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Privacy, conseguenze dell’ignoranza diffusa

jenny downing via Flickr

jenny downing via Flickr

Il tema della privacy comincia ad essere trattato, qua e la, in giro per la rete. Ogni tanto, magari in occasione di qualche “buco”, capita anche che ne parlino le testate giornalistiche maggiori (come è successo qualche giorno fà con la questione legata alle nuove “condizioni d’uso” di Facebook.

Eccezion fatta per questi sporadici e fortuiti casi, però, il problema di fondo rimane ed è quello della completa assenza di una “cultura della privacy” (ed è un problema che non riguarda la sola Italia): se gli utenti si interessassero della loro privacy, della Data Retention e di tutte le altre questioni che ruotano intorno a questo delicato tema, trovereste forse qualcuno che di fronte all’annuncio della nuova rete unificata di sorveglianza milanese risponderebbe “non ho niente da nascondere”? O pensate piuttosto che Facebook ci avrebbe pensato due volte, prima di cambiare unilateralmente e senza dare adeguate spiegazioni le sue “condizioni d’uso”?

Il problema principale, d’altra parte, non stà nel fatto che vengano lasciate online, dagli utenti, loro informazioni più o meno private e personali: il vero cuore della questione è che ne sono assolutamente all’oscuro; non c’è percezione del valore delle informazioni che consegnamo in giro per la rete e la più ovvia e logica conseguenza di ciò è che ci lasciamo abbindolare dal primo che passa, salvo poi urlare e strepitare (al limite riportando belantemente quanto scritto da altri) nel momento in cui ci rendiamo conto di essere stati fregati, di aver concesso troppo.

Purtroppo prima o poi il caso esploderà seriamente, arrivando (magari con qualche secondo fine) all’attenzione della nostra inetta e profondamente ignorante (specchio d’altra parte della società in cui viviamo) classe politica; a quel punto, come quasi sempre accade, la questione verrà affrontata e “risolta” malamente, con il “proibizionismo”. D’altra parte così come capitato con il Decreto Pisanu e le reti wireless, o con la questione del copyright e del peer-to-peer, è molto semplice vietare un progresso tecnologico che cercare di comprenderlo, gestirlo e guidarlo…

Un’Italia sempre più ignorante: colpa della tv?

Mesmerize Ancora una volta, mi ritrovo a scrivere di libri, di cultura, di gente che non legge. Dopo i disarmanti dati di quindici giorni fa sulle abitudini letterarie della popolazione media italiana, pensavo di aver toccato il fondo, ma rincuorava quantomeno il fatto che i ceti “più abbienti” facessero rilevare un maggior tasso di alfabetizzazione (nell’accezione più moderna del termine). Ieri invece, mi trovo di fronte all’articolo del Correre della Sera che spudoratamente denuncia la regressione del tasso di aggiornamento professionale sia nella classe dirigente italiana sia nel mondo del lavoro in senso più ampio.

Ci troviamo di fronte ad un’Italia lanciata in un mondo dove l’evoluzione scientifica e tecnologica rasenta livelli in cui iniziato un corso d’aggiornamento è obsoleto prima di essere terminato, dove nell’università stessa, che vorrebbe essere il più alto livello formativo “su larga scala”, produce corsi la cui obsolescenza non raggiunge i tre anni della durata stessa del corso (la famosa “laurea breve”, i cui prodotti sono tutt’altro che confortanti). In questo vorticoso panorama di competenze necessarie, la classe dirigente italiana, quella che dovrebbe stare al timone del vascello e cercare di tenerlo a galla in questa tempesta economico-sociale che ci investe, ha deciso che l’aggiornamento non è importante.

