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Una settimana più tardi…

Eccoci dunque qui, “in Dublin”, ad una settimana di distanza dal mio arrivo a tirare un po’ di somme. Ho cercato di raggruppare gli argomenti per categorie, tanto se ci sono curiosità di altra natura, posso provvedere a chiarire (se a conoscenza della risposta) o a fungere da “inviato sul campo” qualora la domanda richiedesse una verifica in vivo 🙂

Il clima

E’ sicuramente la cosa che tutti indicano come più problematica quando si parla di Dublino. Beh, non si può dire che la mia esperienza (8 giorni su 365) possa definirsi significativa, ma posso dire che in questi 7 giorni ha piovuto, nevicato, fatto caldo e gelato. Mediamente il clima non è stato orripilante, solo ogni santo giorni viene giù… non letteralmente pioggia, sembra che qualcuno abbia preso un vaporizzatore e si diverta ad infastidire i dublinesi. In ogni caso quando il sole fa capolino (e capita spesso), la città diventa gradevole nonostante il sole basso (siamo comunque discretamente a nord), il grigiore degli alberi senza foglie, la strada umida ed il vento gelido che a raffiche spazza la capitale irlandese.

Il cibo

Ero stato avvertito, non posso che ammetterlo: i dublinesi amano i panini. Sarà che sono tutt’ora alloggiato in un hotel, quindi la vastità di scelte che prevede il pub qui sotto non è esattamente il massimo della raffinatezza culinaria, però spesso finisco con il mangiarmi un sandwich farcito in qualche modo stravagante.
Va però detto che cercando con un minimo di attenzione, si trovano cose piuttosto interessanti: in questi giorni sono riuscito a guadagnarmi uno spezzatino alla Guinness (non male) ed un filetto di tacchino farcito con una sorta di salsa di frutta calda (quasi una marmellata ma meno densa) e purè, decisamente interessante.

I mezzi pubblici

Una delle cose che saltano all’occhio piuttosto rapidamente, è la quantità di autobus che girano per la città. Se dovessi fare un paragone con altre capitali europee in cui ho vissuto, penso che citerei il centro di Luxembourg: dove ti giri trovi un autobus, una fermata. Quasi tutte le strade, oltre alla pista ciclabile, prevedono una corsia riservata per bus e taxi, e prendere l’autobus diventa molto rapidamente conveniente anche in termini temporali: anche all’ora di punta si raggiunge facilmente la periferia nell’arco di mezz’ora. Poi che prenderli sia un casino (perché devi avere la moneta giusta al centesimo, non accettano banconote e non danno resto se non con dei ticket che vanno poi riscossi in centro città), che non ci siano gli orari affissi (ma c’è un sistema di informazioni real-time fermata per fermata accessibile anche dal cellulare) e che costino più che a Milano (anche se non tantissimo di più), è un altro paio di maniche. Spero comunque di aver risolto la questione grazie all’entrata in possesso di una Leap Card, una carta ricaricabile che consente di prendere sia l’autobus che il tram (LUAS). Inoltre ho colto l’occasione di questi primi giorni di girovagare per usare un po’ quella che in famiglia chiamiamo la “pedicolare”, soprattutto per rendermi conto di dove stessi andando e per avere il tempo di guardarmi attorno. Va detto che da dove si trova l’hotel (che non è proprio in centro) si arriva a Temple Bar in una mezz’oretta di buona lena e girare per il centro a piedi è un piacere.

