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Lettera aperta a Radio Popolare

Car Radio

nedrichards via Flickr

Cara Radio Popolare,

sono ormai diversi anni che seguo con interesse le tue trasmissioni.

Ho scelto, un paio d’anni fa e nonostante le ristrettezze economiche, di sostenerti con un abbonamento; non solo perché ritengo che sia dovere di ogni cittadino fare il possibile per sostenere la libertà e l’indipendenza dell’informazione (soprattutto in momenti bui come quelli in cui viviamo), ma anche perché ho sempre riscontrato nelle vostre trasmissioni (e informazioni pubblicitarie) una serietà ed una coerenza che difficilmente si riscontra in altre emittenti.
Tutto questo l’ho fatto più che volentieri, così come volentieri aderirò all’Operazione Primavera 2011.

Nell’ultimo periodo però una macchia è venuta a deturpare la limpida immagine che avevo di Radio Popolare: la pubblicità dell’omeopatia.
Come saprete l’omeopatia non ha a suo supporto alcuno studio scientifico che ne dimostri un’efficacia superiore a quella dell’effetto placebo, perciò pubblicizzarla attraverso i mass media rasenta l’incitamento alla truffa. Immagino che in redazione ci siano state (come per le altre pubblicità) approfondite discussioni in materia e mi piacerebbe sapere quale in particolare è stato il dato che ha fatto propendere per l’accettazione di una simile campagna pubblicitaria.

Riponendo in una vostra risposta tutta la fiducia di un fervente ascoltatore, colgo l’occasione per augurare a tutti voi un felice natale ed nuovo anno migliore di quello che volge a conclusione.

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Facebook: due pesi, due misure?

Facebook Developer Garage Facebook è sulla bocca di tutti da parecchio tempo e lo è sempre di più, visto il successo che sta avendo anche nel nostro paese: a facebook va dato atto di essere riuscito ad avvicinare al concetto dei social network persone che a malapena sono in grado di padroneggiare lo strumento dell’email.
Ciò detto, negli ultimi giorni, “faccialibro” ha trovato un motivo in più per far parlare di se. Anzi due.

Da un lato, c’è la questione dei gruppi di “dubbio gusto”. Ce ne sono moltissimi, dai temi più disparati (una buona analisi sull’argomento la trovate in questo post di Alessandro Gilioli), tra cui naturalmente se ne possono trovare anche di poco gradevoli, sotto vari profili: sicuramente etici o politici, ma anche inopportuni come il gruppo “pro-Riina” che ha scatenato la polemica. La scelta di Facebook, in questo caso, è stata quella di garantire libertà d’espressione. Scelta più o meno condivisibile (al contrario poi dell’uso che di questa “libertà” viene fatto), ma dopotutto legittima.

Dall’altro lato, c’è la questione delle foto di donne che allattano, le quali sono invece state sistematicamente cancellate dalle pagine del social network, scatenando (anche in questo caso) la polemica: ma come, da un lato libertà massima, portata all’estremo limite di consentire gruppi “inopportuni” come quello citato e poi una censura tanto bigotta per le donne che allattano?

La mia (personalissima) impressione, è che in Facebook abbiano trovato il modo per far parlare di se, incrementando immensamente la propria visibilità sui media tradizionali (costretti per altro a spiegare cosa sia Facebook, la cui diffusa percezione positiva impedisce facili strumentalizzazioni da parte loro). Una forma di pubblicità che, anche se non necessariamente strettamente positiva, a me riporta alla mente una polemica che era nata in seguito alla BlogFest 2008 a Riva del Garda, anche se allora era stata espressa in modo davvero terribile

Insomma: il fatto stesso che io (e non solo io) mi trovi qui a scrivere non del primo caso (di cui si è già detto), ne del secondo (idem) ma della concomitanza dei due, è la riprova che in Facebook, volontariamente o meno, hanno trovato un’altro modo di farsi pubblicità gratuita e noi tutti dovremmo fare un’attenta riflessione (ancora una volta) sulle nuove problematiche legate al mondo del web e dell’informazione, che continuiamo a vivere basandoci su idee e principi ereditati direttamente dall’era precedente…

Dello scrivere “pagato”

M***INILeggendo tra i miei feed, ieri mattina ho scoperto che il buon Pseudotecnico ha deciso di rinunciare ad AdSense sul suo blog. La motivazione che lo ha spinto a questo gesto è ovviamente qualcosa di prettamente personale (nella fattispecie, il fatto che la pubblicità online sia piuttosto invasiva, a fronte di un guadagno piuttosto risicato), ma mi porte il destro per riflettere un po’ sulla questione “pubblicità online” nella realtà dei blog (per inciso, teniamo presente che basta un’estensione banale come AdBlock per risolvere il problema alla radice, aprendone un altro forse più grande).

