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Vegetariano o no?

Bistecca

Allibito via Flickr

Avevo promesso questo post qualche tempo fa, ma avevo bisogno di un po’ di tempo per mettere insieme i vari spunti e tirare fuori qualcosa di organico e sensato. In più, un “disguido” con il mio telefono ha portato alla cancellazione di una serie di appunti che avevo preso durante la lettura di un libro che su questo tema ho trovato illuminante, “Il dilemma dell’onnivoro“.

Prima di cominciare con le argomentazioni su questo intricato argomento, voglio premettere che si tratta di riflessioni personali, che non vogliono sminuire in alcun modo la posizione di coloro che hanno scelto posizioni diverse. Soprattutto in materia etico-alimentare, la scelta non può che essere personale, basata su una corretta (e spesso mancante) informazione.
Questa precisazione principalmente perché vorrei evitare di far nascere, tra i commenti di questo post, la stessa (sterile) discussione feroce e cattiva tra gli esponenti delle due “fazioni”: qui non si tratta di guerra santa, non c’è (e non può esserci se non nella testa di qualche “esagitato”, che comunque commenterà, non ho dubbi) una contrapposizione netta.

Ciò (inutilmente) detto, cominciamo: le argomentazioni sul piatto (nel vero senso del termine) sono molte, spesso articolate in modo profondo tra di loro e far emergere un quadro chiaro della situazione è tutt’altro che semplice. Ho cercato di raggruppare le considerazioni in tre temi principali, in modo da tentare di affrontarli in modo organico. Naturalmente quello che ne emerge è (me ne rendo conto) un testo lungo e denso di contenuti, che mi auguro però abbiate la pazienza di leggere per intero in modo da comprenderlo nella sua interezza.

