimamente decente, avremo bisogno probabilmente di almeno il doppio delle caratteristiche, il che comincia a non essere necessariamente ovvio…
  3. Fattore importante da considerare è che il lancio di “Windows 7” manderà automaticamente in pensione Windows XP, ad oggi da molti consumatori considerato come una “piattaforma di salvezza” di Windows Vista, al punto che ancora oggi sono molto richiesti di “downgrade” di versione. Se la “piattaforma di salvezza” di “Windows 7” sarà Vista, c’è da sperare (per Microsoft) che il nuovo sistema sia davvero “semplice, affidabile e veloce” come promesso da Ballmer al CES 2009… Il fatto comunque che di “Windows 7” ne esista una versione a 32bit (ancora??) fa venire i brividi freddi…
  4. Come per Vista, le modifiche all’interfaccia grafica sono quelle che indubbiamente appaiono come maggiormente visibili di primo acchito, ma nel “day-by-day” sarà solo e soltanto ciò che sta “sotto il cofano” a fare la differenza. La percezione attuale di Vista è che “sotto il cofano” si nascondano più “magagne” che miglioramenti (al punto che in poco meno di 2 anni sono praticamente usciti ben 2 Service Pack…)

Ciò detto, possiamo solo augurarci (ed augurare a Microsoft, naturalmente) che Windows 7 sia, finalmente, un sistema operativo degno di questa classificazione, anche perché di “innovazioni”, nel panorama dei sistemi operativi, ne vedo davvero poche all’orizzonte…
Cosi non fosse, saranno guai per gli utenti e gioie per chi come il sottoscritto (lavorando con Linux) agli utenti fornisce assistenza

Google Chrome, una scossa al web (?)

So che questo post è chilometrico (1306 parole, già). Non lamentatevi, c’erano troppe cose da dire, e tutte importanti 😛

About Google ChromeE’ sulla bocca di tutti, blogger e non, in giro per internet e sui mass media: c’è chi se lo aspettava, chi invece è stato colto di sorpresa, in ogni caso Chrome, il nuovo browser opensource (è basato su WebKit, motore di randering html opensource utilizzato anche dal browser “made in Apple”, Safari) lanciato da Google, ha decisamente fatto parlare di sé. Ne parlerò anche io, come al solito cercando di non limitarmi a quanto “appare”, ma provando a guardare “sotto la scorza”: ne vengono fuori delle belle.

Tanto per cominciare, è indubbiamente affascinante l’idea di “partire da zero” (anche se utilizzare il motore di randering di Safari non è esattamente uguale a “start from scratch”) per progettare un browser pensato prima di tutto per interagire efficacemente con le web-applications, così diverse dai classici “siti web” che spesso rischiano di mettere in crisi i browser pensati e progettati anche solo pochi anni fà. Il web (ha ragione Google) è cambiato tantissimo ultimamente ed i browser hanno bisogno di una riprogettazione in quest’ottica, ma onestamente Chrome avrebbe potuto portare qualche innovazione in più, da questo punto di vista…

Uno dei primi aspetti sui quali è scattata l’attenzione, è la stupefacente velocità di randering di Chrome (che da alcuni test risulterebbe però inferiore a Firefox 3.1 con Tracemonkey): mi domando però quanto sia realmente percepibile una pur sostanziale differenza nei tempi di randering di una pagina (comunque inferiori al secondo, solitamente), quando spesso e volentieri il tempo di visualizzazione di un sito web è legato al tempo di download delle varie sue componenti e quindi alle prestazioni del collegamento di rete? Chiarisco il concetto: che me ne faccio di risparmiare mezzo secondo nel randering con Chrome, quando uso un modem 56k per scaricare le immagini che la compongono?

