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Viva le primarie

Bersani

Senzaaggettivi via Flickr

Come spesso capita, non sono proprio “sul pezzo” per quanto riguarda la questione delle dichiarazioni di Bersani di qualche giorno fa, che vorrebbero il Segretario intenzionato a concludere l’esperienza delle primarie. Per questo cercherò di essere non breve, di più.
Ci tengo però a dire ad alta voce che sono profondamente contrario a questa ipotesi, come per altro altri esponenti del Partito, ben più titolati hanno avuto modo di affermare prima di me.

Il motivo è presto detto: l’istituto delle Primarie è al momento non solo una delle grandi novità democratiche e partecipative che legano il PD alla sua base ed attraggono la cittadinanza facendola finalmente sentire “partecipe” delle scelte (che per altro sono ulteriormente limitate da questa infame legge elettorale), ma rappresenta anche uno degli strumenti di unità e democrazia che consentono di tenere insieme un partito che altrimenti andrebbe (a mio avviso) rapidamente allo sfascio.

Sono convinto che se il Partito Democratico vuole diventare davvero un partito di maggioranza e tornare al governo, ciò non possa prescindere da due fattori fondamentali: dibattito e primarie. In sintesi: partecipazione.

PD: ritorno a nuova vita?

Il Partito Democratico torna a nuova vita. Lo fa “in sordina” (come prevedibile, forse), ma i segnali ci sono e sono positivi, cominciando dalla presenza del segretario Bersani ad AnnoZero (Berlusconi non c’è mai andato, che io sappia). Si tratta di per se di un atto coraggioso: esporsi alle critiche di cinque giornalisti (e non parliamo di Minzolini, ma di gente come Travaglio…), in una fase politica e partitica delicata come quella che il Partito Democratico sta attraversando, non è certo cosa semplice. Ad AnnoZero, Bersani ha saputo uscire a testa alta: persino lo stesso Travaglio, solitamente critico, in un post di questa mattina ne lodava il coraggio (sebbene con il suo stile caratteristico).
Bersani ha rivendicato la politica di opposizione del Partito, portando azioni concrete condotte soprattutto nell’ultimo periodo (e non solo le solite parole d’intento): ha rivendicato la sconfitta del Governo sulla questione dell’arbitrato (importantissima, ha ragione Bersani), le proposte fatte sul tema del lavoro e sistematicamente respinte del Parlamento e via discorrendo.
Bersani si è arrabbiato, infervorato (sempre senza nascondere i limiti di questo Partito), a tratti emozionato: si vede che ci tiene, e la passione è (e non può essere altrimenti) alla base di qualsiasi azione efficace politica.

Questa apparizione televisiva di Bersani prosegue nel solco cominciato con la campagna per le “10 parole chiave per il 2011”. Ne ho lette di tutti i colori contro q1uesta iniziativa, e mi sono chiesto ogni volta quanto costruttivo possa essere criticare a spron battuto una (prima, naturalmente) iniziativa costruttiva ed orizzontale come quella che il Partito Democratico sta portando in campo, a tratti “rivoluzionaria”, quasi quanto lo fu l’istituzione delle primarie (per quanto poi poco praticata sia stata).
Fatemi capire: prima li si critica perché non parlano, non si oppongono, non discutono; poi li si critica perché parlano, perché discutono? Mi sembra un atteggiamento molto tafazziano, fino a pochi giorni fa avrei detto quasi “piddino”.
Invece no: osservo dall’interno il Partito Democratico da alcuni mesi. Ci ho trovato gente motivata, che ci crede, giovani e non. Ci ho trovato interesse, passione, cultura, arrabbiature. Ci ho trovato naturalmente correnti, scissioni, cose che non funzionano, opinioni divergenti. Ma ultimamente ci ho trovato un barlume di luce, una presa di coscienza dei limiti e un’assunzione di responsabilità (da parte di tutti, dalla base alla dirigenza) per comprendere questi limiti e superarli. Superando feroci divisioni interne, il Partito si sta persino schierando apertamente in favore dell’acqua pubblica, partecipando (dove possibile) e sostenendo la campagna di raccolta firme per il referendum, nonostante questo vada poi ad eliminare articoli che proprio il Governo Prodi aveva presentato (e che sono poi il motivo per cui Italia Dei Valori presenta una sua campagna referendaria separata ed incompatibile con il Forum…).

