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Google riprende a correre

Se qualcuno era rimasto preoccupato dalla lieve flessione di Google negli ultimi tempi, con i dati pubblicati da XiTi Monitor per il mese di aprile 2008 può tirare un deciso sospiro di sollievo: il motore di ricerca più famoso del mondo ha recuperato terreno, tutto, forse anche di più, facendo segnare un incremento secco, su base mensile, dello 0,26%, che gli fa sfondare nuovamente il tetto del 90% del complesso delle ricerche sul web.

Un risultato decisamente importante e significativo, che conferma una volta di più lo straordinario lavoro che sono in grado di compiere a Montain View.

Gli altri motori di ricerca del panorama, sono tutti (salvo poche eccezioni) in calo: -0,2% per Yahoo!, -0,6% per Live Search di Microsoft, che hanno evidentemente esaurito la spinta propulsiva legata all’interesse girato intorno alla proposta d’acquisto di Microsoft nei confronti di Yahoo!. Stabile il risultato di AOL, che dopo il balzo a cavallo di capodanno si è assistato su un discreto 1,6%, dal quale non sembra intenzionato a retrocedere. Per niente stabile invece la situazione in casa Orange, che lascia “sul piatto” un non modesto 0,1% su base mensile.

Il balzo più importante del mese è quello di Excite, che aumentando del 46%, si porta però solamente ad un market share dello 0,03%: niente di significativo a portata di vista.

Ci siamo giocati Yahoo!. O no?

Yahoo@NightDomenica mattina, la notizia è arrivata, dopo mesi di trattative, di tira e molla: Microsoft ritira la sua offerta di pubblico acquisto nei confronti di Yahoo!, che era nel frattempo arrivata alla non modesta cifra di 33 euro per azione (partendo dai 31 iniziali). La scelta è stata condizionata essenzialmente dalle incredibili richieste del Consiglio d’Amministrazione di Yahoo!, che oltre a pretendere 37 euro per azione avanzavano richieste, definite “francamente inaccettabili” dagli uomini di Microsoft, riguardo al futuro panorama di collaborazione all’interno di Microsoft.

Purtroppo lo strappo non gioverà a Yahoo!: se in Microsoft infatti potranno dispiacersi per l’occasione persa, pensando al mondo in rapida espansione della pubblicità online (in cui Yahoo! vanta ancora un certo ruolo), per la società di Filo e Yang si tratta di tornare a fare i conti con la precedente situazione di crisi, nella quale l’azienda risulta versare da parecchio tempo, a differenza di quanto l’andamento dell’ultimo trimestre (fortemente influenzato dall’offerta di Microsoft) potrebbe far pensare.
Alla riapertura della borsa di Wall Street, questa mattina, conosceremo la reazione degli azionisti di Yahoo! alla mancata cessione, che rischia di non essere positiva al punto da costringere Filo e Yang a sedere nuovamente al tavolo della trattativa, implorandone di fatto la riapertura. E proprio questa potrebbe essere la strategia di Microsoft, che si è persino premunita di far sapere che rinuncia anche alla scalata ostile inizialmente annunciata.

Naturalmente l’operazione non coinvolte solo gli aspetti meramente finanziari: Yahoo! è detentrice, oltre che di un ruolo nel mondo della pubblicità online come si diceva, un 3,5% (in discesa) del “mercato dei motori di ricerca” che in se non rappresenta molto, ma fa di questa azienda il “primo concorrente” di Google, che aveva inizialmente ipotizzato un’offerta, a sua volta, per l’acquisto di Yahoo!. Una mossa di questo genere porterebbe a scomodare l’antitrust americana, di fronte all’ulteriore confermarsi di un monopolio de facto, che invece l’opa di Microsoft contribuirebbe a ridurre (incorporando il secondo ed il terzo concorrente di Google, giungerebbero alla significativa cifra di 5,5%). Si tratta di un aspetto assolutamente da non sottovalutare, in quanto taglia completamente fuori dai giochi l’unico serio concorrente a Microsoft su questo tavolo: o Yang e Filo vendono a Ballmer e Gates, o dovranno affrontare da soli la tempesta che molto probabilmente investirà a giorni Yahoo!.

Ammaina le vele e chiudi i boccaporti, marinaio Yang…

Microsoft vuole comprare Yahoo!

