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Come la Cina

Censura

Nahuel |Bossanostra| via Flickr

Non potevo trovare un titolo più descrittivo: l’Italia come la Cina, è tra i pochi paesi al mondo ad applicare la censura ad internet: sebbene la Cina la applichi in modo più vasto, infatti, il principio è lo stesso.

Dapprima in Italia è stato vietato l’accesso a siti di scommesse non associati all’AAMS (Monopoli di Stato) e fin qui si poteva anche ritenere che ci poresse stare (nel senso che si poteva pensare ad un maggior controllo ed una maggior sicurezza per gli internauti italiani).
Poi, usando lo stesso meccanismo, si è provveduto ad oscurare “thepiratebay.org”, un sito svedese che ospita i così detti “torrent”, files che consentono di scaricare files (legali e non) in modalità peer-to-peer (e che risulta ancora oggi inaccessibile dall’Italia).

Per lo stesso principio (colpire il produttori di coltelli anziché l’assassino), ora si condanna Google per via di un video (per quanto riprovevole) caricato sul servizio YouTube.

Ed in tutto questo, la cosa che trovo più scandalosa, è l’assoluta mancanza di interesse, capacità di comprendere, protesta da parte degli italiani.

Mi tornano in mente alcune frasi, perché sembrano descrivere in modo spietato la realtà attuale del nostro paese:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Martin Niemöller

Delle Olimpiadi di Pechino e delle loro conseguenze

Beijing National Olympic Stadium 14 Sono terminate, ormai da diversi giorni, le Olimpiadi cinesi. Si è trattato indubbiamente di una delle edizioni più discusse (anche se in generale l’evento olimpico si presta parecchio alle polemiche) , prima e durante il suo svolgimento: dapprima la questione tibetana, con gli appelli al rispetto dei diritti umani e le minacce di boicottaggio, poi con la questione russo-georgiana, con le polemiche legate all’arbitraggio, all’età di alcuni dei partecipanti (pare piuttosto inferiore ai 16 anni minimi previsti dal regolamento). Come tutti gli eventi però, la parte fondamentale da analizzare (e che solitamente rimane poi quella meno trattata) è costituta dalle conseguenze, sicuramente più durevoli nel tempo che non la diatriba sull’età di questa o quella ginnasta locale, o sull’opportunità o meno di assegnare l’ottavo oro a Phelps.

Indubbiamente il primo aspetto da trattare è quello legato al boicottaggio ed alla questione del rispetto dei diritti umani in Cina. Come avevo già avuto modo di dire abbondantemente prima dell’inizio dei giochi, l’unica occasione per intervenire concretamente sulla questione, consisteva nel rifiutare la candidatura cinese per i giochi del 2008: che senso può avere assegnare i giochi olimpici alla Cina (ben conoscendo la situazione politica e sociale del Paese) e poi urlare allo scandalo e minacciare boicottaggi? Soprattutto facendolo coscienti che per motivi politici ed economici la cerimonia d’apertura non avrebbe potuto in ogni caso essere realmente boicottata (avete pensato a che conseguenze potrebbe avere un “irrigidimento” delle importazioni e/o esportazioni di un colosso dell’economia mondiale come la Cina?). Ogni pressione successiva all’assegnazione dei giochi è stata come si poteva prevedere, agevolmente aggirata dal governo (ad esempio il CIO aveva imposto alla Cina di sospendere i sistemi di censura di internet per tutto lo svolgimento delle olimpiadi, cosa che a quanto ne so’ è stata bellamente ignorata dagli organizzatori, senza incorrere per altro in particolari sanzioni).
Indubbiamente le Olimpiadi sono servite a risvegliare l’attenzione dei mass media e della società civile sulla questione tibetana, ma proprio l’attenzione dedicata al Tibet ha tolto il fuoco degli obiettivi sul rispetto dei diritti umani all’interno della Cina (non solo in Tibet vengono violati), dalla questione del rispetto della privacy e della censura, dalle persecuzioni che ancora vengono attuate a discapito di minoranze religiose nel paese: gli organizzatori hanno sapientemente riportato l’attenzione sui giochi e messo così sufficientemente a tacere le proteste che sono pur continuate per tutta la durata dei giochi, tranquillamente ignorate dalla stampa internazionale presente sul posto.

