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15 dicembre 2010: scenario.

Parlamento

agenziami via Flickr

La data del 14 dicembre si avvicina a gran velocità e vorrei mettere a fattor comune con tutti voi due scenari che secondo il mio modesto parere potremmo trovarci ad affrontare il giorno seguente il voto di fiducia. Naturalmente i commenti sono aperti proprio per consentire il dibattito su queste due ipotesi, che non essendo suffragate da altro che non dalle mie personali impressioni, non troveranno necessariamente l’accordo di voi lettori.

Se passa la mozione di sfiducia, la palla torna in mano a Napolitano. E’ dovere del Capo dello Stato (istituzionale prima che morale, di responsabilità) verificare l’esistenza di una maggioranza alternativa in Parlamento; vorrei a questo proposito ricordare che il popolo italiano elegge i Parlamentari, non il Capo del Governo (anche se forse questa abominevole legge elettorale che impedisce l’elezione diretta dei componenti del Parlamento ce lo sta facendo dimenticare), e pertanto la ricerca di una nuova maggioranza in Parlamento non è un tradire il voto popolare, anzi, è esaltarne il valore. Stando alle dichiarazioni degli ultimi giorni, una possibilità di intesa tra “dissidenti di destra”, centro e centrosinistra parrebbe esserci, quindi è facile che al termine delle consultazioni, Napolitano metta il mandato di formare un nuovo governo in mano a qualcuno. Si dovrebbe trattare naturalmente di un governo tecnico, non politico (d’altra parte come si potrebbe, con un simile calderone di idee discordanti), con un mandato chiaro e definito: (immagino) applicazione della finanziaria, riforma della legge elettorale (quale migliore occasione di un governo tecnico per affrontare quelle riforme che nessuno vuole fare) e risposte urgenti alla crisi economica.
Personalmente, tra tutti i nomi che sono venuti a galla nelle ultime settimane,  vedo tra i primi della lista l’attuale governatore della Banca d’Italia Draghi, soprattutto perché una sua nomina garantirebbe qualche punto in più di fiducia da parte delle istituzioni finanziarie e dei mercati (i mitici “speculatori”), consentendo un più ampio respiro e margine di manovra al neonato Governo soprattutto sul campo della risposta alla crisi.
A queste condizioni potremmo aspettarci le elezioni politiche verso l’estate-autonno 2011, una volta terminato il più lungo dei lavori del programma, la riforma elettorale. Potrebbe essere l’occasione giusta anche per dare finalmente seguito alla riforma della pubblica amministrazione, ma non credo che ci siano al momento le forze per giungere a qualcosa di concreto in tempi accettabili.

Se invece non dovesse passare la mozione di sfiducia, sarebbe verosimilmente perché la “campagna acquisti” del PDL ha giocato il suo ruolo, e stando agli equilibri dichiarati alla vigilia, per pochi voti. Viene allora spontaneo chiedersi: può (e quanto a lungo) un governo stare in piedi grazie a due o tre voti? La memoria corre all’ultimo Governo Prodi, dilaniato non tanto dalle divisioni interne, ma dalla necessità di tenere coesa per intero una maggioranza in cui un solo voto di scarto poteva far crollare il castello di carte.
Con queste premesse, è facile ritenere che la crisi di governo sarebbe, in questa seconda ipotesi, solamente rimandata di qualche settimana, o mese. Soprattutto considerando il fatto che, con il ridursi del consenso popolare e del margine parlamentare, anche l’appeal del “leader maximo” Silvio Berlusconi va calando e c’è già chi, anche tra i ministri, prende timidamente le distanze dall’operato del Governo.
Credo che questa seconda ipotesi sia da considerare un po’ come un “accanimento terapeutico” assolutamente dannoso per l’Italia, che si ritroverebbe con il timone bloccato, in balia delle correnti della crisi economica.

Italiani, e adesso?

discussioni, inutili ormai...

ro_buk via Flickr

Presto o tardi (presto, presto…) la cassa integrazione per le aziende che vi hanno fatto ricorso, terminerà. La prima tranche è in scadenza in questo periodo, un’altra (grossa) fetta terminerà a settembre, un’ultima a fine anno. E visto che la crisi non accenna a ridurre il morso (anche perché, come già detto, in Italia va ad attecchire su una crisi strutturale che certo non aiuta), ci sono ahimè poche prospettive per tutti coloro che si troveranno a casa.