Indubbiamente, facendo (ancora una volta) riferimento all’interessante pamphlet di Lucio Russo “Segmenti e bastoncini”, possiamo immaginare che questo sia in parte dovuto alla scelleratezza dei programmi scolastici degli ultimi dieci-venti anni, che vanno formando una classe dirigente la cui attenzione nei confronti della cultura rasenta l’incapacità di comprendere cosa sia la cultura stessa. Anche la scarsa attenzione che si da alla preparazione lavorativa dei giovani (che sono la generazione del cambiamento, e partono già disarmati e battuti anche sotto questo profilo), alle riforme del sistema educativo, potrebbero ricadere nell’emanazione diretta delle scelte scellerate compiute in questo ambito dalle passate generazione politiche (e non).

D’altra parte viene naturale chiedersi (soprattutto ai più strenui aggressori della libertà di espressione come il sottoscritto) se tutto questo sia imputabile solamente alla scarsa preparazione culturale scolastica, o se invece non si vadano delineando le prime conseguenze di una miope e scellerata gestione dell’informazione da parte di intrattenitori televisivi e pubblicitari: facendo leva su stimoli psicofisici per far si che l’essere umano telespettatore mantenga la sua attenzione viva e concentrata (tecnica questa messa in pratica soprattutto in televisione, il cui rapido variare delle immagini porta alla stimolazione dell’attenzione della mente), non lo portiamo forse ad una sorta di dipendenza da questo genere di stimoli?
Non diventa forse molto più piacevole, per l’individuo assuefatto a questi stimoli, mantenere viva l’attenzione sulla televisione (i cui contenuti culturali ho già avuto modo di discutere) anziché prendere anche solo in considerazione altre attività?

Lo sfruttamento degli aspetti psicofisici dell’uomo a fini pubblicitari (e propagandistici) è forse una delle cose più orribili che molti di noi possano immaginare, la manipolazione della mente umana per questi fini dovrebbe essere proibita per legge, e invece viene attuata nell’irresposabile tentativo di massimizzare profitti economici e potere. Le conseguenze del becero arricchimento però, sono tutte da scoprire, e ho paura che quelli citati in testa a questo post siano solo i primi sintomi di ciò che ci aspetta…

Spegnete la tv…

Quanto leggono gli italiani?

libri Su queste pagine avete letto spesso di libri: sono una mia passione (e un mio debole, lo ammetto), ma soprattutto sono un mezzo incredibilmente importante di diffusione della cultura (anche i romanzi, anche se non è così evidente). In un delicato momento politico come quello che stiamo vivendo in questi giorni, proprio la “cultura del popolo” farà (come ha sempre fatto) da ago della bilancia: è infatti la cultura, l’istruzione nella sua accezione più ampia a consentire alle persone di non farsi irretire dalle demagogiche menzogne che i nostri politici raccontano nel tentativo di guadagnare un effimero consenso (nel libro che sto attualmente leggendo, si fa un’interessante analisi proprio di questo fenomeno): le esperienze e la cultura derivanti dai libri possono fare la differenza, sotto questo profilo.

Viene allora naturale chiedersi quanto leggano gli italiani. Sono sempre stato piuttosto scettico sotto questo punto di vista, e certo il post di Booksblog di qualche giorno fà, che riprende a sua volta un articolo de “Il Quotidiano” (che a sua volta cita un sondaggio condotto da Ipsos e Mondadori) non contribuiscono a modificare questa mia opinione: 62 italiani su 100 non hanno letto nemmeno un libro nel 2007, arrivando addirittura ad affermare che “i libro sottraggono tempo ad attività più importanti e divertenti” (tipo guardare le veline in tv! O la partita di calcio la domenica, tanto per ricadere nei miei bei vecchi cari luoghi comuni). Leggono invece da 1 a 5 libri l’anno il 24% della popolazione, mentre i lettori “medi” e “forti” (quelli che leggono “molto”) non raggiungono il 5%.

