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Del fallimento della domenica senz’auto

Traffico

Tranks via Flickr

Per l’ennesima volta si conferma l’assoluta incapacità di azione dell’amministrazione comunale di Milano nel contrastare l’inquinamento che attanaglia l’intera area sovra-provinciale.
Dopo aver trascorso oltre un terzo dello scorso anno con le soglie degli inquinanti oltre i livelli di allerta (e senza che l’amministrazione comunale abbia fatto alcunché di concreto per porvi rimedio), ecco che con l’inizio del nuovo anno la situazione si mostra già critica: dopo quasi un mese trascorso a cavallo del superamento delle soglie di guardia, si è finalmente resa talmente palese la necessità di un’azione coordinata ed efficace, che persino il restio Comune di Milano ha deciso di “fare qualcosa”. Purtroppo il “qualcosa”, nell’accezione del sindaco Moratti, è sinonimo di “nulla”: ha avuto a mala pena il coraggio di indire una giornata di blocco del traffico (domenica scorsa, nella fattispecie), senza cercare alcun tipo di coordinamento sovra-comunale e per di più infarcendo la sospensione di deroghe (persino per coloro che andavano a vedere la partita a San Siro!).

Inutile dire che il provvedimento è stato assolutamente inutile: non solo gli inquinanti non sono calati a sufficienza, ma non sono calati per niente! Così la Moratti si trova costretta ad un’ulteriore iniziativa, ed ancora una volta la scelta ricade su un’inutile ed isolata domenica di blocco della circolazione, stavolta con ancora più deroghe della scorsa.

L’emergenza smog di Milano assomiglia purtroppo sempre più all’emergenza rifiuti di cui sono purtroppo oggetto diverse città italiane (nel Lazio, in Campania, in Sicilia…): una situazione cronica, dovuta non a congiunture astrali (quali ridotte precipitazioni, o poco vento vento, o babbi natale e babau mancanti) ma all’assoluta assenza di una politica di contrasto non dico efficace, ma quantomeno ragionata.
I milanesi sono costretti a muoversi si muovo principalmente in automobile (i mezzi pubblici raggiungono a malapena i confini comunali quando la stragrande maggioranza dei lavoratori milanesi abita in periferia) e si spostano da soli, perché non c’è ne alcuna forma di educazione alla riduzione dell’impronta ecologica, perché non c’è alcun incentivo al car-sharing, perché mancano gli incentivi (ed disincentivi efficaci) tanto quanto le interconnessioni con le altre vie di accesso alla metropoli.
Curioso notare come questa sia la stessa giunta comunale che ha varato l’Ecopass, più e più volte sbandierato come “la soluzione definitiva” (per dirla all’inglese) e più e più volte criticato dal sottoscritto, dimostratosi a più riprese assolutamente inefficace (come era prevedibile, viste le premesse) ed iniquo, oltre che assolutamente isolato dalle norme di incentivo che avrebbero (persino nell’iniziale disegno del Comune) dovuto accompagnarlo per renderlo minimamente efficace.

A questo punto, con le elezioni comunali ormai alle porte, vale la pena considerare il punto “inquinamento” dei programmi dei vari candidati: ho già notato più volte un interesse da parte del candidato sindaco del centro sinistra Pisapia sul tema del contrasto all’inquinamento; l’alternativa del centro destra (già in carica) annaspa sempre più; gli altri candidati sindaci non hanno proprio niente da dire?

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OGM per combattere l’aviaria?

Pollo

David Erosa via Flickr

Negli ultimi giorni ha suscitato molto scalpore la notizia che ricercatori delle Università di Cambridge ed Edimburgo sarebbero riusciti nell’intento di creare, a solo scopo di ricerca scientifica, polli in grado di resistere alla trasmissione del virus H5N1 (comunemente detto dell’influenza “aviaria”). Poiché lo studio è pubblicato sulla stimata rivista Science, non si può certo mettere in dubbio il risultato ottenuto, ma come al solito i giornalisti italiani hanno dimenticato di connettere il cervello alla penna, e nessuno si è posto qualche semplice domanda che avrebbe portato a scrivere articoli decisamente diversi da quelli che invece ho avuto la sciagurata idea di leggere; in particolare da questi articoli traspare il messaggio che gli OGM, tanto avversati dagli “ecologisti”, sarebbero una delle possibili risposte alle malattie più o meno pericolose.
Innanzitutto verrebbe da chiedersi in cosa consista la notizia, ovvero in che modo differiscano un pollo in grado di resistere all’influenza aviaria ed una (già nota da tempo) pianta di mais in grado di resistere ad un particolare pesticida o erbicida: naturalmente la risposta è “nessuna”, ma evidentemente non c’era di meglio da scrivere e quindi si riciclano notizie trite e ritrite.

Secondariamente si dimentica di riflettere sul primo e principale (anche omettendo i dubbi sulle conseguenze sulla nostra salute di un loro consumo di questi prodotti, ancora in larga parte oggetto di studio nonostante i prodotti stessi siano largamente presenti nei prodotti che consumiamo) problema degli Organismi Geneticamente Modificati: la ridottissima (a volte inesistente) diversità genetica degli organismi prodotti, e sugli effetti di riduzione della biodiversità delle specie che introducono a livello commerciale organismi geneticamente modificati. Proprio le modalità di produzione degli organismi geneticamente modificati portano infatti alla generazione di organismi perfettamente identici tra di loro e spesso e volentieri (per una questione prettamente economica, come potete immaginare) sterili, ed il loro commercio ad una forte riduzione della biodiversità della specie in questione, a fronte della sostituzione di coltivazioni “naturali” con coltivazioni basate su OGM (a cui va aggiunta la “diffusione” degli organismi OGM attraverso i comuni e naturali processi di riproduzione della specie).

