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Qualche parola sul caso ThePirateBay.org

Jolly Roger Avevo questo post in “hold” da parecchi giorni, alla ricerca non solo di scrivere il post in sé, ma anche molto più semplicemente per raccogliere un po’ le mie idee e sensazioni a riguardo, elaborarle, renderle un discorso coerente e organico. Il dibattito lanciato da Andrea Monti al Moca, questa sera, è servito proprio a questo scopo, per quel che mi riguarda, e ancora seduto sulla mia seggiola in plastica, in platea, mi accingo a lanciare qualche opinione su questo argomento, già ampiamente trattato negli ultimi giorni all’interno della blogopalla.

Cominciamo con un breve riepilogo su quanto accaduto e sui risvolti che le azioni intraprese dalla magistratura hanno (e avranno) sugli utenti: ThePirateBay.org è uno dei maggiori (probabilmente il più famoso, quantomeno il più “ampio”) centro di aggregazione ed indicizzazione dei tracker di Bittorrent (il famoso protocollo di download peer-to-peer) al mondo, con sede in Svezia.
Nonostante si trovasse fuori dalla giurisdizione italiana, con un banale escamotage (la possibilità che il reato di “pirateria” fosse stato “iniziato” sul suolo italiano), il 10 agosto 2008 viene ordinato il blocco degli accessi al sito in questione da parte del Procuratore di Bergamo Mancusi, che ha così dato seguito ad una denuncia giunta (pare) da parte delle major discografiche e dell’intrattenimento italiane.
Molti provider italiani (tutti quelli a cui fino ad oggi è poi effettivamente giunta l’ordinanza) hanno rapidamente provveduto a impedire l’accesso a ThePirateBay.org, effettuando una redirezione dei risultati delle query DNS ad un diverso indirizzo IP (l’identificativo numerico univoco del server all’interno della rete internet) appositamente preparato.

E’ importante in questo frangente sottolineare come non si tratti del primo caso di questo genere, ne tantomeno giunga inaspettato: la cosa era nell’aria da tempo (ThePirateBay stessa aveva denunciato più volte minacce da parte di alcune lobby, anche italiane) e la procedura utilizzata è già stata ampiamente collaudata: i siti di scommesse online non associati all’AAMS (magari perché non residenti sull’italico suolo) sono ad esempio stati bloccati con la stessa soluzione tecnologica.

Venendo al dunque, dove sbaglia (secondo il mio modesto parere, naturalmente) la magistratura:

  • innanzi tutto colpisce il mezzo, non il reato. Il protocollo peer-to-peer di Bittorrent può essere utilizzato per fini assolutamente leciti e anzi, tra i protocolli di file sharing, è indubbiamente quello che maggiormente viene utilizzato per scopi assolutamente legali, quale il download più rapido delle immagini delle distribuzioni GNU/Linux (che si avvantaggiano così della velocità legata al download simultaneo dagli utenti che hanno già terminato il download e mettono a disposizione quanto scaricato a favore degli altri). Bloccare il tracker (e quindi il cuore pulsante dell’architettura protocollare di Bittorrent) è un po’ come impedire l’uso del coltello nelle cucine di tutti gli italiani perché qualche malintenzionato utilizza questo strumento per commettere omicidi e rapine. E’ concettualmente sbagliato.
  • L’incompetenza tecnologica che trapela dall’ordinanza, è da far cadere le braccia. A differenza di quanto infatti accade nella maggior parte dei casi, il reindirizzamento del DNS non è stato fatto, in questo caso, verso una pagina statica sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, ma verso un server sotto il controllo delle major discografiche stesse, alle quali vengono così consegnati su un piatto d’argento i dati personali e privati di tutti gli utenti (ancora una volta, legittimi o meno) di ThePirateBay.org.
    Senza voler andare a pensare al complotto (ovvero che questa soluzione sia stata volontariamente suggerita dalle major per poter “sgraffignare” dati degli utenti e così poterli identificare ed eventualmente denunciare con maggior precisione), non si può che restare basiti di fronte a tanta ignoranza da un lato, e incuria delle conseguenze di una propria ordinanza dall’altro: cosa penseremmo di un provvedimento che bloccasse la circolazione dei mezzi pesanti, magari in seguito ad un grave incidente stradale? Non criticheremmo forse la necessità di questi ultimi per la vita industriale del nostro paese, magari per la sopravvivenza stessa dei cittadini? Il fatto che la tecnologia informatica spesso resti “celata” (e così deve essere, agevolare in modo trasperente, esattamente come succede con l’abs o il controllo della trazione della nostra auto) impedisce di rendersi conto delle conseguenze che la sua eliminazione avrebbe; per questo motivo mi piacerebbe che magistrati e politici consultassero esperti in informatica prima di dar seguito ad azioni che riguardano un campo sul quale denotano una tanto palese (e giustificabile, naturalmente) ignoranza.
  • Infine, il terzo errore della magistratura è quello di perseverare nel percorrere una strada che si è rivelata palesemente infruttuosa: la redirezione degli indirizzi IP è una delle modalità più semplicemente aggirabili (basta cambiare server DNS, magari facendo uso di dns stranieri come OpenDns) e proprio l’esperienza legata alla collaudata pratica è dimostrazione che gli utenti che hanno interesse a raggiungere un certo sito lo faranno indipendentemente dall’indirizzo ip proposto dal server DNS del proprio provider. Tecnologicamente parlando esistono metodi molto più efficaci (e dal mio punto di vista raccapriccianti) per costringere il traffico su un certo sito web, si tratterebbe solo di voler affrontare le cose con (ancora una volta) cognizione di causa.
    Per fare un’altro paragone, spero chiarificatore, è come se si impedisse l’accesso alla Milano – Bergamo chiudendo il casello di Milano Est e non quello di Agrate.