Dato particolarmente interessante che emerge da questa indagine, è che leggono meno gli abitanti con basso reddito, scarso livello di istruzione e che vivono nel meridione (-8% di lettori rispetto al 2003): mi viene spontaneo chiedermi se il basso livello di reddito (quello di istruzione pare logico) sia una causa o un effetto della poca lettura…

Sicuramente parte di questa disaffezione, come sottolinea l’articolo, è dovuta all’imposizione di leggere a scuola (spesso libro non propriamente di semplice comprensione), ma basterebbe da adulti tentare con un paio di libri di propria scelta per spazzare via questa “disaffezione”… invece i nostri connazionali preferiscono crogiolarsi nella propria ignoranza, credendo al babau la prima volta che qualcuno lo nomina.

Posso dire che questo non mi fa ben sperare per il futuro (prossimo e non) del nostro paese, o è da iettatore?

Una generazione annoiata

Passa Il TrenoPrendo spunto dall’ultima notizia sui “nuovi giovani”, per affrontare il tema del rapporto tra i giovani, il divertimento ed il valore della vita (propria ed altrui). La notizia, shoccante già di per sé, è che sui binari delle linee ferroviarie britanniche si sta diffondendo un folle passatempo: ragazzini (spesso e volentieri minorenni) si sdraiano sulle rotaie, per il lungo, ed attendono il passaggio del treno filmando il tutto con il videofonino (inutile dire che la “nuova forma di divertimento” conta numerosi morti).

Di fronte a notizie del genere, a me personalmente non possono che cadere le braccia. La stupidità dimostrata da questi ragazzini rasenta il livello della “selezione naturale”, è roba da Premio Darwin. E’ mai possibile che i “nuovi giovani” non abbiano nulla da fare che tentare il suicidio sui binari ferroviari? O di darsi alle corse clandestine per le vie del centro delle grandi città? O di imbottirsi di stupefacenti assordandosi contemporaneamente all’interno di fumose discoteche (locali per altro di dubbio gusto)? Non c’è davvero più nulla che stimoli la curiosità di questi giovani animali, assuefatti da una televisione che ne cattura la stragrande maggioranza del tempo libero (quello non passato su binari, auto o barelle di vario genere), e ne manipola l’intelletto, sbriciolando quell’ultimo barlume di ragione che popola quei crani vuoti?

E la colpa è solo di questa televisione malata, volta al business a costo di danneggiare irrimediabilmente i telespettatori (e non vale solo per i più giovani, si legga in proposito anche solo il primo capitolo di L’assalto alla ragione, di Al Gore, che trovate in libreria), o ne dobbiamo devolvere una parte sostanziale ad una scuola che non è più in grado di dare un senso alla vita dei nostri ragazzi, se non quello di vivere come comparse in un mondo lanciato a tutta forza verso il nulla, cercando di strappandoli con i denti, come cani affamati, i propri 5 minuti di celebrità, a costo di lasciare la pelle per questo?
Non sono forse da sentire i genitori di questi ragazzi (e magari anche tanti altri autori di atti meno appariscenti), per chiedere loro dove erano, mentre la loro giovane prole non trovava di meglio da fare che ammazzarsi?

Come speriamo di far andare avanti il mondo, se “Il Grande Fratello 8” ed “Amici” sono il massimo che riusciamo ad offrire ai nostri ragazzi, con calciatori ignoranti e veline come modelli di successo?

Mi sento sempre più sconfortato…

Un mondo strano

sondaggio-corriere.pngA seguito di un mio post di ieri, ho notato una serie di commenti relativi ai comportamenti dei ragazzi/bambini ed al loro rapporto con gli adulti/genitori. Quasi in concomitanza, sui maggiori quotidiani online, sono apparse una serie di notizie interessanti e riconducibili in qualche modo all’argomento.
Quest’oggi si apprende da Repubblica che una modella iraniana, Hila Elmalich, ha perso la vita in seguito ad un attacco cardiaco, scatenato dall’anoressia contro la quale lottava ormai da alcuni anni; le immagini del video della vicenda proposto da quasi tutti i quotidiani sono davvero spaventose, forse al di là dell’immaginabile, per coloro che non hanno mai avuto seriamente a che fare con l’anoressia (come il sottoscritto, d’altra parte). Del tema dell’anoressia nella moda, si discute ormai da parecchio tempo, e quello di Hila non è certo il primo caso (e purtroppo non sarà neppure l’ultimo). E’ tra l’altro un discorso che andrebbe esteso in modo piuttosto ampio anche al mondo della televisione, dove l’immagine e la bellezza divengono fulcro di qualsiasi programma, di qualsiasi iniziativa umana. L’ideale di bellezza (ma anche quello di famiglia, se facciamo riferiamo alla pubblicità) che il piccolo schermo, le riviste e le pubblicità ci propongono senza sosta durante la nostra giornata, è un concetto perverso, lontano dalla realtà.