Le Olimpiadi di Pechino hanno oltretutto costituito per il governo cinese un’ottima occasione per incrementare ulteriormente i sistemi tecnologici volti al controllo della popolazione: con la scusa infatti di garantire la sicurezza di spettatori ed atleti, sono stati chiesti alla popolazione cinese i soliti sacrifici in termini di privacy (gli stessi che vengono costantemente chiesti a noi “occidentali” in nome della lotta al terrorismo), consentendo l’installazione di tutta una serie di telecamere ed impianti di sorveglianza che, manco a dirlo, resteranno in funzione anche ora che i giochi olimpici sono terminati, andando così a rendere ancora più gravi i problemi esposti nel paragrafo precedente (violazione dei diritti umani, persecuzioni e via discorrendo)

La grande vittoria della Cina con queste olimpiadi, sotto ogni profilo, è indubbiamente quella dell’immagine: la Cina che emerge dalle Olimpiadi 2008 è forte e determinata, moderna ed “occidentale”. Sul piano mediatico interno, grazie alla fortissima propaganda del governo (paragonabile negli ultimi anni solo a quella della Cina di Mao), abbiamo assistito alla vittoria, olimpica (con la impressionante raccolta di ori) e politica, della Grande Cina (ricordiamo che per i cinesi la Cina non è un paese emergente, ma un paese che torna in primo piano sulla scena internazionale dopo aver dominato il mondo fino al XIX secolo). Vittoria conseguita per altro contro il resto del mondo, che tra minacce di boicottaggi e palesi atti d’accusa (ricordate la questione della torcia olimpica?) aveva tentato in ogni modo di fermare la rinascita politica del paese del sol levante, estorcendole ciò che spettava loro di diritto (i giochi, per l’appunto).
Sul piano internazionale invece, la Cina emerge rafforzata dai quindici giorni olimpici: alla resa dei conti, l’impressione è che le Olimpiadi abbiano avvallato di fatto le politiche attuate dalla Cina (dopotutto, ancora una volta, gliele abbiamo assegnate e si sono svolte, no?), consacrandola definitivamente tra i grandi paesi del mondo industrializzato (le minuscole sono volute). Come si potrà, ora, tenerli fuori ad esempio dal G8?

Qualche parola sul caso ThePirateBay.org

Jolly Roger Avevo questo post in “hold” da parecchi giorni, alla ricerca non solo di scrivere il post in sé, ma anche molto più semplicemente per raccogliere un po’ le mie idee e sensazioni a riguardo, elaborarle, renderle un discorso coerente e organico. Il dibattito lanciato da Andrea Monti al Moca, questa sera, è servito proprio a questo scopo, per quel che mi riguarda, e ancora seduto sulla mia seggiola in plastica, in platea, mi accingo a lanciare qualche opinione su questo argomento, già ampiamente trattato negli ultimi giorni all’interno della blogopalla.

Cominciamo con un breve riepilogo su quanto accaduto e sui risvolti che le azioni intraprese dalla magistratura hanno (e avranno) sugli utenti: ThePirateBay.org è uno dei maggiori (probabilmente il più famoso, quantomeno il più “ampio”) centro di aggregazione ed indicizzazione dei tracker di Bittorrent (il famoso protocollo di download peer-to-peer) al mondo, con sede in Svezia.
Nonostante si trovasse fuori dalla giurisdizione italiana, con un banale escamotage (la possibilità che il reato di “pirateria” fosse stato “iniziato” sul suolo italiano), il 10 agosto 2008 viene ordinato il blocco degli accessi al sito in questione da parte del Procuratore di Bergamo Mancusi, che ha così dato seguito ad una denuncia giunta (pare) da parte delle major discografiche e dell’intrattenimento italiane.
Molti provider italiani (tutti quelli a cui fino ad oggi è poi effettivamente giunta l’ordinanza) hanno rapidamente provveduto a impedire l’accesso a ThePirateBay.org, effettuando una redirezione dei risultati delle query DNS ad un diverso indirizzo IP (l’identificativo numerico univoco del server all’interno della rete internet) appositamente preparato.