Per spiegare a che rischio si vada incontro, voglio citare un’altra notizia (guarda caso meno “rumorosa”) degli ultimi giorni, che riguarda paradossalmente un organismo non frutto dell’ingegneria genetica, ma che presenta similitudini molto particolari proprio con i prodotti OGM:la notissima banana “Cavendish” (quella che più frequentemente troviamo nei nostri centri commerciali). La selezione effettuata attraverso incroci consecutivi con lo scopo di mettere in risalto le caratteristiche maggiormente apprezzate dai consumatori (non dissimile da una modifica genetica ottenuta in laboratorio) ha non solo portato questa varietà di banana ad occupare oltre il 90% della produzione mondiale di banane commestibili (quindi riducendo all’osso la biodiversità dei banani esistenti sul pianeta), ma proprio a causa della ridottissima diversità genetica, ad essere oggi largamente colpita da un fungo in grado di ucciderne le piante (dal quale non si può difendere in quanto non vi sono esemplari la cui variante genetica sia in grado di resistere all’attacco), esponendo così la “banana commestibile” a forte rischio di estinzione nei prossimi dieci anni. Basterebbe leggere qualche pagina di Darwin e delle teorie sull’evoluzione per comprendere come una ricchezza genetica sia una risorsa chiave per la salute e la sopravvivenza di una specie.

Tornando quindi allora ai nostri polli “anti-aviaria”, nella migliore delle ipotesi potrebbero rivelarsi in grado di combattere la trasmissione dell’attuale variante del virus H5N1, ma risulterebbero migliaia di volte più vulnerabili (proprio a causa della loro ridotta varianza genetica) alla prima mutazione del virus stesso in grado di aggirare il “blocco” posto dagli ingegneri genetici. Se l’adozione di questo pollo (come i giornali parrebbero auspicare) avesse nel frattempo ridotto la biodiversità dei polli presenti a livello mondiale, ci ritroveremmo come minimo con una popolazione di polli ancora più vulnerabile di quanto già non lo siano, con una ancora maggior diffusione del virus dell’aviaria e quindi con una maggior possibilità che un ceppo di questo virus “faccia il salto” (guarda un po’, variando geneticamente) e prenda a contagiare l’uomo.

Facciamoci un’idea sul nucleare!

mbeo via Flickr

L’altra sera ho finalmente trovato il tempo di dare un’occhiata ad un curioso DVD, arrivato in casa allegato ad una qualche rivista. Il titolo è piuttosto interessante: “Fatti un’idea sul nucleare!”, sottotitolo “Vivi un viaggio alla scoperta di una nuova energia.”
In genere sono piuttosto titubante e dubbioso quando sono i principali interessati (in questo caso Enel e la francese EDF) a promuovere un messaggio di “scoperta”, difficilmente ho trovato descrizioni imparziali e oggettive, ma anche in questo caso ho cercato di mettere da parte i dubbi e, con mente aperta, mi sono sorbito Alessandro Cecchi Paone che per 16′ 00″ mi ha spiegato (con un ottimo effetto di computer grafica) il messaggio che i costruttori delle future centrali nucleari italiane volevano che io ricevessi. L’ho persino ascoltato due volte, per essere certo di aver colto ogni aspetto, ed eccomi qui a cercare di mettere in risalto qualche mancanza e qualche perplessità in materia.
Mi scuso sin d’ora per l’ovvia lunghezza della mia trattazione (che ho comunque cercato di suddividere il più possibile in sezioni in modo da renderne più semplice la lettura), ma ritengo la questione estremamente importante e bisognosa di un adeguato approfondimento e dibattito.

Come facilmente prevedibile, nonostante il titolo preveda il “farsi un’idea sul nucleare” (che di solito prevede la presenza argomentazioni opposte tra le quali l’ascoltatore è poi chiamato a “scegliere”), il DVD è sostanzialmente un monologo su quanto bella, pulita e sicura sia l’energia nucleare.
Fuorviante risulta anche il sottotitolo: definire “nuova” un’energia che vede la luce oltre 50 anni fa (la prima centrale nucleare data del 1954) mi sembra un po’ una forzatura.
Altro punto “curioso” è il pensare di poter dare un’idea chiara della questione in 16 minuti scarsi (di cui 3′ 30″ sono di introduzione generale, 1′ 30″ sulla natura e la lavorazione del combustibile, 1′ 30″ sul meccanismo della reazione, 4′ sui diversi tipi di reattori, 4′ sui “rifiuti” prodotti e in ultimo 2′ scarsi sulla questione della sicurezza), soprattutto considerando che il DVD è un supporto standard, in grado di contenere fino a 240 minuti di video: certo non è un problema di spazio, ne di mancanza di cose da raccontare, visto che EDF è una delle aziende leader nel settore del nucleare europeo immagino che di cose da dire ne abbiano parecchie, a volerle cercare…

Ma scendiamo nello specifico delle argomentazioni proposte nel dvd, cominciando dall’Introduzione.

