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Benvenuto federalismo. Ma che federalismo?

Ex Caserma Cimone

davidaola via Flickr

Ieri la commissione bicamerale appositamente composta ha varato il “federalismo demaniale”: si tratterà fondamentalmente del passaggio di edifici, caserme, fiumi ed altre simili amenità sotto il controllo e la competenza di Comuni e Regioni. Si tratterebbe in realtà di una misura poco più che formale (visto che a Comuni e Regioni spetta già gran parte dell’onere, eccezion fatta per l’Istruzione).

Naturalmente dovremo attendere il decreto legge emanato dal Governo (pare addirittura atteso per la giornata di oggi), ma anticipo che su questo specifico punto mi trovo abbastanza favorevole: maggior “vicinanza territoriale” significherebbe non solo (come vuole la Lega) maggior potere all’amministrazione locale (cosa comunque tutta da verificare, visto che il “patto di stabilità” non coinvolge solo i Comuni governati da giunte di centrosinistra), ma soprattutto maggior controllo da parte della cittadinanza e maggior attenzione alle problematiche caratteristiche locali, spesso “perse di vista” dal potere centrale. Penso a “ponti pericolanti” che l’Anas deve sistemare da anni ed i cui lavori non partono mai, penso ad edifici scolastici fatiscenti i cui oneri sono costantemente rimbalzati tra amministrazioni diverse e via dicendo.

Inutile dire che un paio di fondamentali premesse devono essere poste:

  • L’attenzione dei cittadini dovrà essere massima, perché portando sul territorio il controllo del bene demaniale si aumenterà esponenzialmente il rischio che questo finisca nelle mani dei soliti “amici degli amici“. Il controllo dell’opinione pubblica (più facile quando si parla di realtà più piccole e vicine alla gente) sarà inoltre fondamentale per evitare la “monetizzazione” dei beni: il patrimonio dello Stato non è (e non può essere) solamente un modo per fare soldi in fase di “alienazione”.
  • Il parere favorevole sul “federalismo demaniale” deve essere confuso con un avvallo ad un egoistico federalismo fiscale: non si deve dividere l’Italia, ed è fondamentale che le regioni più ricche aiutino quelle più povere. Sono assolutamente contrario al federalismo fiscale così come viene inteso dalla Lega Nord (che non è poi quello che stanno ottenendo, per altro) e ci tengo a che questo sia chiaro.
  • Vorrei infine far notare che non ci si potrà ad ogni modo esimere dall’istituire un “organo centrale” con poteri di controllo, garanzia e (soprattutto) pianificazione nazionale, perché l’Italia è una e come tale deve ragionare: Regioni confinanti non possono che trovarsi a confronto sulle politiche comuni.

Come al solito, siamo di fronte ad una iniziativa in sè interessante e potenzialmente positiva, la cui reale utilità viene troppo spesso “dispersa” da provvedimenti parziali e demagogici… speriamo non sia questo il caso…

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And the winner is…

Schede elettorali

Ivan Marcialis via Flickr

Bene, dopo una giornata di “silenzio riflessivo”, tormentato dalle (mie) valutazioni contraddittorie e stordito dalle tante (troppe) informazioni di questa tornata elettorale (la prima vista “dall’interno”, come segretario di seggio per la precisione), arrivo a proporre la mia ormai usuale serie di cazzate considerazioni sui risultati.

Cominciamo con il dire che il vero vincitore di queste elezioni è il partito del non voto, che sale fino ad un 35% abbondante. Un segnale che da ogni parte (tranne da quelli che si stanno definendo a destra ed a manca come “i vincitori”) viene segnalato come “estremamente preoccupante”, ma considerando che è “saltato” un altro punto percentuale rispetto al giugno 2009 (ed anche allora lo si definì “preoccupante”), direi che non cambierà granché e presto mi ritroverò da solo a votare e questo risolverà (garantisco io :P) moltissimi problemi.