Naturalmente il governo italiano non sta facendo sostanzialmente nulla per combattere la crisi: da un lato Tremonti che chiede rispetto per i parametri vitali dell’economia italiana (salvo far crescere il rapporto debito/PIL a livelli che non vedevamo da anni), dall’altro Berlusconi che è certo più interessato a salvare Alitalia (regalandola ad un paio di amichetti) che non a sostenere la ripresa, o semplicemente estendere gli ammortizzatori sociali a coloro che non ne hanno (i precari su tutti), il risultato è che mentre gli altri paesi hanno affrontato la questione e cominciano a vedere la luce in fondo al tunnel, noi continuiamo ad andare avanti con il cerino che ci scotta le dita.

Nel frattempo, la forbice tra ricchi e poveri aumenta: chi ha soldi da investire (questo è il momento buono), si arricchisce ancora di più, mentre la stragrande maggioranza degli italiani fatica non più ad arrivare a fine mese, ma anche a raggiungere la terza settimana.

Considerando numeri, percentuali e cifre, vorrei chiedere a tutti quei “cassa integrati” (perchè ce ne sono, e sono tanti) che hanno votato Silvio Berlusconi o i partiti che lo sostengono (Lega Nord in primis), e che si accorgeranno di aver portato al governo il massimo esponente di un’elite che certo non punta all’interesse dei lavoratori, ma semmai a quello degli imprenditori: che mi dite adesso? Che si fa, lo si vota ancora credendo che arriveranno i marziani e porteranno l’Italia (senza extranegri, per carità!!) su un altro bellissimo pianeta tutto nostro dove vivremo e prospereremo? Mi viene in mente una strofa di una vecchia canzone: “chiuditi nel cesso, se no l’uomo nero ti mangerà”.

Peccato che a quel punto, quando se ne renderanno conto, finita la cassa integrazione, sarà tardi… chissà se ci saranno ancora le elezioni, tra l’altro…

Desistere e combattere?

(kromeboy via Flickr)

(kromeboy via Flickr)

Siamo alle porte delle primarie del Partito Democratico e come ogni vigilia che si rispetti, è occasione per riflessioni ed analisi politiche. La mia posizione politica ormai dovrebbe essere piuttosto chiara, ma credo che stavolta stupirò qualcuno. La mia riflessione muove i passi dalla considerazione che in politica, come del resto in molti altri aspetti della vita, le scelte sono fondamentalmente due: parlare o agire.

Da un lato ci sarebbe la (comoda) possibilità di desistere, accettare l’attuale condizione di minoranza della Sinistra italiana; da questa posizione sarebbe si facile criticare l’operato del resto dello schieramento politico (impossibilitati ad agire, è fin troppo facile, non trovate?).
L’alternativa, l’unica alternativa, è quella di agire. E affinché gli sforzi profusi non vadano dispersi inutilmente, bisogna (volenti o nolenti) portare il maggior numero possibile di persone sulle proprie posizioni. E’ quasi futile a questo punto dire che per arrivare a ciò, si deve necessariamente andare ad agire sulla fetta di elettorato di maggioranza relativa più “vicina” alle proprie posizioni che (nel mio caso) altri non può essere che il Partito Democratico. Piaccia o meno, si tratta dell’unico partito di centro-sinistra in grado di ambire, in condizioni ottimali, ad un ruolo di governo, alla possibilità di trasformare in azioni efficaci idee e proposte.

Oltretutto nel Partito Democratico, a compensare la presenza dei Teodem della Binetti, devono (DEVONO) esserci anche gli elettori dei vecchi DS, che come il sottoscritto vedranno con il fumo negli occhi l’immobilità nella quale le spaccature interne ed il “melange” di correnti incompatibili del PD lo trattengono. Tra gli altri, rincuora la presenza di un politico come Marcello Saponaro, che proprio in questi giorni ha definito ufficialmente la sua adesione al progetto del Partito Democratico.

