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La doppia faccia di Mars Inc.

Quella sulla violenza sugli animali è una di quelle tematiche che tendo a non affrontare su questo blog. Il motivo, fondamentalmente, è che avendo tre gatti “a carico” sono piuttosto suscettibile, e mi rendo conto che faticherei a reggere il confronto dei commenti in modo civile e controllato come mi sono sempre ripromesso di fare. Quello che però vorrei portare alla vostra attenzione oggi però è un soggetto leggermente diverso (anche se contiguo).

Mi segnalava la mia dolce metà questa mattina un articolo che riportava a questa campagna della PETA. Sintetizzando, la Mars Incorporated (che controlla una serie di marchi piuttosto famosi nel nostro paese, tra cui M&M, Mars, Snikers e via dicendo, ma anche linee di prodotti per animali, quali Pedigree e Royal Canin) è ritenuta responsabile di finanziare esperimenti mortali sugli animali (la dove la legge non li prevede, tra l’altro) per verifiche sugli effetti di alcune sostanze poi usate nel confezionamento dei loro prodotti (per maggiori informazioni sul tema specifico, leggete la pagina della campagna, piuttosto chiarificatrice).

La cosa di cui volevo parlare però (al di la dell’invitarvi a scrivere a Mars Inc. la vostra indignazione utilizzando l’apposito form della campagna), è relativa alla doppia faccia che una simile multinazionale è in grado di reggere nel più largo silenzio (i primi video datano dell’Agosto 2008, non proprio l’altro ieri). In particolare, scorrendo le pagine “etiche” dell’azienda, scopriamo che tra gli esempi di applicazione dei 5 Principi dell’azienda c’è la campagna “Pedigree Adoption Drive“, attraverso la quale l’azienda si impegna a trovare casa alle migliaia di cani che vengono ogni anno finiscono nei rifugi. Cito testualmente e traduco a braccio dal sito precedentemente linkato:

In Mars Petcare crediamo nel nostro ruolo di rappresentare gli animali da compagnia. Lo facciamo di tutti i giorni con il nostro lavoro, consegnando cibo salutare agli animali di tutto il mondo. Lo facciamo anche attraverso iniziative come The PEDIGREE® Adoption Drive®.

Il PEDIGREE® Adoption Drive®, iniziato nel 2005, aiuta a trovare casa ai milioni di cani che finiscono nei rifugi ogni anno. Il programma raccoglie fondi per i rifugi e fornisce informazioni alle persone che vogliono adottare un cane, aiutando a connettere queste persone con i rifugi locali, sia per adottare un cane che per aiutare il rifugio stesso.

Se non fosse già abbastanza lampante, concludo il ragionamento: una multinazionale da 30 miliardi di dollari di fatturato annuo, riesce a reggere una campagna a favore degli animali (come quella citata qui sopra) proprio mentre finanzia esperimenti mortali (ed inutili) sugli animali, nel totale silenzio dei mass media, anche dopo che la faccenda (ovviamente tenuta segreta fin dove possibile) è stata messa in luce da un’ente comunque visibile come la Peta.

E’ proprio vero che i soldi guidano il mondo… vogliamo cambiarlo, una buona volta?

Aiuto

Trova la differenza...

Trova la differenza...

Ciò che è andato in onda ieri sera da Onna, per quanto ignobile, rappresenta molto bene l’attuale situazione politico-mediatica italiana: un regime dittatoriale basato sul controllo dei media. Non è la prima volta che lo dico e ogni giorno che passa potete trovare ulteriori e definitive conferme del fatto che i mass media vengono scientemente manipolati dal presidente del consiglio e/o dai suoi accoliti per mantenere il controllo sulla popolazione e garantirsi una tenuta elettorale, a costo di mentire spudoratamente (e devo dire con notevole abilità e faccia tosta) ai cittadini-telespettatori.

Le voci di protesta, se anche si levassero, non troverebbero spazi per diffondersi, essendo tutti i principali mezzi di comunicazione sotto il controllo diretto del presidente del consiglio: televisioni (Rai e Mediaset), radio (tramite la pubblicità), giornali (Il Giornale), libri (Mondadori), cinema (Medusa). Persino la rete internet è stata ripetutamente oggetto di attacchi di vario genere, volti ad intimidire e/o bloccare fonti di informazione libera, gli ultimi anche piuttosto recenti, con la richiesta di 20.000.000 di euro di danni da parte degli Angelucci (PdL) a Wikipedia.
Persino il presidente della camera Fini, che oggi pare essere portatore di una delle due uniche correnti di opposizione al Governo (dopo l’IdV, che però raccoglie consensi troppo ristretti per poter agire efficacemente), si è trovato a dover gestire indimidazioni da parte de Il Giornale, al punto che ha concluso con una denuncia penale nei confronti di Vittorio Feltri, che de Il Giornale è il direttore.