Al secondo posto, tra i vincitori, troviamo indubbiamente la Lega Nord, ad ulteriore conferma che prendere gli italiani per “lo stomaco”, diffondendo demagogia, paura ed incertezza rende, e rende parecchio: i “Lumbard” (anche se da oggi dovremmo dire “venesiàn”) guadagnano altri due punti percentuale secchi rispetto all’ultima tornata elettorale che già aveva visto un loro importante balzo in avanti.
La Lega diventa il primo partito in Veneto, massacrando letteralmente il proprio alleato (il PDL) al quale affibbia un cocente 11% di distacco, mica noccioline. La vittoria la ottiene soprattutto al Nord (prevedibilmente, anche se avanza anche al centro, nelle poche regioni dove si è presentata) e soprattutto nelle valli: in città infatti (Milano, Venezia…) non solo non sfonda, ma tende a vincere la coalizione opposta.

L’unico altro partito, dopo la Lega, a guadagnare voti è (non sorprendentemente, visto che l’ultima volta non c’erano) il Movimento 5 Stelle. Il valore nazionale del 1,77% non rende onore al “prodigioso” risultato elettorale dei “grillini”, in quanto diluito dalle numerose regioni dove il partito non si è presentato. Per rendere un’idea di ciò che da oggi Grillo ed i suoi rappresenteranno sul panorama politico italiano, vanno citate Emilia Romagna (7,0%) Piemonte (un 4.07% che tanto comodo avrebbe fatto a Mercedes Bresso), Veneto (3,15%) ed un significativo 3% nella popolosa Lombardia; solo in Campania il dato è più basso, attorno al 1,3%. In merito, ho sentito parlare di “voto di protesta”: direi che possiamo considerare una percentuale di “protesta” un po’ troppo elevata per dare adito a questa affermazione. Credo piuttosto che Grillo, con la sua semplicità ed il contatto con il popolo che riesce a raggiungere (internet è una realtà, in Italia, ma resta pur sempre una nicchia), con le liste costruite dal basso, ha incarnato un sincero moto partecipativo che altri partiti non hanno saputo raccogliere; probabilmente hanno ragione nel dire che sono altri punti strappati all’astensione.

Forse a pagare leggermente il prezzo della discesa in campo di Beppe Grillo è stata l’Italia dei Valori, che parzialmente aveva “sopperito” alla sua mancanza negli ultimi anni. Il calo è però piuttosto contenuto, un -0,8% che potrebbe avere spiegazioni diverse e conferma in ogni caso il più che buon risultato conseguito a giugno (quando era una delle grandi “rivelazioni elettorali”). Con il suo 7,2%, quello di Antonio Di Pietro resta il 4° partito italiano, un interlocutore importante (non solo per il Partito Democratico), per quanto fastidioso questo possa essere per Silvio Berlusconi.

Chi invece non era andato granché bene a giugno e perde un altro punto percentuale secco, è l’UDC di Casini. La strategia del “triplo forno” (alleanze con il Pdl, con il Pd o la corsa da soli a seconda della regione) apparentemente non ha pagato come forse avevano sperato, e dal 6,5% delle ultime elezioni scendono al 5.5%. Ancora in quota “sbarramento”, ma con la spia rossa dell’allarme sul “acceso fisso”: se non voglio sparire urge trovare una soluzione. E non sarà quella di allearsi con gli ex-pd (ed ex-Margherita) come la Binetti (che candidata dall’UDC in Umbria ha preso una batosta memorabile) o Rutelli (“Alleanza per l’Italia” si ferma ad un ben misero 0,58% che la relega alla voce “Altri” di molti tabelloni).

Perdono voti, seppure in modo meno pesante, anche i partiti di sinistra: Rifondazione, alleata con i Comunisti Italiani a formare la Federazione della Sinistra, scende dal 3,4 al 2,9%, mentre Sinistra Ecologia e Libertà (ciò che resta della Sinistra e Libertà delle ultime elezioni dopo l’uscita dei Verdi) riesce a contenere in un misero 0,1% il declino di preferenze. Con i Verdi (che valgono lo 0,6% nazionale), sarebbero ora vicini ad un più concreto, sebbene poco appagante, 4,0%. In totale, l’area alla sinistra del PD varrebbe ad oggi più del 7%, se solo riuscissero a trovare la quadratura del cerchio: non poi così distante da quel 12% che facevano segnare ormai alcuni anni fa.