Anche tecnologicamente parlando, Chrome non è proprio impeccabile. Cominciamo però dalle note positive:

  • indubbiamente significativa l’inclusione nativa di funzionalità quali “Gears” (che sono per certi versi il futuro delle web applications) ed un nuovo motore JavaScript, riscritto (pare) da zero.
  • Dalla visione dei siti web come vere e proprie applicazioni deriva l’interessante (seppur non innovativa) idea di rendere le varie tabelle di navigazione processi realmente a se stanti, separando così la memoria che viene assegnata alle varie web-applications in esecuzione. Questo dovrebbe garantire un’incremento di sicurezza, probabilmente anche della velocità di randering (soprattutto su processori multicore) e una maggior “robustezza” del browser nel suo insieme (vanno in crash le tab e non il browser).
  • Non innovativa, ma comunque ancora “rara”, la possibilità di abilitare la modalità “hidden” (navigazione nascosta) che cancella cookies e history alla chiusura della finestra appositamente aperta: la funzionalità infatti è già presente in Safari ed in Internet Explorer 8 (del quale è stata rilasciata una versione beta non molto tempo fà). Su questo aspetto, andranno considerate le conseguenze di un simile approccio per quel che riguarda gli utenti: quanti utenti, sentendosi sicuri nella propria “anonimità”, andranno a cacciarsi in qualche spiacevole situazione, abbassando semplicemente la guardia? Ricordiamo che l’anonimità, su internet, non comporta solo aspetti legati ai cookie ed alla history, ma anche (o meglio, soprattutto) aspetti legati al tracking da parte dei siti web che vengono visitati dagli utenti, cosa che la modalità hidden di Chrome non evita in alcun modo.
  • Curiosa invece la soluzione di non bloccare i popup ma ridurli ad icona: l’icona infatti consuma comunque risorse (hardware e visive) e questa soluzione potrebbe essere sfruttata per portare agli utenti di questo browser vari tipi di attacchi di tipo Denial Of Service (voglio vedervi a navigare quando il sito in questione vi ha aperto la milionesima finestra di popup…). Oltretutto, nel caso in cui il contenuto del popup venisse comunque scaricato e “randerizzato” (bisogna verificare), questo può portare all’esecuzione di apposite web-applications malevole all’interno del popup stesso, che oltretutto avrebbero il vantaggio di non essere direttamente visibili all’utente (che deve aprire il popup per vederle).
  • Stupisce inoltre, da un punto di vista della mera “sicurezza informatica”, l’assenza di un sistema atto a prevenire attacchi più “web oriented” come i Cross Site Scripting: dovendo riscrivere il browser ed il motore JavaScript, non avrebbe avuto senso progettarli già con in mente questo genere di funzionalità?
  • Curiosa anche la mancanza del supporto per i feed RSS (potevano almeno mandarli direttamente a Google Reader, in attesa che fosse implementata la funzionalità)… dimenticanza?

Politicamente parlando, l’evidente intento di Google è quello di contrastare “con maggior forza” l’arrivo di Internet Explorer 8, scendendo direttamente nell’arena in cui si gioca la grande partita chiamata “browser war”. Chrome si avvanteggerà dell’immensa pubblicità che deriva dal nome che spunta sul 91% delle ricerche fatte online, garantendosi una quota di mercato che potrebbe non andare ad intaccare la quota di mercato di Firefox, ma di Internet Explorer (versione 7 o 8 poco importa, anzi il cambio di piattaforma potrebbe facilitare ulteriormente questo aspetto).
Finanziariamente parlando, invece, Google rientrerà verosimilmente nei costi di sviluppo con l’immenso valore dei dati (anche solo aggregati) che otterrà dall’uso che gli utenti faranno del browser.
Oltre ad avere già una penetrazione massiccia nel web (si parla di valori superiori all’80% dei siti, contando i referrer), con l’introduzione di Chrome infatti Google potrà tracciare:

  • Ogni URL che digitate (anche se non battete “invio”): infatti la barra degli indirizzi completa automaticamente e suggerisce eventuali risultati delle ricerche, e questo non può essere fatto in altro modo che inviando la stringa in fase di digitazione a Google stesso.
  • Ogni sito che visitate, visto che il suo URL verrà filtrato dal sistema antiphishing (come già capita anche con altri browser in realtà) e quindi comunicato a Google
  • Ci sono poi le “statistiche”, che (per quel che ho capito) devono essere disabilitate appositamente dall’utente.

Bisognerà capire, leggendo le policy sulla privacy, quali usi Google potrà fare di questi dati, il cuo valore è (robadisco) incommensurabile. Mi aspetto molte novità, in questo senso, nei prossimi giorni.

