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La crisi Greca ci restituisce un’Europa monca

Parlamento Europeo

SordaCadencia via Flickr

Ora che sul fronte degli aiuti alla Grecia comincia ad intravvedersi quella che pare essere la strategia definitiva degli Stati Membri, è forse giunto il momento di fare il punto su come questa difficile fase sia stata gestita e sul cosa avrebbe consentito di affrontarla in modo più efficace. Purtroppo il riquadro che ne emerge è tutto fu0rché lusinghiero, mettendo in risalto alcune gravi lacune che sono state (volontariamente) create nel Sistema Europa e che dovranno vedere un impegno ed uno sforzo notevole da parte degli Stati Membri affinché siano colmate.

  • In primis, c’è sicuramente la questione del ritorno politico: negli ultimi anni l’Unione Europea è stata culturalmente accantonata in molti Stati Membri (tra cui naturalmente anche l’Italia) a giovamento della politica nazionale; gli esponenti principali ed i leader dei vari partiti nazionali si dedicano essenzialmente alla politica locale, mentre al Parlamento Europeo vengono di solito inviati “giovani a farsi le ossa” o “confinati”. L’Europa perde così d’importanza nel comune sentire dei cittadini europei e diviene difficile spiegare ed ottenere consenso su temi comunitari, come a fagiolo gli aiuti economici alla Grecia, ma lo si era visto non molto tempo addietro con i numerosi “no” referendari alla Costituzione Europea (guarda un po’, proprio uno dei paesi che oggi maggiormente si gioverebbe di una presenza Europea più forte è quell’Irlanda che fu tra le prime a rinnegare l’adesione alla Costituzione Europea).
    Proprio in questi ultimissimi anni, possiamo trovare lampanti esempi di come la politica nazionale abbia cercato di svuotare di potere la politica europea, manovra che oggi si è rivelata drammaticamente errata: la conferma di Barroso, l’elezione della Ashton a Ministro degli Esteri europeo, l’affondamento di alcune parti del Trattato di Lisbona; gli Stati Membri hanno cercato un’Unione che non li disturbasse troppo, e ora che invece servirebbe un potere forte, se ne sente la drammatica mancanza.
    Nel caso Grecia, questo si è visto in modo piuttosto marcato da parte della Germania, dove il cancelliere Angela Merkel ha cercato prima di tutto di massimizzare il consenso elettorale (si è votato in questi giorni in alcuni Lander), con l’unico risultato (le elezioni le ha perse) di agire con meno tempestività, efficacia e saggezza di quanto non fosse necessario (e richiesto ad uno stato forte ed importante per l’Europa come quello che la Merkel guida), portando così ad un ulteriore aggravio della crisi, inizialmente tutto fuorché ingestibile. Solo l’intervento del presidente degli Stati Uniti Obama a favore di un comportamento più responsabile ed unitario da parte dell’Europa ha un po’ rimesso il treno sui binari, facendoci giungere alla creazione del mastodontico fondo di garanzia che ieri ha fatto la gioia degli speculatori in borsa.
    Affinché anche le questioni comunitarie tornino ad avere un ritorno politico, è necessario che in Europa si torni a perseguire la “cultura dell’unità“, che sin dalle scuole primarie venga mostrato quanti e quali benefici hanno portato i vari stadi della costituzione dell’Europa Unita quale oggi la conosciamo.
  • Secondariamente ma legata sicuramente alla questione trattata precedentemente, c’è la totale mancanza di strumenti a disposizione del “Governo Europeo” (che, per l’appunto, non esiste) per agire nell’arginare gli effetti della crisi, aiutare la Grecia ed evitare “il contagio”: il fondo di garanzia viene non per nulla istituito dalla BCE, la quale non può che “raccomandare” agli Stati Membri un maggior controllo sui conti pubblici, suggerendo norme di austerità che consentano di superare “indenni” (pagheranno i cittadini, come sempre, visto che si prevede già un ulteriore aumento della disoccupazione) questo periodo difficile. Non ci sono strumenti efficaci per andare a risolvere alla radice le cause della crisi: non si può stimolare la crescita, non si può intervenire a livello comunitario sulle politiche economiche ed industriali e via discorrendo.
    Il tanto denigrato Romano Prodi sta da anni spingendo per la formazione di istituzioni europee che abbiano il potere di incidere sulle politiche degli Stati Membri, ma queste istanze sono sempre state rifiutate in quanto considerate “scomode” ingerenze. Oggi vediamo per la prima volta gli effetti dell’assenza di questi strumenti. Purtroppo affinché si torni sui propri passi e si imbocchi una via più saggia, bisognerà che i politici alla guida dei vari Stati membri si facciano una profonda analisi di coscienza e rinuncino al loro ruolo di prime donne in favore di una maggior presenza dell’Europa unita all’interno della politica nazionale.