  • Il primo motivo che spinge al vegetarianismo, sicuramente, è il senso di colpa per l’uccisione dell’animale di cui ci si sta cibando. Su questo punto (probabilmente il più delicato), ciò che si deve considerare è il ruolo dell’uomo nella catena alimentare naturale. L’uomo, per quanto nelle ultime migliaia di anni e grazie allo sviluppo dell’intelligenza e del pollice opponibile abbia stravolto la sua posizione nei confronti della natura, è costituzionalmente un onnivoro, un animale cioè portato a cibarsi di alimenti di origine sia animale che vegetale. In quello che concerne il suo ruolo di predatore (contenuto in qualche modo nell’essere un onnivoro), ha il compito di “tenere a bada” l’esplosione demografica degli animali di cui si ciba: esistono numerosi esempi in campo scientifico che mostrano come in assenza dell’uomo, certi animali (soprattutto i maiali, in questo contesto, perché in diverse occasioni si è provveduto ad introdurli in ambienti insulari che sono stati poi abbandonati dall’uomo) tendono ad aumentare esponenzialmente il numero della popolazione, distruggendo le fonti di cibo e portandosi quindi rapidamente ad un’auto-estinzione. Per essere più chiari: se sparissero i gatti, seguirebbe abbastanza rapidamente un’esplosione demografica di topi, che saturate e distrutte le fonti di cibo, si avvierebbero all’estinzione. La natura è un (delicato) equilibrio in cui preda e cacciatore svolgono entrambi un ruolo fondamentali. Da questo punto di vista, il vegetarianismo posa le sue basi sul rinnegare un ruolo che è stato affidato all’uomo dalla natura (quindi, paradossalmente, è questo un andare “contro natura”).
    C’è poi la questione della violenza nell’uccisione dell’animale, che certo accresce il sopra citato e discusso senso di colpa: si tratta però in questo caso in un aspetto soggetto a (rigida) legislazione, che impone determinate procedure atte ad infliggere all’animale la minor sofferenza possibile (l’importante è poi far rispettare questa legge, ma questo è argomento che esula dal dibattito, anche perché differisce da macello a macello, oltre che da Stato a Stato). La cosa più semplice che si possa fare, in ogni caso, è guardare a ciò che accade in natura, dove indubbiamente la gazzella azzannata alla gola dal leone non fa una fine molto meno dolorosa di quella del bue ucciso secondo la legislazione vigente, all’interno di un macello.
  • Il secondo tema, che è poi il principale tema che viene sostenuto dai vegetariani una volta presa coscienza della propria scelta (che come dicevo spesso viene inizialmente fatta sulla scia del senso di colpa di cui al punto precedente), è il fatto che “la carne fa male“. La letteratura sul tema è vasta (soprattutto negli ultimi anni) e contraddittoria, ad una lettura superficiale. Potrei analizzare le varie motivazioni che a seconda della fonte porterebbero a considerare la carne come un alimento dannoso per la salute umana, ma credo che la critica più semplice e banale a questo genere di affermazione sia il fatto che l’uomo, in quanto onnivoro, si ciba di carne da alcune decine di migliaia di anni, senza averne risentito in termini di salute. E non si obietti che l’uomo consuma carne solamente da quando ha inventato le armi per la caccia, quindi ben avanti nella sua storia evolutiva: gli uomini preistorici potevano tranquillamente cibarsi di pesce, uova, carne di animali morti da poco; per quanto in quantità piuttosto ridotte, la dieta onnivora dell’uomo non nasce contemporaneamente alla caccia. Inoltre, potremmo allo stesso tempo considerare come l’uomo si sarebbe cibato di vegetali crudi fino alla scoperta del fuoco (anch’essa piuttosto avanti nell’evoluzione umana), il che renderebbe seguendo lo stesso filo logico “dannose” anche le verdure cotte? Va naturalmente precisato come il cibarsi di carne non rappresenti per l’uomo una ferrea necessità: la stragrande maggioranza delle sostanze nutritive necessarie alla vita umana possono essere assimilate anche tramite vegetali (o composizione di tali), oltre che attraverso la sintesi dell’organismo umano stesso. Unica importante eccezione, molto più delle mitiche “proteine” (in effetti assimilabili attraverso numerosi legumi e per altro presenti in modo piuttosto ridotto anche nel latte materno nonostante questo sia abbondantemente sufficiente al sostentamento di un corpo in rapida crescita come quello di un neonato),  è costituita dalla vitamina B12 che, sintetizzata insufficientemente dal nostro organismo, deve essere oggetto di integrazione, chimica o di origine animale che sia.