Frankfurt Stock Exchange E’ periodo di notizie bomba, e sto imparando ad attendere prima di scrivere. Ieri Microsoft ha annunciato che intende dar luogo ad una scalata ostile nei confronti di (niente popodimenoche) Yahoo!, il famoso motore di ricerca. Microsoft offre 31$ per azione, il che costituisce un buon incentivo per i risparmiatori, visto che oltre al premio del 62% previsto dagli uomini di Redmond, c’è il titolo che oggi è schizzato in alto del 49%. Il totale stimato per l’affare si assesta intorno ai 44 miliardi e mezzo di dollari (circa 30 miliardi di euro): sono 3 finanziarie come quella del 2008 (per dare un peso alle cifre) ed il fatto che il gruppo finale si aggirerà intorno ai 350 miliardi di dollari di valore ci dice che Yahoo! vale circa un sesto di Microsoft, il che è davvero niente male, anche perchè sarebbe un totale superiore al valore di Google (che si assesta intorno ai 25 miliardi di dollari).

Sicuramente la notizia è di quelle che fanno parecchio rumore, ma sofferimiamoci un momento a riflettere sulla sostanza della questione (cit. Corriere.it):

In una conference call, l’ad di Microsoft, Steve Ballmer, ha detto che l’acquisizione di Yahoo! trasformerà l’attività Internet – in perdita – di Microsoft in un pilastro della compagnia.

Ora, come recentemente ho avuto modo di scrivere, Yahoo! rappresenta (secondo i dati in mano a XiTi Monitor), meno del 3% delle ricerche web. Non sarà un dato affidabile al 100% (combacia perfettamente con i dati statistici di questo blog), ma ci dà un’idea del panorama complessivo del quale stiamo parlando: negli ultimi anni, Google ha impostato una crescita vertiginosa che non si è arrestata neppure quando ha raggiunto il monopolio de facto (dato che continua a rosicchiare le misere quote dei concorrenti), mentre Yahoo! ha subito una lenta ma inesorabile discesa verso l’oblio (e anche economicamente non gode di strabiliante salute). L’obiettivo di Microsoft naturalmente non è quello di avere un nuovo motore di ricerca con il quale sostituire il (a mio avviso fallimentare) proprio, Live Search: l’obiettivo (dichiarato) è quello di prendere peso sul mercato della vendita di pubblicità online, che cresce ad un ritmo talmente vertiginoso che Microsoft potrebbe pensare di rientrare completamente dell’investimento fatto nell’arco di 4 o 5 anni, se riesce a prendersi metà del mercato (cosa piuttosto difficile, a mio modesto modo di vedere).

Sull’affare, comunque, Microsoft dorme tra due guanciali, visto che Google non ha alcuna possibilità di rispondere degnamente a questo assalto (a meno di non comprarsi Apple :P): infatti il gigante di Montain View non può fare un’offerta a Yahoo! (l’antitrust non glielo consentirebbe), ne al terzo motore di ricerca mondiale per importanza (anche perchè è Live Search di Microsoft) e gli altri concorrenti sono talmente piccoli da essere insignificanti se paragonati ai numeri di cui stiamo parlando.
D’altra parte, sul fronte pubblicità (che è quello che muove le somme più ingenti già oggi), Google è reduce dal “recente” acquisto di una delle più importanti compagnie al mondo, DoubleClick, e quindi ha solo da incassare, al momento, in attesa che Microsoft insegua.

La domanda (sollevata anche da Stefano Quintarelli) che a questo punto mi pongo è: a Microsoft conviene davvero scendere nell’arena di Google? Il mercato del software sta ormai decisamente stretto alla cricca di Bill Gates (d’altra parte con il 90% del mercato in mano, come potrebbe essere altrimenti?), e cercano quindi nuovi settori di espansione. Sicuramente quello del web è un nodo cruciale (e le cifre in ballo sono da prima categoria), sul quale però Microsoft ha molto da perdere e poco da guadagnare, anche perchè la parte del leone è già stata assegnata (a Google ovviamente).

Naturalmente c’è già qualcuno che ulula alla luna, insinuando dubbi sulle recenti prestazioni finanziarie di Google: effettivamente la crescita dell’ultimo quadrimestre è stata al di sotto delle aspettative, e il titolo non gode di strabiliante salute negli ultimi tempi (il che è probabilmente una conseguenza?). Se andiamo però a guardare i dati di bilancio pubblicati da Google stessa però, troviamo che la “crescita al di sotto delle aspettative” equivale ad un aumento di valore del 37% circa in 12 mesi: alla faccia della crisi!

Un’ultima considerazione: solo poche ore fa, una serie di blogger (tra cui Elena, Luca e Lele) sono stati invitati ad un incontro con Microsoft, a Roma, per discutere di

interoperabilità e standard aperti, nuovi trend tecnologici e di business, web 2.0 e software+services, oltre a offrire la possibilità di approfondire tematiche relative a strategie e prodotti Microsoft

Che sia un caso?

Motori di ricerca: quote?

Terzo ed ultimo post (in tre giorni) ispirato alle statistiche di XiTi Monitor: dopo aver parlato di browser web e di sistemi operativi, oggi è il turno dei motori di ricerca, dove ancora una volta vediamo un player farla letteralmente da padrone: Google.