Nel frattempo, un’altra occhiata approfondita andrebbe data alle condizioni di licenza (che tutti avranno letto prima di accettare, immagino), che tra le altre cose propongono cose tipo “licenze d’uso permanenti ed irrevocabili” dei contenuti inviati tramite il browser (punto 11). Qualche domanda anche sulla compatibilità della licenza di Google con le garanzie del software opensource, onestamente, mi sorge: cito dall’EULA:

10.2 L’utente non può (e non può consentire ad altri di) copiare, modificare, creare opere derivate, decodificare, decompilare o altrimenti tentare di estrarre il codice sorgente del Software o di qualsiasi parte dello stesso, salvo se espressamente consentito o richiesto per legge o se espressamente consentito da Google per iscritto.

Questo a monito di coloro che non leggono i contratti di licenza che accettano. Pare in ogni caso che dopo le numerose proteste ricevute nelle ultime ore, in Google stiano mettendo le mani (retroattivamente) proprio sull’EULA. Vedremo.

Indubbiamente, in ogni caso, Chrome darà una scossa al mercato, come per altro precisamente annunciato tra le loro intenzioni. L’obiettivo principale di Chrome sembrerebbe proprio essere quello di dare una “svolta” al web, trasformandolo nella più grande piattaforma applicativa mai esistita, fornendo tecnologia e supporto allo sviluppo delle web-applications attuali e future. L’enorme pubblicità che verrà fatta (anche involotariamente) a Chrome, potrebbe inoltre portare altri utenti del leader di mercato (Internet Explorer) a “valutare la possibilità” di cambiare browser (quale che sia poi la loro scelta definitiva); questo renderebbe più egualitaria e meno “monopolistica” la scena della “browser war”, costringendo anche i grandi player (Microsoft su tutti) a scendere al compromesso di un rispetto reale degli standard (ad esempio un Internet Explorer sotto il 50% del mercato potrebbe significare la vera e propria condanna degli script ActiveX, con grande gioia degli utilizzatori di sistemi operativi diversi da Windows).

Mi auguro che Chrome sia però, prima di tutto, origine di una scossa per Firefox, il cui sviluppo è costante ed intenso, ma potrebbe avvantaggiarsi di alcune idee proposte proprio dal browser di Google, che potrebbero portarlo ad un rapido (ulteriore) miglioramento delle prestazioni e delle funzionalità che offre, soprattutto in materia di sicurezza e protezione dei dati (Firefox non ha ad esempio, banalmente, la funzionalità di “navigazione anonima”).

Insomma, dal mio punto di vista, Chrome non diventerà forse il più usato browser della rete, ma potrebbe avere come effetto principale quello di dare una nuova, importante scossa al mondo dei browser web (proprio ora che Microsoft ha finito lo sviluppo di Internet Explorer 8, dannazione… :P)

Quali strategie per i big dell’informatica?

iPhone Ogni tanto mi piace fare considerazioni completamente infondate sulla situazione dei grandi colossi dell’informatica, cercando di immaginare la situazione in cui si trovano e come potrebbero strategicamente muoversi in un prossimo futuro, anche alla luce degli avvenimenti che quotidianamente “sconvolgono” il mondo dell’informatica. Ecco i risultati delle mie elucubrazioni più recenti:

  • Microsoft: non si potrebbe non cominciare l’analisi del panorama informatico mondiale se non partendo dal colosso di dimensione maggiore, Microsoft. Con un monopolio de facto per le mani, il più grande problema di Microsoft è quello di continuare a guadagnare abbastanza da mantenere in vita il gigante che rappresenta, con l’enorme difficoltà dell’essere fin troppo dipendente dal mercato: un’azienda infatti che rappresenta di per sé il 90% del mondo dell’informatica, non può non risentire anche della benché minima flessione del mercato. I consumi calano del 2%? Microsoft sta perdendo milioni di dollari. Ecco allora che diviene necessario adottare non solo le vecchie care strategia legate all’obsolescenza programmata (nella quale rientra per altro anche la questione OpenXML), ma anche attaccare frontalmente nuovi mercati (come ad esempio quello del web), già che quello dei sistemi operativi è saturo o in saturazione, dal punto di vista di Microsoft, e le vendite di Vista pesano come macigni.
    Così si spiega quindi l’idea di acquistare Yahoo!: sfruttare una realtà già esistente (benché pagata profumatamente) per acquisire d’un colpo struttura, prestigio, pubblicità e competenze, alla quale aggiungere poi miliardi di investimenti per fare una reale concorrenza al verò protagonista del mondo del web: Google.
  • Google: è il colosso in maggior espansione. Il mondo dell’informatica va sempre più rivolgendosi infatti verso il web, verso l’integrazione tra servizi e device più o meno mobili (il fenomeno del così detto “web2.0” ne è un esempio lampante) ed a Mountain View, da questo punto di vista, non possono che fare scuola: i servizi che Google offre si integrano perfettamente tra di loro (almeno in larga parte) e si continua ad investire pesantemente nell’acquisto di nuove promettenti piattaforme. Per quanto li riguarda, il periodo di espansione non è ancora terminato, e anzi i guadagni aumenteranno nei prossimi anni, con la sempre maggior incidenza della pubblicità online, la possibilità di offire personalizzazioni ai servizi già offerti gratuitamente al grande pubblico e via dicendo.
    Unica nuvola nel serenissimo cielo di Google è l’accordo tra Microsoft e Yahoo!, che potrebbe dare fastidio (non metterli in crisi, giusto una punturina d’insetto). Probabilmente anche per questo motivo Google ha osteggiato in diversi modi la trattativa, senza per altro poter realmente mettere il becco nell’affare: l’antitrust americana infatti non gli perdonerebbe una simile concentrazione di potere. Nel caso in cui la piattaforma Microsoft-Yahoo! dovesse realmente concretizzarsi, Google avrà bisogno di spingere decisamente verso una piattaforma analoga che includa il supporto di un sistema operativo completo: visto l’importante impegno di Google nel supporto e la promozione dell’opensource, viene naturale pensare a Linux (e nella fattispecie ad Ubuntu e Canonical).
  • Yahoo!: da parecchio tempo ormai nell’occhio del ciclone, il grande problema di Yahoo! si chiama indubbiamente Google. Combattere lo strapotere del colosso di Montain View sul campo dei servizi integrati, della ricerca sul web con una piattaforma analoga (seppure costantemente in lieve ritardo tecnologico) è una battaglia persa in partenza, e le cifre parlano chiaro. Tornata sulla bocca di tutti in seguito alla proposta di acquisto da parte di Microsoft (che avrebbe per altro potuto tranquillamente tentare un’OPA ostile), Yahoo! aveva in realtà già ottenuto un significativo risultato stringendo stretti legami di sinergia con un’altro importante player, Apple. Il servizio di push imap suggerito da Apple per l’iPhone 1.0 infatti era quello di Yahoo!, la sincronizzazione della rubrica tra l’iPod Touch e il web si può fare solo tramite il servizio di rubrica di Yahoo!, e in prospettiva altre strade di integrazione simile si vanno profilando (sempre che Apple non decida di mandare tutto a carte quarantotto chiudendo la piattaoforma MobileMe, cosa piuttosto improbabile).
    Indubbiamente grande valore a Yahoo! l’ha dato l’acquisto di Flickr, che le sta dando respiro, ma al situazione non potrà continuare in questo modo a lungo: se vuole sopravvivere, Yahoo! deve essere venduta (o fusa con un’altra realtà di pari prestigio) e sulla scia di questa operazione, si deve pesantemente investire, sia sulla piattaforma pubblicitaria sia sull’innovazione e l’integrazione dei servizi (il calendario di Yahoo! non esporta automaticamente gli eventi “pubblici” verso upcoming.com, vi sembra possibile?).
    Non è da escludere che Google stessa decida di sovvenzionare Yahoo! per scongiurare questa eventualità, magari proponendo semplicemente una sinergia tra le due piattaforme pubblicitarie, che compongono un mercato ancora troppo piccolo per essere oggetto delle attenzioni dell’antitrust…
    Nell’ipotesi invece che la vendita a Microsoft vada alla fine in porto (pare addirittura che da Redmond vengano pressioni affinché ci sia un cambio di cda e si prosegua la trattativa con interlocutori più accondiscedenti), il vero investimento dovrebbe essere quello di una forte (fortissima) integrazione tra il portale online di Yahoo! e il sistema operativo Windows, senza allo stesso tempo bruciare i rapporti esistenti con Apple: solo una piattaforma integrata di queste dimensioni infatti potrebbe seriamente infastidire Google.
  • Apple: è forse uno dei colossi dell’informatica che più mutamenti sta subendo. Da produttrice di computer dotati di sistema operativo, negli ultimi anni si sta trasformando in fornitrice di integrazione, soprattutto grazie ad iTunes e l’avvento del mito dell’iPod prima, dell’iPhone poi. Oggi tenta il colpaccio con l’introduzione della piattaforma MobileMe, che punta proprio ad ottimizzare e rendere concreta l’integrazione tra device mobili, pc e portatili. La strada è quella giusta, le pecche sono dovute essenzialmente all’ignorare piattaforme alternative che invece potrebbero garantire ulteriore successo proprio ad Apple (Linux su tutte) e con la scarsa (per non dire nulla) sinergia con Google, che invece potrebbe svincolare Apple dal rapporto avviato con Yahoo! che potrebbe tentare di monopolizzare questo ambito per tentare una via d’uscita dalla crisi in cui si trova.
  • Nokia: di quelle citate, è indubbiamente l’azienda che ha maggior esperienza per quel che riguarda le device mobili. Famosa per i cellulari, ha recentemente fatto importanti acquisti sul panorama del software libero (acquistando ad esempio Trolltech, o acquistando e proponendosi di rilasciare Symbian), una mossa accorta nel momento in cui il mercato delle device mobili si espande e cambia come non mai. Probabilmente l’iPhone fa paura: le possibilità che offre grazie alla stretta integrazione con il web e con il pc, l’interfaccia ben studiata e concepita, il design accattivante, sono tutti aspetti che i produttori di cellulari (e palmari) non hanno mai saputo accorpare in un unico prodotto, nonostante i vari tentativi, e che invece Apple ha saputo imbroccare al primo serio tentativo. Ora la voragine aperta va riempita: lo spazio c’è ma bisogna muoversi ad occupare gli spazi e Nokia è il candidato ideale per integrarsi insieme a Google e Linux in una piattaforma da contrapporre a quella che potrebbe vedere riunite Apple, Microsoft e Yahoo!

