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Diritti e doveri

Immigrazione

Netrace via Flickr

Hanno ragione i leghisti (non preoccupatevi, ora mi spiego): il rispetto delle regole da parte degli stranieri, regolari e non, è fondamentale ai fini della convivenza con il popolo italiano, della (loro) sicurezza ed integrazione. Senza il rispetto delle regole la società non funziona: ognuno si sente autorizzato a fare ciò che vuole, l’egoismo umano ha il sopravvento e si diventa più simili a bestie che a esseri umani.

D’altra parte in Italia le regole ci sono (anche se spesso non si direbbe, vero?) e se non ci mostrano loro, gli immigrati, che vanno comprese, fatte proprie e rispettate, mi chiedo chi lo farà: il presidente del coniglio forse?.

Non posso che levarmi il cappello di fronte al coraggio di coloro che a Rosarno hanno avuto il coraggio di ribellarsi alla criminalità organizzata (i napoletani ci convivono da talmente tanto tempo, che alla ribellione non ci pensano proprio più, ce l’hanno nel sangue). Poi, dopo la rivolta, sono stati caricati sui treni: un po’ in Puglia, un po’ a Roma, questi ultimi scaricati in mezzo alla città stanno dormendo da due settimane all’addiaccio, nell’indifferenza più completa dell’amministrazione pubblica locale (che certo è al corrente della loro presenza, visto che lo hanno saputo persino i centri sociali, gli unici ad aver tentato di dare una mano a questi eroi). Hanno convocato una conferenza stampa per farsi vedere, per mostrare che non sono spariti: troppo comodo volerli con noi finché lavorano in silenzio, per un tozzo di pane e due calci nel culo e poi via, spariti, nell’oblio della nostra coscienza criminale.

Come il proverbio ci insegna, a pari doveri corrispondono pari diritti: e allora credo che sia ora, cari italiani, di garantire ai lavoratori immigrati un sussidio di disoccupazione a fronte del licenziamento (e non il rimpatrio una volta “usati”, come prevede l’attuale legge Bossi-Fini, una sorta di tratta degli schiavi legalizzata), la possibilità di accorpare i contributi accumulati nel loro paese con quelli italiani (perché, già, anche loro versano i contributi, per una pensione che probabilmente non vedranno mai, se le regole non cambiano). Ma soprattutto, signori connazionali, ritengo sia ora di dare loro diritto di voto, voce in capitolo.

Lasciamo che ci insegnino cosa vuol dire civiltà.

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Dell’imporre i “nostri valori”

Ranoush via Flickr

Ranoush via Flickr

Durante la pausa pranzo, oggi, si discuteva di “valori culturali”, “immigrazione” e “politica” con una persona che che stimo, sebbene le sue idee in materia non siano esattamente assimilabili alle mie (e ritengo che la cosa sia ricambiata, ad ulteriore descrizione della persona in questione).

Un punto sul quale ci siamo trovati d’accordo, in linea di massima e come fondamento della discussione in se, riguarda il concetto di libertà, derivante da Kant: “libertà assoluta, fino a che non lede le libertà altrui”.

La discussione verteva sull’idea che un immigrato debba “conformarsi” alle usanze del posto in cui si trova a risiedere, con particolare riferimento all’uso del velo islamico, più o meno coprente (che copra o meno il volto della donna in questione).
Qualche considerazione sulle motivazioni che spingono una donna all’uso del velo andrebbe fatta, al fine di comprendere quali siano i valori in campo:

  1. L’uso del velo islamico può essere, in alcuni casi, imposto: si tratta indubbiamente di un problema che però muove da un problema diverso, ovvero quello della condizione della donna nei paesi del “terzo mondo” (ma ha risvolti anche nel nostro “paradiso democratico occidentale”) e che apre un altro discorso, completamente separato, con altre considerazioni ed altre soluzioni.
  2. L’uso del velo islamico è un aspetto legato alla cultura personale della donna che sceglie di portarlo: riguarda il suo senso del pudore; alcune donne musulmane si sentono “nude” e “scoperte” nel momento in cui non portano il velo, vuoi per abitudine vuoi per cultura ma è così (e basta chiederglielo, sanno anche parlare!)
  3. L’uso del velo islamico rappresenta una forma di “critica” al modello “imperialista occidentale”: questo aspetto però riguarda fondamentalmente donne che non partono per l’occidente (proprio perché in contrasto ideologico con quest’ultimo) e quindi esulano, statisticamente parlando, dal panorama che ci troviamo a prendere in considerazione.