I dati pubblicati da XiTi infatti mostrano il colosso di Montain View assestarsi su un mostruoso 90,83% di visite a dicembre, e facendo per di più segnare un ulteriore incremento dello 0,41% durante l’ultimo mese dell’anno.

Lo storico principale avversario di Google per la supremazia tra i motori di ricerca, Yahoo!, vede ridursi ulteriormente la propria influenza e finisce sotto lo sbarramento del 3% a causa dell’ulteriore perdita di quote relativa al mese di dicembre 2007 (-0,17%) che va a sommarsi alle perdite precedenti per raggiungere quota 1% durante tutto il 2007.

In calo anche il motore di ricerca di casa Microsoft, Live Search, che nonostante fosse stato presentato in pompa magna non troppo tempo fa, vede la sua influenza stabilmente ferma intorno al 2,5% (poco più, probabilmente, delle visite dovute al fatto che è il motore di ricerca predefinito di Internet Explorer 7).

Il trend di Google si protrae ormai da diverso tempo: a maggio 2007 infatti le stesse statistiche pubblicate da XiTi Monitor gli assegnavano una quota di mercato dell’89,33%, contro l’85% circa della metà del 2006: un vero rullo compressore.
Non c’è quindi da stupirsi che il motore di Montain View rappresenti quasi l’80% dei referrer di tutti i siti web…

Di privacy ed anonimato

The Big Brother is watching youGaia Bottà propone oggi, su Punto Informatico, un’interessante riflessione in materia di “deprivacy”, riportando criticamente la posizione di Donald Kerr, capo dell’Office of the Director of National Intelligence americano, il quale ritiene che il concetto di privacy debba cambiare, passando dalla possibilità di mantenere l’anonimato in rete al controllo dell’uso che viene fatto di questi dati.
Avevo affrontato l’argomento, anche se con pochissimo tempo a mia disposizione, a Firenze, qualche settimana fa, come primo relatore di QuiFree. Proprio le prime slides di quell’intervento, cercando di spiegare in pochi minuti cosa fosse la “privacy”, accennavano, dandolo per scontato, al fatto che la privacy online sia passata dal controllo dei destinatari dei nostri dati personali, al controllo di cosa venga fatto di questi dati.
Si tratta però indubbiamente di una pesante sconfitta e non, come invece sembra voler far passare Kerr, di un cambiamento inevitabile. Proprio il controllo di cosa viene fatto dei miei dati da parte di un’azienda e/o di un Governo infatti, deve prevedere la possibilità di rifiutare che questi dati vengano in alcun modo utilizzati.

La rete è un mezzo incredibile di scambio di informazioni, probabilmente più potente di quanto non sia comunemente percepito da politici e comuni cittadini. Pochi infatti, paradossalmente, hanno idea di quali e quante informazioni seminano in giro per la rete semplicemente “navigando”.
Non si tratta solo della risoluzione del monitor, o dell’attivazione o meno dei cookies o di Javascript, del browser e/o del sistema operativo utilizzato. Si tratta di cookie, di referrer, di parole chiave, di tracking, di profilazione.

Chi di voi abbia messo le mani su Google Analytics (io lo sto testando proprio su questo blog), ha potuto rendersi conto di quale quantità di dati si possa raccogliere con un semplice javascript (invisibile di fatto alla maggior parte degli utenti) e della massa di informazioni derivate che questi pur pochi dati possono generare: frequenze di rimbalzo, aree geografiche di provenienza, campagne pubblicitarie mirate, strutturazione del sito per migliorarne il layout (magari allo scopo di influenzare il consumatore).
Ora, solo Google rappresenta solitamente oltre il 70% dei referrer di ogni sito web, e Google Analytics ha un fattore di pervasività assolutamente inimmaginabile, come ha efficacemente riportato Matteo Flora all’ultima edizione dell’End Summer Camp. In questo modo, la quantità di informazioni che Google può raccogliere sugli utenti è di quelle da mettere i brividi. E lo stesso meccanismo potrebbe senza troppe difficoltà (pur non arrivando a questi numeri) essere messo efficacemente in pratica da chiunque (magari tramite l’uso di un banale proxy aziendale trasparente).

Il problema del tecnocontrollo non è piu solamente una questione di paranoia di pochi utenti. Quanti sono ancora convinti che i servizi di Google siano offerti gratuitamente? Un potentissimo sistema di ricerca, un efficace sistema di lettura di feed RSS, un sistema di gestione statistiche spaventosamente potente, giga e giga di spazio email, senza dove scucire un solo dollaro. Ma è questo gratuito? Google continua a guadagnare, e la sua principale fonte di guadagno è la pubblicità mirata, alla quale ognuno di noi contribuisce con l’assidua fornitura dei propri dati di navigazione. Si tratta di un rapporto commerciale, di un modello di business: forse differente da quello che normalmente gli utenti assimilano (banconota e/o monetina contro prestazione e/o servizio), ma assolutamente efficace, al punto che anche strutture dimensionalmente più piccole di quelle con sede a Mountain View ci si sono buttate e sopravvivono discretamente bene.