  • In primo luogo, nei primi minuti del DVD si afferma che il nucleare rappresenti l’unica alternativa per la produzione su larga scala di energia che prevede un basso impatto sull’ambiente. Posso condividere il punto, ma non condivido la validità dell’argomentazione: perché sarebbe necessaria una produzione su larga scala? In molti paesi ci sono state esperienze di “produzione diffusa” dove numerosi impianti mini-eolici e solari rendono non solo sostenibile la produzione, ma più sicura e resistente (vedere alla voce “produzione in rete”).
  • Viene poi affrontata la questione del costo: si afferma infatti che il minor costo (-20%) della produzione di energia nucleare rispetto a quella di una comune centrale a GAS darà maggior accesso all’energia per i cittadini del nostro paese. Ora, pur dando per scontato che i nostri concittadini abbiano bisogni di “maggior accesso” all’energia (considerando che siamo una società di spreconi e forse dovremmo puntare a consumarne meno, e non di più), è tutto da dimostrare che il ciclo completo di vita di una centrale nucleare porti ad una riduzione dei costi rispetto ai metodi alternativi: ho già avuto modo di trattare la questione in un post dello scorso anno e quindi non mi dilungherò oltre.
  • Sulla questione dei costi del combustibile, l’instabilità politica dei paesi produttori di petrolio viene messa in contrasto con la maggior stabilità dei paesi produttori di uranio: USA e Russia in primo luogo, affermando tacitamente quindi come saremmo meno soggetti a “ricatti” se scegliessimo la via del nucleare. Purtroppo il prezzo dell’Uranio è già da molti anni in forte ascesa e la stabilità politica dei paesi produttori non contribuirà certo a far si che le aziende estrattrici rinuncino ai legittimi guadagni.
  • Sempre in relazione ai minori costi, viene affermato che questo darà maggior “competitività” al paese. Questo punto onestamente mi sfugge: in che modo l’acquisto di centrali “preconfezionate” dalla Francia porterebbe ad un rilancio del paese? Non è forse, al contrario, proprio quello delle energie rinnovabili uno dei principali settori “in positivo” che stanno emergendo da questa terribile crisi economica?
  • Non poteva mancare, in questa trattazione iniziale, la questione delle dipendenza energetica dall’estero. Anche questa risposta di Enel ed EDF continua a sfuggire alle mie limitate capacità cognitive: visto che in Italia di giacimenti di Uranio non ne abbiamo (e quindi dobbiamo acquistarlo dall’estero), in che modo il passaggio al nucleare ci consentirà di ridurre la nostra dipendenza dall’estero? Inoltre: che incidenza complessiva riteniamo possano avere le centrali nucleari sul fabbisogno italiano e come pensiamo di “ridurre la dipendenza dall’estero” per la quota parte restante? Se le cifre si andassero ad allineare a quelle degli altri paesi dell’OCSE, il nucleare potrebbe coprire il 30% del nostro fabbisogno, che attualmente prevede un’importazione dell’80% dell’energia di cui necessitiamo. Nella migliore delle ipotesi resterebbe una dipendenza dal petrolio del 50% del nostro fabbisogno annuo: c’è un piano per gestire la questione? Naturalmente nel DVD di tutto questo non si fa il minimo accenno.
  • Tra i punti a favore dell’adozione del nucleare, viene subdolamente proposto il fatto che nel mondo ci sono 450 centrali di cui oltre 150 in Europa, di cui svariate collocate entro 200 chilometri dal confine italiano, facendo del nostro paese l’unica “grande nazione industrializzata” a non ricorrere all’energia atomica. Il tacito intento è chiaramente quello di farci passare come “arretrati” rispetto al resto del mondo. Credo che citare la larghissima adozione a livello mondiale della pena di morte (che pure ci vede fermamente contrari) sia sufficiente a ribattere: il fatto che molti compiano un errore non lo rende meno sbagliato.
  • Passa sotto silenzio assoluto, in questa introduzione, il fatto che i tempi di costruzione e messa in opera delle centrali previste per l’Italia siano biblici (oltre 10 anni) e che nel frattempo tutti i problemi attualmente in essere persisteranno, soprattutto visto che sono stati tagliati gli investimenti alle altre forme (rinnovabili) di produzione di energia.

Passiamo ora al primo dei punti del “menu”: il combustibile.

  • A detta dello stesso Cecchi Paone, l’uranio destinato a fungere da combustibile per la reazione nucleare subisce una “lavorazione complessa”. Complessità tale da suggerire agli autori del dvd una descrizione che definire “sintetica” è esagerato: letteralmente si elencano i passi, “Estrazione”, “si prosegue con i processi di raffinazione”, “si ottiene la così detta Yellow Cake”, “si continua con la fase di arricchimento” per concludere dicendo che l’arricchimento è tale da non consentire un uso militare del prodotto finale. Punto, fine, “end”. Non un cenno sui costi (di lavorazione, estrazione, raffinazione, arricchimento), non sulla durata stimata delle riserve disponibili, non sulle tecnologie utilizzate per la lavorazione, la raffinazione, l’arricchimento.

Secondo punto del menu titola “i reattori“.

