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Come cambierà ora il Partito Democratico?

Pier Luigi Bersani è il nuovo segretario del Partito Democratico. A decretarlo (per una volta) è stato il democratico meccanismo delle elezioni primarie, che hanno visto affluire al voto nel 3 milioni di italiani e sancire l’elezione di Bersani con oltre il 50% delle preferenze, contro il 30% dell’uscente Franceschini e l’ottimo 16% di Marino. Al di la delle percentuali di preferenze ottenute dai singoli candidati, il grande tema del giorno è indubbiamente l’affluenza alle urne. Non che i 3 milioni di cittadini che hanno preso parte al voto non fossero attesi (si prevedevano tra i 2 milioni ed i 2 milioni e mezzo di votanti), ma la conferma dei numeri delle primarie precedenti (quelle di Prodi e Veltroni, per intenderci) dà certamente un’iniezione di fiducia ai militanti. Non si deve però commettere l’errore di scambiare questa affluenza per un’approvazione dell’attuale andamento del partito, anzi… Andrà inoltre approfondita (ed affrontata) la questione della disaffezione dei giovani: pochissimi a detta di tutti quelli che si sono recati alle urne.

Inoltre, questa tornata di primarie dovrà necessariamente sancire l’inizio di una fase di “cambiamento” per il partito. Se così non fosse, dubito fortemente che l’elettorato del Partito Democratico darà nuovamente “carta bianca” alla dirigenza come è capitato in questa occasione. In particolare sarà assolutamente necessario che Bersani conduca il partito sulla via della compattezza politica, dell’individuazione di una linea politica, di valori di riferimento concreti e condivisi, di proposte concrete per portare da un lato il paese a rispondere alla situazione di difficoltà in cui si trova, dall’altro (naturalmente) a vincere le prossime tornate elettorali, a partire dalle regionali di marzo.

  1. La prima cosa che l’elettorato del Partito Democratico chiede a Bersani è di tornare a fare politica efficacemente, risolvendo le divisioni interne che hanno paralizzato l’azione del partito sino ad oggi. Questo non significa (non deve significare!) uniformare le posizioni di tutti gli aderenti al partito o l’imposizione di una linea specifica (la molteplicità di vedute deve essere convertita in un valore aggiunto), bensì utilizzare il dibattito democratico, a partire dai circoli fino ai livelli più alti, sulla scelta delle azioni da intraprendere, chiedendo poi ferma coerenza sulle decisioni democraticamente ottenute. Coloro che non si adegueranno a questa linea, dovranno necessariamente essere allontanati dal partito (ogni riferimento all’ambiente dei teodem in tema di laicità dello stato e diritti è puramente casuale): se si vuole un’opposizione efficace è importante che sia unita e compatta.
  2. Proprio nell’intento di individuare una concreta linea politica, vanno sin da subito affrontati, discussi e chiariti alcuni temi chiave: immigrazione, ecologia, lavoro economia e precariato, laicità dello stato, parità di diritti per tutti, giustizia, scuola e ricerca, conflitto d’interessi, radicamento sul territorio. Nessuno di questi temi deve essere lasciato indietro, perché “fare opposizione” non può significare solo urlare e sbraitare, ma deve concretizzarsi nella proposta di alternative concrete ed efficaci a quelle proposte dal governo.

Buon lavoro allora a Bersani ed a tutti gli attivisti del partito: i prossimi mesi saranno cruciali…

Gay Pride

Abbracciamoci, aspettando Bologna!Oggi a Bologna si è tenuto il Gay Pride nazionale 2008. Tra le polemiche legate al ritiro del patrocinio del ministero per le pari opportunità condotto dal ministro Mara Carfagna ed a quelle che costantemente attorniano il mondo dell’attivismo omosessuale, c’è un aspetto sul quale vorrei spendere qualche parola, di cui vorrei esaminare insieme a voi i due diversi punti di vista, dando per scontata (concedetemelo) la mia assoluta non avversione nei confronti del movimento stesso.

L’aspetto che vorrei toccare è quello, sempre molto delicato, dell’esibizionismo legato alla manifestazione in oggetto: tralasciando per una volta l’inutile precisazione che non si deve fare di tutt’erba un fascio (aspetto che possiamo ormai dare per scontato ed assodato), guardando le foto proposte da Repubblica.it viene spontaneo domandarsi a chi giovino alcune manifestazioni pubbliche.