E’ importante in questo frangente sottolineare come non si tratti del primo caso di questo genere, ne tantomeno giunga inaspettato: la cosa era nell’aria da tempo (ThePirateBay stessa aveva denunciato più volte minacce da parte di alcune lobby, anche italiane) e la procedura utilizzata è già stata ampiamente collaudata: i siti di scommesse online non associati all’AAMS (magari perché non residenti sull’italico suolo) sono ad esempio stati bloccati con la stessa soluzione tecnologica.

Venendo al dunque, dove sbaglia (secondo il mio modesto parere, naturalmente) la magistratura:

  • innanzi tutto colpisce il mezzo, non il reato. Il protocollo peer-to-peer di Bittorrent può essere utilizzato per fini assolutamente leciti e anzi, tra i protocolli di file sharing, è indubbiamente quello che maggiormente viene utilizzato per scopi assolutamente legali, quale il download più rapido delle immagini delle distribuzioni GNU/Linux (che si avvantaggiano così della velocità legata al download simultaneo dagli utenti che hanno già terminato il download e mettono a disposizione quanto scaricato a favore degli altri). Bloccare il tracker (e quindi il cuore pulsante dell’architettura protocollare di Bittorrent) è un po’ come impedire l’uso del coltello nelle cucine di tutti gli italiani perché qualche malintenzionato utilizza questo strumento per commettere omicidi e rapine. E’ concettualmente sbagliato.
  • L’incompetenza tecnologica che trapela dall’ordinanza, è da far cadere le braccia. A differenza di quanto infatti accade nella maggior parte dei casi, il reindirizzamento del DNS non è stato fatto, in questo caso, verso una pagina statica sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, ma verso un server sotto il controllo delle major discografiche stesse, alle quali vengono così consegnati su un piatto d’argento i dati personali e privati di tutti gli utenti (ancora una volta, legittimi o meno) di ThePirateBay.org.
    Senza voler andare a pensare al complotto (ovvero che questa soluzione sia stata volontariamente suggerita dalle major per poter “sgraffignare” dati degli utenti e così poterli identificare ed eventualmente denunciare con maggior precisione), non si può che restare basiti di fronte a tanta ignoranza da un lato, e incuria delle conseguenze di una propria ordinanza dall’altro: cosa penseremmo di un provvedimento che bloccasse la circolazione dei mezzi pesanti, magari in seguito ad un grave incidente stradale? Non criticheremmo forse la necessità di questi ultimi per la vita industriale del nostro paese, magari per la sopravvivenza stessa dei cittadini? Il fatto che la tecnologia informatica spesso resti “celata” (e così deve essere, agevolare in modo trasperente, esattamente come succede con l’abs o il controllo della trazione della nostra auto) impedisce di rendersi conto delle conseguenze che la sua eliminazione avrebbe; per questo motivo mi piacerebbe che magistrati e politici consultassero esperti in informatica prima di dar seguito ad azioni che riguardano un campo sul quale denotano una tanto palese (e giustificabile, naturalmente) ignoranza.
  • Infine, il terzo errore della magistratura è quello di perseverare nel percorrere una strada che si è rivelata palesemente infruttuosa: la redirezione degli indirizzi IP è una delle modalità più semplicemente aggirabili (basta cambiare server DNS, magari facendo uso di dns stranieri come OpenDns) e proprio l’esperienza legata alla collaudata pratica è dimostrazione che gli utenti che hanno interesse a raggiungere un certo sito lo faranno indipendentemente dall’indirizzo ip proposto dal server DNS del proprio provider. Tecnologicamente parlando esistono metodi molto più efficaci (e dal mio punto di vista raccapriccianti) per costringere il traffico su un certo sito web, si tratterebbe solo di voler affrontare le cose con (ancora una volta) cognizione di causa.
    Per fare un’altro paragone, spero chiarificatore, è come se si impedisse l’accesso alla Milano – Bergamo chiudendo il casello di Milano Est e non quello di Agrate.

