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Facciamoci un’idea sul nucleare!

mbeo via Flickr

L’altra sera ho finalmente trovato il tempo di dare un’occhiata ad un curioso DVD, arrivato in casa allegato ad una qualche rivista. Il titolo è piuttosto interessante: “Fatti un’idea sul nucleare!”, sottotitolo “Vivi un viaggio alla scoperta di una nuova energia.”
In genere sono piuttosto titubante e dubbioso quando sono i principali interessati (in questo caso Enel e la francese EDF) a promuovere un messaggio di “scoperta”, difficilmente ho trovato descrizioni imparziali e oggettive, ma anche in questo caso ho cercato di mettere da parte i dubbi e, con mente aperta, mi sono sorbito Alessandro Cecchi Paone che per 16′ 00″ mi ha spiegato (con un ottimo effetto di computer grafica) il messaggio che i costruttori delle future centrali nucleari italiane volevano che io ricevessi. L’ho persino ascoltato due volte, per essere certo di aver colto ogni aspetto, ed eccomi qui a cercare di mettere in risalto qualche mancanza e qualche perplessità in materia.
Mi scuso sin d’ora per l’ovvia lunghezza della mia trattazione (che ho comunque cercato di suddividere il più possibile in sezioni in modo da renderne più semplice la lettura), ma ritengo la questione estremamente importante e bisognosa di un adeguato approfondimento e dibattito.

Come facilmente prevedibile, nonostante il titolo preveda il “farsi un’idea sul nucleare” (che di solito prevede la presenza argomentazioni opposte tra le quali l’ascoltatore è poi chiamato a “scegliere”), il DVD è sostanzialmente un monologo su quanto bella, pulita e sicura sia l’energia nucleare.
Fuorviante risulta anche il sottotitolo: definire “nuova” un’energia che vede la luce oltre 50 anni fa (la prima centrale nucleare data del 1954) mi sembra un po’ una forzatura.
Altro punto “curioso” è il pensare di poter dare un’idea chiara della questione in 16 minuti scarsi (di cui 3′ 30″ sono di introduzione generale, 1′ 30″ sulla natura e la lavorazione del combustibile, 1′ 30″ sul meccanismo della reazione, 4′ sui diversi tipi di reattori, 4′ sui “rifiuti” prodotti e in ultimo 2′ scarsi sulla questione della sicurezza), soprattutto considerando che il DVD è un supporto standard, in grado di contenere fino a 240 minuti di video: certo non è un problema di spazio, ne di mancanza di cose da raccontare, visto che EDF è una delle aziende leader nel settore del nucleare europeo immagino che di cose da dire ne abbiano parecchie, a volerle cercare…

Ma scendiamo nello specifico delle argomentazioni proposte nel dvd, cominciando dall’Introduzione.