  • Si tratta di una rapida (rapidissima) panoramica dei principali tipi di reattori, dei quali vengono fondamentalmente citati i significati degli acronimi dai quali prendono il nome (e nemmeno tutti) senza approfondire minimamente sulle differenze tra gli uni  e gli altri, ne facendo un confronto che ne metta in luce i pro ed i contro, ne tanto meno (prevedibilmente) alcun cenno viene fatto sui potenziali rischi che li caratterizzano, in particolar modo gli EPR, proprio quelli che vedremo costruire in Italia. Neppure nell’accenno alle “precedenti generazioni” vien spiegato cosa è cambiato dall’una all’altra: perché scegliamo gli EPR? Perché questa generazione? In cosa differisce da quella precedente e quali aspettative possiamo porre sulle generazioni future?

Arriva poi la questione più spinosa: “i rifiuti“.

  • Già il fatto che si eviti accuratamente il più largamente usato termine “scorie” la dice lunga su come l’argomento viene trattato. Cominciando dai dati quantitativi, piuttosto fumosi, viene detto che il 90% dei rifiuti sono costituiti da materiale a “bassa attività”, il cui decadimento sotto i livelli della radiazione naturale impiegherebbe circa 20-30 anni; sommato ai rifiuti a “media attività” (decadimento in 300 anni), ammonterebbero a circa 80 m3 annui, “il 30% in meno rispetto alle centrali della precedente generazione”. A questi andrebbero poi aggiunti 9-15 m3 annui di rifiuti “ad alta attività” il cui decadimento si assesterebbe intorno al migliaio d’anni.
  • Assumendo che i dati siano corretti (cosa che sembra non essere confermata da WikiPedia, che parla di scorie con decadimenti compresi tra 300 ed un milione di anni), ed ignorando il fatto che il 90% ipotizzato per i rifiuti a “bassa attività” cozza un pochino con i 15 m3 annui dichiarati per le scorie ad “alta attività”, proviamo a fare due rapidi calcoli: 80+15=95  m3 annui totali di rifiuti. Considerando una durata di vita stimata in 60 anni per centrale (come spiegato nel DVD, anche se WikiPedia stima la durata media di una centrale in 25-30 anni), avremmo 5700 m3 annui scorie per ogni centrale nucleare da smaltire, che per rendere un’idea quantitativa costituiscono un cubo alto largo e lungo poco meno di 17 metri (un palazzo di 5 piani), di cui una certa parte dovrebbero essere collocate al sicuro per “un milione di anni”, un paragone che forse da un’idea migliore dei “cinque chicchi di riso per italiano all’anno” proposti dal DVD. Silenzio completo anche sul fatto che queste scorie debbano essere “diluite” in volumi spaziali molto più importanti di quelli delle scorie stesse, a causa dell’intenso calore dovuto al decadimento radioattivo.
  • Manca completamente nel dvd, inoltre, il valore del rapporto tra la quantità di combustibile immesso e la quantità di rifiuti prodotti: sappiamo (da altre fonti) che le centrali nucleari hanno un rendimento termico piuttosto basso, essendo in grado di produrre energia elettrica solamente dal 30 al 35% dell’energia termina sprigionata dalla reazione.
  • Si parla poi di “riprocessamento” delle scorie “ad alta attività”, senza ovviamente accennare al fatto che questa è un’operazione “a rischio di proliferazione nucleare”, e senza indicare quantità e vantaggi quantitativi ed economici del processo.
  • Non sarebbe il caso, visti i volumi in ballo, il tempo di decadimento e la pericolosità di queste scorie, di ragionare sul “dove metterle” prima di cominciare a produrle? Proprio non siamo in grado di trarre nessuna lezione dai rifiuti urbani che invadono le strade di mezza Italia? Attualmente la gestione delle scorie è un problema anche per gli altri paesi mondiali che adottano il nucleare (considerando una produzione annuale di 200.000 m3 di scorie a “bassa e media attività” e oltre 10.000 m3 di scorie ad “altà attività”, non stupisce): lo stoccaggio “a lungo termine” andrebbe idealmente effettuato in depositi geologici attualmente inesistenti; solo la Finlandia ha effettivamente iniziato la costruzione di un deposito (come ammette il DVD), tutti gli altri stati, comprese le “grandi nazioni industrializzate” stanno ancora “studiando siti idonei”.

Ultimo punto trattato è quello sulla “sicurezza“.

  • Curioso (ma forse non troppo?) il fatto che si dedichi l’ultimo posto alla questione che per molti italiani è la più spinosa e controversa. Il fatto che la questione venga trattata in circa 2 minuti porta purtroppo a diradare definitivamente i dubbi in proposito. Sostanzialmente il DVD dice che la sicurezza è al primo posto in tutta la progettazione della centrale nucleare ed oltre a “procedure standardizzate e controlli continui” (che ha lo stesso valore del “in Italia si effettuano continui e circostanziati controlli contro la guida in stato di ebrezza”) i reattori delle centrali sono protetti da “due pareti spesse oltre un metro” (il riferimento al fatto che siano “in grado di sostenere l’impatto di un aereo di linea” la dice lunga sugli intenti con i quali il dvd è stato confezionato) e da “acciaio ad alta resistenza”. Misure di sicurezza piuttosto ridicole, se consideriamo che le forze in gioco nel malaugurato caso di una reazione incontrollata sono di gran lunga maggiori di quelle che rasero al suolo Hiroshima alla fine della seconda guerra mondiale…
  • Si fa inoltre riferimento a “sistemi di sicurezza” ridondanti ed indipendenti (nel numero di 4, nello specifico delle centrali di tipo EPR) in grado di evitare errori umani e guasti alla strumentazione. Nulla però tiene i cittadini al sicuro dai problemi “volontariamente” procurati (al fine di risparmiare) che vengono ad esempio delineati da questo articolo di Terra.it.