L’estrema destra, dopo il “balzo” de “La Destra” alle ultime elezioni (avevano incassato il 2,2%), torna su dati “ragionevoli”: 0,7% per il partito di Storace e Forza Nuova rimandata a raccogliere briciole. Un dato per lo meno rassicurante.

Veniamo quindi ai due principali (numericamente) partiti italiani. Quello che (paradossalmente) esce meglio da queste elezioni è il Partito Democratico. Percentualmente parlando, infatti, gli elettori del PD restano il 26,1%: l’emorragia di voti che si era verificata nei primi anni di vita del partito sembra essersi arrestata e questo è già, di per se, un dato positivo. Soprattutto considerando che solo qualche tempo fa si cercava di capire cosa potessero incedere le fuoriuscite di tutta una serie di personaggi che in seguito all’elezione di Bersani segretario avevano deciso di fare valige e “migrare al centro” (vedi alla voce “Rutelli” prima e “Binetti” poi); ora lo sappiamo, fondamentalmente nulla.
Le voci di una sconfitta del Partito vengono essenzialmente dalla Destra, che cerca di far passare il messaggio che vincere in 7 regioni su 13 è una sconfitta, in quanto se ne perdono 4 prima governate; non v’è alcun dubbio che non si tratti di una vittoria, ma dobbiamo assolutamente ricordare che il precedente dato di 11 contro 2 era emblema di un periodo politico piuttosto particolare, preludio della vittoria elettorale di 5 anni fa. Nel frattempo molte cose sono cambiate, ma soprattutto le elezioni Regionali non sono (a differenza delle comunali) tornate in cui conta particolarmente il “radicamento sul territorio”, ma da questo punto di vista più simili alle Politiche quindi il confronto andrebbe fatto con le ultime Politiche. A livello comunale, infatti, il PD non sta sfigurando (gli scrutini sono ancora in corso e molti andranno al ballottaggio, come al solito). Se il calcolo delle regioni perse e vinte si fosse fatto sulla base dei dati delle ultime Europee, il PD ne avrebbe prese solo 4. E parliamo di sconfitta? Come dopo ogni elezione che non sia una chiara vittoria, naturalmente, ora si chiede la testa di qualcuno: il fatto è forse è che Bersani non è ancora riuscito a dare quella svolta netta che qualcuno si attendeva; la “approfondita riflessione” che tutti ora vanno chiedendo, io la sollecito ormai da diversi anni: è necessario riprendere il contatto con la gente, com’è che altri riescono ed il PD no? “La strada è lunga” dice a ragione Bersani, il non aver perso ulteriori voti dopo le “debacle” degli ultimi appuntamenti elettorali è già un primo segnale. Guardiamo avanti.

Ultimo tra i partiti (perché è quello che ha perso più voti), il Popolo della Libertà. Sia chiaro (perché qualcuno lo penserà), niente di personale, in questo caso parlano i numeri: alle ultime Politiche il partito di Berlusconi aveva il 35,3%, oggi incassa un amaro 26,7, al quale si possono aggiungere un 3-4 punti dovuti alla mancata presenza della lista a Roma (punti che sono quindi andati ad “altre liste del centrodestra”). Ciò detto, il Pdl perde per lo meno 5 voti su 100, che mi sembra un dato tutt’altro che positivo. Ora, per altro, la Lega si fa decisamente più “ingombrante” come alleata, e può cominciare a pretendere, tenendo il coltello dalla parte del manico, un po’ ciò che gli pare (ricordiamo i piccoli partiti del governo Prodi?). Questa è indubbiamente una situazione pericolosa: lasciare le redini del paese in mano al 12% dell’elettorato non è un segnale positivo. Se poi, come credo, Berlusconi aveva in mente di tornare prossimamente alle urne per un “prolungamento” del suo mandato politico (giusto quanto basta per arrivare alla fine del mandato di Napolitano, ora che i numeri li dovrebbe avere ancora), ora avrà molte più difficoltà politiche: non perché perderebbe le elezioni, ma perché regalerebbe molti senatori e deputati alla Lega…