L’atteggiamento è (finalmente) quello buono, il punto di partenza è quello che ci si può permettere, per quanto poco esaltante possa essere.
Il Partito Democratico chiede fiducia: sinistra italiana, siamo pronti a dargliela?

And the winner is…

Schede elettorali

Ivan Marcialis via Flickr

Bene, dopo una giornata di “silenzio riflessivo”, tormentato dalle (mie) valutazioni contraddittorie e stordito dalle tante (troppe) informazioni di questa tornata elettorale (la prima vista “dall’interno”, come segretario di seggio per la precisione), arrivo a proporre la mia ormai usuale serie di cazzate considerazioni sui risultati.

Cominciamo con il dire che il vero vincitore di queste elezioni è il partito del non voto, che sale fino ad un 35% abbondante. Un segnale che da ogni parte (tranne da quelli che si stanno definendo a destra ed a manca come “i vincitori”) viene segnalato come “estremamente preoccupante”, ma considerando che è “saltato” un altro punto percentuale rispetto al giugno 2009 (ed anche allora lo si definì “preoccupante”), direi che non cambierà granché e presto mi ritroverò da solo a votare e questo risolverà (garantisco io :P) moltissimi problemi.

Al secondo posto, tra i vincitori, troviamo indubbiamente la Lega Nord, ad ulteriore conferma che prendere gli italiani per “lo stomaco”, diffondendo demagogia, paura ed incertezza rende, e rende parecchio: i “Lumbard” (anche se da oggi dovremmo dire “venesiàn”) guadagnano altri due punti percentuale secchi rispetto all’ultima tornata elettorale che già aveva visto un loro importante balzo in avanti.
La Lega diventa il primo partito in Veneto, massacrando letteralmente il proprio alleato (il PDL) al quale affibbia un cocente 11% di distacco, mica noccioline. La vittoria la ottiene soprattutto al Nord (prevedibilmente, anche se avanza anche al centro, nelle poche regioni dove si è presentata) e soprattutto nelle valli: in città infatti (Milano, Venezia…) non solo non sfonda, ma tende a vincere la coalizione opposta.

L’unico altro partito, dopo la Lega, a guadagnare voti è (non sorprendentemente, visto che l’ultima volta non c’erano) il Movimento 5 Stelle. Il valore nazionale del 1,77% non rende onore al “prodigioso” risultato elettorale dei “grillini”, in quanto diluito dalle numerose regioni dove il partito non si è presentato. Per rendere un’idea di ciò che da oggi Grillo ed i suoi rappresenteranno sul panorama politico italiano, vanno citate Emilia Romagna (7,0%) Piemonte (un 4.07% che tanto comodo avrebbe fatto a Mercedes Bresso), Veneto (3,15%) ed un significativo 3% nella popolosa Lombardia; solo in Campania il dato è più basso, attorno al 1,3%. In merito, ho sentito parlare di “voto di protesta”: direi che possiamo considerare una percentuale di “protesta” un po’ troppo elevata per dare adito a questa affermazione. Credo piuttosto che Grillo, con la sua semplicità ed il contatto con il popolo che riesce a raggiungere (internet è una realtà, in Italia, ma resta pur sempre una nicchia), con le liste costruite dal basso, ha incarnato un sincero moto partecipativo che altri partiti non hanno saputo raccogliere; probabilmente hanno ragione nel dire che sono altri punti strappati all’astensione.