In conclusione vorrei quindi ribattere alla frase di Cecchi Paone che chiude il DVD, “il nucleare non è forse l’unica soluzione al problema energetico, ma certamente senza nucleare non c’è soluzione”. Trovo che questa sia una posizione di parte ed irricevibilità; il problema energetico è un problema che va risolto a livello mondiale, investendo massicciamente sulle energie rinnovabili e non sull’ennesimo sostituto del petrolio che già troppi danni ha fatto all’ambiente ed al clima. Invito tutti quanti a documentarsi maggiormente sul tema, leggendo ad esempio le pagine di WikiPedia dedicate all’energia ed alle centrali nucleari, alle scorie radioattive e via dicendo. Solo un’informazione completa, a 360 gradi ed un dibattito ragionato porteranno alla scelta della soluzione migliore…

Ancora dubitiamo del riscaldamento globale??

Neve a Milano

Gianluca Neri via Flickr

L’altra sera qualcuno considerava come (per l’ennesima volta) il riscaldamento globale fosse una pagliacciata, portando a suffragio della sua “tesi” il fatto che questo inverno si sta rivelando tutto fuorché caldo.

Ho dovuto trattenermi dall’aggredirlo a suon di marmittate (:P), facendogli invece notare come “riscaldamento climatico” significa innanzitutto una maggior quantità di energia nell’atmosfera; questa maggior quantità di energia porta si ad un innalzamento della temperatura media annuale, ma anche ad una maggior intensità e violenza dei fenomeni. Non dimentichiamo che quest’anno abbiamo potuto assistere ad un maggio piuttosto freddino immediatamente seguito da un luglio torrido all’inverosimile. Ora ci troviamo con l’Europa sommersa dalla neve, in quantità superiori a quelle a cui eravamo abituati, mentre in Sicilia le temperature massime sfiorano i 20 gradi centigradi.

Questo genere di affermazioni, volte a mettere in discussione il fenomeno ormai ampiamente dimostrato del “riscaldamento globale”, portano inevitabilmente a riportare l’attenzione sulla dimostrazione del fenomeno anziché sulle iniziative ormai impellenti sul suo contrasto.

Purtroppo il punto di non ritorno è sempre più vicino e noi ancora discutiamo se la temperatura si sia o meno alzata di quel mezzo grado “chesaramai”…

Riprogettiamo l’Ecopass?

Minibus elettrico

FrenchCobber via Flickr

Che l’Ecopass di Milano sia un flop clamoroso dal punto di vista ambientalistico è sotto gli occhi di tutti. Ho avuto modo più volte di discutere la mia posizione sull’argomento e non ci tornerò in questa sede.
Vorrei invece proporre qualcosa di più costruttivo (sebbene solo a parole, visto che non credo che qualcuno valuterà seriamente questa proposta), ovvero una rivisitazione dell’Ecopass in chiave ecologica.

Il primo problema dell’attuale Ecopass è che coinvolge un’area limitatissima (pochi chilometri quadrati). Se si vuole davvero intervenire sull’inquinamento dell’aria a Milano si deve prevedere un’estensione dell’area Ecopass perlomeno all’intera area comunale di Milano, con l’invito ai comuni limitrofi ad unirsi per un ulteriore ampliamento dell’area coperta.

Secondo grosso problema dell’Ecopass è che il prezzo che si paga per l’ingresso all’interno dell’area è basato sulla tipologia dell’alimentazione anziché sul’emissione effettiva. Capita così che un Cayenne S che emette 358 g/km di CO2 paga lo stesso costo d’ingresso di una Opel Corsa, che emette solamente 98 g/km di CO2, con buona pace dell’intento iniziale. E’ allora necessario stabilire un prezzo proporzionale alle reali emissioni dei veicoli: per esempio si potrebbe concepire un prezzo giornaliero di 0,10 € (dimezzato per le auto ibride) ogni grammo di CO2 per chilometro oltre i 80 g/km (che potrebbe essere un target da raggiungere, eventualmente da modificare negli anni), ai quali andrebbero aggiunti (anche nel caso in cui si tratti di un’auto elettrica) il costo di due biglietti dell’autobus (2 euro), abbuonati solamente nel caso in cui nell’automezzo ci siano almeno 3 persone (che per altro si potrebbero anche dividere il costo dell’Ecopass, incentivando intrinsecamente il car-sharing). Ecco allora che la nostra Opel Corsa entrerebbe in Ecopass al prezzo di 3,80 euro al giorno mentre il più grosso ed inquinante SUV si troverebbe a dover pagare 29,80 euro a giornata.
Si potrebbe anche ipotizzare una seconda fascia di prezzi, per coloro che non entrano all’interno dell’area circoscritta dalla seconda circolare (quella della 90/91 per intenderci), con prezzi ridotti di un 30-40% (per via della maggior area in grado di smaltire la CO2 e gli inquinanti prodotti).