Lo ammetto candidamente: ho sperato fino a poco fa che qualcuno degli esperimenti di creare qualcosa di concreto a sinistra del PD potesse prendere forma. Ci ho sperato perché ritengo l’attuale PD una scelta strategico-politica profondamente sbagliata, e la penso così da ben prima del congresso che ne sancì la nascita. Purtroppo la sinistra italiana ha avuto la straordinaria abilità di auto-distruggersi a suon di spaccature, dialoghi sterili ed iniziative falsamente condivise, e con il misero 3% di voti che oggi raccoglie non può essere che (dolorosamente) definita un malato terminale.

Ciò detto, non si può ignorare ciò che non va nel Partito Democratico, la profonda inadeguatezza dell’attuale partito all’importante ruolo che gli si vuole assegnare: sarebbe ancora più irresponsabile che rimanere nell’ozio, accettando la sconfitta e la minoranza cronica. Diventa allora imprescindibile intraprendere una strada attiva, che cerchi almeno di correggere quelle evidenti problematiche.

Se bisogna morire, meglio morire combattendo: questa domenica andrò a votare alle primarie (sul chi, tra Bersani e Marino, devo ancora decidere e davvero tra i due ci sono pochi spunti positivi in base ai quali scegliere) e poi valuterò quali altre azioni sono alla mia portata…

Queste benedette schede

Director La questione delle schede elettorali è il “tema rovente” di questi ultimi giorni. Con o senza il simbolo della DC di Pizza, pare che il grande problema siano i simboli vicini, con particolare riferimento a quello di Italia dei Valori e Partito Democratico, e Popolo delle Libertà e Movimento per le Autonomie che, facendo parte della stessa coalizione, si trovano a “condividere” uno dei lati del quadrato che ne racchiude il simbolo: le critiche sono mosse a partire dalla constatazione che questo potrebbe indurre alcuni elettori a segnare la croce su entrambi i simboli anziché sul solo quadrato del partito prescelto.

Di chi sia la responsabilità del disegno della scheda poco importa (la destra accusa, la sinistra replica che è colpa di un decreto legge del governo Berlusconi, il centro va a mangiare la pizza ed i teodem chiedono l’intervento dal papa), ma effettivamente ci voleva tanto a disegnare sta benedetta scheda in un modo anche solo leggermente più intelligente?

Certo il problema non è legato al comprendere il concetto di “simbolo”: grazie anche agli spot elettorali (che si sprecano negli ultimi tempi e che sono per di più disponibili online sul sito del Ministero dell’Interno) sappiamo bene che per votare bisogna mettere la croce sul simbolo del partito prescelto, quindi non sul quadrato della coalizione (sono scelte mutuamente esclusive).
Il problema è semmai dovuto alle “sbavature”: se non viene lasciato un minimo di “margine di tolleranza” può succedere che vengano annullate delle schede a seguito di croci che “sconfinano” leggermente (anche se poi il presidente di seggio dovrebbe convalidare lo stesso i voti “palesi”).
Insomma, seppure sia vero che la scheda elettorale non è un campo da arare, quindi l’elettore potrebbe anche prestare un po’ di attenzione a come traccia i simboli, rendere più semplice il voto non sarebbe stata una cattiva idea.

Purtroppo le direttive del decreto legge che definisce come debbano essere disegnate le schede non lascia molto spazio di manovra

Facendo però un passo in là, mi chiedo: quanti elettori sono così stupidi da non aver ancora compreso il concetto di “simbolo”? Sulle modalità di voto infatti si sprecano da settimane gli spot televisivi e dovrebbe essere già chiaro a tutti che la scheda elettorale non è un campo da arare per cui si dovrà prestare attenzione a sbavature

Prodi in Senato

DSCN1205.JPGTrovo solo ora il tempo di scrivere questo post (e ho meno di 10 minuti di tempo per finirlo, prima di tornare nel vortice che questa giornata si è rivelata essere), ma ci tengo a scrivere due parole prima che i Senatori della Repubblica esprimano il loro voto. Romano Prodi infatti ha da pochi minuti terminato un pesante discorso in aula, dove al momento seguono le dichiarazioni di voto relative alla fiducia che il Presidente del Consiglio ha chiesto, dopo l’apertura della crisi da parte dell’Udeur del senatore Mastella.Innanzi tutto, onore a Prodi: ha dimostrato e sta dimostrando, comunque vada il voto di oggi, di essere un leone, di battersi per fare bene, con integrità morale e rispetto per la costituzione, l’unico in grado di mediare in una maggioranza di questo tipo, forse davvero l’unico in grado, ad oggi, di tenere insieme un Governo che non faccia demagogia spicciola ma che cerchi davvero di cambiare (sebbene a piccoli passi) questo paese in qualcosa di meglio.