  • In primo luogo, nei primi minuti del DVD si afferma che il nucleare rappresenti l’unica alternativa per la produzione su larga scala di energia che prevede un basso impatto sull’ambiente. Posso condividere il punto, ma non condivido la validità dell’argomentazione: perché sarebbe necessaria una produzione su larga scala? In molti paesi ci sono state esperienze di “produzione diffusa” dove numerosi impianti mini-eolici e solari rendono non solo sostenibile la produzione, ma più sicura e resistente (vedere alla voce “produzione in rete”).
  • Viene poi affrontata la questione del costo: si afferma infatti che il minor costo (-20%) della produzione di energia nucleare rispetto a quella di una comune centrale a GAS darà maggior accesso all’energia per i cittadini del nostro paese. Ora, pur dando per scontato che i nostri concittadini abbiano bisogni di “maggior accesso” all’energia (considerando che siamo una società di spreconi e forse dovremmo puntare a consumarne meno, e non di più), è tutto da dimostrare che il ciclo completo di vita di una centrale nucleare porti ad una riduzione dei costi rispetto ai metodi alternativi: ho già avuto modo di trattare la questione in un post dello scorso anno e quindi non mi dilungherò oltre.
  • Sulla questione dei costi del combustibile, l’instabilità politica dei paesi produttori di petrolio viene messa in contrasto con la maggior stabilità dei paesi produttori di uranio: USA e Russia in primo luogo, affermando tacitamente quindi come saremmo meno soggetti a “ricatti” se scegliessimo la via del nucleare. Purtroppo il prezzo dell’Uranio è già da molti anni in forte ascesa e la stabilità politica dei paesi produttori non contribuirà certo a far si che le aziende estrattrici rinuncino ai legittimi guadagni.
  • Sempre in relazione ai minori costi, viene affermato che questo darà maggior “competitività” al paese. Questo punto onestamente mi sfugge: in che modo l’acquisto di centrali “preconfezionate” dalla Francia porterebbe ad un rilancio del paese? Non è forse, al contrario, proprio quello delle energie rinnovabili uno dei principali settori “in positivo” che stanno emergendo da questa terribile crisi economica?
  • Non poteva mancare, in questa trattazione iniziale, la questione delle dipendenza energetica dall’estero. Anche questa risposta di Enel ed EDF continua a sfuggire alle mie limitate capacità cognitive: visto che in Italia di giacimenti di Uranio non ne abbiamo (e quindi dobbiamo acquistarlo dall’estero), in che modo il passaggio al nucleare ci consentirà di ridurre la nostra dipendenza dall’estero? Inoltre: che incidenza complessiva riteniamo possano avere le centrali nucleari sul fabbisogno italiano e come pensiamo di “ridurre la dipendenza dall’estero” per la quota parte restante? Se le cifre si andassero ad allineare a quelle degli altri paesi dell’OCSE, il nucleare potrebbe coprire il 30% del nostro fabbisogno, che attualmente prevede un’importazione dell’80% dell’energia di cui necessitiamo. Nella migliore delle ipotesi resterebbe una dipendenza dal petrolio del 50% del nostro fabbisogno annuo: c’è un piano per gestire la questione? Naturalmente nel DVD di tutto questo non si fa il minimo accenno.
  • Tra i punti a favore dell’adozione del nucleare, viene subdolamente proposto il fatto che nel mondo ci sono 450 centrali di cui oltre 150 in Europa, di cui svariate collocate entro 200 chilometri dal confine italiano, facendo del nostro paese l’unica “grande nazione industrializzata” a non ricorrere all’energia atomica. Il tacito intento è chiaramente quello di farci passare come “arretrati” rispetto al resto del mondo. Credo che citare la larghissima adozione a livello mondiale della pena di morte (che pure ci vede fermamente contrari) sia sufficiente a ribattere: il fatto che molti compiano un errore non lo rende meno sbagliato.
  • Passa sotto silenzio assoluto, in questa introduzione, il fatto che i tempi di costruzione e messa in opera delle centrali previste per l’Italia siano biblici (oltre 10 anni) e che nel frattempo tutti i problemi attualmente in essere persisteranno, soprattutto visto che sono stati tagliati gli investimenti alle altre forme (rinnovabili) di produzione di energia.

Passiamo ora al primo dei punti del “menu”: il combustibile.

  • A detta dello stesso Cecchi Paone, l’uranio destinato a fungere da combustibile per la reazione nucleare subisce una “lavorazione complessa”. Complessità tale da suggerire agli autori del dvd una descrizione che definire “sintetica” è esagerato: letteralmente si elencano i passi, “Estrazione”, “si prosegue con i processi di raffinazione”, “si ottiene la così detta Yellow Cake”, “si continua con la fase di arricchimento” per concludere dicendo che l’arricchimento è tale da non consentire un uso militare del prodotto finale. Punto, fine, “end”. Non un cenno sui costi (di lavorazione, estrazione, raffinazione, arricchimento), non sulla durata stimata delle riserve disponibili, non sulle tecnologie utilizzate per la lavorazione, la raffinazione, l’arricchimento.

Secondo punto del menu titola “i reattori“.