Se gli adulti sono in qualche modo in grado di rendersi conto della manipolazione mentale ed in grado di reagire criticamente (questo presuppone un uso critico della materia grigia intra-cranica che purtroppo non è poi cosi diffuso), questo è drammaticamente più difficile per i più piccoli (bambini e ragazzi soprattutto) che non hanno gli strumenti di paragone necessari per poter controbattere criticamente i messaggi della pubblicità e si trovano inoltre molto più esposti degli adulti, in quanto solitamente fruiscono della televisione in orari in cui il tasso di pubblicità e tramissioni di “intrattenimento” è molto maggiore che in altre fasce orarie.  Proprio in quest’ottica, a mio avviso, vanno letti ed analizzati i risultati di un interessante sondaggio promosso nel 2006 dalla Società di Pediatria ed apparso oggi su Corriere.it (del quale Alessandra Arachi fa peraltro una interessante analisi, nell’ambito delle reazioni all’allarme lanciato negli ultimi giorni dal ministro Amato), del quale riporto la parte più interessante allegata sotto forma di foto a questo post: tra le varie domande poste al campione (1.251 bambini tra i 12 e i 14 anni), c’è quella fatidica: “Cosa vuoi fare da grande?”. La risposta media, sia da parte dei maschi che delle femmine, non stupisce più di tanto: “calciatore” e “velina” sono indice di quanto la televisione ed il mondo che propina stiano influenzando le nuove generazioni, incapaci d’altra parte di interessi differenti da quelli suggeriti dai mass media (quanti dei vostri figli leggono oltre 200 pagine, ma anche solo 100, al mese?). L’alternativa? Un disarmante “non lo so”, anche questo non certo una novità per coloro che si sono recentemente trovati alle prese con i maturandi alle prese con le scelte universitarie…

Possibile che gli unici valori che la nostra società è in grado di trasmettere ai giovani siano “sesso”, “soldi”, “bellezza”, “successo”, “popolarità”? Non stupiamoci poi che il mondo della moda metta in evidenza questi valori, in un circolo vizioso dal quale non sembra esserci una via d’uscita indolore…

Non è italiano!

No dannazione. Non è italiano! Non ha alcun senso dire che Mario R. Capecchi, nato a Verona nel 1937, è un italiano. Soprattutto non in riferimento al conseguimento del Nobel per la medicina. Può sentirsi italiano se gli và, Capecchi, ma accademicamente, non lo è!
Capecchi (al quale vanno naturalmente i miei complimenti più vivi, cosi come a tutti gli altri studiosi di questo mondo, più o meno accademici e più o meno premiati) ha vissuto negli Stati Uniti, studiato negli Stati Uniti, lavorato negli Stati Uniti, ricercato negli Stati Uniti, sperimentato negli Stati Uniti, scoperto negli Stati Uniti. In Italia magari non avrebbe neppure potuto, legalmente, lavorare alle scoperte che ora gli sono valse il Nobel. Però ora lo passano per italiano. E invece no! Basta! Non possiamo fare i protezionisti, tagliare i fondi alla ricerca, lasciare tutto in mano ad imprese senza scrupoli, consentire stage gratuiti, corsi universitari mediocri, e poi dire “quanto siamo fighi, abbiamo pure vinto il Nobel”. Troppo comodo!