Forse a pagare leggermente il prezzo della discesa in campo di Beppe Grillo è stata l’Italia dei Valori, che parzialmente aveva “sopperito” alla sua mancanza negli ultimi anni. Il calo è però piuttosto contenuto, un -0,8% che potrebbe avere spiegazioni diverse e conferma in ogni caso il più che buon risultato conseguito a giugno (quando era una delle grandi “rivelazioni elettorali”). Con il suo 7,2%, quello di Antonio Di Pietro resta il 4° partito italiano, un interlocutore importante (non solo per il Partito Democratico), per quanto fastidioso questo possa essere per Silvio Berlusconi.

Chi invece non era andato granché bene a giugno e perde un altro punto percentuale secco, è l’UDC di Casini. La strategia del “triplo forno” (alleanze con il Pdl, con il Pd o la corsa da soli a seconda della regione) apparentemente non ha pagato come forse avevano sperato, e dal 6,5% delle ultime elezioni scendono al 5.5%. Ancora in quota “sbarramento”, ma con la spia rossa dell’allarme sul “acceso fisso”: se non voglio sparire urge trovare una soluzione. E non sarà quella di allearsi con gli ex-pd (ed ex-Margherita) come la Binetti (che candidata dall’UDC in Umbria ha preso una batosta memorabile) o Rutelli (“Alleanza per l’Italia” si ferma ad un ben misero 0,58% che la relega alla voce “Altri” di molti tabelloni).

Perdono voti, seppure in modo meno pesante, anche i partiti di sinistra: Rifondazione, alleata con i Comunisti Italiani a formare la Federazione della Sinistra, scende dal 3,4 al 2,9%, mentre Sinistra Ecologia e Libertà (ciò che resta della Sinistra e Libertà delle ultime elezioni dopo l’uscita dei Verdi) riesce a contenere in un misero 0,1% il declino di preferenze. Con i Verdi (che valgono lo 0,6% nazionale), sarebbero ora vicini ad un più concreto, sebbene poco appagante, 4,0%. In totale, l’area alla sinistra del PD varrebbe ad oggi più del 7%, se solo riuscissero a trovare la quadratura del cerchio: non poi così distante da quel 12% che facevano segnare ormai alcuni anni fa.

L’estrema destra, dopo il “balzo” de “La Destra” alle ultime elezioni (avevano incassato il 2,2%), torna su dati “ragionevoli”: 0,7% per il partito di Storace e Forza Nuova rimandata a raccogliere briciole. Un dato per lo meno rassicurante.

Veniamo quindi ai due principali (numericamente) partiti italiani. Quello che (paradossalmente) esce meglio da queste elezioni è il Partito Democratico. Percentualmente parlando, infatti, gli elettori del PD restano il 26,1%: l’emorragia di voti che si era verificata nei primi anni di vita del partito sembra essersi arrestata e questo è già, di per se, un dato positivo. Soprattutto considerando che solo qualche tempo fa si cercava di capire cosa potessero incedere le fuoriuscite di tutta una serie di personaggi che in seguito all’elezione di Bersani segretario avevano deciso di fare valige e “migrare al centro” (vedi alla voce “Rutelli” prima e “Binetti” poi); ora lo sappiamo, fondamentalmente nulla.
Le voci di una sconfitta del Partito vengono essenzialmente dalla Destra, che cerca di far passare il messaggio che vincere in 7 regioni su 13 è una sconfitta, in quanto se ne perdono 4 prima governate; non v’è alcun dubbio che non si tratti di una vittoria, ma dobbiamo assolutamente ricordare che il precedente dato di 11 contro 2 era emblema di un periodo politico piuttosto particolare, preludio della vittoria elettorale di 5 anni fa. Nel frattempo molte cose sono cambiate, ma soprattutto le elezioni Regionali non sono (a differenza delle comunali) tornate in cui conta particolarmente il “radicamento sul territorio”, ma da questo punto di vista più simili alle Politiche quindi il confronto andrebbe fatto con le ultime Politiche. A livello comunale, infatti, il PD non sta sfigurando (gli scrutini sono ancora in corso e molti andranno al ballottaggio, come al solito). Se il calcolo delle regioni perse e vinte si fosse fatto sulla base dei dati delle ultime Europee, il PD ne avrebbe prese solo 4. E parliamo di sconfitta? Come dopo ogni elezione che non sia una chiara vittoria, naturalmente, ora si chiede la testa di qualcuno: il fatto è forse è che Bersani non è ancora riuscito a dare quella svolta netta che qualcuno si attendeva; la “approfondita riflessione” che tutti ora vanno chiedendo, io la sollecito ormai da diversi anni: è necessario riprendere il contatto con la gente, com’è che altri riescono ed il PD no? “La strada è lunga” dice a ragione Bersani, il non aver perso ulteriori voti dopo le “debacle” degli ultimi appuntamenti elettorali è già un primo segnale. Guardiamo avanti.