Terzo enorme problema dell’Ecopass è l’assoluta mancanza di alternative per tutta una serie di utenti: non ci sono parcheggi. La soluzione che propongo a questo problema sta nella costruzione di capienti parcheggi di interscambio, collocati in prossimità di svincoli autostradali (in modo da ridurre al massimo la congestione che il loro utilizzo andrebbe a generare) ed adeguatamente serviti dai mezzi pubblici. Il prezzo del parcheggio potrebbe essere sostanzialmente azzerato nel caso in cui l’automobilista sia in possesso dei due biglietti ATM (1 euro l’uno) che ne comprovano l’uso dei mezzi pubblici per lo spostamento all’interno della città. Per le auto elettriche si potrebbero prevedere colonnine di ricarica (e magari piani interi loro unicamente dedicati) con corrente a prezzi scontati. Questi parcheggi di interscambio potrebbero anche costituire il luogo ideale dove collocare le bici-stazioni (con officina di riparazione).

Naturalmente una larghissima parte (80%?) dei proventi derivanti dall’Ecopass dovrebbero andare a potenziare la rete di trasporti pubblici: metropolitane dove possibile, ma anche tram e autobus, con l’introduzione di nuove linee, fermate ed incremento della frequenza sulle linee già esistenti, grazie all’adozione di un piano strategico di potenziamento della mobilità pubblica e verde (per esempio utilizzando autobus più piccoli nelle fasce di minor traffico passeggeri, magari completamente elettrici).
E magari si potrebbe per una buona volta dare a Google Maps l’elenco degli orari aggiornati dell’ATM, in modo da consentire la pianificazione degli itinerari anche con l’uso di mezzi pubblici?

Mi rendo conto che tutto questo può avere il sentore del sogno, ma se si vuole davvero intervenire sulla qualità dell’aria e sul decongestionamento di Milano, ritengo sia l’unica strada perseguibile…

L’ecologia attraverso… una caraffa

Brita

kenmat via Flickr

Sulla tavola, in mezzo ai ricchi piatti del pranzo, fa bella mostra di se una caraffa d’acqua, di quelle filtranti. Potremmo trovarci ovunque, a casa mia, tua, sua, poco importa: la sua funzione è quella di rendere più piacevole al palato l’acqua del rubinetto, troppo spesso dura per le nostre delicate papille gustative.

Sempre più spesso però, la caraffa filtrante è l’ultimo dei ritrovati ecochic: rimuove il senso di colpa senza lasciarne traccia, mentre il motore del Cayenne in garage è ancora caldo. Magari nella brocca ci si mette l’acqua della bottiglia, magari di quella siciliana (“che è più buona”, poco importa che emetta 1500km di CO2 per raggiungere la nostra tavola).
L’attenzione all’ambiente (non chiamiamola ecologia, va bene) che ci circonda è una moda e come tutte le mode viene presa, rivoltata, distorta,  contaminata dal mondo del denaro e dell’apparenza: ecco allora che anziché mossi dal tentativo di ridurre l’inquinamento (CO2, plastiche varie e compagnia cantante), i valori che scendono in campo sono quelli della caraffa più o meno bella, costosa, funzionale.

Non è questa la via, cari miei. Ed è sempre più urgente imboccare quella giusta…

PS: io per bere l’acqua del rubinetto uso due banalissime bottiglie di vetro (riciclate), con una goccia di limone a dare un sapore “diverso” alla già ottima acqua del Nord Milano.

Vegetariano o no?

Bistecca

Allibito via Flickr

Avevo promesso questo post qualche tempo fa, ma avevo bisogno di un po’ di tempo per mettere insieme i vari spunti e tirare fuori qualcosa di organico e sensato. In più, un “disguido” con il mio telefono ha portato alla cancellazione di una serie di appunti che avevo preso durante la lettura di un libro che su questo tema ho trovato illuminante, “Il dilemma dell’onnivoro“.

Prima di cominciare con le argomentazioni su questo intricato argomento, voglio premettere che si tratta di riflessioni personali, che non vogliono sminuire in alcun modo la posizione di coloro che hanno scelto posizioni diverse. Soprattutto in materia etico-alimentare, la scelta non può che essere personale, basata su una corretta (e spesso mancante) informazione.
Questa precisazione principalmente perché vorrei evitare di far nascere, tra i commenti di questo post, la stessa (sterile) discussione feroce e cattiva tra gli esponenti delle due “fazioni”: qui non si tratta di guerra santa, non c’è (e non può esserci se non nella testa di qualche “esagitato”, che comunque commenterà, non ho dubbi) una contrapposizione netta.

Ciò (inutilmente) detto, cominciamo: le argomentazioni sul piatto (nel vero senso del termine) sono molte, spesso articolate in modo profondo tra di loro e far emergere un quadro chiaro della situazione è tutt’altro che semplice. Ho cercato di raggruppare le considerazioni in tre temi principali, in modo da tentare di affrontarli in modo organico. Naturalmente quello che ne emerge è (me ne rendo conto) un testo lungo e denso di contenuti, che mi auguro però abbiate la pazienza di leggere per intero in modo da comprenderlo nella sua interezza.