Per concludere, un pò di gratuito ottimismo: la differenza in termini di voti tra le due coalizioni (Pdl+Lega e Pd+IdV) è di 1 milione 700 mila voti, tutto sommato nemmeno troppi, no? Forza, rimbocchiamoci le maniche…

Se non ci fossero gli alleati…

Ambrosiana Pictures via Flickr

Ambrosiana Pictures via Flickr

“Ad andar con lo zoppo si impara a zoppicare” dice un vecchio (saggio) proverbio. E pensandoci, non stupisce più di tanto la reazione della Lega Nord alla notizia della condanna di Mills: Berlusconi negli ultimi anni ha fatto da tiranno delle destre, attirando su di se da un lato svariati milioni di elettori, dall’altro le represse incazzature di chi si è trovato ad ingoiare un rospo dopo l’altro, nell’intento di salvare la poltrona a palazzo Chigi.

Prendiamo l’esempio della Lega: il Federalismo Fiscale è una presa per il culo, e lo sanno benissimo; il referendum al quale sono contrari si farà, proprio in concomitanza con i ballottaggi delle comunali, alle quali naturalmente il loro elettorato non deve mancare (la Lega è forte soprattutto nelle piccole realtà locali); su Malpensa hanno ingoiato non un rospo ma un’intera colonia e tacciono; c’è poi la questione delle ronde (che ha rischiato di non rientrare nel Pacchetto Sicurezza) e altri accadimenti analoghi che certo non fanno si che Maroni e Bossi (“Su questo non possiamo seguirlo“) trovino particolarmente simpatica la compagnia di “Silvio Cesare”.

Ora che è Berlusconi ad essere in difficoltà (e stavolta sembra più lenta e tediosa la manovra di insabbiamento della vicenda), gli sarà probabilmente inutile tendere la mano verso gli alleati alla ricerca di una difesa a spada tratta, e anche Fini (“il Parlamento non c’entra niente con il processo di Milano“), nel pieno di una rinascita democratico-comunista, vedrebbe di buon occhio la decisione di Berlusconi di non presentarsi alla Camera (ma al Senato, dove gode di appoggi meno esitanti) per rivendicare la sua presunta estraneità al caso Mills e per attaccare (n’altra volta?) l’intero ordine dei magistrati.

C’è infine la questione Quirinale: il Presidente Napolitano lancia da un po’ di tempo moniti più o meno espliciti alla maggioranza ed al suo leader, dapprima “rigirati” poi banalmente ignorati dal premier. Sapendo che Napolitano presiede inoltre il Consiglio Superiore della Magistratura, un affondo deciso sul magistrati potrebbe portare a nuove “rogne” proprio a ridosso delle elezioni…

Arringa rinviata al dopo elezioni dunque? Considerando che entro l’autunno la Consulta dovrà esprimersi sulla (dubbia) costituzionalità del lodo Alfano, è indubbio che la questione avrà un seguito…

Clandestini, sanità ed idiozia congenita

fabbio via Flickr

fabbio via Flickr

E’ davvero parecchio tempo che non scrivo. Il lavoro in questo periodo (nonostante la crisi) è davvero tanto, gli altri impegni si accavallano ed il tempo (e la voglia) di mettermi qui a buttare giù due parole è sempre meno.

Per fortuna che in mio soccorso vengono i politici della Lega, altrimenti come potrei fare? Le motivazioni che sono in grado di dare le loro proposte di legge sono una linfa vitale, ed eccomi allora a scrivere a proposito della proposta di legge che è da poco stata approvata al Senato, che prevede che i medici denuncino i clandestini che si presentino per ottenere cure mediche.

Al di là del rispetto dei diritti umani, della costituzione e di tutte quelle altre cose con cui il nostro simpatico governo si pulisce il culo c**o fondoschiena di dietro ormai da parecchio tempo, basterebbe un po’ di buon senso, un singolo neurone in loop al posto del vuoto spinto della loro scatola cranica per rendersi conto delle ovvie conseguenze che questa norma avrà.