Queste cose erano già state più o meno diffusamente indicate da coloro che hanno partecipato alla discussione sul tema, negli ultimi dieci giorni. Proprio su questa discussione, invece, voglio puntare il dito (consentitemi l’eufemismo). Sono stati spesi fiumi di parole, tutte più o meno di parere convergente, ma con quale effetto pratico? Assolutamente nessuno, neppure la generazione di un movimento di promozione di una qualche forma di iniziativa fisica.
Si tratta, a mio avviso, di un segnale che ridimensiona fortemente il ruolo della blogosfera nel panorama dei media italiani, che la relega ancora una volta al ruolo di “comparsa chiacchierante ed autoreferenziale” (dopo alcuni segnali invece constrastanti raccolti negli ultimi mesi).
Sarebbe forse ora che i rappresentanti storici della blogopalla raccogliessero il già ampiamente ripetuto invito a fare mente locale ed agire di concerto per far fare al mondo dei blog quel salto di qualità che fino ad oggi è evidentemente mancato

Ancora di blog e censura

Day 224: Learn To Shut Your Mouth. La libertà d’espressione è un problema. Lo è sempre stato (ed infatti si è sempre cercato di limitarla) è probabilmente sempre lo sarà, soprattutto per coloro che si trovano a pagare le conseguenze di proprie azioni più o meno giustificate, più o meno lecite. “Libertà d’espressione” significa tante cose: significa potersi esprimere liberamente, significa non mentire; significa avere i mezzi per parlare, significa non essere fazioni o agire con secondi fini; significa documentarsi e documentare. Alle volte significa anche semplicemente esporsi ad un rischio, più o meno evidente: pensiamo a Roberto Saviano, alla libertà di parola (scritta nel suo caso, prima ancora che parlata) pagata con l’assegnazione della scorta, a soli 27 anni.

Da quando i blog hanno messo a disposizione di tutti un mezzo “efficace” per dar luogo alla propria libertà d’espressione, stiamo assistendo a un vero e proprio riemergere del “problema” della libertà d’espressione, con ricorrenti critiche ed azioni da parte di enti di vario genere (avvocati, magistratura, semplici cittadini) più o meno titolati ad emettere sentenze ed eseguire condanne. Lo strumento è potentissimo, ma bisogna ammettere che nella stragrande maggioranza dei casi viene usato (stranamente) con coscienza e senso di responsabilità, cosa che rende ancora più evidenti ed eclatanti le azioni eventualmente prese contro questo genere di media in seguito a denunce per “diffamazione” et simili.

Negli ultimi giorni, i casi sono stati non uno ma due.