Le trasmissioni che a Berlusconi non piacciono sono state osteggiate (Report) o meramente cancellate (Annozero), senza che ne la Commissione di Vigilanza Rai, ne l’opposizione, abbiano fatto particolare rumore: ora si arriva ad una manifestazione per la libertà di stampa, che si terrà a Roma questo weekend. A cosa servirà? Il ritardo con cui si interviene è drammatico e la situazione è probabilmente già compromessa: la soluzione del conflitto di interessi andava messa in cantiere molti anni fa, prima che Berlusconi potesse mettere in piedi il sistema di controllo mediatico che oggi si trova a gestire. La mia personalissima impressione è che attualmente non vi sia più la possibilità di una soluzione al problema interna alla nazione, e che le nostre uniche chance di tornare ad essere un paese libero siano da riporre nelle direttive europee (purtroppo anche il Parlamento è oggetto delle ire del nostro presidente del consiglio, che è recentemente arrivato a minacciare di “bloccarne i lavori”).

A Onna, ieri sera, il palcoscenico era interamente per Berlusconi: niente domande, niente contraddittorio, falsità a tutto spiano senza che nessuno potesse smentire. Vespa ha taciuto sulle proteste degli sfollati (pur presenti) e sulle altre reti (Ballarò per la Rai e Matrix per la “concorrente” Mediaset) le trasmissioni di approfondimento politico già programmate era state spostate proprio per far posto allo speciale di Porta a Porta (che pure è riuscito a non ottenere lo share più alto della serata).

Ci è stato raccontato che ormai tutti gli sfollati abruzzesi stanno per essere sistemati in queste bellissime case definitive che diventeranno poi campus di accoglienza per il nuovo polo universitario. Peccato che le casette in legno consegnate (sono pronte solo 3 delle 94 previste), pagate dalla Croce Rossa Italiana e costruite dagli alpini del Trentino, non c’entrino nulla con il Piano Casa del Governo, che non ci ha messo una lira (interessante come poi ci abbiano “messo il cappello“, negli ultimi giorni). Le case del governo, la cui costruzione ha sottratto risorse alla ricostruzione (non è ancora partita, lo sapevate?) basteranno ad ospitare 4800 persone, mentre gli sfollati sono quasi 50.000. Un fallimento su tutta la linea sul quale neppure Bertolaso ha avuto la freddezza di mentire completamente, ieri sera: a precisa domanda di Vespa (pare incredibile, eh?) ha risposto che “entro dicembre ci saranno case per tutti”. E ora si pone il problema (drammatico) delle graduatorie per le assegnazioni…

Su tutto questo (così come sulle proteste degli sfollati) si è taciuto: a Porta a Porta (e nei telegiornali?) non si è visto nulla: eppure bastava muoversi di poche centinaia di metri, passando dai paesi vicini a Onna, per rendersi conto che l’immagine dipinta dal presidente del consiglio era tutt’altro che veritiera e descrittiva delle condizioni in cui versano gli abitanti che non sono stato così fortunati da rientrare in questo primo lotto di case e che subiranno l’esperimento “decisionista” post-terremoto della Protezione Civile di Bertolaso, che per quanto da lodare per l’intervento in Abruzzo, ha messo in atto (su direttive governative?) un piano di soccorso che inverte (come denunciato dagli esperti già nei primissimi giorni) la tendenza degli ultimi anni, che vedeva nei moduli abitativi provvisori prefabbricati (i mitici “container”) la possibilità di dare agli sfollati un alloggio minimamente confortevole, in attesa del procedere della ricostruzione: costi tutto sommato ridotti, quindi maggiori fondi per far partire la ricostruzione vera e propria, ma soprattutto evitare che gli sfollati passassero 5 mesi nelle tende, che per altro hanno cominciato ad essere smantellate negli ultimi tempi (al campo de l’Aquila restano solo 40 persone che non vogliono abbandonare quel poco di normalità che sono riuscite a ricostruirsi in questi 5 mesi).

L’Italia è come alcolizzata, drogata di televisione: non è più in grado di uscire da sola da questa dittatura mediatica ed ha decisamente bisogno di aiuto!