  • Si tratta di una rapida (rapidissima) panoramica dei principali tipi di reattori, dei quali vengono fondamentalmente citati i significati degli acronimi dai quali prendono il nome (e nemmeno tutti) senza approfondire minimamente sulle differenze tra gli uni  e gli altri, ne facendo un confronto che ne metta in luce i pro ed i contro, ne tanto meno (prevedibilmente) alcun cenno viene fatto sui potenziali rischi che li caratterizzano, in particolar modo gli EPR, proprio quelli che vedremo costruire in Italia. Neppure nell’accenno alle “precedenti generazioni” vien spiegato cosa è cambiato dall’una all’altra: perché scegliamo gli EPR? Perché questa generazione? In cosa differisce da quella precedente e quali aspettative possiamo porre sulle generazioni future?

Arriva poi la questione più spinosa: “i rifiuti“.

  • Già il fatto che si eviti accuratamente il più largamente usato termine “scorie” la dice lunga su come l’argomento viene trattato. Cominciando dai dati quantitativi, piuttosto fumosi, viene detto che il 90% dei rifiuti sono costituiti da materiale a “bassa attività”, il cui decadimento sotto i livelli della radiazione naturale impiegherebbe circa 20-30 anni; sommato ai rifiuti a “media attività” (decadimento in 300 anni), ammonterebbero a circa 80 m3 annui, “il 30% in meno rispetto alle centrali della precedente generazione”. A questi andrebbero poi aggiunti 9-15 m3 annui di rifiuti “ad alta attività” il cui decadimento si assesterebbe intorno al migliaio d’anni.
  • Assumendo che i dati siano corretti (cosa che sembra non essere confermata da WikiPedia, che parla di scorie con decadimenti compresi tra 300 ed un milione di anni), ed ignorando il fatto che il 90% ipotizzato per i rifiuti a “bassa attività” cozza un pochino con i 15 m3 annui dichiarati per le scorie ad “alta attività”, proviamo a fare due rapidi calcoli: 80+15=95  m3 annui totali di rifiuti. Considerando una durata di vita stimata in 60 anni per centrale (come spiegato nel DVD, anche se WikiPedia stima la durata media di una centrale in 25-30 anni), avremmo 5700 m3 annui scorie per ogni centrale nucleare da smaltire, che per rendere un’idea quantitativa costituiscono un cubo alto largo e lungo poco meno di 17 metri (un palazzo di 5 piani), di cui una certa parte dovrebbero essere collocate al sicuro per “un milione di anni”, un paragone che forse da un’idea migliore dei “cinque chicchi di riso per italiano all’anno” proposti dal DVD. Silenzio completo anche sul fatto che queste scorie debbano essere “diluite” in volumi spaziali molto più importanti di quelli delle scorie stesse, a causa dell’intenso calore dovuto al decadimento radioattivo.
  • Manca completamente nel dvd, inoltre, il valore del rapporto tra la quantità di combustibile immesso e la quantità di rifiuti prodotti: sappiamo (da altre fonti) che le centrali nucleari hanno un rendimento termico piuttosto basso, essendo in grado di produrre energia elettrica solamente dal 30 al 35% dell’energia termina sprigionata dalla reazione.
  • Si parla poi di “riprocessamento” delle scorie “ad alta attività”, senza ovviamente accennare al fatto che questa è un’operazione “a rischio di proliferazione nucleare”, e senza indicare quantità e vantaggi quantitativi ed economici del processo.
  • Non sarebbe il caso, visti i volumi in ballo, il tempo di decadimento e la pericolosità di queste scorie, di ragionare sul “dove metterle” prima di cominciare a produrle? Proprio non siamo in grado di trarre nessuna lezione dai rifiuti urbani che invadono le strade di mezza Italia? Attualmente la gestione delle scorie è un problema anche per gli altri paesi mondiali che adottano il nucleare (considerando una produzione annuale di 200.000 m3 di scorie a “bassa e media attività” e oltre 10.000 m3 di scorie ad “altà attività”, non stupisce): lo stoccaggio “a lungo termine” andrebbe idealmente effettuato in depositi geologici attualmente inesistenti; solo la Finlandia ha effettivamente iniziato la costruzione di un deposito (come ammette il DVD), tutti gli altri stati, comprese le “grandi nazioni industrializzate” stanno ancora “studiando siti idonei”.