Purtroppo se il panorama politico assomiglia anche solo lontanamente a quello italiano, rischiamo che tutto ciò venga rimandato alle calende greche…

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La crisi non esiste

da Repubblica.it

da Repubblica.it

Il PIL a -6% non l’avevo mai visto, in compenso negli ultimi mesi ho visto amici e conoscenti licenziati per problemi economici, io stesso ho cambiato lavoro a causa delle ristrettezze economiche che la “crisi” ha messo in essere. Ci sono problemi di liquidità un po’ ovunque e le banche non concedono prestiti, strangolando letteralmente l’industria. Negli altri stati europei si è investito, tagliato l’IVA, ridotto le tasse, ognuno ha inventato qualcosa per sostenere il mercato, aiutare i cittadini. Il nostro decreto anti-crisi… beh, lasciamo stare.

La cosa che mi fa più impressione non è l’incapacità di chi ci governa di gestire la critica situazione in cui ci troviamo (chi, Tremonti, l’uomo dei condoni??). No. Quello che mi lascia di stucco è che cercando su Google si trovano ancora le dichiarazioni di numerosi esponenti del governo che definiscono “immaginaria” o “inesistente” questa crisi. Si continua a dire (da ormai 8 mesi) che il peggio è passato, che “la crisi non impatterà sull’economia reale”, che la ripresa è iniziata…

Nel frattempo, dopo esserci comprati la parte marcia di Alitalia (tanto i soldi non mancano) e nonostante si paghino le spese di una classe politica che fa volare nani e ballerine a nostre spese sui voli di stato e sulle auto blu, quando anche le compagnie petrolifere alzano (per l’ennesima volta) i prezzi non si riescono a trovare le risorse per calmierare i prezzi ed aiutare coloro che non godono del Lodo Alfano e/o di una poltrona in parlamento…

Ovviamente deve trattarsi di una mia visione parziale del mondo, visto che i nostri edotti connazionali continuano a garantire fiducia incondizionata al Governo… In fin dei conti, quindi, in Italia viviamo bene, e prosperiamo.
E allora viva il Governo, viva l’alta finanza, viva l’estremo libero mercato (Friedman docet)!

Crisi carburanti: è un nuovo shock petrolifero?

Oro nero L’altro giorno, tornando dalle valli bergamasche, ascoltavo il podcast di “On refait le monde“, condotto da Nicolas Poincaré; il tema affrontato, tra gli altri, era quello legato alla crisi del prezzo del petrolio, che comincia a “mordere” anche in Francia. Contemporaneamente, veniva pubblicata la notizia che l’inflazione in Italia è ai massimi da 12 anni, con la stima ISTAT (notoriamente piuttosto produente) che schizza al 3,8% su base annua, spinta da vari prodotti, dalla pasta al pane, dal latte alla frutta, senza dimenticare luce, acqua e gas. In buona parte questi rincari sono riconducibili al problema dell’aumento del costo dei carburanti, a sua volta diretta conseguenza dell’aumento del costo del barile di petrolio.

Un politico francese, in trasmissione, considerava l’ipotesi che ci si trovi di fronte ad un nuovo shock petrolifero, simile a quello che il mondo visse nel ’73. Sebbene le argomentazioni fossero interessanti, l’ipotesi mi lascia piuttosto perplesso, ma non perché mi sembra allarmistica: al contrario mi pare piuttosto riduttivo parlare di shock petrolifero, parlerei invece di un incancrenirsi di una serie di problemi ai quali non si potranno dare, in prospettiva, vere risposte. Cerco di esporre qualche argomentazione a sostegno della mia tesi.