Ha fatto bene Prodi ad andare in Senato: prima di tutto perché è giusto che la crisi si apra dai banchi del Parlamento e non sulle comode poltrone di Porta a Porta, secondariamente perché ognuno si assuma la responsabilità delle proprie azioni. Niente governo pastrocchio istituzionale, niente porcate: o questo Governo, eletto dagli italiani (e qui potremmo aprire un capitolo a parte, e non lo farò, non ora), oppure elezioni anticipate. Non ci sono, dal mio punto di vista, altre scelte accettabili.

Voglio proprio vedere Dini, Mastella e compagnia cantante andare a chiedere voti agli italiani, dopo quello che hanno fatto, senza portarsi sulla demagogia più infamante che le destre hanno eletto a proprio modello di azione politica.

Adesso si voti, in Senato; si smetta di contare voti. Che cada il Governo Prodi. Perché se non cadesse potrebbe essere ancora peggio: che senso avrebbe cercare di portare avanti un Governo zoppo, che incassa la fiducia al Senato perché un paio di senatori hanno deciso di astenersi? No, niente schifezze di questo tipo, andiamo in fondo. Si affondi questo Governo e si dia nuovamente parola agli elettori: voglio proprio vederlo il PD che corre da solo, voglio proprio vedere che coalizione metteranno insieme le Destre per tentare la vittoria: Fini, Berlusconi e Casini, dopo quello che si sono detti negli ultimi mesi, correranno davvero insieme? Sarebbe solo l’ennesima conferma della pochezza di valori che si trovano a condividere…

Condivido con molti altri, a sinistra, la necessità che si faccia un passo avanti rispetto al puro antagonismo a Berlusconi, sul quale è stata basata l’azione politica di tutta la coalizione per anni, riducendo in brandelli quel poco di buono che vi restava. Non per questo però si deve dimenticare quello che l’ultimo governo Berlusconi è stato, proseguendo allo stesso modo anche nell’attuale opposizione: la politica di quella coalizione è basata sulla pura e semplice demagogia, sfruttamento della paura e della repressione allo scopo di raccogliere un immediato, quanto effimero consenso politico. Ci hanno portato ad entrare in guerra contro uno stato sovrano (l’Iraq) sulla base di “prove” che un importante alleato dava per certe, e che sarebbe bastato informarsi anche solo minimamente per vedere rapidamente confutate. Anche nel momento in cui l’errore è stato palese, nel momento in cui l’orrore della guerra è divenuto visibile a tutti, il Governo Berlusconi ha ritenuto più importante promulgare leggi “ad personas” per se e per i propri vicini, “condoni” per tentare di non affondare completamente un’economia condotta in modo dissennato, e nel momento in cui era palese l’imminente sconfitta alle urne, affidare ad un “avvelenatore di pozzi” l’incarico di minare il territorio della ritirata in vista della venuta di un nuovo governo con una legge elettorale suicida (per il Paese) che ora si cerca di cambiare in tutta fretta, ora che invece vi è la possibilità di una vittoria (grazie alla facile demagogia di qui sopra). Nel contempo, abbiamo vissuto anni di campagna elettorale continua, in cui Berlusconi ed i suoi hanno costantemente tentato di alzare i toni dello scontro, dividendo il parlamento in due lontanissime coalizioni, incapaci di qualsiasi forma di dialogo, e mettendo in pratica una “strategia dell’ostruzionismo”, votando contro il Governo attuale indipendentemente dalla bontà delle iniziative proposte, arrivando a minacciare i propri deputati e senatori per farli votare come da “ordini di scuderia”.

Spero che gli italiani non abbiano dimenticato tutto questo, e che con quel poco di barlume di ragione che ancora (spero) resta si rendano conto di quanto questo Governo abbia fatto in questi due anni scarsi, e di quanto ancora sarebbe da fare nei prossimi tre.