Ultimo punto trattato è quello sulla “sicurezza“.

  • Curioso (ma forse non troppo?) il fatto che si dedichi l’ultimo posto alla questione che per molti italiani è la più spinosa e controversa. Il fatto che la questione venga trattata in circa 2 minuti porta purtroppo a diradare definitivamente i dubbi in proposito. Sostanzialmente il DVD dice che la sicurezza è al primo posto in tutta la progettazione della centrale nucleare ed oltre a “procedure standardizzate e controlli continui” (che ha lo stesso valore del “in Italia si effettuano continui e circostanziati controlli contro la guida in stato di ebrezza”) i reattori delle centrali sono protetti da “due pareti spesse oltre un metro” (il riferimento al fatto che siano “in grado di sostenere l’impatto di un aereo di linea” la dice lunga sugli intenti con i quali il dvd è stato confezionato) e da “acciaio ad alta resistenza”. Misure di sicurezza piuttosto ridicole, se consideriamo che le forze in gioco nel malaugurato caso di una reazione incontrollata sono di gran lunga maggiori di quelle che rasero al suolo Hiroshima alla fine della seconda guerra mondiale…
  • Si fa inoltre riferimento a “sistemi di sicurezza” ridondanti ed indipendenti (nel numero di 4, nello specifico delle centrali di tipo EPR) in grado di evitare errori umani e guasti alla strumentazione. Nulla però tiene i cittadini al sicuro dai problemi “volontariamente” procurati (al fine di risparmiare) che vengono ad esempio delineati da questo articolo di Terra.it.

In conclusione vorrei quindi ribattere alla frase di Cecchi Paone che chiude il DVD, “il nucleare non è forse l’unica soluzione al problema energetico, ma certamente senza nucleare non c’è soluzione”. Trovo che questa sia una posizione di parte ed irricevibilità; il problema energetico è un problema che va risolto a livello mondiale, investendo massicciamente sulle energie rinnovabili e non sull’ennesimo sostituto del petrolio che già troppi danni ha fatto all’ambiente ed al clima. Invito tutti quanti a documentarsi maggiormente sul tema, leggendo ad esempio le pagine di WikiPedia dedicate all’energia ed alle centrali nucleari, alle scorie radioattive e via dicendo. Solo un’informazione completa, a 360 gradi ed un dibattito ragionato porteranno alla scelta della soluzione migliore…

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Nucleare: i perché di un no

Centrale Nucleare

mbeo via Flickr

Quando si parla di nucleare la posizione di chi è apertamente contrario alla costruzione di nuove centrali nucleari in Italia viene automaticamente associata con la paura che queste centrali possano portare pericolo per la popolazione, con la mente che rimanda le immagini di Cernobyl, alla questione del referendum che fermò il nucleare in Italia tanti anni fa; la naturale risposta a questa posizione (e qui solitamente si chiude la discussione, perché chi risponde si chiude poi a riccio e non ascolta più) è che le centrali nucleari moderne sono molto più sicure, e quindi si è automaticamente etichettati come “comunisti” e (paradossalmente) “conservatori”, o ancora più paradossalmente “gente che vive sulle paure della popolazione ignorante”.

Cerco allora spazio per spiegare la mia visione del nucleare in Italia: i perché di un “no” (fermo) che non è motivato da paure catastrofistiche ma da valutazioni più complesse e ragionate.