  • Nel primo caso (ora censurato dallo stesso autore con motivazioni che spiega decisamente meglio di quanto non possa farlo io), forse meno eclatante, Sergio Sarnari raccontava una poco piacevole storia personale (e piuttosto ben documentata) che tirava in causa la Mosaico Arredamenti, colpevole (se così si può dire) di aver fornito un’assistenza quantomeno scarsa. Tra i commenti del post, si poteva leggere quello di un sedicente amministratore dell’azienda stessa che dichiarava di aver sporto querela per calunnie nei confronti del blogger in questione. La rivolta da parte della blogopalla è stata piuttosto interessante (con una cinquantina di post in poche ore) ed ha dato una discreta visibilità alla faccenda.
  • Il secondo caso invece, certamente più significativo, riguarda un blogger che, dopo aver criticato le capacità politiche di un consigliere comunale, si è trovata questi denunciato per diffamazione e il blog posto sotto sequestro dalle autorità inquirenti di Reggio Calabria. Personalmente non ho avuto modo di leggere questo secondo post, ma porre sotto sequestro l’intero sito web a causa di un post diffamatorio (anche ammettendo che lo sia stato) è come sparare alle mosche col cannone, come chiudere una testata giornalistica per colpa di un pezzo che viene contestato. E’ forse sufficiente che io citi un articolo per testata giornalistica e sporga querela per diffamazione affinché la testata venga chiusa? No. E allora perché questo è possibile con i blog?

L’ipotesi di mettere un bavaglio ad internet (prima ancora che ai blogger) è certamente stata ventilata più volte, pur arenandosi contro barriere tecnologiche e morali, ma con una sensibilità in materia di libertà che và sempre più a rotoli, per quanto tempo ancora potremo continuare a scrivere (con serietà e senso di responsabilità, ovviamente) le nostre idee ed opinioni senza dover temere di incorrere in ingiustificate violeze di questo tipo?

Colgo poi l’occasione per segnalare che il Parlamento Europeo sarebbe in procinto di discutere una mozione che riguarda da vicino proprio il futuro dei blog e dei contenuti generati dagli utenti. A segnalare la notizia è Luca Conti dalle pagine di Nòva100. Il problema che si vuole affrontare è dato dal fatto che i contenuti “non professionali” prodotti dagli utenti e dai blogger farebbero una illecita concorrenza ai professionisti del settore: insomma, possono scrivere ed esprimersi solo loro. Come al solito al Parlamento Europeo le cose funzionano in modo “leggermente” diverso che in Italia e a tutti è data la possibilità di scrivere e proporre soluzioni e considerazioni direttamente al Parlamento Europeo.
Teniamo comunque sott’occhio la questione, perché potrebbe avere risvolti interessanti…

Plurk o Twitter, è questo il dilemma?

il passero ferito -trilussa-I downtime di Twitter degli ultimi tempi (ad oggi non è ancora tornato disponibile il servizio di messaggistica tramite Jabber) ha cominciato nelle ultime ore a sortire i primi effetti, vale a dire il tentativo di trovare “via alternative” al microblogging. La via che si è maggiormente concretizzata, almeno per quel che riguarda “i vertici” della blogopalla  italica è Plurk.
Il funzionamento del nuovo servizio non è dissimile da quello di Twitter, ma l’interfaccia e l’interazione con l’utente lo sono piuttosto pesantemente: quasi interamente basato su Ajax infatti, Plurk consente il tracking di eventuali “thread”, l’aggiornamento automatico della timeline e via dicendo (anche se non ho trovato, paradossalmente, uno strumento di ricerca comodo dei “friends”).

La mia considerazione su questo “nuovo servizio” non è esattamente positiva, per una paio di ragioni che vado ad elencare.