Nel 1973, la crisi fù provocata da un’improvvisa ed inaspettata crisi nell’approvvigionamento di petrolio da parte dei paesi produttori (Opec), sostanzialmente a causa della situazione geopolitica del medioriente. Oggi l’innalzamento dei prezzi è dovuto sostanzialmente alla speculazione selvaggia, prima ancora che al rapporto tra domanda ed offerta: infatti gli stock di petrolio a disposizione dei compratori sono ancora quantitativamente accettabili (pare che gli stoccaggi di terra di diversi impianti produttivi siano colmi al punto di dover ricorrere a stoccaggi galleggianti). Proprio questo aspetto speculativo, pone però le sue radici su un problema reale, legato alle prospettive future sull’uso e consumo dell’oro nero, che fanno dubitare sulla fine di questa odiosa pratica.
Con l’industrializzazione selvaggia della Cina, gli analisti si aspettano che il consumo di petrolio in quell’area del pianeta non faccia che aumentare, nonostante le politiche di prevenzione e riduzione dei consumi che il governo cinese cerca da tempo di mettere in partica (aumento del prezzo del carburante e vari interventi legislativi). Inoltre, in prospettiva, c’è da considerare il prossimo step di industrializzazione dell’India, che storicamente ha un controllo sociale piuttosto ridotto rispetto a quello della Cina, con per contro una popolazione ed un’industria in rapida crescita.
Ad aggiungersi a questa già difficile situazione futura legata essenzialmente all’aumento vertiginoso dei consumi, ci sono da ricordare il costo sempre maggiore dell’estrazione del greggio (sono sempre più rari i giacimenti ricchi e “puliti” da cui estrarre greggio a basso prezzo) ed ovviamente il problema legato all’inquinamento (e quindi al surriscaldamento del Pianeta) sui quali finora si è intervenuti con poca incisività ma che dovrà necessariamente rientrare tra le priorità di quasi tutti i governi nei prossimi anni (soprattutto quelli dei paesi occidentali ed industrializzati): l’uso del petrolio dovrà essere sempre più limitato a quegli ambiti dove non se ne può fare a meno (la produzione di plastiche ad esempio), riducendone il consumo come carburante.

Si tratta purtroppo di una situazione ideale, che non trova riscontri nell’attuazione di politiche ambientaliste da parte dei paesi industrializzati, fatta eccezione per un’adesione (sostanzialmente verbale) al Protocollo di Kyoto, del quale ad oggi non speventano neppure le sanzioni economiche.

Lacrime di coccodrillo

Clemente Mastella

[ Fonte: AGI News ]
“Oggi come oggi, prima di far cadere il governo Prodi, ci penserei sopra due volte, anzi dieci, probabilmente”. Clemente Mastella fa autocritica nell’intervista al contenitore di approfondimento politico, in onda su ‘YouTube’, di Klaus Davi.

L’onorevole Mastella sembra ora fare retromarcia: prima di far cadere (oggi) il governo Prodi, ci penserebbe due, tre, dieci volte. Tralasciando i sospetti che questa dichiarazione fà (ri)nascere, alla luce del rifiuto che il partito “Popolo delle Libertà” ha opposto alla coalizione con il politico campano (al contrario di quanto capitato invece con Dini e Scalera, che nel centrodestra hanno trovato degna accoglienza), Mastella dovrà ora prendere atto delle conseguenze del suo gesto, conseguenze che potrebbero durare anche alcuni anni…

“Grazie ad Internet, che e’ un mezzo diretto, senza mediazioni, mi si offre l’occasione per sfatare alcuni luoghi comuni, alcune demonizzazioni che mi riguardano ma che sono sbagliate. Voglio dare un preciso messaggio – prosegue – quando uno va al tappeto come me puo’ soltanto rialzarsi. Sono al tappeto e lentamente, con un po’ di fatica provo a rialzarmi”

Mi fa decisamente piacere questa presa di coscienza da parte di Mastella riguaro internet. Al di la del tentativo di fare il “pulcino bagnato”, Mastella ha ragione: è andato al tappeto (meritatamente a mio avviso) e ora non può che rialzarsi. Cominci con il fare chiarezza a se stesso ed a liberarsi di una serie di questioni (il fatto di prendere uno stipendio da magistrato ed uno da giornalista, oltre a quello come politico), e sfrutti effettivamente la rete per dialogare, capire, avvicinarsi alla gente ed ai suoi bisogni.