La birra

Beh, inutile negarlo: in quanto a birra gli irlandesi capiscono parecchio. La Guinness non è quella che arriva in Italia (poveri voi), e capisco dopo averla assaggiata qui come mai gli irlandesi ne vadano tanto fieri. Difficile comunque entrare in un pub e non trovarci almeno 4 o 5 spine di discreta qualità, oltre ad un corposo assortimento di bottiglie di varia origine. No, la Peroni fortunatamente non c’è.
In compenso gli indigeni tendono a sbevazzare non male: sabato sera ero in un pub qui dietro l’hotel con dei colleghi che abitano nel quartiere e c’era un simpatico ragazzo che si reggeva malapena in piedi (alle 20:00 passate da poco) e continuava a tentare di salire e scendere dalle scale dell’ingresso, rischiando sistematicamente di farsi gli scalini con i denti. Nessuno sembrava comunque particolarmente sconcertato dalla cosa, forse perché troppo intenti a cantare a squarciagola canzoni popolari natalizie al karaoke :/

Il caffé

Che dire, non siamo in Italia e quindi “ça va sans dire”. Eppure caffè decente se ne trova in giro, a patto di voler spendere del tempo alla sua ricerca. In ufficio poi, vista la nutrita comitiva di italiani, si è già da lungo tempo provveduto all’acquisto di una macchinetta del caffè a capsule (purtroppo di una marca a me non particolarmente gradita, ma questo passa il convento). E anche al bar sotto l’ufficio, chiedendo un “espresso”, si ottiene qualcosa di quantomeno bevibile.
Inoltre mi devo ricredere su Starbucks: non è la prima volta che ci vado, ma a patto di non prendere il caffè (o quantomeno non pensare di ottenere del caffè, chiedendolo), non è davvero male. Qualche giorno fa, passeggiando per il centro, mi sono letteralmente goduto (anche perché scaldava non poco) una bella tazzona di… un liquido caffeinato corretto con del caramello: notevole.

La casa

Venendo all’argomento strettamente personale, si, ho trovato casa. Domani pomeriggio dovrei entrare in possesso delle chiavi e potrei cominciare già domani sera a fare quel micro-trasloco che mi spetta dall’hotel alla dimora del prossimo anno. Si tratta di una casetta gradevole, nel quartiere di Inchicore (quello dove si trova poi la sede di Amazon, chiaramente) ma nella zona più tranquilla. Due stanze da letto matrimoniali al primo piano, soggiorno cucina bagno e giardino al piano terra. Costo accettabile, spazio più che sufficiente, ottimo parcheggio e vicino ai mezzi pubblici (tre autobus e la LUAS) ed a un po’ di negozi utili. Credo che meglio di così, in due settimane, non si poteva davvero trovare. Inoltre sono già in possesso di un conto in banca e del mio PPS number (una sorta di codice fiscale, serve per tutto, dagli affitti al pagamento delle tasse), quindi direi che sono a buon punto con “le manovre di inserimento”.

Il lavoro

Ultimo ma non ultimo, il lavoro. La scorsa è stata una settimana piuttosto intensa: ho impiegato quasi 4 giorni ad organizzare la mia postazione (tra installazioni varie di software, permessi da richiedere e lunghe liste di form da compilare, richieste da fare e via dicendo). Poi negli ultimi due giorni ho cominciato una sorta di auto-formazione (attingendo a piene mani dalla sconfinata ed eccellente documentazione interna) e oggi sono persino riuscito a cominciare a rendermi utile, per quel poco che la mia nulla conoscenza dell’ambiente mi consente. In compenso, dopo una settimana, sono decisamente convinto che la scelta sia stata di quelle azzeccate: il ruolo è decisamente interessante, i colleghi gentili, disponibili e simpatici, l’ambiente di lavoro tra i migliori che abbia finora avuto modo di conoscere. E soprattutto la scala di questo sistema è di almeno due zeri superiore a quelle che erano le mie più rosee aspettative: c’è sicuramente spazio per farmi le ossa, sotto questo profilo…

La svolta

Sabato si avvicina a grandi passi. Alle 11:40 prenderò il mio volo “sola andata” per Dublino e la mia vita cambierà ufficialmente, rivoltata come un calzino nell’arco di un mese e mezzo scarso. Inutile dire che sono tremendamente eccitato per tutto quello che questo enorme cambiamento comporterà, per le porte che si aprono, per le opportunità che il salto professionale (ed economico, non lo nascondo) consentirà di raggiungere. Posso immaginare che questi primi mesi di vita in quel dell’Irlanda saranno confusi e incasinati, ma la cosa non mi spaventa (almeno per ora :P).