Ben inteso: in sè, non c’è niente di male nell’inserire pubblicità sul proprio blog. E’ una fonte di guadagno (pur piuttosto limitata, a parte qualche caso eccezionale), è una scelta del blogger fatta su un qualcosa di “suo”: se va bene va bene, se non va bene è così. Se poi il blogger in questione è tanto bravo da far sopportare agli utenti alcuni più o meno vistosi inserimenti pubblicitari, tanto meglio per lui.

Personalmente però, ho sempre visto il blog come una “valvola di sfogo”, un posto dove poter esprimere liberamente idee e considerazioni, e sono convinto che l’eventuale inserimento di pubblicità su queste pagine cambierebbe questa percezione, così come l’ha cambiata l’inserimento delle statistiche d’accessi (maledetto conteggio delle visite).

Per intenderci, non voglio sentirmi obbligato a scrivere qualcosa, a meno che non ne abbia voglia io in primo luogo: scrivere non è il mio mestiere. Essendo contemporaneamente lettore ed editore del blog (per sua natura), l’obbligo verrebbe da me e da nessun altro (magari anche inconsciamente) ma il blog diventerebbe un impegno più di quanto non lo sia già e voglio a tutti i costi evitare questo rischio.
Mi è stato offerto alcune volte sia di scrivere per alcune testate online (cosa che forse avrei potuto anche prendere in considerazione più seriamente, nel momento in cui non mi vengono imposti impegni di una certa importanza), sia di pubblicare pubblicità su questo blog, e le considerazioni espresse in queste righe rappresentano il principale motivo dei miei rifiuti, oltre che il motivo per cui non è presente un singolo banner di AdSense.
Che poi, riprendendo le parole di Pseudotecnico: a quanti piace leggere un articolo cercando il testo tra le inserzioni pubblicitarie?

Si tratta naturalmente di una mia personale considerazione, che oltretutto esula dai concetti di editoria (chi scrive per mestiere come potrebbe non essere pagato?), libertà d’espressione (non tutti coloro che pagano pongono limiti alla propria libertà d’espressione ed è importante non fare di tutta l’erba un fascio) e soprattutto non vuole essere una condanna per nessuno (ci mancherebbe altro).

Quello della pubblicità online è un discorso molto delicato: si tratta di uno dei pochi mezzi di sostentamento che “la  Rete” ha per fornire servizi gratuiti (ed il fatto che il mercato cresca così rapidamente da indurre Microsoft a tentare di comprarsi un’azienda “quasi marcia” come Yahoo! la dice lunga), ma allo stesso tempo è un aspetto poco gradito da una certa fascia di navigatori (me compreso, per altro, sotto certi punti di vista). Un discorso che andrebbe approfondito con maggiore cognizione di causa.

Come affondare la ricerca “dall’interno”

Objetivo 10x Leica La situazione della Ricerca in Italia è a dir poco disperata: è disperata sul lato dei finanziamenti pubblici (irrisori anche rispetto alle medie europee), certamente, ma a volte ci si tira davvero la zappa sui piedi. Questa mattina, andando al lavoro con la radio sintonizzata su Popolare Network, mi trovo ad ascoltare uno spot pubblicitario dell’Università Statale che chiede di dedicar loro il 5-per-mille, che termina come segue:

Lui: Ma questa è pubblicità?
Lei: Ma no, anche questa è ricerca: ricerca di fondi!

La freddura è già di per se di dubbio gusto (anche perché se una pubblicità deve far ridere, onestamente, ricorrerei a qualche esperto del settore…), ma purtroppo manda un messaggio assolutamente controproducente: vogliamo i soldi, i vostri soldi, tutti i soldi. Soprattutto perché poco prima, a domanda “ma poi la ricerca al fanno davvero” ci si milita ad affermare che “la Statale è ai primi posti in Europa”: fatemi capire, viene stilata una classifica annuale sulla base delle prestazioni podistiche dei ricercatori o usiamo parametri più oggettivi?

Naturalmente io non sono un pubblicitario, quindi probabilmente mi sbaglierò e questa si rivelerà “la trovata pubblicitaria del secolo”, ma per quel che mi riguarda non è così che otterranno il mio 5-per-mille

Cura dei dettagli

Quando si sta tentando una mossa chiave per il proprio futuro di monopolista, quando un manipolo di “puristi” vorrebbe metterti i bastoni tra le ruote, soprattutto quando le tue mosse possono apparire per certi versi discutibili, ad esempio il fatto di tentare di comprarti qualche ente di standardizzazione internazionale, la differenza si fa nella cura dei dettagli.