La differenza tra verità e gossip

Jessica N. Diamond via Flickr

Jessica N. Diamond via Flickr

Esiste una differenza fondamentale e sostanziale tra il caso “Noemi Letizia – Silvio Berlusconi” e la supposta relazione di Veronica Lario con la sua guardia del corpo il capo della sicurezza il postino il panettiere chi che sia (ed è assolutamente fondamentale sottolinearla): la posizione politica che la Lario ricopre.

Del gossip sulle relazioni della Lario, si occuperanno (con indubbia completezza di dettagli) Chi, Cioè e Novella 2000. Non sento il bisogno ne la morbosa attrazione per i fatti sentimentali di Veronica Lario tanto quanto non sento il bisogno di conoscere le abitudini sessuali del Cav. On. Silvio Berlusconi.

La differenza, però, stà nel fatto che nel momento in cui mento io, o mente Veronica Lario, ci troviamo a dover rispondere delle nostre azioni solamente nei confronti delle persone a cui abbiamo mentito, ai coinvolti nella menzogna, un pugno di persone. Nel momento in cui invece mente, seppur su una faccenda parzialmente privata (vi invito ad ascoltare l’analisi di Marco Travaglio su questo frangente), il Presidente del Consiglio o un’altra personalità politica di spicco, la situazione cambia drasticamente: se Berlusconi mente spudoratamente sulla questione Neomi, come potremmo, ad esempio, fidarci delle sue dichiarazioni sul caso dei Voli di Stato (che cofigurerebbero un reato di Peculato)?

Infine, è curioso che la Santanché si trovi a parlare degli amanti della Lario proprio in questo momento, e dalle reti televisive controllate da Berlusconi… ai maligni potrebbe quasi sembrare un tentativo di screditare un avversario, no?

Ciò detto, sottolineo ancora una volta come l’assenza di regolamentazione del settore radio-televisivo a tempo debito, anche da parte della Sinistra, abbia cacciato l’Italia in un tunnel cieco pericolosissimo, nel quale ci troviamo tutt’ora e del quale non si intravvede ancora il bagliore dell’uscita… Coloro che hanno anteposto accordi politici alla necessità di regolamentare il “quarto potere” andrebbero allontanati dalle file di un ipotetico Centro Sinistra responsabile tanto quanto Berlusconi andrebbe allontanato da un analogo Centro Destra…

In memoria dei blog

Giornali metropolitani Ogni tanto può capitare di non saper cosa scrivere su un blog. In quei casi, non avendo solitamente vincoli di sorta, si passa agilmente dall’altra parte dell’ostacolo e si prosegue la propria giornata come nulla fosse accaduto. Mi rendo conto però che per un “professionista” della stampa questo possa rappresentare un grosso problema: dopotutto scrivere è il suo lavoro ed allora ci si inventa un po’, si fruga qua e la, e prima o poi qualcosa da scrivere si trova.
Voglio credere che al buon Geminello Alvi, ieri mattina, sia capitato così e che non abbia invece pensato coscentemente a tutto l’ammasso di fandonie che è riuscito ad infilare nella paginetta che ha consegnato alla sua testata. Il contrario sarebbe davvero oltraggioso per la sua reputazione professionale (messa comunque a dura prova dall’articolo di cui sopra).

Non darò ad Alvi il piacere di essere riportato per intero (anche se le fandonie sono talmente numerose che potremmo quasi fare un’analisi parola-per-parola dell’articolo) e mi limiterò a citare le parti più interessanti, conscio che i miei lettori interessati ad approfondire l’argomento ed a sentire “l’altra campana” non esiterranno ad “allocare” il tempo necessario per leggere l’originale.

E invece internet, e in particolare quegli orrori che si chiamano blog, sono tutto l’opposto. Un nervosismo di insulti svogliati, sfoghi di invidia o meschinità di cui si è felici: luoghi precari insomma, dove la coscienza e l’essere desti sono sospesi.

Alvi scuserà la mia impertinenza di scrittore rigorosamente non professionista, ma durante le (poche lo ammetto) lezioni di giornalismo prese a scuola, ho imparato che le affermazioni vanno accompagnate da riferimenti concreti (che su internet si incarnano facilmente in link), citazioni, note a margine. In mancaza di questi, le frasi accusatorie (soprattutto generiche come quella riportata, presente all’inizio dell’articolo) diventano semplicemente “insinuazioni gratuite”.