  1. Mi sfugge (tuttora) l’utilità del nanoblogging. Twitter è stato la bandiera di questo genere di comunicazione per molto tempo (e da questo punto di vista Plurk non è differente) e ben viene sintetizzata la sua utilità dalla battuta che formulò qualcuno non troppo tempo fà: “non sei nessuno se non hai mai scritto su twitter di essere al cesso”. La mia impressione è che il nanoblogging rappresenti l’estrema perversione comunicazionale di una certa categoria di blogger. Twitter genera per sua natura una certa involuzione, in quanto mette in comunicazione costante un (seppur ridottamente) ristretto nucleo di persone, escludendo de facto (anche se non volontariamente) gli altri. Mi è capitato svariate volte che qualcuno mi chiedesse “ma come, non hai letto su Twitter?” e di dover trattenere male parole a bruciapelo.
  2. Secondariamente, mi lascia piuttosto perplessa la scelta di Plurk a livello di interfaccia: Twitter con la sua interfaccia estremamente semplice (un campo di testo ed una timeline), forniva una via d’accesso al nanoblogging sorprendentemente efficace. Centoquaranta caratteri, terza persona, invio e il gioco é fatto.
    La complessità e la quantità di funzioni che invece Plurk offre, che potranno forse divertire qualcuno, allontanano paradossalmente l’utente dalla reale utilità del servizio, l’invio del “nanomessaggio”. Ci si perde tra i thread, il selettore della tipologia del messaggio, gli update, la timeline scorrevole e via dicendo, perdendo (secondo me) di vista il contenuto del messaggio da inviare.

Sintetizzando: se non ero convinto dell’utilità di Twitter se non come gioco perverso dei blogger (del quale non nascondo di far, seppur sporadicamente, uso anche io, intendiamoci), lo sono ancora meno di Plurk, che segue secondo me una via sbagliata che conduce all’eccellenza dell’interfaccia a discapito della reale comunicazione.

Mi sbaglierò…

Blogsfera: un passo indietro?

Sunset in Kenya Durante l’emergenza delle violenze in Myanmar, la blogsfera italiana si erse a paladina dell’informazione, con post ed approfondimenti, addirittura mobilitandosi con una serie di iniziative a sostegno dei cittadini birmani.
Sono passati un paio di mesi scarsi da quei tragici eventi, è già i blogger italiani sembrano aver fatto un deciso passo indietro, ripiombando nella quotidiana (e spesso polemica) routine.

Ci siamo già dimenticati del Myanmar, dove le violenze ed i soprusi non sono cessati, pur essendo oggi raccolti nel silenzio mediatico (e non è proprio a questo che, idealmente, i blogger dovrebbero sopperire?), mentre pochi o pochissimi scrivono della strage che sta avvenendo in Kenya, dove non solo gli elicotteri (notizia di oggi) sparano sulla folla, ma pare che le violenze siano in realtà stragi politicamente pianificate, al punto che si parla di compensi in denaro per bruciare case o uccidere civili: il risalto che quest’ultima abominevole notizia ha avuto in Italia è piuttosto scarso, e sulla blogsfera ancora peggio.

Questa non vuole essere una polemica “contro qualcosa o qualcuno”, ma solo il tentativo di comprendere quali dinamiche spingono i blogger (italiani e non) a muoversi con ardore in certi casi ed a farsi scivolare addosso le cose in altri.

Piccola riflessione sul (questo) blog

Wordpress Avevo da qualche giorno “coda di lettura” questo post del prof. Fuggetta, sempre fonte di interessanti spunti di riflessione, più o meno “bloggati”. In questo caso in particolare, Fuggetta da la propria opinione sulla natura del blog (che condivido) e mi offre il destro per una piccola riflessione su questo blog.

Nato come un esperimento (avevo cominciato a postare qualche riflessione su Persone, poi cercavo qualcosa di più “mio”), con il passare del tempo si è completamente snaturato, diventanto qualcosa di diverso (e forse nemmeno voluto) con cui oggi mi trovo a convivere.
Questo blog non è più, ne prendo atto, un diario personale, un posto dove “raccontare” i fatti miei con il puro obiettivo di doverli rianalizzare scrivendoli, di fatto razionalizzandoli. Una traccia di questa sua natura “primordiale” rimane ancora oggi, senza dubbio: numerosi post parlano di vicende che mi vedono coinvolto in prima persona, e tutti i post rappresentano comunque una mia opinione su qualche argomento (dalla politica, all’economia, all’informatica), ma il prendere coscienza dei numeri (pur non particolarmente significativi) di lettori che questo blog ha, non può in qualche modo non condizionare gli argomenti dei post ed i modi con cui vengono trattati. Inizialmente non è stata nemmeno una scelta cosciente, e non ha certo (ci tengo a dirlo) come obiettivo il mantenimento o l’aumento dei lettori: la cosa mi interessa piuttosto poco (anche se tengo qualche dato statistico monitorato in vari modi). Si tratta forse più che altro di una questione di rispetto, di risposta alla stima ed alla fiducia che mi vengono segnalate dalle persone che mi leggono su queste pagine e poi mi contattano in altre occasioni.  E’ in ogni caso un’analisi difficile da fare, che rapidamente si tramuta in una introspezione alla quale in questo momento non voglio sottopormi coscentemente.