Ultimo tra i partiti (perché è quello che ha perso più voti), il Popolo della Libertà. Sia chiaro (perché qualcuno lo penserà), niente di personale, in questo caso parlano i numeri: alle ultime Politiche il partito di Berlusconi aveva il 35,3%, oggi incassa un amaro 26,7, al quale si possono aggiungere un 3-4 punti dovuti alla mancata presenza della lista a Roma (punti che sono quindi andati ad “altre liste del centrodestra”). Ciò detto, il Pdl perde per lo meno 5 voti su 100, che mi sembra un dato tutt’altro che positivo. Ora, per altro, la Lega si fa decisamente più “ingombrante” come alleata, e può cominciare a pretendere, tenendo il coltello dalla parte del manico, un po’ ciò che gli pare (ricordiamo i piccoli partiti del governo Prodi?). Questa è indubbiamente una situazione pericolosa: lasciare le redini del paese in mano al 12% dell’elettorato non è un segnale positivo. Se poi, come credo, Berlusconi aveva in mente di tornare prossimamente alle urne per un “prolungamento” del suo mandato politico (giusto quanto basta per arrivare alla fine del mandato di Napolitano, ora che i numeri li dovrebbe avere ancora), ora avrà molte più difficoltà politiche: non perché perderebbe le elezioni, ma perché regalerebbe molti senatori e deputati alla Lega…

Per concludere, un pò di gratuito ottimismo: la differenza in termini di voti tra le due coalizioni (Pdl+Lega e Pd+IdV) è di 1 milione 700 mila voti, tutto sommato nemmeno troppi, no? Forza, rimbocchiamoci le maniche…

La vittoria di Vendola non è una sconfitta del PD

Nichi Vendola

Sinistra e Libertà via Flickr

Leggo sui giornali (online e non) che il Partito Democratico esce “sconfitto” dal risultato delle primarie pugliesi, che hanno visto un plebiscito (si parla di un dato finale vicino al 73%) per Nichi Vendola.
Questa visione di quanto accaduto in Puglia ieri mi trova profondamente in disaccordo. Innanzi tutto perché (come ho già avuto modo di dire) ritengo che l’essere capaci di appoggiare un candidato esterno al partito sia un importante segno di maturità. Scegliere un candidato sulla base di valori meritocratici e non sulla base della sfumatura di colore politico che si rappresenta non sarà nelle corde dell’attuale direzione del partito (che si vorrebbe a vocazione maggioritaria ma senza aver chiaro in mente come raggiungere il risultato), ma l’ampia partecipazione alle elezioni primarie (oltre 250.000 persone si sono messe in coda, al freddo, per votare) dimostra come sia invece nelle corde della base, del popolo del Partito Democratico, di coloro che si sentono sempre meno rappresentati da un partito che si voleva nuovo ed innovativo,  ed invece si ritrova oberato da pesanti retaggi e vincoli, diviso in se stesso (prima tra ex partiti, ora tra “mozioni”), incapace di trovare una linea efficace sia in tema di proposte sia nel ruolo di opposizione ad un governo che ormai fa il bello e (soprattutto) cattivo tempo.