Si dà il caso che, a differenza dell’idiozia congenita, esistano malattie contagiose. Per chi non lo sapesse, sono malattie che (indipendentemente dal luogo in cui viene scodellato da madre natura un essere umano) si trasmettono da persona a persona, a volta per contatto a volte per semplice prossimità. Non essendo ancora stato varato un decreto che regolamenta la possibilità di contagio da parte di cittadini extracomunitari (non dubito che verrà introdotto quanto prima, insieme all’abolizione della legge di Ohm), quello che accadrà è che gli extracomunitari presenti sul nostro territorio eviteranno (con una brutta battuta si potrebbe dire “come la peste”) di andare a farsi curare nelle strutture pubbliche, fino a quando non sarà ormai troppo tardi, favorendo il contagio alla pur resistente “razza italo-ariana”. Considerando la densità di popolazione, oltretutto, potremmo sospettare contagi più efficaci in Padania, e precipitazioni sparse sul resto della “terronia”.

Nella migliore delle ipotesi, quello che accadrà sarà la nascita di un “circuito sanitario” parallelo e clandestino, non regolamentato e quindi spesso e volentieri mancante delle minime norme igieniche, troppo simile per altro a quanto accadeva quando l’aborto era proibito per legge…

La sentenza della Cassazione sui Rom

Campo rom Casilino 900 Lunedi mattina gli istinti razzisti di alcuni esponenti della destra e della Lega erano accarezzati dalla sentenza della Corte di Cassazione, che diceva, secondo i titoli dei giornali, “se ladri, legittimo discriminarli“, “se sono criminali non è razzismo“, e via dicendo.
Si fa riferimento, per coloro che non ne fossero al corrente, alla sentenza di cassazione relativa al processo per “razzismo” del sindaco in carica di Verona, Flavio Tosi (Lega Nord), a ieri condannato in primo e secondo grado per via di una campagna definita razzista durante la quale fu affermato, dallo stesso Tosi, allora membro leghista del consiglio regionale veneto, che “gli zingari devono essere mandati via perché dove arrivano ci sono furti”. Ora la Corte di Cassazione annulla tutto

Conoscendo il ruolo della Corte di Cassazione in materia giuridica (dall’articolo 65 dell’ordinamento giudiziario):

La corte suprema di cassazione assicura l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni; regola i conflitti di competenza e di attribuzioni ed adempie gli altri compiti ad essa conferiti dalla legge

si capisce piuttosto bene quale sia il senso delle parole allegate alla sentenza (tra l’altro correttamente riportato da diversi giornali): la Cassazione ha rilevato un errore nell’interpretazione e ha voluto sottolineare la differenza tra una discriminazione razziale (basata cioè sul concetto di superiorità di razza) e la discriminazione legata al comportamento di un soggetto. Ad ulteriore dimostrazione della non volontà di assolvere Tosi, il rinvio a giudizio conseguente alla sentenza della Corte di Cassazione, che chiede che vengano rivisti i processi (alla luce, ovviamente, della precisazione fatta).
Si può essere o meno d’accordo con la sottolineatura della sentenza (dal canto mio, posso dire che discriminare un soggetto per il suo comportamento è lecito, discriminare un popolo per il comportamento di alcuni suoi componenti, no), ma non si dica che Tosi è stato assolto dalla Cassazione, o che la Cassazione va dicendo che è ciò che Tosi ha fatto é legittimo…

Per altro, la sentenza arriva in un momento di particolare fermento sul piano della discriminazione razziale: il ministro dell’interno Maroni, degno compagno di Flavio Tosi, ha deciso di schedare tramite rilevamento di impronte digitali e analisi mediche i bambini che vivono nei campi rom ed ha convocato domenica in Viminale i prefetti di Roma, Milano e Napoli per “far pressione” su di loro affinché questi voleri vengano effettivamente attuati (in particolare il prefetto di Roma si era detto perplesso).
Maroni afferma che non si tratta di una discriminazione razziale, in quanto “il popolo” (padano?) vuole solo sapere chi vive nei campi rom e se ha il diritto o meno di restare. Ha perfettamente ragione e, per analogia, chiedo che il controllo venga esteso a tutti i bambini italiani (di cui i rom fanno parte) in quanto voglio sapere quali si loro hanno i pidocchi, di quale padre sono figli (le adulterine sono una delle grandi piaghe sociali di questa razza), possibilmente a quali malattie sono esposti coloro che dovessero disgraziatamente avvicinarli.