Vedere infatti persone spesso vestite succintamente in atti di puro esibizionismo, non giovano all’immagine degli omosessuali soprattutto nei confronti di quelle persone che ancora si trovano a doversi confrontare con i pregiudizi tipici di questo fenomeno (finendo per altro con il fare di ogni erba un fascio, come prima si accennava, vanificando in poche ore sforzi importanti durati magari anni). A volte mi dico che il movimento omosessuale avrebbe prima di ogni altra cosa bisogno di normalità, forse addirittura di passare “inosservato” nello scorrere quotidiano della vita, segno di completa integrazione, accettazione, di mancanza di diffidenza: se è giusto e corretto chiedere integrazione ed uguaglianza, come questo si concilia con il differenziarsi ad ogni costo una volta l’anno? Che cosa penseremmo se i precari della Vodafone o della Pubblica Amministrazione organizzassero una manifestazione per le vie del centro di Milano, urlando e cantando in “desabillé”?

D’altro canto, una manifestazione come quella del Gay Pride ha una doppia valenza: da un lato si tratta di una festa (e come tale, si festeggia, non si tiene “il muso”), dall’altro serve a richiamare l’attenzione su un aspetto della nostra società che spesso viene dimenticato, relegato nel rumore di fondo, perso sotto plichi di carte. Gli omosessuali attendono ancora oggi, dopo anni e con un colpevole ritardo rispetto agli altri paesi europei, il riconoscimento (ed il rispetto) di molti diritti fondamentali dell’uomo, quali la non discriminazione, il diritto di amare (non dimentichiamolo). Diritti che se neppure la pur benevola visione sospinta dal recente Governo Prodi ha saputo sancire definitivamente (la componente cattolico-cristiana della maggioranza ha strategicamente colpito ed affondato ogni tentativo di legiferare in questo senso, arrivando a manifestazioni di dubbio gusto come il Family Day), è inutile pensare che avranno una anche minima attenzione positiva da parte dell’attuale Governo in carica: per altri cinque anni almeno, i diritti delle coppie omosessuali saranno stracciati e calpestati come quotidianamente accade da molti anni, in una società che ancora fatica (e parecchio) ad accettare le differenze che la caratterizzano, rendendola tra l’altro più ricca e vivace.

Ma a che servono i dazi?

timbro macro La globalizzazione è ormai un dato di fatto. Le merci prodotte in Italia possono essere vendute in tutto il mondo (e questo capita già da parecchio tempo), così come le merci prodotte in tutto il resto del mondo vengono vendute in Italia (o acquistate all’estero dagli italiani, pensando all’acquisto online).

Questo fà molta paura ad una parte dei nostri commercianti, incapaci di adeguarsi ad un mercato allargato dalla concorrenza spietata (fatta tra l’altro anche di aspetti sociali e politici) in cui bisogna differenziarsi per sopravvivere.
Può sembrare naturale che questo solletichi l’attenzione dei politici di schieramento nazional-conservatore, che ribaltando i loro valori nazionalistici sotto forma di protezionismo spinto per il nostro mercato (dopo averne per anni voluto la più totale apertura in nome dei licenziamenti facili, dell’evasione delle tasse, e via dicendo) chiedono o promettono misure protezionistiche: introduzione di dazi doganali per le importazioni, sovvenzioni per le esportazioni, lotta sociale senza quartiere a tutto quello che è anche solo leggermente diverso dal paradigma del commercio italico.
Sorprendentemente però, l’idea del protezionismo del mercato attecchisce anche nello schieramento opposto, tra i politici del centro-sinistra, e non solo in Italia, al punto che il protezionismo è una delle bandiere del candidato democratico alle presidenziali USA Barack Obama.

