Un Partito che si vorrebbe “democratico”

Bossanostra via Flickr

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Il Partito Democratico è nato con l’intento di costituire, sul panorama politico italiano, una novità: chi di noi non ricorda lo slogan del lancio, “non un nuovo partito ma un partito nuovo”. Poco dopo la fusione tra Margherita e Democratici di Sinistra che portò alla nascita del partito, il governo allora in carica (Prodi) cadde e il neonato partito, ancora in preda alle “convulsioni da fusione” (che tutt’ora non lo abbandonano, purtroppo), si ritrovò a dover fare opposizione ad un governo che invece fa dell’unità e dell’obbedienza al proprio leader maximo (Silvio Berlusconi) la propria carta principale. Va detto che l’opposizione avrebbe potuto essere fatta meglio, eccome: sarebbe stato necessario alzare di più la voce, mostrarsi più risoluti, evitare di cadere come pere cotte nella tela del ragno (con un cartello con su scritto “dialogo” grande così). Purtroppo a tutt’oggi (con il beneficio del dubbio per Bersani, al quale va dato un minimo di tempo) le spaccature interne al partito (ma anche più banalmente l’organizzazione interna ancora “in divenire”) sono pesanti e profonde al punto da pregiudicarne, su alcuni frangenti, l’azione politica stessa.

E’ però necessario che proprio gli stessi militanti del partito (ed i dirigenti di riflesso) si rendano conto di tutta una serie di contraddizioni che piagano i buoni propositi di pochi anni fa. La più palese di tutte riguarda la “democraticità” del partito stesso: si è ampiamente (e giustamente) condannato, da parte di molti esponenti del Partito Democratico e non solo, la nomina dei parlamentari tramite liste bloccate (meccanismo che tende a rafforzare casta e status quo politico) presente nella legge elettorale con la quale il precedente governo Berlusconi (a fine mandato) aveva cercato di rendere più difficile la probabile vittoria dell’allora opposizione di centro-sinistra guidata da Romano Prodi (al punto che lo stesso leghista Calderoli, firmatario della legge, l’aveva poi definita “una porcata” durante la puntata di Matrix del 16 marzo 2006).
La lodevole (seppur poco “efficace”) opposizione al principio delle liste bloccate si scontra oggi però con le nomine “politiche” interne al partito, che aggirano il democratico meccanismo delle elezioni primarie (non necessariamente allargate a tutti i cittadini, naturalmente) che invece ha caratterizzato l’elezione del segretario nazionale solo poco tempo fa. Esempio lampante è la nomina di Penati come candidato unico del Partito Democratico per le ormai imminenti elezioni regionali: niente naturalmente contro Penati, ma in un partito che si vuole Democratico e vuole ristabilire il contatto con la base, non era proprio possibile far seguire alla candidatura dell’ex presidente della Provincia di Milano (sconfitto alle ultime elezioni provinciali) l’iter delle elezioni primarie, supportando con il riconoscimento “meritocratico” e “popolare” la candidatura. Certo i tempi non sono ampissimi, ma più che “inibire la democrazia”, questo dovrebbe insegnare al Partito la necessità di costruire con più continuità il proprio progetto politico: se è importante (e a mio avviso necessario) passare dalle primarie, non si poteva partire prima?

Purtroppo questa cattiva abitudine è piuttosto diffusa tra i partiti italiani (a destra come al centro ed a sinistra), ma l’intento del Pd non è proprio quello di distinguersi? Da quantomeno fiducia il fatto che il problema è ampiamente riconosciuto dalla base militante del partito, che non dubito si prodigherà (compatibilmente con le altre difficoltà che ne intralciano l’attività politica) per risolverlo…

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5 pensieri su “Un Partito che si vorrebbe “democratico”

  1. Alessandro Sivieri

    In linea generale potrei essere d’accordo, però non so se sia effettivamente possibile o che abbia comunque senso fare primarie per ogni singola elezione; è vero che le regionali sono un appuntamento importante, però non vorrei che il sovraccaricare di “appuntamenti” simil-elettorali non facessero altro che allontanare le persone, che già devono partecipare ad almeno un appuntamento elettorale ufficiale all’anno (a volte più d’uno, data la lungimiranza di alcune persone)…

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    1. alt-os Autore articolo

      Ma non stiamo necessariamente parlando degli elettori… i militanti non credo avrebbero problemi ad esprimere anche più volte l’anno il proprio voto per delle primarie… le primarie allargate agli altri elettori si farebbero nel caso di elezioni particolarmente importanti, chiaramente.

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  2. Giovanni

    Giacomo,
    concordo.
    E vorrei aggiungere: una qualche presenza continuativa sul territorio, no?
    Farà “vecchio” ma mi sembra molto meno “da fighetti” che le sezioni su FB.

    Giovanni

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    1. alt-os Autore articolo

      Da questo punto di vista, ti dirò, l’impressione non è di mancanza di voglia, ma che perdono un sacco di tempo a discutere di organizzazione interna e “correnti” 😦

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