  1. Un problema non risolto: la questione delle scorie.
    Innanzi tutto, c’è la questione (mai risolta) delle scorie, dei prodotti della reazione nucleare che anche le centrali più moderne non possono smaltire. Tutti i paesi che hanno centrali nucleari sono ricorsi allo stoccaggio di queste scorie in luoghi dedicati (sottoterra o in superficie), ma considerando che la radiotossicità di parte delle scorie si esaurisce tra i 300 ed il milione di anni, appare chiaro come non si tratti di una reale soluzione al problema, bensì di un rimandare le conseguenze di un problema a fronte della soluzione di un’immediata necessità (l’energia): si tratta di un comportamento tipico dell’uomo moderno (fregarsene dell’ambiente a fronte di un ritorno immediato) che ha già portato a enormi conseguenze (il cambiamento climatico ma non solo) ed è decisamente ora che si prenda coscienza del nostro ruolo di distruttori del pianeta che abitiamo…
  2. Un problema rimandato: l’uranio come carburante.
    Una delle principali motivazioni che paiono spingere verso il nucleare è la dipendenza dal petrolio (o dagli altri stati confinanti, ma la ragione di questa dipendenza sta proprio nell’anti-economicità di costruire nuove centrali a petrolio in Italia), il cui costo va aumentando sempre più rapidamente e la cui durata si va via via riducendo (al punto che già oggi andiamo ad estrarre il petrolio in posizioni che fino a poco tempo fa erano considerate anti-economiche, vedere alla voce “Piattaforma BP nel Golfo del Messico“).
    Purtroppo il passaggio al nucleare non risolve il problema: la richiesta di Uranio è enormemente aumentata nell’ultimo decennio (proprio a causa dell’aumento massiccio della produzione di energia da reazioni nucleari), al punto da eccedere l’offerta. Il prezzo non poteva quindi che andare alle stelle, passando dai 7$ a libbra del 2001 agli oltre 135$ a libbra del 2007. Oggi il costo si aggira intorno ai 115$ per libbra, il che incide al 40% sul costo di produzione dell’energia, vale a dire 0,71c$ per kWh prodotto. Il problema del collegamento tra il costo dell’energia e le fluttuazioni del costo delle materie prime non viene quindi risolto, ma solo rimandato.
  3. La questione dei tempi.
    I problemi sopra elencati sono ulteriormente aggravati dalle tempistiche che l’adozione del nucleare comporta: secondo la “roadmap” ufficiale, la prima centrale nucleare italiana sarebbe inserita in rete nel 2020. Durante questi 10 anni nulla verrà verosimilmente fatto (per via dell’ingente investimento in corso che non giustificherebbe interventi di altra natura) sul fronte della riduzione della dipendenza dai paesi esteri (oltre il 70% del fabbisogno italiano, ad oggi), della dipendenza dal petrolio (il cui costo continuerà invece a salire esponenzialmente) e nel 2020 ci troveremo con un costo ancora maggiore dell’Uranio, con la maggior parte degli Stati Europei in piena fase di dismissione (diversi Stati, tra cui la Germania, hanno deciso di dismettere il nucleare al termine del ciclo di vita delle centrali attualmente esistenti) e verosimilmente in una realtà energetica profondamente diversa da quella che oggi ci spinge(rebbe) verso l’adozione del nucleare.
  4. Una falsa risposta: il nucleare costa di più.
    Abbiamo già abbondantemente detto dell’aumento del costo dell’Uranio e dei tempi di costruzione delle centrali, ma sul fronte economico c’è un’altra questione importante, ed è quella del costo complessivo di una centrale nucleare. Considerando che la fase di “dismissione” di una centrale può durare fino a 110 anni (come nel caso di quelle in via di dismissione in Inghilterra), vale a dire quasi 3 volte la vita utile di una centrale (30-40 anni con interventi costanti di manutenzione), e considerando che il costo di costruzione della centrale (ad esempio una da 1600MW) si aggira tra i 4 ed i 4,5 miliardi di euro. Fare i conti numerici non è banale (per via delle molte variabili, tra cui la necessità di costruire una filiera di distribuzione, il costo dell’Uranio, il costo di costruzione dell’impianto che è molto variabile a seconda della dimensione dello stesso), ma uno studio del MIT ha evidenziato, nel 2009, che il costo a kWh dell’energia nucleare è superiore a quello dell’energia prodotto da olio combustibile o gas, ed è per di più statisticamente in ascesa.
  5. Investire su una vera soluzione: le energie rinnovabili
    E’ forse il punto più semplice e banale: se non esistessero alternative, infatti, tutti i discorsi fatti qui sopra andrebbero rivisti. Sicuramente il costo maggiorato dell’energia che acquistiamo dall’estero impone degli investimenti per portare la produzione in Italia (tutto sta poi nella scelta della tipologia di investimento che vogliamo fare), ma proprio per via della geografia del nostro paese, sono numerosissime le fonti rinnovabili che possiamo utilizzare per produrre energia senza devastare economia ed ambiente: il sole, vento, fiumi e mari non ci mancano di certo. A parità di investimenti, le energie rinnovabili sarebbero meno costose, di più rapida attuazione, meno dipendenti dalle fluttuazioni delle materie prime, maggiormente diffuse sul territorio (con ricadute ovvie sui processi di distribuzione).