    Paragrafo a parte merita la questione della “quantità di carne” che la dieta occidentale prevede: sebbene non esista una “dieta universalmente corretta”, un principio sul quale tutti i nutrizionisti sono concordi è quello del “mangiare moderatamente, mangiare naturalmente”. Mangiare carne è indubbiamente un’ottima fonte per molte delle sostanze nutritive di cui il nostro corpo necessita, ma l’eccessivo consumo (di qualsiasi cosa, per altro) porta a numerose problematiche, non ultima l’obesità. La carne andrebbe consumata 1 o 2 volte a settimana, considerando anche il fatto che le risorse biologiche necessarie all’allevamento di bestiame sono limitate dalla fisica superficie del nostro pianeta, e dovrebbe bastare a sfamare 7 miliardi di persone, senza per altro proseguire con il disboscamento massiccio che negli ultimi anni viene perpetrato al fine di aumentare le superfici pascolabili o coltivabili. Personalmente ho drasticamente ridotto la quantità di carne che consumo (senza per altro prestarci grande attenzione) in modo assolutamente naturale parallelamente all’aumento delle verdure che mangio, con il semplice aumento della disponibilità di queste ultime (che acquisto ora regolarmente da un gruppo d’acquisto): la carne resta uno dei miei alimenti preferiti, ma mangiarla un paio di volte a settimana è più che sufficiente ad appagare la mia golosità, soprattutto acquistando “carne di qualità” (vedremo in seguito).
  • Terzo ed a mio avviso trascurato argomento (si tratta sicuramente dell’aspetto che maggiormente mi ha dato da pensare, in questi mesi), è quello della sostenibilità. Si tratta di un argomento che abbraccia entrambi i temi precedenti, ampliandoli ed integrandoli; buona parte del tema si può condensare nel termine “allevamento intensivo”: per far fronte alla crescente richiesta di carne (dovuta all’arricchimento della popolazione, alla sempre minore fantasia in cucina o banalmente all’aumento della popolazione mondiale) e nel non trascurabile tentativo di massimizzare i guadagni, il processo di “produzione” della carne è radicalmente cambiato. Oggi gli animali da carne vengono allevati in modo intensivo (con varie declinazioni a seconda della specie, con raccapriccianti dettagli ed aneddoti che eviterò di riferirvi in questa sede), nutriti con sostanze che naturalmente non consumano (fondamentalmente mais e soia) che oltre a costare decisamente meno dei rispettivi cibi naturali portano ad un ingrasso molto più rapido rispetto alla controparte naturale (un manzo allevato in un “feed-lots” può arrivare a cresce di oltre 12kg al giorno, mentre la controparte allevata in modo naturale non va oltre il chilogrammo), il che porta alla necessità di imbottire questi animali di medicinali, da un lato per consentire l’assimilazione forzata delle sostanze delle quali vengono nutriti (cosa comunque fattibile per un breve periodo di tempo, scaduto il quale gli animali non possono che essere macellati), dall’altro a scongiurare epidemie alle quali lo stretto contatto e la sostanziale sedentarietà a cui gli animali sono costretti li espongono. Tutto questo fa inoltre si che gli escrementi prodotti da questi allevamenti (non solo bovini, lo stesso vale per il pollame) non possano essere utilizzati, in quanto non idonei, per la concimazione dei campi come precedentemente si usava fare, e debbano invece essere trattati come scorie chimiche con tutte le complicazioni in termini di sostenibilità ambientale.
    L’alternativa a questo modello di allevamento c’è, e prende il nome di “bio-azione” o “allevamento biologico”: consiste fondamentalmente nell’allevare gli animali all’aperto, lasciando che conducano una vita naturale e possano fruire appieno della loro rispettiva “animalità” (con le galline che razzolano, i bovini che brucano, e via dicendo). Il limite di questo genere di modello, naturalmente, è quello dei numeri: a parità di spazio occupato, un allevamento di questo genere è molto meno “efficace” di un feed-lot, con ricadute anche sul frangente economico (sebbene inferiori a quelle che immaginate, per tutta una questione di filiera). Invito però ognuno di voi a provare quale sia la differenza (anche sensoriale!) della carne di animali allevati in questo modo, per rendersi conto di quale possa essere la differenza.
    Inutile nascondere, ovviamente, come la stessa questione riguardi anche le colture di vegetali: cibarsi di vegali coltivati fuori stagione, “tirati su” a suon di fertilizzanti chimici (ricavati sostanzialmente dal petrolio) per riparare a suoli ormai sterilizzati da secoli di iperproduzione, dall’assenza di rotazione, dalla diffusione della “monocultura del mais”, non fa certo meglio che cibarsi di carne allevata nei “feed-lots”: manca di vitamine, sali minerali, ecc ecc. Anche in questo caso, la soluzione (che personalmente sto già ampiamente praticando, con estrema felicità) è quella dell’acquisto diretto dal contadino che pratica coltivazione naturale (e perché no, biologica), magari avvalendosi dei numerosi gruppo d’acquisto solidali (o GAS) che si sono negli ultimi anni formati sul territorio.
    La consapevolezza nell’acquisto dei prodotti di cui ci cibiamo (frutta, verdura, ma anche tutto il resto) è un componente fondamentale per una sana alimentazione: le etichette, le certificazioni di sostenibilità, sono tutti aspetti che ho imparato a tenere sempre più sotto controllo, guadagnandone in salute, sapore e gratificazione personale, senza per questo dover trovarmi a spendere particolarmente più di quanto spendessi precedentemente ne rinunciare ad alcunché (anzi, quest’esperienza mi ha portato a contatto con una realtà interessante culturalmente come i Gruppi d’Acquisto e Slow Food).

