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Il cadavere è passato!

Robert Scoble via Flickr

Quando si diceva “no ai brevetti software”, “brevettare le idee è sbagliato”, “rischiamo di far chiudere moltissime aziende, piccole medie e grandi”, non era un modo di dire. Credo che Microsoft (che sulla lobby a favore dei brevetti software anche in Europa ha pesantemente investito) ne abbia preso distintamente coscienza a seguito della recente sentenza della Corte Occidentale del Texas che bandisce (permanent injunction) la vendita di Office 2003 e Office 2007 dal territorio degli Stati Uniti, a causa di una violazione del brevetto su XML di i4i, società canadese che pare aver dimostrato in territorio canadese (dove la giurisdizione prevede leggi sui brevetti software molto simili a quelle americane) di possedere effettivamente un brevetto valido sul noto linguaggio di markup. A questo si va ad aggiungere una multa di 227 milioni di dollari (saranno bruscolini per Microsoft, ma credo li avrebbero risparmiati volentieri).

Naturalmente Microsoft potrà cambiare i suoi prodotti e togliere tutte le estensioni custom al formato XML (lavoro comunque non poco oneroso, soprattutto in termini di compatibilità con i prodotti esistenti), ma la legnata è comunque di quelle che lasciano il segno. Mi auguro che Microsoft colga l’occasione per rivedere le sue politiche su questo fronte……

La musica “degradata”

16gb ipod touch Mi fa sorridere l’articolo di Repubblica di qualche giorno fa’ (si, lo so, sono sempre più in ritardo, che ci devo fare…) che riporta le dichiarazioni dell’avvocato Monti il quale fa notare come la “nuova legge sul diritto d’autore” prenda una cantonata (rispetto a quella precedente quantomeno) che fa dubitare addirittura che il provvedimento sia voluto:

È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro

L’articolo fa presente come, essendo un mp3 (ma vale anche per i jpeg, ad esempio) un file compresso (in quanto taglia ad esempio le frequenze non o difficilmente udibili dall’orecchio umano) e quindi degradato, questo rientri a tutti gli effetti nei limiti della legge, che attende solo un decreto attuativo per essere applicata. Inutile dire che ci si precipiterà a modificare questo passaggio della legge, soprattutto se al governo dovesse (malauguratamente) finirci il nostro buon Silvio Berlusconi (ma questa è un’altra storia).

Tenendo ben presente che si tratta solo di uno stralcio (e quindi maggiori informazioni potrebbero essere disponibili nelle righe precedenti o successive, che non ne competenze ne voglia ne tempo di leggere) c’è un aspetto che proprio non mi convince: questo stralcio di legge vieta di fatto ai possessori di un’opera coperta da copyright (e quindi qualsiasi opera), di pubblicare il proprio materiale, a titolo gratuito, sul web? Quindi niente Creative Commons (che proprio sui diritti garantiti dal diritto d’autore si basano), niente “pubblicità via mp3 e guadagno con i concerti”? Leggo molti gioire per questo “errore del legislatore”, a me sembra un’altro esempio (ovviamente estrapolando da queste due righe, quindi sicuramente mi sbaglierò) di una legge pensata male e scritta peggio

Inoltre, siamo d’accordo che la libera diffusione delle opere dell’ingegno sia fondamentale per la crescita culturale dell’essere umano. Il mio dubbio però, è sull’attribuzione: se io faccio un lavoro, spendo fatica (un esempio banale: le slides disponibili su questo blog), questa legge consente a chiunque di prenderle e mandarle in giro, senza necessariamente citare la fonte (nonostante sia esplicitamente richiesto dalla licenza Creative Commons ivi applicata). Siamo così convinti che la “libera diffusione”, nel senso di “svincolata da qualsiasi regola” sia un bene, per l’umanità e gli esseri umani? La meritocrazia va quindi a farsi benedire?