Tornando al post di Fuggetta, condivido con lui due punti in particolare. Da un lato, la natura “personale” e “sociale” del blog: un blog non è di per se un meccanismo di stampa alternativa, perché rimane prettamente personale (altrimenti diventa una testata giornalistica, consentitemi). Il blog può diventare parte di una “stampa alternativa” se preso nel suo senso lato, nell’insieme dei blog che esistono su internet, per cui molte notizie si trovano ad essere affrontate in un modo o in un altro, con un’opinione o il suo contrario, su vari blog, consentendo al lettore la materia informativa di base per formarsi una propria opinione.
L’altro aspetto che condivido (e che ha poi dato origine alla breve riflessione di qui sopra), è quello della natura duale del blog: il valore che ha per chi scrive, ed il valore che ha per chi legge. Per sua natura, il blog ha soprattutto valore per chi scrive (e credo che sia ancora cosi per questo), e poi va eventualmente assumendo del valore per chi legge, per chi reputa le informazioni che vi trova di un qualche valore.
Essendo essenzialmente un fruitore del mezzo (per numeri) anche io, posso dire che mi è capitato spesso di iniziare a seguire un blog dopo avervi trovato qualcosa di particolarmente interessante o significativo, ed aver poi smesso a fronte di una riduzione dell’interesse per l’argomento, o per cause più traumatiche difficili da spiegare in poche righe.
Da scrittore, il valore di un blog è più difficile de spiagare: il blog è un posto dove poter scrivere in libertà, dove riflettere, dove (si) dar libero sfogo alla umana necessità di comunicare. Non è (almeno non al momento, per quel che m riguarda) un posto dove condividere riflessioni con altre persone (perché di fatto non ho un numero di commenti sufficiente a rendere reale questa possibilità), ma mi rendo conto che potrebbe diventarlo.

Una bella serata

purple+yellow Ieri sera ero una delle 80 persone (dico ottanta!) che hanno partecipato alla CenaLunga organizzata Giovy (al quale vanno i miei ringraziamenti per lo sbattimento ed i complimenti per la riuscita dell’evento) al termine dell’incontro con Chris Anderson, autore del libro “The Long Tail” e editor-in-chief di Wired.

Erano presenti, tra gli altri, volti noti e familiari Lele, Susan, Stefano, Giovanni, Elena, Matteo, Adriano, Sara. E’ stata inoltre una buona occasione per incrociare alcuni degli altri “personaggi importanti” della blogsfera italiana a me sconosciuti, da Fullo a Dadda, passando Beggi, Dainesi (sono stordito…) o lo stesso Giovy, che non avevo mai incontrato di persona.

La pizza era ottima (il che non guasta), la birra buona, il locale carino… che si può chiedere di più da una bella serata “social”, se non che faccia un po’ meno freddo? 🙂

Skypephone: si comincia a fare luce

291020071005 Sullo skypephone é nata, in questi giorni, una vera e propria tempesta; a partire dal blog di Francesco Minciotti, la notizia è stata ripresa in tutte le salse, con opinioni anche drasticamente differenti. Anche io ho contribuito, nel mio piccolo, cercando di essere il più chiaro possibile, sia su queste pagine, sia tra i commenti fatti agli altri post. Mi sono persino trovato “invischiato” nel critico post di Roberto Dadda il quale, dopo aver riportato l’elenco dei blog segnalati da BlogBabel per questo argomento, ha esposto una interessante (e condivisibile, con qualche necessaria precisazione) opinione relativa alla potenza del mezzo del blog, che non è probabilmente ancora oggi capita fino in fondo.