E Microsoft, da questo punto di vista, non è seconda a nessuno, al punto che si sta comprando le inserzioni di AdWords per i termini “Nooxml” e “Noooxml” (il sito web punto di riferimento di molti dei “cospiratori” contro lo standard che Microsoft sta spingendo verso la standardizzazione internazionale), “odf”, “open document” e via dicendo.

microsoft-adwords.png

Che in fatto di marketing in Microsoft se ne intendessero, era chiaro ormai da parecchio tempo, e questa ulteriore mossa (subdola e sagace, devo ammettere) non fa che dimostrarlo ulteriormente.

Nel frattempo il dibattito su OpenXML va avanti, ed a breve (dal 25 al 29 febbraio) ci sarà l’incontro a Ginevra dei rappresentanti dei vari enti di standardizzazione nazionali per dar vita al secondo dibattito sul formato proposto da Microsoft e promosso da ECMA, dopo che la prima “manche” si era conclusa con una sostanziale sconfitta di Microsoft, che puntava al passaggio diretto alla prima votazione del “fast track”.

Aspettiamoci fuochi d’artificio…

Un’Italia sempre più ignorante: colpa della tv?

Mesmerize Ancora una volta, mi ritrovo a scrivere di libri, di cultura, di gente che non legge. Dopo i disarmanti dati di quindici giorni fa sulle abitudini letterarie della popolazione media italiana, pensavo di aver toccato il fondo, ma rincuorava quantomeno il fatto che i ceti “più abbienti” facessero rilevare un maggior tasso di alfabetizzazione (nell’accezione più moderna del termine). Ieri invece, mi trovo di fronte all’articolo del Correre della Sera che spudoratamente denuncia la regressione del tasso di aggiornamento professionale sia nella classe dirigente italiana sia nel mondo del lavoro in senso più ampio.

Ci troviamo di fronte ad un’Italia lanciata in un mondo dove l’evoluzione scientifica e tecnologica rasenta livelli in cui iniziato un corso d’aggiornamento è obsoleto prima di essere terminato, dove nell’università stessa, che vorrebbe essere il più alto livello formativo “su larga scala”, produce corsi la cui obsolescenza non raggiunge i tre anni della durata stessa del corso (la famosa “laurea breve”, i cui prodotti sono tutt’altro che confortanti). In questo vorticoso panorama di competenze necessarie, la classe dirigente italiana, quella che dovrebbe stare al timone del vascello e cercare di tenerlo a galla in questa tempesta economico-sociale che ci investe, ha deciso che l’aggiornamento non è importante.

Indubbiamente, facendo (ancora una volta) riferimento all’interessante pamphlet di Lucio Russo “Segmenti e bastoncini”, possiamo immaginare che questo sia in parte dovuto alla scelleratezza dei programmi scolastici degli ultimi dieci-venti anni, che vanno formando una classe dirigente la cui attenzione nei confronti della cultura rasenta l’incapacità di comprendere cosa sia la cultura stessa. Anche la scarsa attenzione che si da alla preparazione lavorativa dei giovani (che sono la generazione del cambiamento, e partono già disarmati e battuti anche sotto questo profilo), alle riforme del sistema educativo, potrebbero ricadere nell’emanazione diretta delle scelte scellerate compiute in questo ambito dalle passate generazione politiche (e non).

D’altra parte viene naturale chiedersi (soprattutto ai più strenui aggressori della libertà di espressione come il sottoscritto) se tutto questo sia imputabile solamente alla scarsa preparazione culturale scolastica, o se invece non si vadano delineando le prime conseguenze di una miope e scellerata gestione dell’informazione da parte di intrattenitori televisivi e pubblicitari: facendo leva su stimoli psicofisici per far si che l’essere umano telespettatore mantenga la sua attenzione viva e concentrata (tecnica questa messa in pratica soprattutto in televisione, il cui rapido variare delle immagini porta alla stimolazione dell’attenzione della mente), non lo portiamo forse ad una sorta di dipendenza da questo genere di stimoli?
Non diventa forse molto più piacevole, per l’individuo assuefatto a questi stimoli, mantenere viva l’attenzione sulla televisione (i cui contenuti culturali ho già avuto modo di discutere) anziché prendere anche solo in considerazione altre attività?