Nel mese e mezzo intercorso tra la conferma dell’offerta di lavoro da parte di Amazon.com ad oggi, ho scoperto (e fatto considerazioni su) una vasta serie di aspetti del trasloco a cui non avevo mai pensato.

  1. In primis c’è la questione delle ripercussioni che le mie scelte hanno su coloro che mi stanno attorno. Mia moglie, la sua e la mia famiglia, gli amici, il lavoro, i gatti. Ognuno di loro “pagherà” una parte del prezzo della mia scelta di vita: alcuni di loro hanno avuto voce in capitolo (come mia moglie, ovviamente), altri hanno semplicemente dovuto prendere atto della cosa. Per molti, nel lungo termine, ci sarà un ritorno: vuoi perché faranno vacanze a basso costo in Irlanda (:P) vuoi perché la maggior disponibilità economica consentirà probabilmente di ovviare in modo piuttosto efficace al problema della maggior distanza fisica che ci separerà. Per altri sarà invece semplicemente una pagina girata nel libro della vita, un ricordo magari da appuntare.
  2. Altro aspetto è quello delle minuzie. Al di la del trasloco infatti, è impressionante scoprire quante piccole cose ci legano al territorio dove viviamo: bollette, abbonamenti, incarichi. Finché non ci si trova in mezzo a tutto questo, a doversi “sradicare” da dieci anni di vita in un territorio tutto sommato circoscritto, non si riesce a percepire l’impatto che il tempo ha sul nostro essere parte del territorio stesso. E’ davvero notevole.
  3. Infine c’è l’aspetto del calore umano (non in realtà completamente separato dal punto precedente): la maggior gratificazione dell’impegno profuso nelle attività che ho portato avanti in questi dieci anni sta nella quantità di persone che si sono strette attorno a me in queste ultime settimane per condividere un’altra volta qualche minuto insieme, anche solo per una pacca sulla spalla, per un saluto. A tutte queste persone (loro sanno chi sono) va il mio ringraziamento più grande, perché è senza di loro che tutto questo non sarebbe stato possibile.

Da sabato sera quindi, sarò a Dublino, cittadino italiano emigrato. Alla ricerca di una casa confortevole (quasi un rondone alla ricerca del posto ideale dove costruire il nido), di organizzare e pianificare i prossimi anni nella piovosa e meravigliosa Irlanda. E queste pagine, spero, saranno un posto dove raccontarvi tutto questo, se vorrete leggermi.

Welcome back to myself

E’ passato davvero parecchio tempo dall’ultima volta che ho scritto qui sopra. Un po’ perché la maggior parte della mia produzione di contenuti online si è spostata su altri mezzi (da Twitter allo sharing di item feed rss), un po’ perché il tran-tran quotidiano porta rapidamente ad esaurire il tempo disponibile per questo genere di cose, che a differenza di quanto possa sembrare, consumano parecchio tempo.

Torno quindi a scrivere su queste pagine con l’intento di cambiare un po’ di cose (a partire dal layout grafico, al quale ho cercato di dare una sonora sgrassata e che mi sembra ora più piacevole, leggibile, ma soprattutto più standard e quindi più facilmente mantenibile dal sottoscritto), non ultimo il genere di impegno che voglio metterci: niente più pubblicazioni cadenzate, niente più pianificazione, si torna all’origine. Vorrei che queste pagine tornassero cioè ad essere una raccolta di idee, impressioni, considerazioni di getto, anche di condivisione e discussione con chi ne avrà voglia, se possibile.