A questo punto, la tecnica dell’immedesimazione (un allenamento mentale a cui dovremo fare l’abitudine, se vogliamo non doverci chiudere in casa per la paura di quello che va divenendo un mondo globalizzato, meticcio e multietnico, piaccia o meno al presidente del consiglio) ci aiuta a comprendere meglio la situazione: chiediamoci come ci sentiremmo/comporteremmo noi nella condizione di cittadini europei in Iran (per lavoro o per altre motivazioni, poco importa in questo frangente) e venissimo costretti a portare la barba, o il velo? Ci sentiremmo defraudati di una nostra libertà (tanto più che non facciamo del male a nessuno disobbedendo a questa richiesta) allo stesso modo in cui si sentono i cittadini extracomunitari in Italia ai quali imponiamo il rispetto dei “nostri valori”.

Altro discorso, invece, andrebbe fatto per il velo che copre l’intero volto delle persone, perché in questo caso potrebbero dover essere tenuti in considerazione aspetti di ordine pubblico (legati essenzialmente all’identificazione delle persone) che non condivido ma che potrebbero avere ricadute sulle libertà altrui che proprio per questo mio “non condividere” non riesco a cogliere. Fortunatamente al momento l’incidenza di questo genere di problematiche è talmente minima da lasciarci qualche tempo per riflettere sulla questione, magari per “digerirla” un po’.

Il problema di fondo è che ci troviamo in una condizione alla quale non siamo abituati: ci troviamo a dover gestire delle differenze culturali alle quali non siamo avvezzi e non abbiamo gli strumenti culturali per affrontare il problema (banalmente cominciando dalla tecnica dell’immedesimarsi, del portare all’estremo, del calarci nei panni altrui), e questo pone un limite spesso invalicabile a quell’integrazione che chiediamo a squarciagola agli immigrati che (spesso controvoglia) si trovano a dover vivere nel nostro “bel” paese.

aNobii.com out of beta!

Books E’ appena arrivata la notizia che aNobii.com, il social network di condivisione di libri più usato in Italia, esce ufficialmente dalla “beta” dopo aver raggiunto oltre 7.000.000 di libri. Si tratta di un passo importante (anche se non propriamente epocale, come si può facilmente dedurre dal post sul blog degli sviluppatori).

Sarebbe bello vedere aNobii.com sempre maggiormente integrato tra gli altri strumenti di social network, su tutti FriendFeed, che nonostante le numerose e ripetute richieste, non lo ha ancora aggiunto tra le fonti ufficiali (è vero che si può usare un classico feed rss, però…): gli sviluppatori infatti continuano ad affermare che stanno lavorando ad un supporto più ampio, customizzabile, da offrire gli utenti affinché ognuno possa aggregare le proprie fonti a prescindere dal supporto che FriendFeed offre.

Vedremo, nel frattempo… beh, scegliete uno di quei 7.000.000 di libri e buon viaggio 🙂

FriendFeed sta sfondando?

La nascita di web applications più o meno sociali, non è certo una novità. Non molto tempo fà, ho scritto (male per altro) di Plurk, l’ennesimo tentativo di spodestare twitter dal trono sul quale i blogger lo hanno posto. Spesso i nuovi social network nascono, fanno “il botto” e poi rapidamente muoiono, tornando nell’oblio da cui sono venuti (portandosi per altro dietro un carico di dati legati alle persone che vi si sono iscritti non sempre privi di valore).

Per FriendFeed invece, nonostante sia piuttosto giovane, le cose sembrano prendere una piega diversa: ha già raccolto l’adesione di numerosissimi esponenti di spicco della “blogopalla”, che ne stanno facendo un uso intensivo (tardando per altro a far nascere polemiche a riguardo, buon segno), rendendolo già piuttosto interessante per un nuovo iscritto.