Chissà che non trovi in questo senso la sua strada…

Alla fine, si vota

Le escluse E’ un po’ che non “bloggo” di politica. Non (solo) perché la disillusione verso gli ambienti della politica abbia attanagliato anche il mio (debole) cuoricino, ma anche (soprattutto) perché l’interesse medio del dibattito politico, tra le consultazioni del Presidente Napolitano e quelle di Marini, ha rasentato lo “zero kelvin”:
dx: Elezioni
sx: No
dx: Elezioni!
sx: No!
dx:
sx:

Oggi, finalmente, il verdetto finale: i numeri per formare un governo per le riforme non ci sono, quindi si vota, il 13 e 14 aprile. Onestamente la cosa mi lascia piuttosto indifferente: la legge elettorale fa schifo, andrebbe cambiata, ma se la sono voluta (‘mo pare pure che infondo gli piaccia…) e se la terranno, tanto in ogni caso la stabilità di una coalizione di governo “pro Berlusconi” non sarebbe dissimile da quella che sosteneva il governo Prodi fino a questa mattina.
Inoltre, andare a votare impedirà di attuare la porcata che qualche politico aveva in mente: reintrodurre il fantasma della Democrazia Cristiana sotto le mentite spoglie delle “larghe intese per le riforme”. Su questo punto devo ringraziare Romano Prodi, che a costo di complicare il dialogo politico ha portato la crisi di governo in Parlamento, rendendola di fatto ufficiale.

Nel frattempo, assistiamo forse alla prima “mezza marcia indietro” di Veltroni, che al Corriere afferma si che il Partito Democratico è intenzionato a “correre da solo”, come aveva annunciato qualche tempo addietro (sollevando non poche critiche), ma solo al Senato. La cosa divertente è che Casini, durante una puntata di Porta a Porta di qualche tempo fà, aveva già dato questa anticipazione, parlando di non meglio identificati “uccellini spifferatori”. L’esponente del Partito Democratico presente in studio (di cui non ricordo, come al solito, il nome), aveva vagamente negato senza negare, con i soliti giri di parole che usano fare i politici quando sono colti in fallo. Avanti di questo passo, non arriviamo a metà campagna elettorale che siamo di nuovo punto e a capo, “uniti contro Silvio”.

Non abbiamo imparato nulla nemmeno stavolta… 

Prodi in Senato

DSCN1205.JPGTrovo solo ora il tempo di scrivere questo post (e ho meno di 10 minuti di tempo per finirlo, prima di tornare nel vortice che questa giornata si è rivelata essere), ma ci tengo a scrivere due parole prima che i Senatori della Repubblica esprimano il loro voto. Romano Prodi infatti ha da pochi minuti terminato un pesante discorso in aula, dove al momento seguono le dichiarazioni di voto relative alla fiducia che il Presidente del Consiglio ha chiesto, dopo l’apertura della crisi da parte dell’Udeur del senatore Mastella.Innanzi tutto, onore a Prodi: ha dimostrato e sta dimostrando, comunque vada il voto di oggi, di essere un leone, di battersi per fare bene, con integrità morale e rispetto per la costituzione, l’unico in grado di mediare in una maggioranza di questo tipo, forse davvero l’unico in grado, ad oggi, di tenere insieme un Governo che non faccia demagogia spicciola ma che cerchi davvero di cambiare (sebbene a piccoli passi) questo paese in qualcosa di meglio.

Ha fatto bene Prodi ad andare in Senato: prima di tutto perché è giusto che la crisi si apra dai banchi del Parlamento e non sulle comode poltrone di Porta a Porta, secondariamente perché ognuno si assuma la responsabilità delle proprie azioni. Niente governo pastrocchio istituzionale, niente porcate: o questo Governo, eletto dagli italiani (e qui potremmo aprire un capitolo a parte, e non lo farò, non ora), oppure elezioni anticipate. Non ci sono, dal mio punto di vista, altre scelte accettabili.

Voglio proprio vedere Dini, Mastella e compagnia cantante andare a chiedere voti agli italiani, dopo quello che hanno fatto, senza portarsi sulla demagogia più infamante che le destre hanno eletto a proprio modello di azione politica.

Adesso si voti, in Senato; si smetta di contare voti. Che cada il Governo Prodi. Perché se non cadesse potrebbe essere ancora peggio: che senso avrebbe cercare di portare avanti un Governo zoppo, che incassa la fiducia al Senato perché un paio di senatori hanno deciso di astenersi? No, niente schifezze di questo tipo, andiamo in fondo. Si affondi questo Governo e si dia nuovamente parola agli elettori: voglio proprio vederlo il PD che corre da solo, voglio proprio vedere che coalizione metteranno insieme le Destre per tentare la vittoria: Fini, Berlusconi e Casini, dopo quello che si sono detti negli ultimi mesi, correranno davvero insieme? Sarebbe solo l’ennesima conferma della pochezza di valori che si trovano a condividere…