Sono alle porte di una svolta nella mia vita (quasi un’inversione a U, devo dire, come vedrete nel post dedicato) e questo blog servirà anche per tenere le fila di questa barchetta in burrasca 🙂

Cheers…

RANT: Bartolini Corriere Espresso

Bartolini

nne.oeldorfhirsch via Flickr

Sono sinceramente allibito. Allibito di come un’azienda che tratta a pesci in faccia i propri clienti possa avere il successo commerciale che ha Bartolini Corriere Espresso. Voglio rendervi partecipi di quella che è la mia esperienza di questa mattina, giusto ad indicare che non parlo di cose campate per aria, che pare essere piuttosto diffusa.

Ieri sera (controllata la posta dopo il ponte), trovo nella casella della posta una notifica di Bartolini per “mancato recapito causa destinatario assente”, relativa ad un pacco che sto aspettando. Sul retro della notifica c’è scritto che è stata consegnata il 3 dicembre alle ore 13:07. C’è scritto anche che la notifica non vale per il ritiro, in quanto un loro incaricato sarebbe ripassato il giorno successivo per un nuovo tentativo di consegna. Contemporaneamente mi chiedono di contattarli entro 48 ore (domenica?), altrimenti il pacco verrà messo in giacenza. Va bene, pazienza: al di la del fatto che avendo io indicato il mio indirizzo email nell’ordine del prodotto potrebbero anche organizzarsi per farmi avere una notifica via email, tra fornitore e spedizioniere, assumo il fatto che il mio pacco sia in giacenza.

Questa mattina, ore 12:00 circa (lavoro anche io, e la mattinata non è stata proprio di quelle più leggere), chiamo Bartolini al numero indicato sulla notifica (non valida per il ritiro, ma tant’è) e passo i miei primi 11 minuti di attesa. Ad un certo punto una voce femminile (che credo appartenesse effettivamente ad una persona) mi risponde, e mi rimette in attesa farfugliando “la trasferi” immediatamente dopo che gli ho riferito di chiamare per un pacco. Altri 15 minuti d’attesa. Finalmente risponde un’altra voce femminile che mi riaggancia simpaticamente il telefono in faccia mentre le sto dicendo che ho una notifica di mancato recapito.

A questo punto sono le 12:35 e Bartolini chiude per la pausa pranzo. Io ho perso mezz’ora di tempo al telefono senza sapere dov’è il mio pacco, che devo fare, chi devo chiamare, quando terminerà la giacenza… in compenso conosco molto bene la musica d’attesa del loro centralino.
Mi sono trattenuto dal prendere la macchina e fiondarmi, lanciafiamme alla mano, alla sede di BOVISA 2 di Bartolini e riproverò a chiamare nel pomeriggio, ma la domanda sorge spontanea: perché indicare una procedura sulla notifica di mancato recapito quando non c’è nessuno a rispondere al telefono (o hanno le linee oberate)? Per le informazioni sulla giacenza non valeva la pena consentire di usare lo strumento online anche a quei poveri cristiani che come me non hanno il numero della spedizione (in quanto quello indicato sulla notifica risulta non valido per quel form)?

Non ho parole.

Visita ad una Bruxelles… militarizzata

Politie

saigneurdeguerre via Flickr

Rispetto all’ultima mia visita, quest’anno sono rimasto colpito dalla quantità di polizia che si incontra per strada a Bruxelles, soprattutto nel centro (in particolare nella zona di De Broukere e de La Bourse). Non si tratta solo di una presenza massiccia (dicendo che possiamo fare un paragone numerico tra auto della polizia e autobus non esagero di molto) e piuttosto inquietante, ma anche di un continuo intervenire anche per cose futili e banali.

L’altro ieri pomeriggio ero in giro alla ricerca di una sciarpa adeguatamente calda e di un cappello che coprisse anche le orecchie (a Bruxelles in questi giorni la temperatura raggiunge raramente i 2 gradi), quando mi sono ritrovato ad assistere al fermo di un giovane piuttosto mal vestito che, insieme al suo cane, sostava tranquillamente sul marciapiede, additato da un paio di ragazzotti (loro invece ben vestiti) a pochi passi: si potevano contare almeno 8 poliziotti sul marciapiede, mani pronte su manette e manganelli, più un furgoncino e due volanti.