Tralasciando per un secondo il fatto che se tutti gli stati esteri in cui l’Italia esporta introducessero dei dazi nei nostri confronti (pensiamo ad esempio alle conseguenze che avrebbe l’elezione di Obama negli USA), dell’economia italiana resterebbe ben poco e dei programmi di questi politicanto solo carta da cesso, mi chiedo quali reali benefici porti il protezionismo sul mercato del nostro paese. Prendo spunto da un editoriale di Panebianco sul Corriere ed un post di ieri di Luca De Biase che affrontano molto seriamente la questione, per mettere a nudo qualche punto a mio avviso significativo:

  • L’introduzione di dazi per i prodotti asiatici (che in alcuni settori sono già realtà) costringerebbe i consumatori a rinunciare ad una fetta di prodotti estremamente economici (anche se di dubbia qualità, spesso e volentieri), alzando in prima battuta l’inflazione, che già dalle ultime stime sembra aver preso nuovo vigore. Non è dissimile dal solito concetto degli “extracomunitari che ci rubano il lavoro” ma senza la cui mano d’opera l’economia italiana andrebbe decisamente peggio, ma non bisogna dirlo.
  • L’introduzione di sovvenzioni per le aziende italiane, sotto forma di detassazioni o simili, in un’ottica di sostegno ad un’industria “sotto assedio”, porterebbero queste aziende ad essere un costo per la società (o almeno per coloro che pagano le tasse, sigh). Diventerebbero tra l’altro una forma di dipendenza, in quanto queste aziende non potrebbero più fare a meno delle sovvenzioni statali per sopravvivere: il protezionismo non può durare in eterno (sempre per il fatto di essere un costo), ed una volta che si sarà costretti a rinunciarvi, le conseguenze saranno ancora più gravi e pesanti.
  • L’introduzione di norme protezionistiche che limitino la concorrenza internazionale non incentiva l’innovazione tecnologica (e sociale sotto certi aspetti), ne l’incremento di qualità dei prodotti, del lavoro, della vita di consumatori e lavoratori. In un paese già bloccato sotto questo profilo, un azione politica di questo genere non farebbe che ritardare ulteriormente la ormai mitologica “ripresa dell’economia”.
  • Gli industriali che chiedono a gran voce i dazi, sono poi gli stessi che “delocano” la produzione nei paesi del secondo/terzo mondo per poter ridurre all’osso il costo della mano d’opera. L’introduzione di dazi sarebbe una forma di ipocrisia assolutamente inaccettabile: con una mano sfrutti le condizioni a te favorevoli, con l’altra imponi un ulteriore forma di penalizzazione della tua concorrenza. Sono sicuro che i dazi non riguardarebbero i prodotti italiani che “rientrano” dall’estero, vero?
  • Infine, ho idea che parte della paura che alcuni nostri potenti hanno della concorrenza internazionale sia essenzialmente legata alla perdita di vantaggi locali quali amicizie, tangenti e favori ai potentati locali, che a livello internazionale funzionerebbero meno efficacemente.

Non sono assolutamente convinto che la strada del protezionismo sia quello che serve all’economia italiana. A mio avviso la politica farebbe molto meglio ad impegnarsi affinché vengano sanciti a livello internazionale i diritti dei lavoratori nei paesi che vorrebbero oggetto di dazi, affinché venga posto un freno alla delocalizzazione schiavista dell’industria occidentale (poi vedrete quanti posti di lavoro in più ci saranno, altro che “grandi opere”).
Cominciamo ad esempio ad imporre alle aziende che vogliono vendere in Italia (tutte, italiane comprese) la certificazione del rispetto delle più elementari norme in materia di diritto del lavoro (sicurezza, paghe, minimi salariali, orari di lavoro…).

La musica “degradata”

16gb ipod touch Mi fa sorridere l’articolo di Repubblica di qualche giorno fa’ (si, lo so, sono sempre più in ritardo, che ci devo fare…) che riporta le dichiarazioni dell’avvocato Monti il quale fa notare come la “nuova legge sul diritto d’autore” prenda una cantonata (rispetto a quella precedente quantomeno) che fa dubitare addirittura che il provvedimento sia voluto:

È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro

L’articolo fa presente come, essendo un mp3 (ma vale anche per i jpeg, ad esempio) un file compresso (in quanto taglia ad esempio le frequenze non o difficilmente udibili dall’orecchio umano) e quindi degradato, questo rientri a tutti gli effetti nei limiti della legge, che attende solo un decreto attuativo per essere applicata. Inutile dire che ci si precipiterà a modificare questo passaggio della legge, soprattutto se al governo dovesse (malauguratamente) finirci il nostro buon Silvio Berlusconi (ma questa è un’altra storia).