Lasciatemi concludere, dopo aver precisato che la mia scelta è stata quella di non diventare vegetariano, con una frase che viene direttamente dal libro “Il dilemma dell’onnivoro” (che vi invito naturalmente a leggere): “mangiare è un atto politico”; pertanto ogni gesto che compiamo va ponderato attentamente (e dopo adeguata informazione).

IKEA – O. Bailly, J.M. Caudron, D. Lambert

Immagine di Ikea

Per i miei standard, questo libro è stato acquistato e letto piuttosto in fretta: complice il volume piuttosto ridotto (125 pagine) è stato “selezionato per la lettura” e terminato in meno di 2 mesi (di cui 10 giorni netti per la lettura).

Catalogare questo libro è forse la parte più complessa dello scrivere questa recensione: per semplificare potremmo dire che è un libro di denuncia, perché cerca di portare all’attenzione del grande pubblico alcuni comportamenti ed anomalie del “colosso IKEA” che pur non essendo nuove di per sé, sembrano non essere state recepite e raccolte dalla clientela del gigante svedese, che continua a ritenerla un’impresa “verde, trasparente ed etica”. Tutto questo senza necessariamente dover dire “male” di IKEA in sé (anzi, onestamente l’azienda di Ingvar Kamprad ne esce piuttosto bene), ma dividendo la propaganda commerciale che ogni azienda fà (e quindi anche quella in oggetto) e la verità dei fatti, che gli autori del libro (membri di una ONG belga, “Oxfam-Magasins du monde“) sono andati a controllare sul campo (ove possibile) o hanno commissionato ad altre organizzazioni presenti sui territori. E’ così che scopriamo che nonostante IKEA chieda ai suoi fornitori il rispetto di un codice etico e procedurale (IWAY), questo è troppo largamente dimenticato, soprattutto in certi frangenti, quando “gli occhi del cliente” non sono puntati loro contro; oppure che IKEA è un’azienda tutt’altro che trasparente, al punto da impedire ai suoi dipendenti di rilasciare dichiarazioni alla stampa, o al punto da non sapere (probabilmente nemmeno in IKEA) quale sia l’assetto societario del colosso scandinavo, che nonostante questo muove un giro d’affari che supera i 15 miliardi di euro (nel 2005); o ancora che il principale concorrente di IKEA, Habitat, è in realtà una sua controllata.

Questo libro propone prima di tutto una profonda riflessione sulla nostra società, che prenda in considerazione anche quegli aspetti che forse ci passano meno sotto gli occhi (condizioni di lavoro nel terzo mondo, conseguenze dei prezzi stracciati, omologazione culturale), che valuti le conseguenze, sull’ambiente e sulla società, dei nostri acquisti e dei modelli di comportamento che adottiamo (siete mai usciti a mani vuote dall’IKEA?).

Un libro indubbiamente interessante, che non vi farà passare (non temete) la voglia di andare a mangiare polpette svedesi tra mobili smontabili e ornamenti gialli e blu, ma che vi farà riflettere sul modello culturale e sociale che IKEA propone, forse facendovi consumare in modo più responsabile.

Commento su Anobii.com:

Questo veloce pamphlet propone un’analisi piuttosto ampia sia di IKEA in quanto azienda, sia (soprattutto) del modello sociale, economico e culturale che ci propone, delle conseguenze che questo modello ha sul mondo e sull’ambiente. Un libro che non attacca futilmente IKEA (che anzi, esce piuttosto bene da questa indagine), ma ne mette in risalto alcuni aspetti (a volte comprensibili, altre meno) che potremmo contribuire attivamente a cambiare.