Queste cose erano già state più o meno diffusamente indicate da coloro che hanno partecipato alla discussione sul tema, negli ultimi dieci giorni. Proprio su questa discussione, invece, voglio puntare il dito (consentitemi l’eufemismo). Sono stati spesi fiumi di parole, tutte più o meno di parere convergente, ma con quale effetto pratico? Assolutamente nessuno, neppure la generazione di un movimento di promozione di una qualche forma di iniziativa fisica.
Si tratta, a mio avviso, di un segnale che ridimensiona fortemente il ruolo della blogosfera nel panorama dei media italiani, che la relega ancora una volta al ruolo di “comparsa chiacchierante ed autoreferenziale” (dopo alcuni segnali invece constrastanti raccolti negli ultimi mesi).
Sarebbe forse ora che i rappresentanti storici della blogopalla raccogliessero il già ampiamente ripetuto invito a fare mente locale ed agire di concerto per far fare al mondo dei blog quel salto di qualità che fino ad oggi è evidentemente mancato

De Magistris è innocente. E ora?

I believe in this guy too. Qualcuno ha saputo che De Magistris è innocente? Che a dichiararlo è stata la Procura di Salerno, che ha giudicato del tutto lecite le azioni del magistrato di Catanzaro, per le quali aveva ricevuto numerose denunce da parte dei suoi superiori (e di alcuni dei suoi indagati), e chiesto quindi l’archiviazione su tutta la linea. Niente fughe di notizie, niente calunnie, niente persecuzioni. Solo il suo lavoro.

Inutile dire che quei giornali che si erano buttati letteralmente a pasce nella condanna di De Magistris, oggi tacciono il silenzio dei colpevoli, non riprendendo (fatta eccezione per Repubblica ed Il Messaggero) la notizia, che pure ha una certa rilevanza, visto che conferma di fatto le accuse a cui le indagini di De Magistris (“Poseidone”, “Toghe Lucane” e “Why Not”) avevano portato, prima che fossero avocate e il magistrato trasferito.
Ora uno dei suoi superiori è sotto inchiesta, proprio in relazione alle gravi ingerenze sul lavoro del pm, eppure anche su questo fatto, il più totale riserbo, quasi omertà.

A questo punto mi chiedo: chi risarcirà De Magistris dei danni subiti? Ma soprattutto, il fatto di essersi mostrato in pubblico in compagnia di gente come Travaglio e Grillo (certo non invisi alla stampa generalista), avrà contribuito a far calare sulla sua figura questo velo di reticenze?

Ancora di blog e censura

Day 224: Learn To Shut Your Mouth. La libertà d’espressione è un problema. Lo è sempre stato (ed infatti si è sempre cercato di limitarla) è probabilmente sempre lo sarà, soprattutto per coloro che si trovano a pagare le conseguenze di proprie azioni più o meno giustificate, più o meno lecite. “Libertà d’espressione” significa tante cose: significa potersi esprimere liberamente, significa non mentire; significa avere i mezzi per parlare, significa non essere fazioni o agire con secondi fini; significa documentarsi e documentare. Alle volte significa anche semplicemente esporsi ad un rischio, più o meno evidente: pensiamo a Roberto Saviano, alla libertà di parola (scritta nel suo caso, prima ancora che parlata) pagata con l’assegnazione della scorta, a soli 27 anni.

Da quando i blog hanno messo a disposizione di tutti un mezzo “efficace” per dar luogo alla propria libertà d’espressione, stiamo assistendo a un vero e proprio riemergere del “problema” della libertà d’espressione, con ricorrenti critiche ed azioni da parte di enti di vario genere (avvocati, magistratura, semplici cittadini) più o meno titolati ad emettere sentenze ed eseguire condanne. Lo strumento è potentissimo, ma bisogna ammettere che nella stragrande maggioranza dei casi viene usato (stranamente) con coscienza e senso di responsabilità, cosa che rende ancora più evidenti ed eclatanti le azioni eventualmente prese contro questo genere di media in seguito a denunce per “diffamazione” et simili.

Negli ultimi giorni, i casi sono stati non uno ma due.