  • Il primo motivo che spinge al vegetarianismo, sicuramente, è il senso di colpa per l’uccisione dell’animale di cui ci si sta cibando. Su questo punto (probabilmente il più delicato), ciò che si deve considerare è il ruolo dell’uomo nella catena alimentare naturale. L’uomo, per quanto nelle ultime migliaia di anni e grazie allo sviluppo dell’intelligenza e del pollice opponibile abbia stravolto la sua posizione nei confronti della natura, è costituzionalmente un onnivoro, un animale cioè portato a cibarsi di alimenti di origine sia animale che vegetale. In quello che concerne il suo ruolo di predatore (contenuto in qualche modo nell’essere un onnivoro), ha il compito di “tenere a bada” l’esplosione demografica degli animali di cui si ciba: esistono numerosi esempi in campo scientifico che mostrano come in assenza dell’uomo, certi animali (soprattutto i maiali, in questo contesto, perché in diverse occasioni si è provveduto ad introdurli in ambienti insulari che sono stati poi abbandonati dall’uomo) tendono ad aumentare esponenzialmente il numero della popolazione, distruggendo le fonti di cibo e portandosi quindi rapidamente ad un’auto-estinzione. Per essere più chiari: se sparissero i gatti, seguirebbe abbastanza rapidamente un’esplosione demografica di topi, che saturate e distrutte le fonti di cibo, si avvierebbero all’estinzione. La natura è un (delicato) equilibrio in cui preda e cacciatore svolgono entrambi un ruolo fondamentali. Da questo punto di vista, il vegetarianismo posa le sue basi sul rinnegare un ruolo che è stato affidato all’uomo dalla natura (quindi, paradossalmente, è questo un andare “contro natura”).
    C’è poi la questione della violenza nell’uccisione dell’animale, che certo accresce il sopra citato e discusso senso di colpa: si tratta però in questo caso in un aspetto soggetto a (rigida) legislazione, che impone determinate procedure atte ad infliggere all’animale la minor sofferenza possibile (l’importante è poi far rispettare questa legge, ma questo è argomento che esula dal dibattito, anche perché differisce da macello a macello, oltre che da Stato a Stato). La cosa più semplice che si possa fare, in ogni caso, è guardare a ciò che accade in natura, dove indubbiamente la gazzella azzannata alla gola dal leone non fa una fine molto meno dolorosa di quella del bue ucciso secondo la legislazione vigente, all’interno di un macello.
  • Il secondo tema, che è poi il principale tema che viene sostenuto dai vegetariani una volta presa coscienza della propria scelta (che come dicevo spesso viene inizialmente fatta sulla scia del senso di colpa di cui al punto precedente), è il fatto che “la carne fa male“. La letteratura sul tema è vasta (soprattutto negli ultimi anni) e contraddittoria, ad una lettura superficiale. Potrei analizzare le varie motivazioni che a seconda della fonte porterebbero a considerare la carne come un alimento dannoso per la salute umana, ma credo che la critica più semplice e banale a questo genere di affermazione sia il fatto che l’uomo, in quanto onnivoro, si ciba di carne da alcune decine di migliaia di anni, senza averne risentito in termini di salute. E non si obietti che l’uomo consuma carne solamente da quando ha inventato le armi per la caccia, quindi ben avanti nella sua storia evolutiva: gli uomini preistorici potevano tranquillamente cibarsi di pesce, uova, carne di animali morti da poco; per quanto in quantità piuttosto ridotte, la dieta onnivora dell’uomo non nasce contemporaneamente alla caccia. Inoltre, potremmo allo stesso tempo considerare come l’uomo si sarebbe cibato di vegetali crudi fino alla scoperta del fuoco (anch’essa piuttosto avanti nell’evoluzione umana), il che renderebbe seguendo lo stesso filo logico “dannose” anche le verdure cotte? Va naturalmente precisato come il cibarsi di carne non rappresenti per l’uomo una ferrea necessità: la stragrande maggioranza delle sostanze nutritive necessarie alla vita umana possono essere assimilate anche tramite vegetali (o composizione di tali), oltre che attraverso la sintesi dell’organismo umano stesso. Unica importante eccezione, molto più delle mitiche “proteine” (in effetti assimilabili attraverso numerosi legumi e per altro presenti in modo piuttosto ridotto anche nel latte materno nonostante questo sia abbondantemente sufficiente al sostentamento di un corpo in rapida crescita come quello di un neonato),  è costituita dalla vitamina B12 che, sintetizzata insufficientemente dal nostro organismo, deve essere oggetto di integrazione, chimica o di origine animale che sia.
    Paragrafo a parte merita la questione della “quantità di carne” che la dieta occidentale prevede: sebbene non esista una “dieta universalmente corretta”, un principio sul quale tutti i nutrizionisti sono concordi è quello del “mangiare moderatamente, mangiare naturalmente”. Mangiare carne è indubbiamente un’ottima fonte per molte delle sostanze nutritive di cui il nostro corpo necessita, ma l’eccessivo consumo (di qualsiasi cosa, per altro) porta a numerose problematiche, non ultima l’obesità. La carne andrebbe consumata 1 o 2 volte a settimana, considerando anche il fatto che le risorse biologiche necessarie all’allevamento di bestiame sono limitate dalla fisica superficie del nostro pianeta, e dovrebbe bastare a sfamare 7 miliardi di persone, senza per altro proseguire con il disboscamento massiccio che negli ultimi anni viene perpetrato al fine di aumentare le superfici pascolabili o coltivabili. Personalmente ho drasticamente ridotto la quantità di carne che consumo (senza per altro prestarci grande attenzione) in modo assolutamente naturale parallelamente all’aumento delle verdure che mangio, con il semplice aumento della disponibilità di queste ultime (che acquisto ora regolarmente da un gruppo d’acquisto): la carne resta uno dei miei alimenti preferiti, ma mangiarla un paio di volte a settimana è più che sufficiente ad appagare la mia golosità, soprattutto acquistando “carne di qualità” (vedremo in seguito).