Lo sfruttamento degli aspetti psicofisici dell’uomo a fini pubblicitari (e propagandistici) è forse una delle cose più orribili che molti di noi possano immaginare, la manipolazione della mente umana per questi fini dovrebbe essere proibita per legge, e invece viene attuata nell’irresposabile tentativo di massimizzare profitti economici e potere. Le conseguenze del becero arricchimento però, sono tutte da scoprire, e ho paura che quelli citati in testa a questo post siano solo i primi sintomi di ciò che ci aspetta…

Spegnete la tv…

Di “feed” e contenuti

DopoNatale Quella dei feed “parziali” o “totali” è una annosa questione, affrontata diverse volte e da numerosi punti di vista.
Da lettore di feed rss, sicuramente posso dire di non apprezzare i feed parziali: costringono il lettore a dover necessariamente visitare il sito in questione per poter fruire del contenuto con non poco fastidio. Quando mi capita di trovarmi di fronte ad un comportamento simile, solitamente storco il naso, e non è la prima volta che elimino il feed dall’aggregatore (a meno che non abbia un interesse davvero notevole).

I vantaggi del feed parziale, invece, sono soprattutto un paio: da un lato massimizzano il numero di visite al sito web (che normalmente vengono invece suddivise tra “fruitori del feed” e “visitatori”, con il problema di capire effettivamente quale quota parte di questi due insiemi vadano poi a coincidere) e quindi le rivenute finanziarie, nel caso in cui il sito sia dotato di un qualche tipo di pubblicità. Dall’altro lato, i feed parziali impediscono il “furto” di contenuti, come è capitato diverse volte (anche piuttosto di recente) a questo blog. I contenuti pubblicati con queste pagine sono naturalmente rilasciati sotto licenza Creative Commons, ma la clausula di attribuzione andrebbe rispettata (ad esempio, le foto che da Flickr pubblico a corollario dei miei post, linkano sempre la pagina di colui che ha scattato quella foto).

Come al solito, la linea di confine si pone tra coloro che vogliono usufruire di un “servizio” che trovano comodo, e coloro che di questo servizio cercano di approfittare (molto “italica” come impostazione, eh?).
La mia scelta è stata già ponderata (ed è quella di rimanere con i feed completi), ma la questione deve portare ad analizzare la ben più complicata questione della fruizione dei contenuti di questo mondo (quello di internet), l’aspetto che il “web 2.0” sta cambiando con maggiore radicalità.

I contenuti sono sicuramente “il prodotto” del web: ne possiamo usufruire in vari modi (dai feed rss, dal sito…), ma sono certamente l’aspetto trainante di questo nuovo media.
La trasposizione di questo valore nel mondo reale è nella maggior parte dei casi veicolata da inserzioni pubblicitarie vendute sulle pagine che i contenuti li ospitano: Adsense di Google o quale altro prodotto venga usato, è da li che vengono i ricavi maggiori, e proprio Google, che di questo modello di business è il maggior interprete (se non pioniere), ci dimostra quanto possa diventare proficuo.
La pubblicità online può essere veicolata in modi diversi: quelli fastidiosi (popup, banner rumorosi…) che vanno ad irritare il visitatore e sono sempre più in decrescita, e quelli più sobri (le sobrie inserzioni di Adsense ne sono sicuramente uno dei migliori esempi). Negli anni dei popup però, gli utenti hanno cominciato a sviluppare una certa avversione verso la pubblicità online, e proprio questa avversione ha portato al diffondersi di strumenti quali i popup-blocker o gli anti-banner (AdBlock ad esempio), che hanno conseguenze non irrilevanti sull’economia dei blogger: tutti (o quasi) i mezzi di pubblicità online richiedono infatti il click del visitatore affinché il pubblicatore dei contenuti (il blogger, in questo caso) veda l’ombra di un quattrino. L’uso di strumenti di questo tipo rappresenta un duro attacco a questa forma di business online, che potrebbe riflettersi, con l’evolvere del mondo dei contenuti online, in un rallentamento della crescita in qualità, o comunque nella sua minore accelerazione: se guadagno dai miei post, sono incentivato ad aumentarne la qualità e la frequenza, se invece devo farlo “a gratis”, il tutto assume una dimensione ben diversa.

La percentuale di utenti che cliccano il banner pubblicitario è (e deve essere) un problema dell’inserzionista e del responsabile dei contenuti pubblicati, e non del visitatore che invece viene coccolato da questo nuovo genere di interazione pubblicitaria: sfrutti un servizio e se sei interessato trovi anche della pubblicità, altrimenti sei libero di sfruttare il servizio infischiandotene delle inserzioni pubblicitarie (decisamente diverso rispetto all’invadente messaggio promozionale nella sua accezione televisiva o radiofonica); è però necessaria anche da parte dei visitatori (di noi fruitori del media) una riflessione sulla sostenibilità che “erodiamo” con l’uso di certi strumenti, e delle conseguenze che queste nostre azioni possono avere a medio e lungo termine.

Internet non è più (solo) un gioco, e anche noi fruitori del media giochiamo un ruolo importante nella sua economia. Pensiamoci.