Tenendo ben presente che si tratta solo di uno stralcio (e quindi maggiori informazioni potrebbero essere disponibili nelle righe precedenti o successive, che non ne competenze ne voglia ne tempo di leggere) c’è un aspetto che proprio non mi convince: questo stralcio di legge vieta di fatto ai possessori di un’opera coperta da copyright (e quindi qualsiasi opera), di pubblicare il proprio materiale, a titolo gratuito, sul web? Quindi niente Creative Commons (che proprio sui diritti garantiti dal diritto d’autore si basano), niente “pubblicità via mp3 e guadagno con i concerti”? Leggo molti gioire per questo “errore del legislatore”, a me sembra un’altro esempio (ovviamente estrapolando da queste due righe, quindi sicuramente mi sbaglierò) di una legge pensata male e scritta peggio

Inoltre, siamo d’accordo che la libera diffusione delle opere dell’ingegno sia fondamentale per la crescita culturale dell’essere umano. Il mio dubbio però, è sull’attribuzione: se io faccio un lavoro, spendo fatica (un esempio banale: le slides disponibili su questo blog), questa legge consente a chiunque di prenderle e mandarle in giro, senza necessariamente citare la fonte (nonostante sia esplicitamente richiesto dalla licenza Creative Commons ivi applicata). Siamo così convinti che la “libera diffusione”, nel senso di “svincolata da qualsiasi regola” sia un bene, per l’umanità e gli esseri umani? La meritocrazia va quindi a farsi benedire?

D’accordo quanto volete contro i brevetti (di qualsiasi genere siano), ma sul copyright bisogna fare molta attenzione…

Dove sono finiti i DS?

Oak leaf | Foglia di querciaC’era una volta un partito di sinistra che si chiamava “Democratici di sinistra”. I valori su cui si fondava, erano chiaramente descritti nello statuto:

Costituiti sul convergere di differenti tendenze culturali e politiche che si rifanno ai valori democratici e antifascisti fondativi della Repubblica italiana, al pensiero socialista – nella pluralità delle esperienze storiche riconducibili alla tradizione democratica e riformista del PCI, del PSI e del movimento operaio italiano –, al pensiero laico e repubblicano, al pensiero cristiano sociale, al pensiero ecologista, aperti all’incontro con culture e movimenti che hanno messo al centro della loro azione i diritti umani e il valore delle differenze, il personalismo comunitario e la salvaguardia dell’ambiente, i Democratici di Sinistra assumono queste tendenze consapevoli della necessità della loro continua rielaborazione a confronto con le sfide della modernizzazione e del mondo che cambia e si uniscono per contribuire alla costruzione di una società aperta e plurale, libera e solidale, giusta e sicura.

Il suo ultimo segretario, Piero Fassino, li ha guidati verso la fusione con un altro partito (dimensionalmente parlando alquanto inferiore), “La Margherita”, centrista e profondamente legato alla Chiesa.

Ora esiste il Partito Democratico, profondamente centrista, legato alla Chiesa, disposto persino a “correre da solo” alle elezioni, o disposto ad un “governo istituzionale” che consenta di uscire da questa crisi di governo e coinvolga l’UDC e (forse) Forza Italia, la bandiera del populismo più becero, che si fa largo (insieme a tutta la sua coalizione) a suon di menzogne, come hanno abbondantemente dimostrato oggi in Parlamento. Un partito, il PD, che rinnega di fatto molti dei valori sui quali si fondavano i Democratici di Sinistra.

Si era detto che i Democratici di Sinistra non sarebbero “morti”. Che il Partito Democratico sarebbe rientrato nelle forze socialiste d’europa. Cosi non è, quindi i Democratici di Sinistra devono essere altrove.

Dove? Davvero tutti gli elettori che erano parte dei Democratici di Sinistra oggi si ritrovano in quello che il Partito Democratico sta facendo?

Anche tu, puoi, ora

The Thrill is Gone Alle volte, mi sento “rimproverare”, anche da parenti stretti, per quello che faccio, per la determinazione che metto nel fare certe cose, anche stupide. L’altro giorno, a Bruxelles, ho avuto una discussione con mia sorella per una questione di libertà dei formati nella scuola (dell’altra mia sorella) e di fronte alla mia rabbia (repressa da parecchio e derivante, lo ammetto, dalla frustrazione), mi sono sentito dire “Ma tanto che cambia?”.