D’accordo quanto volete contro i brevetti (di qualsiasi genere siano), ma sul copyright bisogna fare molta attenzione…

Samba si schiera “in gpl3”

Quando ieri Microsoft ha cominciato ad alzare gli scudi relativamente alla GPLv3, modificando unilateralmente i tanto discussi “patents agreement” stipulati con diverse realtà del mondo dell’opensource, facendo in modo di non trovarsi a distribuire codice coperto da GPLv3, questa era una delle mosse che mi sarei augurato.

Samba passa in GPLv3 (a partire dalla versione 3.2.0), contribuendo attivamente alla lotta contro le pretese, in termini di “proprietà intellettuale”, di Redmond. Infatti dal momento in cui Samba sarà rilasciato con questa nuova licenza, non sarà più possibile distribuirne le nuove versioni ed allo stesso tempo avanzare (dubbie) richieste relativamente a brevetti e proprietà intellettuale.
A giudicare, tra l’altro, dai dati resi pubblici da palamida, Samba è il primo progetto di una certa entità ad adottare la nuova licenza.

Che questa sia la volta buona che Microsoft debba dire addio ad una “propensione verso l’interoperabilità” di facciata (con il sottotitolo “è standard quello che diciamo noi”), e cominci a darsi da fare per l’interoperabilità reale, quella che ha proposto Red Hat e che loro hanno sdegnosamente rifiutato?

E dopo SCO, Microsoft!

Dopo la pesante batosta raccolta da SCO nella causa sulla “proprietà intellettuale” relativa al codice sorgente di Linux, ora è Microsoft stessa a lanciarsi nella battaglia (dopo essere stata una tra le maggiori spinte di SCO durante gli ultimi anni).

Dopo aver di decente stipulato degli accordi con Novell (ai quali ha poi aderito anche Dell) secondi i quali i clienti di Novell che acquistano SuSE Linux possono avvantaggiarsi della clausula di “non belligeranza” sui brevetti che Microsoft vanterebbe sul codice di Linux (e che di fatto danno credito a queste millantazioni), ora l’azienda di Redmond ha deciso di venire allo scoperto, comunicando che il codice sorgente di alcuni dei maggiori applicativi opensource violano un totale di oltre 235 brevetti software ad essa riconducibili. Di questi, circa 42 sarebbero inclusi nel kernel Linux, 65 nel server grafico Xorg ed altri 45 sarebbero invece da imputare alla nota suite per l’ufficio OpenOffice.org.

Al di la delle considerazioni in merito all’accordo stipulato tra Novell e Microsoft (sul quale si sta ancora largamente dibattendo e sul quale la nuova versione 3 della licenza GPL dovrebbe mettere un punto definitivo che molto male potrebbe fare proprio a Novell), una pronta ed interessante risposta legale sull’argomento viene dall’avvocato Carlo Piana, vicino alla Free Software Foundation, che fa notare come sia ancora tutto da dimostrare che i brevetti si possano applicare al software (in Europa c’è già stato un no chiaro della Commissione qualche anno fa, negli Stati Uniti la questione è ancora aperta) e come soprattutto molti di questi brevetti non siano altro che ricombinazioni di tecniche già note (quelle che vengono chiamate, in “legalese”, prior-art) e come questa pratica sia stata recentemente rigettata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Microsoft non è nuova a dichiarazioni avventate, come quando nel 1996 disse che internet non avrebbe avuto futuro e che sarebbe invece stata sostituita dalla loro rete MSN (salvo poi fare una brusca inversione di rotta pochi mesi dopo). Purtroppo sembra che a Redmond facciano fatica ad imparare dai propri errori, e Microsoft sembra avere sempre piu paura della concorrenza del Pinguino…

Non la vogliono capire…

L’azienda che sta dietro al formato di cifratura AACS, la AACS LA (che fantasia di nomi -.-) ha oggi minimizzato il lavoro svolto da muslix64, l’hacker che per primo ha trovato il modo (e l’ha implementato tecnicamente, cosa piu interessante) di estrarre la chiave di decifratura dei dischi protetti da AACS sfruttando il fatto che alcuni player che supportano questo formato ne la salvano in RAM senza prima cifrarla. La notizia, riportata da Punto Informatico, è una di quelle che fanno sorridere, ma allo stesso tempo, portano ad una riflessione più profonda che non è nemmeno la prima volta che espongo sul blog, anche se in maniera frammentata.