Avanti popolo: non è poi così scontato perdere le elezioni…

Di chiesa e privilegi

san pietroIn molti stanno scrivendo in questi giorni della (rinnovata) decisione di esentare la Chiesa Cattolica dal pagamento dell’ICI. Mi ero già espresso su questo argomento qualche tempo fa, dicendo che mi sentivo disgustato dal privilegio dato alla Chiesa, non tanto per quel che riguarda i luoghi di culto (mi piacerebbe essere rincuorato sul fatto che anche le altre religioni possono vantare questo stesso privilegio), ma per le (molte) attività commerciali che la Chiesa Cattolica possiede e per le quali vale l’esenzione sopra citata, con un’esenzione del 50% dell’Imposta Comunale sugli Immobili.

Recentemente discutevo con qualcuno dell’argomento, e mi veniva fatto notare come la chiesa possegga qualcosa come il 20-22% di tutto il patrimonio immobiliare della città di Roma, di cui una larga parte sono esercizi di tipo commerciale. Su questo argomento, anche l’Unione Europea, quest’estate, aveva chiesto al Governo italiano dei chiarimenti.

Sull’ICI ed il Vaticano, ognuno ha la sua opinione, e tutto sommato il dibattito è in corso, e se l’abolizione dell’esenzione non è passata, lo dobbiamo solamente alla strenua dei politici che ci troviamo in parlamento. Quello che però non viene sottolineato, è che l’esenzione dell’ICI non è l’unico privilegio del quale la Chiesa può usufruire.
Oltre ai vantaggi politici (è l’unico interlocutore religioso preso in considerazione dai mass media e, quindi, dai politici) infatti, e nonostante la Costituzione italiana parli di indipendenza tra Stato e Chiesa (suppongo anche economica, oltre che politica, no?), alla Chiesa (o meglio, alla CEI) va la gran parte dell’8 per mille (oltre l’87%) che non propone reali alternative alla scelta fra Stato e Chiesa, anche grazie al meccanismo per cui l’astensione non fa che contribuire alla scelta di coloro che invece si esprimono (“In caso si scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse”).
Alle Chiesa è consentito un abbattimento del 50% dell’IRES (Imposta sul reddito delle società) e del 100% dell’IRAP sulle retribuzioni dei sacerdoti (spesso e volentieri stipendiati dallo Stato Italiano, in base ad alcuni articoli degli accordi tra Italia e Vaticano). Molte attività della Chiesa vengono finanziate direttamente dallo Stato. A  tutto questo si aggiungono una serie di stanziamenti speciali, inseriti nelle più recenti manovre finanziarie (in particolar modo durante il quinquennio del governo Berlusconi), ed i fondi per le scuole private religiose.

Ora, non voglio scagliarmi ancora una volta, con inutile fervore, nel propugnare la libertà di culto, l’indipendenza dello Stato Italiano dalla Chiesa Cattolica, e il continuo intervenire di questa con evidenti pressioni sul dibattito politico italiano (PACS, eutanasia, aborto, e fecondazione assistita sono solo alcuni degli esempi che si potrebbero fare).
Ma è davvero cosi indecente chiedere alla Chiesa di pagare almeno il 100% dell’ICI sulle sue attività commerciali?
E allora per quale motivo sono solo 12 i parlamentari che hanno votato l’emendamento alla Finanziaria 2007 che si pronunciava in questo senso, recentemente?

Persino sei esponenti dell’opposizione hanno votato in questa direzione (sbagliato a schiacciare pulsate, o puro “andar contro il Governo”?): Buccico Emilio Nicola (An), Paravia Antonio (An), Malan Lucio (Forza Italia), Del Pennino Antonio (D.C. per le Autonomie-Partito Repubblicano Italiano-Movimento per l’Autonomia), Saro Giuseppe (D.C. per le Autonomie-Partito Repubblicano Italiano-Movimento per l’Autonomia) e Negri Magda (Gruppo per le Autonomie).

Come mai solo Barbieri Roberto (Misto-Costituente Socialista), Bulgarelli Mauro (Iv-Verdi-Com.), Colombo Furio (Ulivo), Montalbano Accursio (Misto-Costituente Socialista) ed i mitici “dissidenti” Rossi Fernando (Misto-Mpc) e Turigliatto Franco (Misto-Sc), hanno avuto il coraggio di seguire quello che tra l’altro era chiaramente scritto nel Programma dell’Unione?