Ho colto l’occasione e cercato di fare un minimo di chiarezza, prima di tutto dentro me stesso, sul mio modo di agire. Come sempre, io (noi) sono (siamo) solo una formichina, una goccia in mezzo al mare, un nulla. La mia (nostra) voce non si udirà mai oltre questi pochi bit che vengono inviati tra il server ed il vostro browser, o poco via. Posso strillare e strepitare quanto mi pare, e questo non cambierà nulla, di per sé. Ma se ognuno di noi crede in ciò che fà, riflette e poi agisce con coscienza, allora si che qualcosa può cambiare: perché le formichine, una alla volta, costruiscono il formicaio, il mare è composto di gocce, e questi (o quelli, che importa) pochi bit possono essere uno spunto (o la concretizzazione di un pensiero condiviso) che può andare molto, molto lontano.

E questo non vole solamente per i formati aperti, la politica, l’opensource, la libertà di pensiero di parola e d’espressione, la pace nel mondo, ed in tutto quello che vi può venire in mente di bello ed irraggiungibile. Questo vale nella vita di tutti i giorni, quando siamo chiamati a compiere il nostro dovere di cittadini, di uomini e di donne, di figli e di nipoti, di esseri umani e di appartenenti a questa realtà dimensionale (tié).

E per contribuire, non serve andare troppo lontano, si può cominciare anche con piccole cose, alcune delle quali anche tremendamente materiali. Ora elencherò qualche iniziativa (o ente) a cui ho contribuito (o contribuisco), e so già che molti di voi scorreranno questi link senza cliccarne uno, dicendosi che “tanto prima o poi…”. Capisco e comprendo, lo faccio quotidianamente anche io. Eppure a volte c’è bisogno di fare qualcosa di più, di crederci… è importante che ognuno faccia il suo piccolo passo…
Naturalmente anche un post sul vostro blog, è un gesto… potrebbe non bastare, ma è pur sempre qualcosa…

http://www.ninemillion.org – Perché senza istruzione non si va da nessuna parte….
http://www.amnesty.it – Perché non siamo i soli ad avere dei diritti…
http://www.unicef.it – Perché alla scuola bisogna arrivarci…
http://www.peacereporter.net – Perché la libertà d’informazione nel mondo…
http://www.wwf.it e http://www.greenpeace.org – Perché abbiamo un solo mondo…

Io ci credo… e tu?

Valori selettivi

le elezioni viste dai cuccioliUna delle cose che mi fa maggiormente irritare, dei miei connazionali ma non solo, sono i “valori selettivi”: quando riguarda me, ho diritto ad una serie di cose, quando invece riguarda qualcun’altro, allora i diritti non ci sono più.
Non ho casa? La casa è un diritto, dovrebbero passarmela, o almeno darmi incenviti per acquistarla.
Mohammed non ha casa, nonostante sia cittadino italiano e lavori in Italia da oltre 10 anni? Beh, poteva starsene al suo paese, che ci porta pure via il lavoro.
Non riesco a sbarcare il lunario? Mi dovrebbero dare sussidi perché ho bambini, perché mi muovo in auto (ecologica o meno), sul motorino, un sussidio per le ferie, per il mutuo. Tasse? Manco a parlarne!

E’ sempre così: quando qualcosa ci tocca direttamente, ci indignamo e ci incazziamo. Non appena l’iniziativa piove un metro più in la del nostro bel culo pulito, non ci riguarda più e anzi, più violente sono le misure applicate, meglio è.
Ora che a Milano si è deciso che i figli degli immigrati clandestini non hanno diritto all’istruzione (Ma sono extracomunitari! Ci mangiano i bambini!), non ci sono state manifestazioni di piazza, sommosso popolari. E questo capita puntualmente: vogliamo ripensare al provvedimento razzista contro i rumeni?
Ma si, tanto poi a Natale si fa una bella donazione (addirittura 20 euro!) all’Unicef, ed il senso di colpa passa, vero?

Sarebbe ora che gli italiani cominciassero a spogliarsi di questo continuo “non mi tocca, non mi interessa”, se vogliamo che questo paese riprenda ad essere un posto vivibile…