  • Terzo ed a mio avviso trascurato argomento (si tratta sicuramente dell’aspetto che maggiormente mi ha dato da pensare, in questi mesi), è quello della sostenibilità. Si tratta di un argomento che abbraccia entrambi i temi precedenti, ampliandoli ed integrandoli; buona parte del tema si può condensare nel termine “allevamento intensivo”: per far fronte alla crescente richiesta di carne (dovuta all’arricchimento della popolazione, alla sempre minore fantasia in cucina o banalmente all’aumento della popolazione mondiale) e nel non trascurabile tentativo di massimizzare i guadagni, il processo di “produzione” della carne è radicalmente cambiato. Oggi gli animali da carne vengono allevati in modo intensivo (con varie declinazioni a seconda della specie, con raccapriccianti dettagli ed aneddoti che eviterò di riferirvi in questa sede), nutriti con sostanze che naturalmente non consumano (fondamentalmente mais e soia) che oltre a costare decisamente meno dei rispettivi cibi naturali portano ad un ingrasso molto più rapido rispetto alla controparte naturale (un manzo allevato in un “feed-lots” può arrivare a cresce di oltre 12kg al giorno, mentre la controparte allevata in modo naturale non va oltre il chilogrammo), il che porta alla necessità di imbottire questi animali di medicinali, da un lato per consentire l’assimilazione forzata delle sostanze delle quali vengono nutriti (cosa comunque fattibile per un breve periodo di tempo, scaduto il quale gli animali non possono che essere macellati), dall’altro a scongiurare epidemie alle quali lo stretto contatto e la sostanziale sedentarietà a cui gli animali sono costretti li espongono. Tutto questo fa inoltre si che gli escrementi prodotti da questi allevamenti (non solo bovini, lo stesso vale per il pollame) non possano essere utilizzati, in quanto non idonei, per la concimazione dei campi come precedentemente si usava fare, e debbano invece essere trattati come scorie chimiche con tutte le complicazioni in termini di sostenibilità ambientale.
    L’alternativa a questo modello di allevamento c’è, e prende il nome di “bio-azione” o “allevamento biologico”: consiste fondamentalmente nell’allevare gli animali all’aperto, lasciando che conducano una vita naturale e possano fruire appieno della loro rispettiva “animalità” (con le galline che razzolano, i bovini che brucano, e via dicendo). Il limite di questo genere di modello, naturalmente, è quello dei numeri: a parità di spazio occupato, un allevamento di questo genere è molto meno “efficace” di un feed-lot, con ricadute anche sul frangente economico (sebbene inferiori a quelle che immaginate, per tutta una questione di filiera). Invito però ognuno di voi a provare quale sia la differenza (anche sensoriale!) della carne di animali allevati in questo modo, per rendersi conto di quale possa essere la differenza.
    Inutile nascondere, ovviamente, come la stessa questione riguardi anche le colture di vegetali: cibarsi di vegali coltivati fuori stagione, “tirati su” a suon di fertilizzanti chimici (ricavati sostanzialmente dal petrolio) per riparare a suoli ormai sterilizzati da secoli di iperproduzione, dall’assenza di rotazione, dalla diffusione della “monocultura del mais”, non fa certo meglio che cibarsi di carne allevata nei “feed-lots”: manca di vitamine, sali minerali, ecc ecc. Anche in questo caso, la soluzione (che personalmente sto già ampiamente praticando, con estrema felicità) è quella dell’acquisto diretto dal contadino che pratica coltivazione naturale (e perché no, biologica), magari avvalendosi dei numerosi gruppo d’acquisto solidali (o GAS) che si sono negli ultimi anni formati sul territorio.
    La consapevolezza nell’acquisto dei prodotti di cui ci cibiamo (frutta, verdura, ma anche tutto il resto) è un componente fondamentale per una sana alimentazione: le etichette, le certificazioni di sostenibilità, sono tutti aspetti che ho imparato a tenere sempre più sotto controllo, guadagnandone in salute, sapore e gratificazione personale, senza per questo dover trovarmi a spendere particolarmente più di quanto spendessi precedentemente ne rinunciare ad alcunché (anzi, quest’esperienza mi ha portato a contatto con una realtà interessante culturalmente come i Gruppi d’Acquisto e Slow Food).

Lasciatemi concludere, dopo aver precisato che la mia scelta è stata quella di non diventare vegetariano, con una frase che viene direttamente dal libro “Il dilemma dell’onnivoro” (che vi invito naturalmente a leggere): “mangiare è un atto politico”; pertanto ogni gesto che compiamo va ponderato attentamente (e dopo adeguata informazione).