L’obiettivo di questo post, come potete immagianare, è proprio quello di scatenare discussione. Le congetture del tutto infondate riportate qui sopra sono il mero frutto della mia mente malata, ma potrebbero incastrarsi in un ipotetico puzzle, a disposizione di coloro che volessero cogliere qualche spunto per proporre una propria visione…

Ci siamo giocati Yahoo!. O no?

Yahoo@NightDomenica mattina, la notizia è arrivata, dopo mesi di trattative, di tira e molla: Microsoft ritira la sua offerta di pubblico acquisto nei confronti di Yahoo!, che era nel frattempo arrivata alla non modesta cifra di 33 euro per azione (partendo dai 31 iniziali). La scelta è stata condizionata essenzialmente dalle incredibili richieste del Consiglio d’Amministrazione di Yahoo!, che oltre a pretendere 37 euro per azione avanzavano richieste, definite “francamente inaccettabili” dagli uomini di Microsoft, riguardo al futuro panorama di collaborazione all’interno di Microsoft.

Purtroppo lo strappo non gioverà a Yahoo!: se in Microsoft infatti potranno dispiacersi per l’occasione persa, pensando al mondo in rapida espansione della pubblicità online (in cui Yahoo! vanta ancora un certo ruolo), per la società di Filo e Yang si tratta di tornare a fare i conti con la precedente situazione di crisi, nella quale l’azienda risulta versare da parecchio tempo, a differenza di quanto l’andamento dell’ultimo trimestre (fortemente influenzato dall’offerta di Microsoft) potrebbe far pensare.
Alla riapertura della borsa di Wall Street, questa mattina, conosceremo la reazione degli azionisti di Yahoo! alla mancata cessione, che rischia di non essere positiva al punto da costringere Filo e Yang a sedere nuovamente al tavolo della trattativa, implorandone di fatto la riapertura. E proprio questa potrebbe essere la strategia di Microsoft, che si è persino premunita di far sapere che rinuncia anche alla scalata ostile inizialmente annunciata.