Fa sorridere perchè sembra il volersi nascondere dietro un dito. La AACS LA infatti ricorda che muslix64 non ha ideato un attacco contro il proprio formato di cifratura, ma contro le debolezze di alcuni player che lo implementano. Verissimo. Peccato che se l’utente vuole vedere il film sulla propria device, e questo film è cifrato, sulla device dovrà esserci la chiave per decifrarlo. E allora, in un modo o nell’altro, sarà sempre possibile ricavarla, ed utilizzarla per estrarre il contenuto cifrato. Si tratta di una tecnologia perdente in partenza.
Si ritorna sempre all’esempio dell’orecchio analogico/digitale. Se voglio usare gli occhi per vedere un film, o un orecchio per ascoltare della musica, questi non possono essere che analogici. Quindi, alla fine, il contenuto del film deve essere convertito in questo formato, indipendentemente da tutte le cifrature che ci possono mettere in mezzo. E se posso vederlo, possono vederlo altre persone con me, possono sentirlo altre persone con me, posso registrarlo (questo può essere reso più difficile, ma una soluzione la si troverà sempre) e diffonderlo.
Certo, si può argomentare che si perde in qualità. Grazie. Ma avete provato a dare un’occhiata alla qualità media dei film che girano sul P2P?? Gli utenti che utilizzano il P2P non puntano alla qualità. Puntano a vedere il film. In un formato almeno accettabile, dal quale di capisca il contenuto del film. Basta. Il resto non conta. Altrimenti, spenderebbero 7 euro (e-dico-sette!!) per andarselo a vedere in una sala cinematografica.
Anche in questo caso, si tratta di una scelta perdente in partenza, che oltretutto porterà a bruciare letteralmente la possibilità di accedere a materiale di qualità superiore, un’evoluzione tecnologica che avrebbe potuto essere davvero interessante anche per chi, come me, non ha ne occhio ne orecchio fini a sufficienza da rifiutarsi di ascoltare un file mp3 o vedere un video di qualità infima.

Invece hanno deciso di perseverare su questa strada masochista, perchè nella loro (distorta) visione del mondo il profitto a breve termine ha la priorità su qualsiasi cosa.
Il DRM è sotto attacco su tutti i fronti. Gli “utenti” valutano i costi di Vista, gli stati lo dichiarano illegale (anche se non l’Italia, ovviamente), le aziende si battono tra di loro perchè il DRM diventa una restrizione anticompetitiva (sempre e solo per soldi, eh, sia ben chiaro), addirittura i membri stessi del board (vedere il caso EMI), un po alla volta, stanno abbandonando la nave che affonda.

Qualcuno infatti se ne rende conto, e magari ne parla, altri invece, sono decisi a perseverare per questa strada, procedendo ad occhi chiusi verso un muro di cemento, incuranti delle urla che di avvertimento che si levano tutt’intorno.

Il modello economico di riferimento, che ha consentito alle grandi Major discografiche e ad Hollywood di fare quelle barcate di miliardi che si trovano oggi a sperperare in questa tecnologia perdente, è cambiato. Questo può essere un bene o un male, dipende dai punti di vista, ma porterà (ed ha già portato) evidenti cambiamenti nel modo di fare e proporre musica e contenuti multimediali.

Chi non si adeguerà, andrà perduto. Chi non avrà la mente sufficientemente aperta ed elastica da saper cogliere le possibilità e le potenzialità dei nuovi media che stanno nascendo, non potrà che vedersi definitivamente sfuggire poco alla volta, tutta l’acqua che cerca disperatamente di trattenere tra le mani, una volta rotto il bicchiere, trascinando con se anche quel poco di buono (no, non gliel’ho mai realmente perdonata, non ne sono capace, mi dispiace) che forse in giro c’era.

Il mio augurio a tutti loro è quello di non soffrire troppo.

PS: Il mondo dei brevetti e della proprietà intellettuale sono solo sfiorati, in questo momento, dal problema, ma l’odore di bruciato comincia già a sentirsi…