  • Nel primo caso (ora censurato dallo stesso autore con motivazioni che spiega decisamente meglio di quanto non possa farlo io), forse meno eclatante, Sergio Sarnari raccontava una poco piacevole storia personale (e piuttosto ben documentata) che tirava in causa la Mosaico Arredamenti, colpevole (se così si può dire) di aver fornito un’assistenza quantomeno scarsa. Tra i commenti del post, si poteva leggere quello di un sedicente amministratore dell’azienda stessa che dichiarava di aver sporto querela per calunnie nei confronti del blogger in questione. La rivolta da parte della blogopalla è stata piuttosto interessante (con una cinquantina di post in poche ore) ed ha dato una discreta visibilità alla faccenda.
  • Il secondo caso invece, certamente più significativo, riguarda un blogger che, dopo aver criticato le capacità politiche di un consigliere comunale, si è trovata questi denunciato per diffamazione e il blog posto sotto sequestro dalle autorità inquirenti di Reggio Calabria. Personalmente non ho avuto modo di leggere questo secondo post, ma porre sotto sequestro l’intero sito web a causa di un post diffamatorio (anche ammettendo che lo sia stato) è come sparare alle mosche col cannone, come chiudere una testata giornalistica per colpa di un pezzo che viene contestato. E’ forse sufficiente che io citi un articolo per testata giornalistica e sporga querela per diffamazione affinché la testata venga chiusa? No. E allora perché questo è possibile con i blog?

L’ipotesi di mettere un bavaglio ad internet (prima ancora che ai blogger) è certamente stata ventilata più volte, pur arenandosi contro barriere tecnologiche e morali, ma con una sensibilità in materia di libertà che và sempre più a rotoli, per quanto tempo ancora potremo continuare a scrivere (con serietà e senso di responsabilità, ovviamente) le nostre idee ed opinioni senza dover temere di incorrere in ingiustificate violeze di questo tipo?

Colgo poi l’occasione per segnalare che il Parlamento Europeo sarebbe in procinto di discutere una mozione che riguarda da vicino proprio il futuro dei blog e dei contenuti generati dagli utenti. A segnalare la notizia è Luca Conti dalle pagine di Nòva100. Il problema che si vuole affrontare è dato dal fatto che i contenuti “non professionali” prodotti dagli utenti e dai blogger farebbero una illecita concorrenza ai professionisti del settore: insomma, possono scrivere ed esprimersi solo loro. Come al solito al Parlamento Europeo le cose funzionano in modo “leggermente” diverso che in Italia e a tutti è data la possibilità di scrivere e proporre soluzioni e considerazioni direttamente al Parlamento Europeo.
Teniamo comunque sott’occhio la questione, perché potrebbe avere risvolti interessanti…

Rifletto.tv: a volte ritornano

Mi ero occupato di Riflettotv qualche tempo addietro. Non tanto per il motivo per cui se ne erano occupati altri (il fatto che mettessero gratuitamente a disposizione video anche di pregevole qualità), ma per un loro curioso atteggiamento nella difesa della propria posizione etica e morale. Arrivarono ad attaccare piuttosto pesantemente alcuni blogger che avevano avuto modo di pubblicare articoli su di loro, in alcuni casi arrivando alla cancellazione degli stessi (come nel caso di Shannon.it). Avevo scritto stigmatizzando questa forma di “censura” (che in realtà poi vera e propria censura non è, assomiglia più all’intimidazione) ed avevo in seguito avuto modo di scambiare quattro chiacchiere al telefono con il direttore di Rifletto.tv (che si era poi dimostrata persona intelligente e comprensiva).
Il messaggio che doveva passare, però, era chiaro: il modello di business sul quale si poggia Rifletto.tv non doveva essenzialmente interessare i blogger. La cosa mi trovò poco d’accordo (all’epoca come oggi), e gli sviluppi delle ultime ore sembrano darmi una certa ragione: il sito di Rifletto.tv infatti è stato oscurato lunedi dalla Guardia di Finanza, in seguito ad una violazione del comma 1 dell’articolo 171 della legge 633/41.