I motivi del suo (possibile) successo sono diversi, ma quello principale è a mio parere l’approccio, che si discosta nettamente rispetto a molti altri social networks: non più la necessità di registrarsi, inserire montagne di contenuti, linkare “friends”, e poi dover mantenere aggiornato un account di un network che verte su un argomento che se anche scatenasse il nostro entusiasmo, difficilmente troverebbe lo stesso apprezzamento in tutta la folta schiera di amici che abbiamo linkato. In questo modo, infatti, la frequenza di aggiornamento si riduce, l’interesse medio per il social network proporzionalmente viene meno e presto o tardi la “bellissima piattaforma proposta” cade nel dimenticatoio.
FriendFeed propone un approccio diverso (degno una volta tanto di prendere davvero la “certificazione web-2.0”): integrazione ed aggregazione di moltissimi altri servizi già esistenti, consentendo di tenere sotto controllo, in un’unica paginata, tutta la vita “web sociale” che ci circonda, fornendo per altro una serie di funzionalità aggiuntive, quali la possibilità di commentare ed “apprezzare” azioni (di qualsiasi natura) di altri utenti.
Da questo punto di vista, potrebbe assomigliare per certi versi a Google Reader (del qual per altro aggrega le Shared Pages degli utenti), ma con un aspetto più spiccatamente sociale. Ho perfino letto da qualche parte che potrebbe prenderne il posto, anche se questa eventualità mi lascia piuttosto dubbioso: sono molto più propenso a ritenere che lo sprone “sociale” di FriendFeed gioverà a Google Reader, che ha proprio in questo aspetto una carenza piuttosto evidente (soprattutto nel vincolo con l’account Google Talk), facendogli fare un salto in avanti (sia questo nella direzione dell’eliminazione dell’aspetto sociale o del suo potenziamento ed allargamento).

Molto interessante la funzionalità degli “amici immaginari”, che consentono di sostituire un utente non registrato inserendo manualmente i feed e gli account ad esso relativi, in modo da poter sopperire alla sua mancanza sulla piattaforma (pecca, sotto questo punto di vista, nel segnalare la presenza di un account reale che riporta gli stessi dati che vengono inseriti o la possibilità di aggiungere feed ad utenti già esistenti, anche se solo localmente); in un certo senso questa possibilità va contro l’interesse stesso di FriendFeed (al quale gioverebbero invece le registrazioni), ma lo staff deve avere molta fiducia nel nuovo portale, al punto da potersi permettere di attendere un ritorno nel medio termine anziché immediato.

Altro aspetto interessante, è quello di consentire l’allargamento della propria schiera di conoscenze tramite la visualizzazione delle attività degli amici di amici (spesso interessanti tanto quanto gli amici stessi) e l’assoluta mancanza di “punteggi” (che hanno invece fatto in parte la rovina di Plurk).

Inutile dire che non tutte le ciambelle riescono al primo colpo con quattro o cinque buchi, che non è tutto oro ciò che luccica, che si inciampa sempre in qualcosa: la piattaforma attualmente coperta da FriendFeed presenta alcune sensibili pecche, su tutte (almeno personalmente) la mancanza del supporto per Anobii.com.
Ho naturalmente già inviato un suggerimento allo staff in questo senso e mi hanno prontamente (e diplomaticamente) risposto che “terranno conto del suggerimento”. Almeno hanno risposto, ulteriore segno di interesse, apertura e serietà 🙂

Quali strategie per i big dell’informatica?

iPhone Ogni tanto mi piace fare considerazioni completamente infondate sulla situazione dei grandi colossi dell’informatica, cercando di immaginare la situazione in cui si trovano e come potrebbero strategicamente muoversi in un prossimo futuro, anche alla luce degli avvenimenti che quotidianamente “sconvolgono” il mondo dell’informatica. Ecco i risultati delle mie elucubrazioni più recenti:

