Un’Italia sempre più ignorante: colpa della tv?

Mesmerize Ancora una volta, mi ritrovo a scrivere di libri, di cultura, di gente che non legge. Dopo i disarmanti dati di quindici giorni fa sulle abitudini letterarie della popolazione media italiana, pensavo di aver toccato il fondo, ma rincuorava quantomeno il fatto che i ceti “più abbienti” facessero rilevare un maggior tasso di alfabetizzazione (nell’accezione più moderna del termine). Ieri invece, mi trovo di fronte all’articolo del Correre della Sera che spudoratamente denuncia la regressione del tasso di aggiornamento professionale sia nella classe dirigente italiana sia nel mondo del lavoro in senso più ampio.

Ci troviamo di fronte ad un’Italia lanciata in un mondo dove l’evoluzione scientifica e tecnologica rasenta livelli in cui iniziato un corso d’aggiornamento è obsoleto prima di essere terminato, dove nell’università stessa, che vorrebbe essere il più alto livello formativo “su larga scala”, produce corsi la cui obsolescenza non raggiunge i tre anni della durata stessa del corso (la famosa “laurea breve”, i cui prodotti sono tutt’altro che confortanti). In questo vorticoso panorama di competenze necessarie, la classe dirigente italiana, quella che dovrebbe stare al timone del vascello e cercare di tenerlo a galla in questa tempesta economico-sociale che ci investe, ha deciso che l’aggiornamento non è importante.

Indubbiamente, facendo (ancora una volta) riferimento all’interessante pamphlet di Lucio Russo “Segmenti e bastoncini”, possiamo immaginare che questo sia in parte dovuto alla scelleratezza dei programmi scolastici degli ultimi dieci-venti anni, che vanno formando una classe dirigente la cui attenzione nei confronti della cultura rasenta l’incapacità di comprendere cosa sia la cultura stessa. Anche la scarsa attenzione che si da alla preparazione lavorativa dei giovani (che sono la generazione del cambiamento, e partono già disarmati e battuti anche sotto questo profilo), alle riforme del sistema educativo, potrebbero ricadere nell’emanazione diretta delle scelte scellerate compiute in questo ambito dalle passate generazione politiche (e non).

D’altra parte viene naturale chiedersi (soprattutto ai più strenui aggressori della libertà di espressione come il sottoscritto) se tutto questo sia imputabile solamente alla scarsa preparazione culturale scolastica, o se invece non si vadano delineando le prime conseguenze di una miope e scellerata gestione dell’informazione da parte di intrattenitori televisivi e pubblicitari: facendo leva su stimoli psicofisici per far si che l’essere umano telespettatore mantenga la sua attenzione viva e concentrata (tecnica questa messa in pratica soprattutto in televisione, il cui rapido variare delle immagini porta alla stimolazione dell’attenzione della mente), non lo portiamo forse ad una sorta di dipendenza da questo genere di stimoli?
Non diventa forse molto più piacevole, per l’individuo assuefatto a questi stimoli, mantenere viva l’attenzione sulla televisione (i cui contenuti culturali ho già avuto modo di discutere) anziché prendere anche solo in considerazione altre attività?

Lo sfruttamento degli aspetti psicofisici dell’uomo a fini pubblicitari (e propagandistici) è forse una delle cose più orribili che molti di noi possano immaginare, la manipolazione della mente umana per questi fini dovrebbe essere proibita per legge, e invece viene attuata nell’irresposabile tentativo di massimizzare profitti economici e potere. Le conseguenze del becero arricchimento però, sono tutte da scoprire, e ho paura che quelli citati in testa a questo post siano solo i primi sintomi di ciò che ci aspetta…

Spegnete la tv…

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2 pensieri su “Un’Italia sempre più ignorante: colpa della tv?

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