Mi chiedo cosa abbia spinto ad un così massiccio incremento di forze di polizia in una città che è sempre stata piuttosto tranquilla (e che non sembra molto cambiata, da questo punto di vista)…

Ad ogni buon conto, voglio trarre (e condividere con voi) una considerazione da questa esperienza. La presenza di tutta questa polizia, a differenza di quello che vorrebbero farci credere certi politici, non mi ha fatto sentire per nulla più tranquillo, anzi.
Non solo perché sono sempre stato piuttosto refrattario alle dimostrazioni di forza bruta e tutta questa “militarizzazione” mi mette inquietudine, ma soprattutto perché sorge spontanea la domanda seguente: se è necessaria tutta questa polizia, significa che c’è un pericolo serio in agguato? Ed allora, il fatto che sia praticamente invisibile (al punto che non sono riuscito ad individuarlo), non lo rende ancora più pericoloso, subdolo e preoccupante?

Sono vivo…

So che è molto che non scrivo qui, lo so. Diverse persone me ne hanno chiesto il motivo e sebbene non ritenga di dover spiegazioni (perché, ribadisco, è un personale!), qualche riga voglio buttarla giù.

E’ un periodo un po’ pesante, sul piano del tempo libero: nonostante la crisi il lavoro è tanto (troppo a volte, al punto di faticare a star dietro alle richieste per settimane), gli impegni si accumulano e certo il matrimonio non ha giovato sotto questo punto di vista (nel senso che trascorrere due settimane in viaggio di nozze non ha fatto miracolosamente sparire gli impegni arretrati). Anche sul piano della “cittadinanza attiva” la ricaduta è stata piuttosto pesante: sono mesi che non riesco a frequentare i circoli e la vita politica di Cinisello, e anche il contributo a SlowFood e GAS si è marcatamente ridotto. Spero in un periodo più tranquillo nei prossimi mesi, perché la speranza è sempre l’ultima a morire.

Seguiranno a breve un paio di post che ho in mente 🙂

Ebbene si, sono ancora vivo

Francesco Federico via Flickr

Francesco Federico via Flickr

Sono giorni che non scrivo. Per chi mi sta intorno i motivi sono chiari ed evidenti: lavoro, impegni, appuntamenti, rogne di vario genere (nulla di grave, fortunatamente)… soprattutto Fa La Cosa Giusta 2009 (scrivo dallo stand) che ha richiesto un pesante impegno per l’organizzazione e la partecipazione dell’Associazione LIFOS.

Ormai la manifestazione volge al termine (si chiude alle 18:00) e qualche considerazione vorrei spenderla, soprattutto riguardante due aspetti: la Crisi e la tematica del software libero.

Per quel che riguarda il software libero, avendo partecipato a tutte le edizioni della manifestazione (dal 2004 ad oggi), ho visto crescere l’attenzione su questo tema: i primi anni ci veniva chiesto se “linux si potesse mangiare”, poi si è cominciato a trovare qualcuno che ne avesse già sentito parlare, successivamente qualcuno che l’avesse già provato, oggi si comincia a parlare di business legato al software libero. Una crescita davvero impensabile fino a pochi anni fa, considerando soprattutto la tipologia di affluenza a questo genere di manifestazioni.

Sotto il profilo della crisi, invece, la forte affluenza all’edizione 2009 di Fa La Cosa Giusta può avere due diverse chiavi di lettura:  da un lato si potrebbe leggerla come un segno della crisi, con la ricerca del risparmio, della sostenibilità. Alternativamente lo si può leggere in positivo, come un segno di vitalità, di reazione, di ripresa o comunque di fiducia in settori che cercano nell’ecologia e nella sostenibilità una via per uscire dalla brutta situazione in cui versa il nostro paese…

Se qualcuno fosse interessato a questi argomenti (o semplicemente vuole passarci a trovare allo stand SL08), invito a fare un salto in Fiera Milano City, davvero 🙂