A me invece paiono luoghi di frustrazione e sciatteria, nei quali bisognerebbe io credo vergognarsi di scrivere, e certo non inorgoglirsi di averli creati.

Curioso come, cambiando alcune parole qua e la, questa considerazione sia altrettanto valida per alcune testate giornalistiche… Ad Alvi, in questo frangente, vorrei ricordare che proprio i blog stanno consentendo, in questi drammatici giorni a Gaza, dove il territorio del conflitto è interdetto alla stampa, ai giornalisti di tutte le nazionalità di tenersi (e tenerci) aggiornati su ciò che accade nella striscia… Dovrebbero forse vergognarsi, queste persone, di ciò che scrivono, o di aver aperto un blog?

Invece c’è tutto un culturame e persino il senso comune a elogiarli, a vedere in essi una forma superiore di informazione e democrazia. Ma quelli che valgono qualcosa sono pochi siti a pagamento nei quali si limitano o si cooptano i partecipanti. Gli altri, la maggioranza, invece amplificano solo dei luoghi comuni e non erudiscono in alcun modo.

Il mondo dei blog, secondo Alvi, si limita a questo: un’enorme massa di inutili personaggi che riportano luoghi comuni (senza argomentazioni immagino?) e pochi siti a pagamento ai quali non va per altro neppure il merito della qualità, in quanto arrivano persino a cooptare i partecipanti? Posso suggerirle, Alvi, di chiedere ai suoi colleghi blogger de Il Giornale se sono contenti di essere così descritti?

Infatti chi abbia un qualunque mestiere e lo sappia davvero lo vede subito: sui blog si parla di tutto, ma sapendo ben poco, e informando ancor meno.

In questa frase, perdoni Alvi, mi sfugge qualcosa: il soggetto di “lo sappia davvero” qual’è? Sapere “un qualunque mestiere”? Non ho colto, sul serio…

E peggio ancora: si sente in questo mai firmarsi col suo vero nome di chi invia messaggi una caduta ulteriore. Sia chi sia, impiegato o signora snob, arrabbiati di destra o sinistra, studenti o professorini: tutti costoro scrivono al riparo dell’anonimato cose che mai si direbbero in faccia. Altra diseducazione.

Alvi ha decisamente ragione, in questo frangente e mi cospargo il capo di cenere. Non tutti gli articoli di questo blog risultano firmati. Troppo spesso ho omesso di segnare nome e cognome in fondo alle pagine, ma qualcosa da dire in mia discolpa ci sarebbe: il titolo stesso del blog riporta il mio nome e cognome, oltre ad essere persino presente una pagina di informazioni, tra cui spicca persino il mio indirizzo email (oltre al numero di cellulare ed un’altra certa quantità di informazioni inutili), che invece Alvi, in coda all’articolo (curiosamente) non ha lasciato…

L’impressione è che Alvi non abbia capito fino in fondo il mondo dei blog, o che si sia superficialmente fermato dopo aver letto pochi (pochissimi, diciamo… uno o due) delle migliaia di anonimi blog che ci sono in giro e ne abbia tratto drastiche ed inappellabili conclusioni. A lui invece il mondo dei blog lascia sicuramente una porta non aperta, ma spalancata: da molte parti leggo inviti a riconsiderare la propria posizione alla luce di una più attenta ed approfondita analisi di questo fenomeno che, Alvi mi consentirà, di libertà e democrazia è una bandiera…

Al giornaliste de Il Giornale va dato atto, in ogni caso, di aver toccato (seppur involontariamente, probabilmente) un tasto importante, ovvero la necessità (che ribadisco ancora una volta) di una presa di coscienza dei blogger di tutto il mondo, di una maggior comprensione del ruolo mediatico che le nostre parole hanno e quindi di una maggior serietà applicata nella ricerca, analisi e documentazione di quanto scriviamo. Servirà anche ad emancipare il “mezzo” dalla melma (questa si) di siti più o meno insulsi che nascono dalla sola volontà di “seguire la nuova moda”…

Il male maggiore, al solito, è la generalizzazione…

Facebook: due pesi, due misure?

Facebook Developer Garage Facebook è sulla bocca di tutti da parecchio tempo e lo è sempre di più, visto il successo che sta avendo anche nel nostro paese: a facebook va dato atto di essere riuscito ad avvicinare al concetto dei social network persone che a malapena sono in grado di padroneggiare lo strumento dell’email.
Ciò detto, negli ultimi giorni, “faccialibro” ha trovato un motivo in più per far parlare di se. Anzi due.