Si pregano i gentili appartenenti alla “razza italica” di prendere posto in coda all’ospedale per le analisi, muniti di numerino progressivo…

Niente più abolizione delle province!

Quando definimmo il confine tra noi e il cielo.In campagna elettorale c’era stato il momento dell’abolizione delle province, considerati per l’occasione “enti inutili” e come tali, degni di essere soppressi. Parlandone con “qualcuno”, il giorno dopo le elezioni, si considerava quanto importanti fossero le strutture politice territoriali (comuni e provincie su tutte) per la Lega Nord, giungendo alla conclusione che si sarebbe andati dritti verso il “nulla di fatto”.

Tra rifiuti, straordinari, leggi vergogna ed Alitalia, dell’abolizione delle province non si è più parlato (forse riservandosi l’argomento per momenti più propizi) finché qualche giorno fà la Lega se n’è uscita negando spudoratamente quanto affermato in campagna elettorale da buona parte degli attuali membri di governo e facendo segnare un bello stop netto all’ipotesi di snellire la macchina statale (sentite l’eco “semplificazioni”?).
Interessante sottolineare la frase seguente (dall’articolo di Mariolina Sesto, Il Sole 24 Ore, citato da PolisBlog):

Bossi e Calderoli, davanti all’insurrezione in massa degli ottanta parlamentari, hanno spiegato che il taglio delle nuove province «dev’essere un’ipotesi puramente accademica di qualche funzionario ministeriale»

A questo punto dubito fortemente che Berlusconi e gregari abbiano intenzione di proseguire su questa strada ed affrontare il dissenso interno alla maggioranza, dovendosi scontrare con un elemento pericoloso (politicamente parlando) come la Lega… molto più semplice tirare dritto e parlare d’altro…

Chi vivrà, vedrà…

La Lega: pro e contro il referendum

Join Our Watches In questi giorni è in corso, a Pontida, l’ennesimo ritrovo dei Razzisti Verdi, che quest’anno raccoglierebbe (a sentire gli organizzatori) 50.000 persone.
I temi sono sostanzialmente sempre gli stessi, quindi tralascerò una trattazione già abbondantemente coperta in altri contesti (vi invito comunque a leggere l’articolo per intero, perché è significativo del clima italiano). Mi voglio invece soffermare su una dichiarazione di Calderoli, citando l’articolo di Repubblica.it:

Calderoli ha chiarito che il federalismo fiscale sarà incluso nella prossima legge finanziaria e quindi approvato entro dicembre 2008. Un percorso, ha precisato ricordando il precedente della Devolution, che non potrà però non tener conto della necessità del dialogo con l’opposizione perché “non succeda di nuovo che una riforma approvata dal Parlamento ci venga fregata dal referendum“.

Una riforma che viene “fregata dal referendum”? Il referendum è la massima rappresentazione della democrazia, dopo il voto elettorale, è il pronunciamento del sovrano volere del popolo italiano su quanto deciso dal Parlamento. Se il Popolo boccia una legge che piace ai padani, dobbiamo sospendere la democrazia per consentire a lor signori di giocare a “costruisci la nazione”? Ed a dirlo è un Ministro del governo in carica?

Ma la cosa più divertente è che pochi minuti prima, all’interno dello stesso discorso, riferendosi all’opposizione del partito leghista al recepimento delle direttive comunitarie di Lisbona, lo stesso Calderoli aveva detto:

Noi vogliamo solo che sia il popolo a decidere. Il referendum si fa in Irlanda, non vedo perché non si possa fare da noi. Il trattato toglie sovranità al popolo e allora su questo deve decidere il popolo. Questa è la democrazia.

Mi sfugge qualcosa?

Dopo i fucili imbracciati e le bandiere bruciate, possibile che non ci sia modo per fermare questi pazzi scatenati?