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Come la Cina

Censura

Nahuel |Bossanostra| via Flickr

Non potevo trovare un titolo più descrittivo: l’Italia come la Cina, è tra i pochi paesi al mondo ad applicare la censura ad internet: sebbene la Cina la applichi in modo più vasto, infatti, il principio è lo stesso.

Dapprima in Italia è stato vietato l’accesso a siti di scommesse non associati all’AAMS (Monopoli di Stato) e fin qui si poteva anche ritenere che ci poresse stare (nel senso che si poteva pensare ad un maggior controllo ed una maggior sicurezza per gli internauti italiani).
Poi, usando lo stesso meccanismo, si è provveduto ad oscurare “thepiratebay.org”, un sito svedese che ospita i così detti “torrent”, files che consentono di scaricare files (legali e non) in modalità peer-to-peer (e che risulta ancora oggi inaccessibile dall’Italia).

Per lo stesso principio (colpire il produttori di coltelli anziché l’assassino), ora si condanna Google per via di un video (per quanto riprovevole) caricato sul servizio YouTube.

Ed in tutto questo, la cosa che trovo più scandalosa, è l’assoluta mancanza di interesse, capacità di comprendere, protesta da parte degli italiani.

Mi tornano in mente alcune frasi, perché sembrano descrivere in modo spietato la realtà attuale del nostro paese:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Martin Niemöller

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Il web ed i soldi: Mediaset contro YouTube

14.04.2008: sua emittenza vi ha purgato ancora Uno dei grandi temi di discussione delle ultime settimane è stata indubbiamente la questione nata dalla causa per danni intentata da Mediaset contro YouTube (o per meglio dire contro Google, visto che YouTube è di sua proprietà). In effetti con 500 milioni di euro in ballo, da discutere ce ne sarebbe parecchio, ma ho la fortuna di poter affrontare la questione conoscendo una delle persone in causa (Matteo Flora, il consulente di Mediaset in tutta la vicenda) e potendo quindi tentare di avere un punto di vista più neutrale di quanto non sia capitato ad altri.

Il tutto verte sul fatto che YouTube utilizza e trasmette (senza ovviamente pagare i diritti per farlo) migliaia di ore di registrazioni di trasmissioni e materiali vari di proprietà di Mediaset (e di varie altre emittenti del globo terraqueo). Per la legge italiana (e non solo per quella, visto che numerose altre cause analoghe in giro per il mondo sono state già in corso, non ultima quella che vede impegnata l’emittente statunitense Viacom, proprietaria tra le altre di MTV) questo è un reato, in quanto non vengono riconosciuti di diritti d’autore dell’opera in questione.
Tanto per fare un paragone (nemmeno troppo azzardato) è come se un vostro filmato (magari presente proprio su YouTube) venisse preso ed utilizzato, trasmesso, dalle televisioni generaliste (Mediaset, altro esempio nemmeno troppo azzardato) senza che alcun diritto d’autore vi venga riconosciuto (neppure la basilare “Attribuzione” prevista anche dalle Creative Commons). Non è simpatico, no?
E’ capitato molte volte, probabilmente capiterà ancora, ma a qualcuno toccava fare il primo passo per sollevare la questione ed il caso ha voluto che in Italia si trattasse di Mediaset (non per niente il principale attore della televisione privata).

E’ vero, da un lato, che YouTube potrebbe sostenere di aver solamente fornito la piattaforma di storage che ha consentito la trasmissione dei filmati (il cui upload viene effettuato dall’utente registrato, che in questo caso garantisce implicitamente di essere in possesso dei diritti che cede accettando il contratto con YouTube). Altrettanto vero è che viene effettuato un costante monitoraggio della piattaforma da parte dello staff di YouTube (che mette per altro a disposizione una comoda interfaccia per reclamare il copyright dei contenuti trasmessi), e quindi una certa dose di leggerezza è probabilmente imputabile a loro. In ogni caso, la sentenza è ben lontana dall’essere definitiva e soprattutto rappresenterà un importante precedente: non si può infatti ritenere in qualche modo responsabili anche i provider internet, nel caso in cui si possa ritenere responsabile YouTube? L’idea mi fa rabbrividire, ma è la naturale conseguenza di una legislatura antiquata e che fatica a stare al passo con i tempi.

Altra considerazione: 4.643 filmati, 325 ore di trasmissioni, 500.000.000 di euro di danni. A fare un rapido conto, viene fuori la bellezza di oltre 1.500.000 euro di danni per ora di trasmissione (stica**i!!), ma come si può dare torto a Mediaset, che probabilmente quei contenuti li ha anche profumatamente pagati?

Una delle argomentazioni più serie che mi vengono in mente a difesa di YouTube, è indubbiamente quella del ritorno che la pubblicazione dei video avrà dato a Mediaset. Sebbene non in possesso dei diritti per farlo, gli utenti che hanno caricato i video su YouTube lo hanno indubbiamente fatto con cognizione di causa, scegliendo gli spezzoni più divertenti o interessanti: troviamo così in evidenza, ad esempio, i video esilaranti di Colorado Café e non estratti dei telegiornali di Emilio Fede. Si tratta di una selezione qualitativa di cui non và sottovalutato il valore, probabilmente però non sufficiente a ripagare Mediaset (e le altre emittenti televisive, tocca sottolinearlo) dei rientri in pubblicità.