Da un lato, c’è la questione dei gruppi di “dubbio gusto”. Ce ne sono moltissimi, dai temi più disparati (una buona analisi sull’argomento la trovate in questo post di Alessandro Gilioli), tra cui naturalmente se ne possono trovare anche di poco gradevoli, sotto vari profili: sicuramente etici o politici, ma anche inopportuni come il gruppo “pro-Riina” che ha scatenato la polemica. La scelta di Facebook, in questo caso, è stata quella di garantire libertà d’espressione. Scelta più o meno condivisibile (al contrario poi dell’uso che di questa “libertà” viene fatto), ma dopotutto legittima.

Dall’altro lato, c’è la questione delle foto di donne che allattano, le quali sono invece state sistematicamente cancellate dalle pagine del social network, scatenando (anche in questo caso) la polemica: ma come, da un lato libertà massima, portata all’estremo limite di consentire gruppi “inopportuni” come quello citato e poi una censura tanto bigotta per le donne che allattano?

La mia (personalissima) impressione, è che in Facebook abbiano trovato il modo per far parlare di se, incrementando immensamente la propria visibilità sui media tradizionali (costretti per altro a spiegare cosa sia Facebook, la cui diffusa percezione positiva impedisce facili strumentalizzazioni da parte loro). Una forma di pubblicità che, anche se non necessariamente strettamente positiva, a me riporta alla mente una polemica che era nata in seguito alla BlogFest 2008 a Riva del Garda, anche se allora era stata espressa in modo davvero terribile

Insomma: il fatto stesso che io (e non solo io) mi trovi qui a scrivere non del primo caso (di cui si è già detto), ne del secondo (idem) ma della concomitanza dei due, è la riprova che in Facebook, volontariamente o meno, hanno trovato un’altro modo di farsi pubblicità gratuita e noi tutti dovremmo fare un’attenta riflessione (ancora una volta) sulle nuove problematiche legate al mondo del web e dell’informazione, che continuiamo a vivere basandoci su idee e principi ereditati direttamente dall’era precedente…

Informazione dal basso? “Usare con cautela”

Anni '70 La bozza di questo post ha ormai una certa età: diciamo alcuni mesi. In tutto questo tempo l’ho aperta spesso, l’ho riletta, riscritta, stravolta, ripensata, ogni volta tentennando sul pubblicarla o meno. Stavolta ci provo, lo pubblico.

L’argomento è delicato: la sempre maggior diffusione di Internet nella case dei nostri concittadini (ma il discorso vale analogamente allargato al mondo intero, in qualche modo), l’incremento di notorietà ed uso di strumenti quali social network e blogs stanno portando alla luce una nuova fonte di informazione, costruita dal basso stavolta, ma pur sempre “media”. Non voglio entrare nel merito, stavolta, della difficoltà di districare da questa immensa matassa le informazioni di qualità (aspetto per altro che ho già avuto modo di toccare in diverse occasioni), ma puntare piuttosto il dito sulla responsabilità che questa parola (“media”) comporta e di quanto spesso si fatichi a prenderne coscienza.
Il sogno (utopia?) di un’informazione realmente partecipata, imparziale, umana si trova oggi di fronte alla necessità di fare un “salto di qualità” al fine di poter acquisire lo status di “media”: si tratta proprio della presa di coscenza della responsabilità, del potere che l’informazione ha nella nostra società.

La chiamiamo “Era dell’Informazione” non a caso: al giorno d’oggi l’informazione ha ripercussioni incredibili e dirette sulla società. Pensiamo semplicemente ai rifiuti di Napoli: c’è stato, appena prima delle elezioni, un battage insistente e violento sulla questione. Poi il Governo Berlusconi è stato eletto, ha dichiarato di aver risolto la questione e la copertura mediatica si è praticamente azzerata. Nelle menti di tutti c’è la sensazione che, in un modo o nell’altro, tra scontri e imposizoni, la questione sia risolta nel suo complesso. Basta però fare una telefonata ai nostri conoscenti nella zona, magari in periferia, o semplicemente fare qualche ricerca su Google News, per scoprire che la realtà è un’altra, che la spazzatura è ancora la (tranne nel centro storico). Lo stesso discorso vale per il problema “sicurezza”, tema sul quale l’attuale Governo ha (stra)vinto le elezioni e che oggi passa in secondo piano, apparentemente risolto, senza che vi sia stato, in realtà, alcun apprezzabile miglioramento.