In ogni caso, la discussione ha seguito il suo corso, andando un po’ alla volta delineando una “verità” condivisa. L’offerta di Tre non è una truffa. Su questo dobbiamo (tutti) essere estremamente precisi; è incompleta, probabilmente, potrebbe essere espressa meglio, ha avuto problemi di comunicazione a diversi livelli, ma non è una truffa. Lo stesso Francesco Minciotti, in un secondo post sull’argomento, fa il punto della situazione anche alla luce di ulteriori dati emersi in questi due giorni: chiede inoltre che si dia la massima visibilità a questo secondo intervento, in quanto completa ed integra le informazioni riportate nel primo post. Condivido ed apprezzo questo gesto, perché l’integrazione e la correzione delle notizie sbagliate (o incomplete, naturalmente) è un qualcosa che anche i mass media tradizionali a volte dimenticano.

In sostanza, comunque, molti dei punti sollevati da Francesco (e che io avevo qui riportato), sono stati chiariti.

  • Soprattutto la questione dei prezzi è andata definendosi: esistono diverse modalità di acquisto dello Skypephone, che però non erano state rese note contemporaneamente, portando i negozianti ad offrire il prodotto ad un prezzo (dal valore assoluto) sensibilmente più elevato di quanto non apparisse invece sui banner pubblicitari. Non mi dilungherò oltre sulla questione dei costi, perché molti ne stanno già parlando più che sufficientemente e non è quindi necessario un ulteriore copia dell’offerta (che in ogni caso trovate riportata e spiegata sui post precedentemente linkati).
  • E’ stato apparentemente chiarito anche il dubbio delle 10 ore di chiamate, le quali sarebbero chiamate effettive e non quindi ore di traffico UMTS. Skype sarebbe quindi sempre raggiungibile ed “online”, e le 10 ore verrebbero conteggiate sulle chiamate realmente effettuate. Sarà importante che Tre chiarisca con molta efficacia come queste ore non siano comulabili (o almeno cosi mi è parso di capire) per non dare adito ad ulteriori (inutili) rimostranze.
  • Anche la questione delle spese di disattivazione sembrerebbe essere chiarita, o quasi: i costi sono infatti riportati sui contratti (di cui Francesco Minciotti ha reperito una copia online, ed è in attesa di verificare che sia uguale a quella che viene allegata alla vendita dello Skypephone) e sono assolutamente ragionevoli. Ha un senso che un telefonino in comodato d’uso gratuito venga ripagato dall’utente nel caso di disdetta anticipata del contratto proporzionalmente ai mesi di contratto rimanenti.
    A mio parere rimane da verificare la compatibilità con il decreto Bersani precedentemente citato, per capire se questi costi sono assimilabili alle penali di cui la legge parla (ma immagino di no).
  • Quello che rimane ancora da verificare (almeno per quel che sono riuscito a capire io) è l’evolversi dei contratti nel tempo, o per lo meno di quelli che prevedono il comodato d’uso, che specificano l’offerta valida da febbraio 2008 a dicembre 2008, ma non danno informazioni sui costi contrattuali (quelli relativi alla parte di Skype, perchè per quel che riguarda la fonia si rimane all’interno dei piani tariffari sottoscritti) precedenti il febbraio 2008 (gli skypefonini sono già in vendita) e da gennaio 2009. Su questo punto, non si può che attendere una conferma ed un chiarimento da parte di Tre.

A Francesco Minciotti rimane il disgusto per la telefonata (da lui fatta e da più fonti ripresa in seguito) con la “responsabile gestione punti vendita 3 “, a me la considerazione negativa di un mondo (non solo quello della telefonia) in cui i contratti si fanno senza troppe riflessioni, senza cercare di essere chiari nei confronti dei clienti. Questo è forse dettato dalla strenua concorrenza, dal dover abbassare (o fingere di farlo) i costi all’osso e vale certamente per tutti gli operatori; quello che però secondo me non viene valutato, è la ricaduta a livello di immagine che un’azienda seria potrebbe avere cominciando a proporre contratti trasparenti. Tre avrebbe questa ottima possibilità offertagli dalla blogsfera: vedremo se sarà in grado di cogliere la palla al balzo, o se rimarrà trincerata dietro il rumoroso silenzio ufficiale che ha caratterizzato questi giorni di dibattito.