Chi esce veramente sconfitto da questo risultato è la “classe politica”: sconfitta prima di tutto perché il “risultato popolare” ha radicalmente sconfessato un’alleanza praticamente già fatta con l’UDC, risultato di una “statica somma di consensi”, visione che sarebbe bene che il Partito Democratico superasse (gli altri facciano un po’ quello che vogliono). Sconfitta poi perché alle primarie si è giunti dopo innumerevoli richieste e tentennamenti, quando ormai si era con l’acqua alla gola (e questo nonostante l’istituzione delle primarie sia sancita addirittura dallo statuto del Partito come un mezzo chiave dell’attività del partito): in altri posti (come la Lombardia) il ricorso alle primarie è stato evitato con determinazione, nonostante avrebbe consentito di dare una maggiore “spinta” a Penati (e ne avrebbe davvero bisogno…).

Ora è importante che il segnale arrivi forte e chiaro alla dirigenza: il popolo del Partito Democratico ha deciso di essere più politicamente coerente del proprio “establishment” e sarà bene che questo si adatti alla nuova condizione democraticamente imposta; Vendola va appoggiato e sostenuto senza eccezioni e con il vigore che serve, perché in Puglia si deve vincere.

Un Partito che si vorrebbe “democratico”

Bossanostra via Flickr

Bossanostra via Flickr

Il Partito Democratico è nato con l’intento di costituire, sul panorama politico italiano, una novità: chi di noi non ricorda lo slogan del lancio, “non un nuovo partito ma un partito nuovo”. Poco dopo la fusione tra Margherita e Democratici di Sinistra che portò alla nascita del partito, il governo allora in carica (Prodi) cadde e il neonato partito, ancora in preda alle “convulsioni da fusione” (che tutt’ora non lo abbandonano, purtroppo), si ritrovò a dover fare opposizione ad un governo che invece fa dell’unità e dell’obbedienza al proprio leader maximo (Silvio Berlusconi) la propria carta principale. Va detto che l’opposizione avrebbe potuto essere fatta meglio, eccome: sarebbe stato necessario alzare di più la voce, mostrarsi più risoluti, evitare di cadere come pere cotte nella tela del ragno (con un cartello con su scritto “dialogo” grande così). Purtroppo a tutt’oggi (con il beneficio del dubbio per Bersani, al quale va dato un minimo di tempo) le spaccature interne al partito (ma anche più banalmente l’organizzazione interna ancora “in divenire”) sono pesanti e profonde al punto da pregiudicarne, su alcuni frangenti, l’azione politica stessa.

E’ però necessario che proprio gli stessi militanti del partito (ed i dirigenti di riflesso) si rendano conto di tutta una serie di contraddizioni che piagano i buoni propositi di pochi anni fa. La più palese di tutte riguarda la “democraticità” del partito stesso: si è ampiamente (e giustamente) condannato, da parte di molti esponenti del Partito Democratico e non solo, la nomina dei parlamentari tramite liste bloccate (meccanismo che tende a rafforzare casta e status quo politico) presente nella legge elettorale con la quale il precedente governo Berlusconi (a fine mandato) aveva cercato di rendere più difficile la probabile vittoria dell’allora opposizione di centro-sinistra guidata da Romano Prodi (al punto che lo stesso leghista Calderoli, firmatario della legge, l’aveva poi definita “una porcata” durante la puntata di Matrix del 16 marzo 2006).
La lodevole (seppur poco “efficace”) opposizione al principio delle liste bloccate si scontra oggi però con le nomine “politiche” interne al partito, che aggirano il democratico meccanismo delle elezioni primarie (non necessariamente allargate a tutti i cittadini, naturalmente) che invece ha caratterizzato l’elezione del segretario nazionale solo poco tempo fa. Esempio lampante è la nomina di Penati come candidato unico del Partito Democratico per le ormai imminenti elezioni regionali: niente naturalmente contro Penati, ma in un partito che si vuole Democratico e vuole ristabilire il contatto con la base, non era proprio possibile far seguire alla candidatura dell’ex presidente della Provincia di Milano (sconfitto alle ultime elezioni provinciali) l’iter delle elezioni primarie, supportando con il riconoscimento “meritocratico” e “popolare” la candidatura. Certo i tempi non sono ampissimi, ma più che “inibire la democrazia”, questo dovrebbe insegnare al Partito la necessità di costruire con più continuità il proprio progetto politico: se è importante (e a mio avviso necessario) passare dalle primarie, non si poteva partire prima?