Questo è il potere dell’Informazione ed è importante che chi, nel mondo dei blog ma non solo, ha velleità di fare informazione ne prenda profondamente (e rapidamente) coscienza. Le fonti da cui attingere sono tante, tantissime, ma il problema è sempre li: verificare, usare la testa, cercare conferme, essere prudenti.

La linea che divide il Giornalismo e la Demagogia è sottilissima. E’ importante imparare a comprenderla e individuarla; solo allora potremo sperare di dare al nostro Paese un’informazione impariziale e partecipata. Prima, non proviamoci nemmeno.

Dall’altra parte del confine…

Barbed Wire, Czech Republic A dispetto del titolo, non voglio parlare di clandestini, di gente che viene in Italia perché spinta da condizioni disumane, dalla mancanza di diritti umani, dalla fame, magari vessati da regimi dittatoriali: anche in Italia abbiamo queste stesse condizioni e poco alla volta diventa ovvio che l’unica strada che per molti di noi diviene praticabile è quella che affronta i valichi verso i paesi che ci stanno attorno.

Dalle reazioni alla sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Eluana Englaro, diventa palese (come se ce ne fosse stato bisogno) quella che è la situazione dei diritti nel nostro paese: la polemica è ancora più viva di prima, con appelli e controappelli delle autorità politiche e religiose. In un momento come questo, Eluana e la famiglia Englaro andrebbero semplicemente lasciati in santa pace, visto che in ogni caso la legge a stabilito che è diritto di Eluana scegliere (e lo face già parecchi anni addietro) se e come interrompere i trattamenti a cui è sottoposta.
Invece in Italia il rispetto della legge e dei diritti è (ed è sempre stato) poco più che una simpatica alternativa al vivere comune.

Al di là del caso specifico sul quale si può essere più o meno d’accordo con la decisione della corte suprema, poi, resta la questione della necessità di legiferare in materia di Testamento Biologico e come si poteva immaginare la scelta è stata affidata non ad una commissione che veda presenti le varie campane, in modo da arrivare ad una scelta condivisa ed equilibrata, bensì a Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare con delega ai temi di bioetica e di estrazione religiosa legata a quell’area che si è apertamente schierata contro il padre di Eluana e le decisioni del più alto grado della magistratura; come possiamo aspettarci che dalle sue mani esca una proposta di legge coerente e equilibrata quando lei stessa si auspica in qualche modo che venga usata il meno possibile?

La questione sembra seguire esattamente la stessa strada che seguono l’aborto, la ricerca sulle staminali, l’introduzione in Italia dell’RU486. Quanto tempo passerà prima che si cominci a dover andare fuori dall’Italia per poter godere dei diritti che altrove ci vengono garantiti? O meglio, quanta gente già oggi va in Svizzera a comprare l’RU486?

C’è poi la questione delle tasse, che da noi sono decisamente alte e nonostante il Governo precedente sia caduto (per mano dell’attuale maggioranza) perché “non le abbassava”, quello attuale certo non può dire di aver sensibilmente migliorato il problema, che pure era il suo cavallo di battaglia nella passata legislatura.
C’è poi la questione della risposta alla crisi finanziaria, a dir poco dilettantesca. Non si interviene o si interviene demagogicamente, annaspando nella nebbia nonostante le indicazioni chiare da parte sia dell’Unione Europea che delle altre autorità economiche mondiali.
C’è poi la questione del monopolio mediatico, al quale si legano i ritardi e le polemiche per la Commissione di Vigilanza Rai, al quale si lega il problema del conflitto di interessi, la legge salva-rete4, al quale si lega la richiesta di passare una frequenza di Rai1 a Europa7 (così da non costringere Rete4 sul satellite, dove è invece legittimo che stia), al quale si legano le deliranti dichiarazioni di Bossi sulla Rai che “inganna i cittadini attaccando il governo”.
C’è poi la questione del bavaglio che si cerca di mettere ai blogger (tra i pochi “dissidenti” di questa legislatura) con il rilancio della legge Levi, che era stata ritirata durante la precedente legislatura (con tante scuse e capi cosparsi di cenere) ed oggi viene ripresentata tale quale.

Conosco diverse persone che negli ultimi tempi hanno lasciato (felicemente, oserei dire) l’Italia per trasferirsi all’estero. Io dall’estero in Italia ci sono tornato sette anni fà, ma non chiedetemi perché non valuto l’ipotesi di andarmene di nuovo: potrei prendere la domanda sul serio…