Si tratta di una sanzione di lieve entità, roba che si risolve con una piccola ammenda e che non metterebbe quindi in discussione il modello di business di cui sopra. Trovo però curioso il fatto che ci si preoccupi tanto dell’opinione dei blogger, arrivando ad iniziative personali, chiedendo di cancellare post e commenti poco favorevoli e poi ci si dimentichi banalmente di assolvere agli obblighi di legge…

Inutile dire che non ho nulla di personale contro Rifletto.tv, alla cui redazione auguro invece di poter tornare a “trasmettere” quanto prima: l’aspetto tecnologico di questa emittente infatti è piuttosto interessante…

La buona occasione per chiudere “Che tempo che fà”

La polemica nata dopo l’intervento di Travaglio a “Che tempo che fà”, sabato sera, non mi ha colto di sorpresa. Ne più ne meno di quanto accadde durante gli ultimi cinque anni del “Berlusconi 3”, si tenta di asservire la televisione (con le buone o con le cattive) al potere del Governo. Quella volta pagarono Biagi, Luttazzi e Santoro, oggi pagheranno Fazio (per il cui caso l’Agcom ha già avviato le procedure per la sanzione) e Santoro, visto che Biagi (purtroppo) ci ha lasciati e Luttazzi “si è portato avanti” con lo scandalo “Ferrara nudo”. A Fazio mancano poche puntate, per questa stagione, ed al massimo gli impediranno di terminare con gli ultimi due “speciali”. Santoro invece dovrebbe averne ancora parecchie di fronte, vedremo cosa succederà e (soprattutto) quanto resisterà.

Il destro per colpire “Che tempo che fà” l’ha offerta Marco Travaglio, che ha avuto la colpa di far presente (tra le altre sacrosante cose dette) che il nome di Schifani compare su un libro del noto scrittore (ed eroe antimafia) Lirio Abbate, citato in quanto sarebbe stato coinvolto da testimonianze di pentiti in alcuni rapporti avuti con esponenti della Mafia. Nulla di ingiurioso (seppur un po “forte”): una richiesta di pubblico chiarimento da parte di colui che ricopre la seconda carica dello stato, mica noccioline, e che risulta aver incontrato, almeno una volta nella vita, figure legate alla mafia (a me per esempio non è mai capitato!).
Travaglio ha poi spiegato, il giorno dopo, la sua affermazione, dichiarando quanto segue (riporto da Il Messaggero):

Ho solo citato un fatto scritto già nel mio libro e in quello di Lirio Abbate, giornalista dell’Ansa minacciato dalla mafia, e cioè che Schifani aveva avuto rapporti con persone poi condannate per mafia. È agli atti societari della Sicula Brokers fondata da lui, Enrico La Loggia, Mino Mandalà, condannato come boss mafioso, e Benny D’Agostino, condannato per concorso esterno. O si chiede conto a Schifani di questo o non si celebra Abbate come giornalista antimafia. A Fazio ho spiegato che se dopo De Nicola, Pertini e Fanfani, ci ritroviamo con Schifani sono terrorizzato dal dopo: le uniche forme residue di vita sono il lombrico e la muffa. Anzi, la muffa no perché è molto utile

Naturalmente le condanne sono piovute unanimi da tutti i fronti (come al solito), compreso il direttore generale della Rai, Claudio Cappon. Singolare eccezione Antonio Di Pietro (che ha cos’ fatto alzare il mio personale gradimento nei suoi confronti una volta di più).

Tornando al caso, va detto che in questi anni Fazio ha fatto cultura, mantenendo le distanze da tutti i suoi ospiti, cercando sempre di restare corretto ed imparziale, lasciando parlare tutti (come scritto per altro nella nostra Costituzione, il cui vilipendio è premiato con l’elezione in parlamento, pare). Vederlo costretto a scuse (che non condivido minimamente) domenica sera è stato demoralizzante, quasi doloroso. Mi torna in mente un intervento in diretta di Gad Lerner…

Tornano i tempi bui della censura in televisione. Prepariamoci, perché stavolta l’assalto coinvolgerà anche la Rete…