  • Microsoft: non si potrebbe non cominciare l’analisi del panorama informatico mondiale se non partendo dal colosso di dimensione maggiore, Microsoft. Con un monopolio de facto per le mani, il più grande problema di Microsoft è quello di continuare a guadagnare abbastanza da mantenere in vita il gigante che rappresenta, con l’enorme difficoltà dell’essere fin troppo dipendente dal mercato: un’azienda infatti che rappresenta di per sé il 90% del mondo dell’informatica, non può non risentire anche della benché minima flessione del mercato. I consumi calano del 2%? Microsoft sta perdendo milioni di dollari. Ecco allora che diviene necessario adottare non solo le vecchie care strategia legate all’obsolescenza programmata (nella quale rientra per altro anche la questione OpenXML), ma anche attaccare frontalmente nuovi mercati (come ad esempio quello del web), già che quello dei sistemi operativi è saturo o in saturazione, dal punto di vista di Microsoft, e le vendite di Vista pesano come macigni.
    Così si spiega quindi l’idea di acquistare Yahoo!: sfruttare una realtà già esistente (benché pagata profumatamente) per acquisire d’un colpo struttura, prestigio, pubblicità e competenze, alla quale aggiungere poi miliardi di investimenti per fare una reale concorrenza al verò protagonista del mondo del web: Google.
  • Google: è il colosso in maggior espansione. Il mondo dell’informatica va sempre più rivolgendosi infatti verso il web, verso l’integrazione tra servizi e device più o meno mobili (il fenomeno del così detto “web2.0” ne è un esempio lampante) ed a Mountain View, da questo punto di vista, non possono che fare scuola: i servizi che Google offre si integrano perfettamente tra di loro (almeno in larga parte) e si continua ad investire pesantemente nell’acquisto di nuove promettenti piattaforme. Per quanto li riguarda, il periodo di espansione non è ancora terminato, e anzi i guadagni aumenteranno nei prossimi anni, con la sempre maggior incidenza della pubblicità online, la possibilità di offire personalizzazioni ai servizi già offerti gratuitamente al grande pubblico e via dicendo.
    Unica nuvola nel serenissimo cielo di Google è l’accordo tra Microsoft e Yahoo!, che potrebbe dare fastidio (non metterli in crisi, giusto una punturina d’insetto). Probabilmente anche per questo motivo Google ha osteggiato in diversi modi la trattativa, senza per altro poter realmente mettere il becco nell’affare: l’antitrust americana infatti non gli perdonerebbe una simile concentrazione di potere. Nel caso in cui la piattaforma Microsoft-Yahoo! dovesse realmente concretizzarsi, Google avrà bisogno di spingere decisamente verso una piattaforma analoga che includa il supporto di un sistema operativo completo: visto l’importante impegno di Google nel supporto e la promozione dell’opensource, viene naturale pensare a Linux (e nella fattispecie ad Ubuntu e Canonical).
  • Yahoo!: da parecchio tempo ormai nell’occhio del ciclone, il grande problema di Yahoo! si chiama indubbiamente Google. Combattere lo strapotere del colosso di Montain View sul campo dei servizi integrati, della ricerca sul web con una piattaforma analoga (seppure costantemente in lieve ritardo tecnologico) è una battaglia persa in partenza, e le cifre parlano chiaro. Tornata sulla bocca di tutti in seguito alla proposta di acquisto da parte di Microsoft (che avrebbe per altro potuto tranquillamente tentare un’OPA ostile), Yahoo! aveva in realtà già ottenuto un significativo risultato stringendo stretti legami di sinergia con un’altro importante player, Apple. Il servizio di push imap suggerito da Apple per l’iPhone 1.0 infatti era quello di Yahoo!, la sincronizzazione della rubrica tra l’iPod Touch e il web si può fare solo tramite il servizio di rubrica di Yahoo!, e in prospettiva altre strade di integrazione simile si vanno profilando (sempre che Apple non decida di mandare tutto a carte quarantotto chiudendo la piattaoforma MobileMe, cosa piuttosto improbabile).
    Indubbiamente grande valore a Yahoo! l’ha dato l’acquisto di Flickr, che le sta dando respiro, ma al situazione non potrà continuare in questo modo a lungo: se vuole sopravvivere, Yahoo! deve essere venduta (o fusa con un’altra realtà di pari prestigio) e sulla scia di questa operazione, si deve pesantemente investire, sia sulla piattaforma pubblicitaria sia sull’innovazione e l’integrazione dei servizi (il calendario di Yahoo! non esporta automaticamente gli eventi “pubblici” verso upcoming.com, vi sembra possibile?).
    Non è da escludere che Google stessa decida di sovvenzionare Yahoo! per scongiurare questa eventualità, magari proponendo semplicemente una sinergia tra le due piattaforme pubblicitarie, che compongono un mercato ancora troppo piccolo per essere oggetto delle attenzioni dell’antitrust…
    Nell’ipotesi invece che la vendita a Microsoft vada alla fine in porto (pare addirittura che da Redmond vengano pressioni affinché ci sia un cambio di cda e si prosegua la trattativa con interlocutori più accondiscedenti), il vero investimento dovrebbe essere quello di una forte (fortissima) integrazione tra il portale online di Yahoo! e il sistema operativo Windows, senza allo stesso tempo bruciare i rapporti esistenti con Apple: solo una piattaforma integrata di queste dimensioni infatti potrebbe seriamente infastidire Google.
  • Apple: è forse uno dei colossi dell’informatica che più mutamenti sta subendo. Da produttrice di computer dotati di sistema operativo, negli ultimi anni si sta trasformando in fornitrice di integrazione, soprattutto grazie ad iTunes e l’avvento del mito dell’iPod prima, dell’iPhone poi. Oggi tenta il colpaccio con l’introduzione della piattaforma MobileMe, che punta proprio ad ottimizzare e rendere concreta l’integrazione tra device mobili, pc e portatili. La strada è quella giusta, le pecche sono dovute essenzialmente all’ignorare piattaforme alternative che invece potrebbero garantire ulteriore successo proprio ad Apple (Linux su tutte) e con la scarsa (per non dire nulla) sinergia con Google, che invece potrebbe svincolare Apple dal rapporto avviato con Yahoo! che potrebbe tentare di monopolizzare questo ambito per tentare una via d’uscita dalla crisi in cui si trova.
  • Nokia: di quelle citate, è indubbiamente l’azienda che ha maggior esperienza per quel che riguarda le device mobili. Famosa per i cellulari, ha recentemente fatto importanti acquisti sul panorama del software libero (acquistando ad esempio Trolltech, o acquistando e proponendosi di rilasciare Symbian), una mossa accorta nel momento in cui il mercato delle device mobili si espande e cambia come non mai. Probabilmente l’iPhone fa paura: le possibilità che offre grazie alla stretta integrazione con il web e con il pc, l’interfaccia ben studiata e concepita, il design accattivante, sono tutti aspetti che i produttori di cellulari (e palmari) non hanno mai saputo accorpare in un unico prodotto, nonostante i vari tentativi, e che invece Apple ha saputo imbroccare al primo serio tentativo. Ora la voragine aperta va riempita: lo spazio c’è ma bisogna muoversi ad occupare gli spazi e Nokia è il candidato ideale per integrarsi insieme a Google e Linux in una piattaforma da contrapporre a quella che potrebbe vedere riunite Apple, Microsoft e Yahoo!