Condivido con molti altri, a sinistra, la necessità che si faccia un passo avanti rispetto al puro antagonismo a Berlusconi, sul quale è stata basata l’azione politica di tutta la coalizione per anni, riducendo in brandelli quel poco di buono che vi restava. Non per questo però si deve dimenticare quello che l’ultimo governo Berlusconi è stato, proseguendo allo stesso modo anche nell’attuale opposizione: la politica di quella coalizione è basata sulla pura e semplice demagogia, sfruttamento della paura e della repressione allo scopo di raccogliere un immediato, quanto effimero consenso politico. Ci hanno portato ad entrare in guerra contro uno stato sovrano (l’Iraq) sulla base di “prove” che un importante alleato dava per certe, e che sarebbe bastato informarsi anche solo minimamente per vedere rapidamente confutate. Anche nel momento in cui l’errore è stato palese, nel momento in cui l’orrore della guerra è divenuto visibile a tutti, il Governo Berlusconi ha ritenuto più importante promulgare leggi “ad personas” per se e per i propri vicini, “condoni” per tentare di non affondare completamente un’economia condotta in modo dissennato, e nel momento in cui era palese l’imminente sconfitta alle urne, affidare ad un “avvelenatore di pozzi” l’incarico di minare il territorio della ritirata in vista della venuta di un nuovo governo con una legge elettorale suicida (per il Paese) che ora si cerca di cambiare in tutta fretta, ora che invece vi è la possibilità di una vittoria (grazie alla facile demagogia di qui sopra). Nel contempo, abbiamo vissuto anni di campagna elettorale continua, in cui Berlusconi ed i suoi hanno costantemente tentato di alzare i toni dello scontro, dividendo il parlamento in due lontanissime coalizioni, incapaci di qualsiasi forma di dialogo, e mettendo in pratica una “strategia dell’ostruzionismo”, votando contro il Governo attuale indipendentemente dalla bontà delle iniziative proposte, arrivando a minacciare i propri deputati e senatori per farli votare come da “ordini di scuderia”.

Spero che gli italiani non abbiano dimenticato tutto questo, e che con quel poco di barlume di ragione che ancora (spero) resta si rendano conto di quanto questo Governo abbia fatto in questi due anni scarsi, e di quanto ancora sarebbe da fare nei prossimi tre.

Avanti popolo: non è poi così scontato perdere le elezioni…

Dove sono finiti i DS?

Oak leaf | Foglia di querciaC’era una volta un partito di sinistra che si chiamava “Democratici di sinistra”. I valori su cui si fondava, erano chiaramente descritti nello statuto:

Costituiti sul convergere di differenti tendenze culturali e politiche che si rifanno ai valori democratici e antifascisti fondativi della Repubblica italiana, al pensiero socialista – nella pluralità delle esperienze storiche riconducibili alla tradizione democratica e riformista del PCI, del PSI e del movimento operaio italiano –, al pensiero laico e repubblicano, al pensiero cristiano sociale, al pensiero ecologista, aperti all’incontro con culture e movimenti che hanno messo al centro della loro azione i diritti umani e il valore delle differenze, il personalismo comunitario e la salvaguardia dell’ambiente, i Democratici di Sinistra assumono queste tendenze consapevoli della necessità della loro continua rielaborazione a confronto con le sfide della modernizzazione e del mondo che cambia e si uniscono per contribuire alla costruzione di una società aperta e plurale, libera e solidale, giusta e sicura.

Il suo ultimo segretario, Piero Fassino, li ha guidati verso la fusione con un altro partito (dimensionalmente parlando alquanto inferiore), “La Margherita”, centrista e profondamente legato alla Chiesa.

Ora esiste il Partito Democratico, profondamente centrista, legato alla Chiesa, disposto persino a “correre da solo” alle elezioni, o disposto ad un “governo istituzionale” che consenta di uscire da questa crisi di governo e coinvolga l’UDC e (forse) Forza Italia, la bandiera del populismo più becero, che si fa largo (insieme a tutta la sua coalizione) a suon di menzogne, come hanno abbondantemente dimostrato oggi in Parlamento. Un partito, il PD, che rinnega di fatto molti dei valori sui quali si fondavano i Democratici di Sinistra.

Si era detto che i Democratici di Sinistra non sarebbero “morti”. Che il Partito Democratico sarebbe rientrato nelle forze socialiste d’europa. Cosi non è, quindi i Democratici di Sinistra devono essere altrove.

Dove? Davvero tutti gli elettori che erano parte dei Democratici di Sinistra oggi si ritrovano in quello che il Partito Democratico sta facendo?