Che Kerr riporti l’esempio dei giovani di oggi, che rinunciano alla propria privacy esponendo i propri dati su MySpace o Facebook come una dimostrazione dell’apparire di una nuova concezione di “privacy” (dati in cambio di servizi appunto), altro non è che la dimostrazione di quanta ignoranza e di quanta poca lungimiranza ci sia nell’attività in rete di ognuno di noi. Io stesso, su questo blog, pubblico una quantità impressionante di informazioni, alcune delle quali anche personali (c’è persino il mio curriculum, se lo si cerca bene). Io lo faccio coscientemente, consapevole dei rischi a cui mi espongo, almeno per quello che la mia esperienza mi porta ad immaginare per il futuro.

Ma quanti utenti sanno di cosa si parla, quando si nomina la “privacy”, il “diritto all’oblio”, il “tecnocontrollo”?

Si può condividere con Kerr la necessità di creare un sistema di leggi, che dotandosi di un’infrastruttura di garanti e commissioni di vigilanza, ma questo non deve rappresentare l’imposizione della fine della possibilità di anonimato: il controllo sulla sorte dei propri dati deve consentire anche la possibilià di non cederli a chi che sia. Ogni tanto Giovanni mi riporta una frase, che in questo contesto è particolarmente significativa: “un buon silenzio non fu mai scritto”; per esteso, un dato veramente privato non deve essere memorizzato da nessuna parte, perché le mani che oggi riteniamo fidate potrebbero improvvisamente (ed irrimediabilmente) scoprirsi bucate…

Alla scoperta di del.icio.us

del.icio.us

Stamattina, dopo tanto tempo che mi ripromettevo di farlo, mi sono deciso a provare del.icio.us. Tanto tempo è passato molto semplicemente perchè non ho bisogno di un posto dove salvare i miei bookmarks, e quindi non mi sono mai seriamente interessato a testare il servizio.

Ieri, tra una cosa e l’altra, un po trasportato da alcuni link suggeriti da Zen, avevo finito con il registrarmi, ma al momento di dovermi installare un nuovo plugin su Firefox, mi erano girate le scatole e avevo lasciato perdere li.

Stamattina invece, con poco da fare, ho deciso di dargli un’occhiata un po piu in profondità, e ho riflettuto un po sulle potenzialità di questo servizio.

La prima cosa che va detta, è che non è solo un repository di bookmarks. Certo, il fatto di avere parte dei propri bookmarks su un sito web, può consentire di accedervi anche quanto non si è davanti al proprio computer, ma non credo che sia questo il “killer-use” (tanto per coniare un “nuovo” termine) di del.icio.us.
Penso piuttosto che sia geniale l’idea di una link directory condivisa tra una gran quantità di utenti, e poter poi ordinare i link per rilevanza, popolarità o semplicemente visualizzare gli ultimi link inseriti, perchè questo porta a far emergere da quella melma che è il Web una serie di realtà anche molto interessanti che però non godranno mai della pubblicità sui media tradizionali.

Oltretutto, appoggiandosi ad una piattaforma diversa dai soliti motori di ricerca, si può promuovere il decentramento della dataveillance, con conseguente piu difficile messa in relazione dei dati personali, che non fa mai male alla nostra privacy (i bokmarks non sono dati personali, non quelli che mettereste su del.icio.us almeno, ma in un’ottica di profilazione tutto fa brodo e rendere il lavoro piu difficile, con la mole di dati che dovrebbero confrontare, significa di fatto renderlo impossibile).

Oltretutto, del.icio.us finisce con lo sfruttare gli stessi meccanismi di “promozione comunitaria” tipici di strutture ben piu note, quali WikiPedia et similia ma anche dell’OpenSource stesso, consentendo di fatto ai contenuti definiti “migliori” dagli utenti di emergere.

Alla fine della fiera quindi, ecco il mio account su del.icio.us, con i bookmark belli taggati, e la mia bella tags cloud (che è un’idea niente male per rendere piu intuitiva ed immediata la visualizzazione degli interessi di un utente).

Questo (forse) è quello che si dovrebbe chiamare Web2.0, l’idea di offrire un nuovo modo per collaborare orizzontalmente (nel piu puro spirito del Web e di Internet, quindi), consentendo anche un nuovo modo per “visualizzare” qualcosa (un’idea, un concetto, un articolo, un contenuto…).