Purtroppo questa cattiva abitudine è piuttosto diffusa tra i partiti italiani (a destra come al centro ed a sinistra), ma l’intento del Pd non è proprio quello di distinguersi? Da quantomeno fiducia il fatto che il problema è ampiamente riconosciuto dalla base militante del partito, che non dubito si prodigherà (compatibilmente con le altre difficoltà che ne intralciano l’attività politica) per risolverlo…

Come cambierà ora il Partito Democratico?

Pier Luigi Bersani è il nuovo segretario del Partito Democratico. A decretarlo (per una volta) è stato il democratico meccanismo delle elezioni primarie, che hanno visto affluire al voto nel 3 milioni di italiani e sancire l’elezione di Bersani con oltre il 50% delle preferenze, contro il 30% dell’uscente Franceschini e l’ottimo 16% di Marino. Al di la delle percentuali di preferenze ottenute dai singoli candidati, il grande tema del giorno è indubbiamente l’affluenza alle urne. Non che i 3 milioni di cittadini che hanno preso parte al voto non fossero attesi (si prevedevano tra i 2 milioni ed i 2 milioni e mezzo di votanti), ma la conferma dei numeri delle primarie precedenti (quelle di Prodi e Veltroni, per intenderci) dà certamente un’iniezione di fiducia ai militanti. Non si deve però commettere l’errore di scambiare questa affluenza per un’approvazione dell’attuale andamento del partito, anzi… Andrà inoltre approfondita (ed affrontata) la questione della disaffezione dei giovani: pochissimi a detta di tutti quelli che si sono recati alle urne.

Inoltre, questa tornata di primarie dovrà necessariamente sancire l’inizio di una fase di “cambiamento” per il partito. Se così non fosse, dubito fortemente che l’elettorato del Partito Democratico darà nuovamente “carta bianca” alla dirigenza come è capitato in questa occasione. In particolare sarà assolutamente necessario che Bersani conduca il partito sulla via della compattezza politica, dell’individuazione di una linea politica, di valori di riferimento concreti e condivisi, di proposte concrete per portare da un lato il paese a rispondere alla situazione di difficoltà in cui si trova, dall’altro (naturalmente) a vincere le prossime tornate elettorali, a partire dalle regionali di marzo.

  1. La prima cosa che l’elettorato del Partito Democratico chiede a Bersani è di tornare a fare politica efficacemente, risolvendo le divisioni interne che hanno paralizzato l’azione del partito sino ad oggi. Questo non significa (non deve significare!) uniformare le posizioni di tutti gli aderenti al partito o l’imposizione di una linea specifica (la molteplicità di vedute deve essere convertita in un valore aggiunto), bensì utilizzare il dibattito democratico, a partire dai circoli fino ai livelli più alti, sulla scelta delle azioni da intraprendere, chiedendo poi ferma coerenza sulle decisioni democraticamente ottenute. Coloro che non si adegueranno a questa linea, dovranno necessariamente essere allontanati dal partito (ogni riferimento all’ambiente dei teodem in tema di laicità dello stato e diritti è puramente casuale): se si vuole un’opposizione efficace è importante che sia unita e compatta.
  2. Proprio nell’intento di individuare una concreta linea politica, vanno sin da subito affrontati, discussi e chiariti alcuni temi chiave: immigrazione, ecologia, lavoro economia e precariato, laicità dello stato, parità di diritti per tutti, giustizia, scuola e ricerca, conflitto d’interessi, radicamento sul territorio. Nessuno di questi temi deve essere lasciato indietro, perché “fare opposizione” non può significare solo urlare e sbraitare, ma deve concretizzarsi nella proposta di alternative concrete ed efficaci a quelle proposte dal governo.