Se non sapessimo già la risposta, verrebbe quasi da chiedersi su quale malato principio si stia scegliendo, in Italia, di imporre con la forza l’adozione del nucleare…

Qualche considerazione sulle auto “ecologiche”

Conanil via Flickr

Conanil via Flickr

Questo post prende spunto un po’ dalla mia (embrionale) ricerca di un’auto nuova, un po’ dall’evolvere del mercato dell’auto, che seguo sempre con interesse soprattutto nella sua “deriva ambientalista”. Prima di cominciare a scrivere, però, voglio sottolineare l’importanza di considerare l’aspetto ambientale quando si parla di mobilità, di qualsiasi tipo questa sia (aerei, treni,  auto, moto…) ed il mio apprezzamento per tutte quelle tecnologie che consentono di ridurre l’impatto che il trasporto umano ha sull’ambiente che ci circonda.

Purtroppo come per tutti gli altri ambiti “commerciali”, anche sul fronte dell’ecologia delle automobili si tende a fare tanta propaganda senza realmente entrare nel merito dei fatti. Nell’ultimo periodo si sta spingendo moltissimo sulle auto a GPL o a gas Metano, con l’alternativa dell’ibridazione di motori a benzina (e più raramente diesel) con motori elettrici. Il messaggio che passa è che l’acquisto di un’auto a metano, ibrida o dotata di un serbatoio di GPL sia sufficiente di per se a placare i nostri sensi di colpa (e per chi non li ha, tanto di guadagnato) per i disastri ambientali che il nostro “vagare” ha provocato. Naturalmente (e non per niente) a tutto questo si aggiunge un “significativo” risparmio economico sul lungo periodo, carta proposta dai venditori soprattutto nel caso della scelta del GPL.

Pars destruens

Trovo questo approccio profondamente sbagliato e ritengo che sia compito dell’Unione Europea (visto che pensare che se ne occupi il nostro governo è un puro esercizio mentale) provvedere  a fare chiarezza in questo settore, introducendo l’obbligatorietà di un reale (ed unico) meccanismo di “rating” dell’impatto ambientale che ogni auto ha (l’emissione di CO2 per chilometro percorso è sensata, ma dimentica tutta un’altra serie di parametri) esattamente come accade per l’efficienza energetica degli elettrodomestici.

Si diceva che trovo fondamentalmente sbagliato l’approccio, e cercherò di spiegarmi: innanzi (così lo eliminiamo subito) tutto l’aspetto economico: non ho alcuna difficoltà a comprendere il vantaggio in termini economici dell’acquisto di un’auto il cui carburante costa (mediamente) il 60% in meno rispetto ad un’equivalente auto a benzina o diesel. Trovo però che il fattore economico debba necessariamente essere relegato ad un ruolo di secondo piano (non cancellato, ben inteso) rispetto al tema dell’impatto ambientale. Se il carbone costasse meno del metano, ad esempio, spingeremmo secondo questa logica l’uso di auto a carbone, che ben altro impatto avrebbero sull’ambiente e l’inquinamento. E questa considerazione deve valere, io credo, per tutti gli ambiti legati all’ambiente.