L’altra argomentazione interessante, che arriva dritta dritta dal post di Quintarelli, è la più logica: se i filmati si trovano su YouTube, significa che sono già stati trasmessi e quindi non sono più fruibili (fatto salvo replice e ritrasmissioni) da parte dei telespettatori del piccolo schermo, assunto anche il fatto che Mediaset non ha una piattaforma di “tv on demand” paragonabile al servizio offerto in questo frangente da YouTube (ne per altro i diritti di trasmettere alcuni contenuti sul web).
Si tratta dell’ennesima dimostrazione che la televisione è un mezzo sempre più antiquato, incapace di rispondere concretamente alle esigenze dei telespettatori meno “abituali” (coloro che preferiscono trasmissioni con un senso logico compiuto, o semplicemente non hanno tempo da perdere oppure orari balordi).

Non mi trovo invece assolutamente in accordo con coloro che affermano che si tratti di un tentativo di censura. Non è censura richiedere diritti per materiali di cui esiste un proprietario. Sarebbe censura impedire che contenuti creativi vengano inseriti sulla piattaforma, magari perché trattano argomenti poco simpatici a qualcuna delle parti in causa (ogni riferimento è puramente voluto). Si può discutere sulla necessità di rivedere (e profondamente aggiungerei) il meccanismo del copyright (soprattutto gli aspetti legati alle opere derivate, imho), ma questo l’ho già scritto (legge antiquata bla bla bla).

Quello che mi sembra più strano, per contro, è che non si sia ancora trovata una via “pacifica” (un accordo commerciale) tra le due aziende, il quale sarebbe probabilmente di giovamento per entrambe le parti, e consentirebbe agli utenti di continuare a poter fruire dei contenuti della piattaforma YouTube in “pace e serenità”. Che ci sia forse in ballo qualcosa “di più” che una valga di soldi (senza dietrologie, pensavo a “modelli di business”)?

Interessante analisi di Al Jazeera

Sono stati pubblicati sull’account YouTube di Al Jazeera English le due parti di un’interessante trasmissione realizzata sulla politica itailana ed in particolare sull’impatto che vi sta avendo Beppe Grillo ed il movimento dei MeetUp, Liste Civiche e V-Days che ci gravita intorno. Un punto di vista esterno che ha il merito di guardare le cose con “un passo di distacco”, cosa che noi italiani fatichiamo spesso ad avere (i due video sono purtroppo in inglese).

Ridere

Ecco il video vincitore del YouTube Video Award 2007.
Penso che solo dall’innocenza di un bimbo possa nascere una risata così bella… apre il cuore… Che aiuti tutti a riflettere sulla profonda infelicità a cui spesso ci conduce il divenire adulti…

Lacrime di coccodrillo

Clemente Mastella

[ Fonte: AGI News ]
“Oggi come oggi, prima di far cadere il governo Prodi, ci penserei sopra due volte, anzi dieci, probabilmente”. Clemente Mastella fa autocritica nell’intervista al contenitore di approfondimento politico, in onda su ‘YouTube’, di Klaus Davi.

L’onorevole Mastella sembra ora fare retromarcia: prima di far cadere (oggi) il governo Prodi, ci penserebbe due, tre, dieci volte. Tralasciando i sospetti che questa dichiarazione fà (ri)nascere, alla luce del rifiuto che il partito “Popolo delle Libertà” ha opposto alla coalizione con il politico campano (al contrario di quanto capitato invece con Dini e Scalera, che nel centrodestra hanno trovato degna accoglienza), Mastella dovrà ora prendere atto delle conseguenze del suo gesto, conseguenze che potrebbero durare anche alcuni anni…

“Grazie ad Internet, che e’ un mezzo diretto, senza mediazioni, mi si offre l’occasione per sfatare alcuni luoghi comuni, alcune demonizzazioni che mi riguardano ma che sono sbagliate. Voglio dare un preciso messaggio – prosegue – quando uno va al tappeto come me puo’ soltanto rialzarsi. Sono al tappeto e lentamente, con un po’ di fatica provo a rialzarmi”

Mi fa decisamente piacere questa presa di coscienza da parte di Mastella riguaro internet. Al di la del tentativo di fare il “pulcino bagnato”, Mastella ha ragione: è andato al tappeto (meritatamente a mio avviso) e ora non può che rialzarsi. Cominci con il fare chiarezza a se stesso ed a liberarsi di una serie di questioni (il fatto di prendere uno stipendio da magistrato ed uno da giornalista, oltre a quello come politico), e sfrutti effettivamente la rete per dialogare, capire, avvicinarsi alla gente ed ai suoi bisogni.

Chissà che non trovi in questo senso la sua strada…