Naturalmente l’operazione non coinvolte solo gli aspetti meramente finanziari: Yahoo! è detentrice, oltre che di un ruolo nel mondo della pubblicità online come si diceva, un 3,5% (in discesa) del “mercato dei motori di ricerca” che in se non rappresenta molto, ma fa di questa azienda il “primo concorrente” di Google, che aveva inizialmente ipotizzato un’offerta, a sua volta, per l’acquisto di Yahoo!. Una mossa di questo genere porterebbe a scomodare l’antitrust americana, di fronte all’ulteriore confermarsi di un monopolio de facto, che invece l’opa di Microsoft contribuirebbe a ridurre (incorporando il secondo ed il terzo concorrente di Google, giungerebbero alla significativa cifra di 5,5%). Si tratta di un aspetto assolutamente da non sottovalutare, in quanto taglia completamente fuori dai giochi l’unico serio concorrente a Microsoft su questo tavolo: o Yang e Filo vendono a Ballmer e Gates, o dovranno affrontare da soli la tempesta che molto probabilmente investirà a giorni Yahoo!.

Ammaina le vele e chiudi i boccaporti, marinaio Yang…

Fregati dal DRM

Catena Verrebbe quasi da ridere, se non fossimo sul fondo del barile intenti a raschiarlo con tutte le nostre forze. Con il pretesto di lottare contro la “pirateria musicale”, le major discografiche ed i grandi distributori di musica “legale” online ne hanno inventate di tutti i colori. Il loro vero obiettivo è quello di fare più soldi possibile, indipendentemente da ciò che fosse realmente il bene degli acquirenti, del mercato, dei musicisti, di tutti fuorché il loro.

Naturalmente questo atteggiamento è sempre stato negato ed i distributori si sono sempre erti a paladini della difesa del copyright: ora che si cominciano a vedere le prime (grosse) crepe nel sistema messo in piedi, voglio proprio vedere cosa si inventeranno. La notizia è di quelle che fanno scalpore: Microsoft ha annunciato agli ex clienti di MSN Music che spegnerà  il 31 agosto 2008 i server che forniscono le autorizzazioni necessarie alla riproduzione della musica acquistata tramite questo servizio, rendendo di fatto impossibile la fruizione del contenuto acquistato.

L’ennesima dimostrazione che il DRM è un buco con il sistema anticopia intorno, e che il buco non sta (solo) nell’implementazione tecnica ma nell’idea stessa che ci sta dietro. Mi auguro che gli utenti truffati facciano causa a MSN Music e che questa sia condannata a risarcirli: tutti!

Ancora guai in Vista

WOW “Wow” o non “wow”, la storia di Vista in questi primi mesi di vita non si può non definire travagliata. Il successore di XP infatti, oltre a non aver avuto l’impatto sul mercato che speravano a Redmond, si deve battere con utenti restii al passaggio, una concorrenza quantomai agguerrita ed una carenza di reali innovazioni che spesso e volentieri non ne giustificano i costi d’adozione. Proprio in questi giorni, tra l’altro, Microsoft ha annunciato un calo del 24% nelle vendite di questo primo quadrimestre (dato comunque da prendere con le pinze, visto che non include le prevendite di Vista), cosa che non fa ben sperare gli uomini di Bill Gates, se intendono mantenere l’attuale posizione dominante sul mercato.

Gli ultimi guai, in ogni caso, arrivano direttamente da Dell ed HP, che hanno deciso di continuare ad installare Windows XP sui propri sistemi anche dopo che questo sistema operativo sarà “dismesso” da Microsoft, al 30 giugno 2008.
D’altra parte se Microsoft pensa di poter “forzare” un mercato restio a passare a Windows Vista eliminando la possibilità di scelta (ovvero dismettendo XP), non si deve meravigliare che i distributori cerchino altre strade per continuare a vendere…

Forse a Redmond farebbero bene ad entrare nell’ottica di un mercato competitivo, in cui si lotta e si vince scrivendo del buon software e non strozzando i concorrenti…