Secondariamente c’è la questione più “tecnica”: GPL e gas Metano sono (e resteranno, malgrado qualcuno non ci voglia credere) combustibili fossili. Il fatto che siano “presenti in natura” ne ridurrà forse l’impatto di raffinazione e lavorazione, avranno forse un impatto inferiore rispetto ai carburanti “tradizionali” in termini di emissioni da combustione, ma non sono una panacea; il potere energetico di Metano e GPL è sicuramente maggiore di quello di Benzina e Diesel, ma le emissioni di CO2 da combustione ed altri inquinanti (abbattuti comunque in modo piuttosto significativo, va detto) sono tutto fuorché azzerate.
Credo che però siano i numeri a poter dare una reale idea dell’incidenza della riduzione di emissioni: considerando il ciclo completo di vita dell’automobile ed il suo carburante, l’uso del GPL porta ad un abbattimento del 12% delle emissioni di CO2, mentre il Metano raggiunge il 20%: naturalmente non c’è solo da considerare la CO2, ma questa cifra dovrebbe rendere palese come, seppur lodevole sia il passaggio ad un motore a gpl o metano, questo non costituisca che parzialmente il nocciolo della questione.

Un discorso analogo lo possiamo fare per i motori elettrici o ibrido-elettrici: in questo caso, la produzione dell’energia viene semplicemente “spostata” a monte ed immagazzinata in batterie per un uso successivo (ricarica elettrica). Purtroppo in Italia la produzione dell’energia elettrica rappresenta un altro dei nodi critici del tema ambientale: sebbene il nostro paese sia uno dei fortunati europei in grado di produrre moltissima energia da fonti rinnovabili (idroelettrico, eolico, fotovoltaico…), gli investimenti su questo fronte sono non solo risibili, ma in diminuzione: solo una forte mobilitazione ha consentito pochi giorni fa di far ritirare al governo un emendamento alla finanziaria 2010 che prevedeva il taglio degli incentivi per l’adozione di tecnologie di produzione da fonti rinnovabili; sebbene in questo frangente il taglio è stato scongiurato, è significativo dell’approccio italiano all’energia il semplice aver preso in considerazione la possibilità di ridurre gli incentivi.
In sostanza, facendo i conti della serva, in Italia la produzione di energia da fonti rinnovabili rappresenta (al 2007) il 15,7% del totale complessivo al netto delle importazioni, con 49.411 GWh su 313.888 GWh: è pertanto assolutamente possibile (per tornare al discorso iniziale) che la vostra auto elettrica sia spinta da un misto di carbone, petrolio e nucleare d’importazione, con una percentuale d’incidenza delle rinnovabili assolutamente risibile. La soluzione sarebbe quella di produrre l’energia direttamente sull’autovettura (tramite ad esempio pannelli fotovoltaici) ma la tecnologia è ad uno stadio talmente embrionale in termini di efficienza che risulta impraticabile, al momento.

Pars Construens

Per passare alla parte “positiva”, vorrei innanzitutto porre l’accento su un aspetto assolutamente fondamentale sul quale purtroppo la campagnia pubblicitaria insiste poco, ed è il tema dei consumi: un’auto piccola e leggera diesel/benzina, che può raggiungere consumi prossimi ai 3,0 L/100Km, sarà ambientalmente molto più compatibile di un SUV alimentato a metano. Non ci sono vie di mezzo: 10L di Metano emetteranno più CO2 e inquinanti rispetto a 3L di diesel/benzina. E questo è un aspetto assolutamente da tenere a mente.