L’obiettivo di questo post, come potete immagianare, è proprio quello di scatenare discussione. Le congetture del tutto infondate riportate qui sopra sono il mero frutto della mia mente malata, ma potrebbero incastrarsi in un ipotetico puzzle, a disposizione di coloro che volessero cogliere qualche spunto per proporre una propria visione…

Linux: un tabù per Apple?

Apple iPod Touch 32GB - Macro shot Avete mai notato che Apple non cita mai Linux? Non solo non lo supporta (non esiste una versione di iTunes per Linux, ad esempio), pur essendo Linux probabilmente più semplice da supportare venendo da un sistema *nix come Mac Os X, ma sembra proprio non volerne pronunciare il nome durante i vari KeyNote, così come sul sito di Apple non ci sono riferimenti al sistema operativo libero per eccellenza. Insomma, un silenzio piuttosto curioso, da parte di Apple…

Da proprietario di un iPod Touch, mi devo oltretutto scontare con l’impossibilità di sincronizzare la device con una piattaforma Linux: la porta usb dell’iPod infatti è cifrata (a differenza di quella degli altri iPod) e l’unico modo per ottenere una sincronizzazione (almeno dei brani musicali) con Linux è l’uso di jailbrake, openssh ed sshfs, cosa che naturalmente fa decadere la garanzia (fatta eccezione per la possibilità di ripristinare il sistema operativo della device).

Per non parlare della problematica di sincronizzare contatti e calendario: il supporto di Apple non solo riguarda solo Mac e Windows, ma anche su questa piattaforma il supporto è limitato a Outlook, cosa che ne impedisce l’utilizzo a tutti coloro che non usano intensivamente Microsoft Windows come sistema operativo: con Linux sono infatti riuscito a sincronizzare senza traumi il calendario tra Evolutione e Google Calendar (in attesa che opensync supporti i contatti di Gmail), ma con l’iPod non si può fare, nemmeno passando per Windows e iTunes, bisogna fare un passaggio ulteriore, sincronizzando Outlook con Google.

Mi domando come possa Apple non rendersi conto della complicazione che questo porta: sono dei maestri dell’integrazione (la vera differenza tra un iPod e gli altri mp3 player sta nell’incredibile spettacolare integrazione con iTunes), nella semplicità, e poi si perdono in queste cose? Pensano forse che il non supportare Linux gli garantirà maggiori fette di mercato nel mondo pc? Personalmente ho forti dubbi, secondo me si tratta di una strategia fallimentare, in un mondo che va sempre di più verso l’integrazione (pensate semplicemente al concetto di web-2.0)…