Buon lavoro allora a Bersani ed a tutti gli attivisti del partito: i prossimi mesi saranno cruciali…

Desistere e combattere?

(kromeboy via Flickr)

(kromeboy via Flickr)

Siamo alle porte delle primarie del Partito Democratico e come ogni vigilia che si rispetti, è occasione per riflessioni ed analisi politiche. La mia posizione politica ormai dovrebbe essere piuttosto chiara, ma credo che stavolta stupirò qualcuno. La mia riflessione muove i passi dalla considerazione che in politica, come del resto in molti altri aspetti della vita, le scelte sono fondamentalmente due: parlare o agire.

Da un lato ci sarebbe la (comoda) possibilità di desistere, accettare l’attuale condizione di minoranza della Sinistra italiana; da questa posizione sarebbe si facile criticare l’operato del resto dello schieramento politico (impossibilitati ad agire, è fin troppo facile, non trovate?).
L’alternativa, l’unica alternativa, è quella di agire. E affinché gli sforzi profusi non vadano dispersi inutilmente, bisogna (volenti o nolenti) portare il maggior numero possibile di persone sulle proprie posizioni. E’ quasi futile a questo punto dire che per arrivare a ciò, si deve necessariamente andare ad agire sulla fetta di elettorato di maggioranza relativa più “vicina” alle proprie posizioni che (nel mio caso) altri non può essere che il Partito Democratico. Piaccia o meno, si tratta dell’unico partito di centro-sinistra in grado di ambire, in condizioni ottimali, ad un ruolo di governo, alla possibilità di trasformare in azioni efficaci idee e proposte.

Oltretutto nel Partito Democratico, a compensare la presenza dei Teodem della Binetti, devono (DEVONO) esserci anche gli elettori dei vecchi DS, che come il sottoscritto vedranno con il fumo negli occhi l’immobilità nella quale le spaccature interne ed il “melange” di correnti incompatibili del PD lo trattengono. Tra gli altri, rincuora la presenza di un politico come Marcello Saponaro, che proprio in questi giorni ha definito ufficialmente la sua adesione al progetto del Partito Democratico.

Lo ammetto candidamente: ho sperato fino a poco fa che qualcuno degli esperimenti di creare qualcosa di concreto a sinistra del PD potesse prendere forma. Ci ho sperato perché ritengo l’attuale PD una scelta strategico-politica profondamente sbagliata, e la penso così da ben prima del congresso che ne sancì la nascita. Purtroppo la sinistra italiana ha avuto la straordinaria abilità di auto-distruggersi a suon di spaccature, dialoghi sterili ed iniziative falsamente condivise, e con il misero 3% di voti che oggi raccoglie non può essere che (dolorosamente) definita un malato terminale.

Ciò detto, non si può ignorare ciò che non va nel Partito Democratico, la profonda inadeguatezza dell’attuale partito all’importante ruolo che gli si vuole assegnare: sarebbe ancora più irresponsabile che rimanere nell’ozio, accettando la sconfitta e la minoranza cronica. Diventa allora imprescindibile intraprendere una strada attiva, che cerchi almeno di correggere quelle evidenti problematiche.

Se bisogna morire, meglio morire combattendo: questa domenica andrò a votare alle primarie (sul chi, tra Bersani e Marino, devo ancora decidere e davvero tra i due ci sono pochi spunti positivi in base ai quali scegliere) e poi valuterò quali altre azioni sono alla mia portata…