Un altro aspetto fondamentale (che va ad incidere tra l’altro anche su altri aspetti del nostro “vivere sostenibile”) riguarda il numero di autovetture in circolazione:  non faticherete, andando al lavoro lunedì, a guardare nelle auto che vi stanno attorno e contare il numero di occupanti, uno. Eppure molti di noi fanno strade simili, sprecando così un sacco di spazio (con conseguenti code ed ingorghi) e spostando inutilmente un sacco di metallo, aria e sedili vuoti.
Le soluzioni a questo problema sono molte ed alla portata di tutti noi: a partire dall’uso dei moto e scooter (sui quali resta purtroppo valida e anzi forse maggiore l’incidenza della questione ambientale, essendo il tema affrontato in modo ancora più embrionale che per le autovetture) fino ad arrivare a car-pooling e car-sharing, che stanno tra l’altro cominciando a vedere reali incentivi da parte sia degli enti pubblici che delle società di gestione. L’auto realmente ecologica, è quella che non si muove…

E alla fine venne il freddo

La fusione fredda è una delle grandi chimere del nostro panorama scientifico. La possibilità infatti di poter realizzare reazioni di fusione nucleare a temperature e pressioni accettabili aprirebbe la via a un’uso completamente diverso dell’energia nucleare, che diverrebbe a quel punto un qualcosa di utilizzabile nella vita quotidiana.

Per questo motivo mi lascia particolarmente compiaciuto l’annuncio che si sarebbe dimostrata la possibilità di realizzare la fusione fredda, tramite l’uso di una cella di gas di deuterio. La notizia non ha ricevuto, come prevedibile, grande risalto dalla stampa internazionale, rimasta scottata dall’annuncio del 1989 al quale fece seguito la difficoltà nel riprodurre l’esperimento originale di Fleischmann e Pons.

Non si tratterà della grande soluzione ai problemi energetici che attanagliano il nostro povero pianeta, ma sicuramente lo studio di questi fenomeni rappresenta un importante passo per la scienza dell’energia verso la reale possibilità di abbandonare i combustibili fossili.

Gli indicatori che ci avvelenano la vita

kids go shopping Ieri sera seguivo in televisione Report (per una volta, non ho dovuto guardarmi la versione registrata). Una puntata mirabile ed illuminante, che parlava di energia, di fonti rinnovabili, di azione dal basso, di alternative reali e concrete, che aspettano solo di essere messe in pratica. Soprattutto, parlava dell’impatto sull’economia delle (poche ma reali) iniziative già in atto.

In particolare, veniva messo alla berlina l’indicatore principe del nostro modello economico, il PIL: quel “Prodotto Interno Lordo” che parifica merci e beni, valorizzando al massimo il consumo senza curarsi di quanto questo consumo faccia poi in realtà il bene del Paese e dei cittadini. Un indicatore che ha efficacemente descritto la nostra crescita economica per molti anni ma della cui imprecisione intrinseca ci stiamo sempre più pesantemente rendendo conto oggi che ci rendiamo conto di essere a bordo di un treno lanciato a folle velocità verso un vuoto che non avevamo visto, abbagliati dalla luce del possesso.

Poco dopo, andando a spulciare il feed reader prima di andare a farmi coccolare dai racconti in dialetto di Camilleri, mi sono imbattuto in un bel post di Luca Conti sull’apertura dell’edizione delle 20:00 del Tg1, che a latere del (giusto e condiviso) elogio alla principale testata della televisione nazionale, mi ricordava come l’auditel sia l’indicatore del successo di una trasmissione televisiva, tentando di estrapolare e quantificare il gradimento della stessa a partire da un ristretto (ristrettissimo?) campione di telespettatori. A che genere di televisione ci abbia portato l'(ab)uso dell’auditel ce l’abbiamo davanti agli occhi tutti quanti: una televisione che fatte salve poche eccezioni, si rivela quotidianamente sciatta, volgare, senza inventiva.

Purtroppo, ci dice bene la matematica che andando ad derivare (e quindi a studiare l’andamento di una data funzione in un arco di valori) si perde sempre qualcosa, allo stesso modo gli indicatori rappresentano la realtà con un punto di vista parziale, e questo andrebbe tenuto in forte considerazione ogni qual volta andiamo ad operare con essi.