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E noi staremmo uscendo dalla crisi?

©athrine via Flickr

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Torno sulla questione della crisi economica, per cercare di fare un po’ il punto della situazione e portare qualche considerazione frutto delle discussioni condotte negli ultimi tempi. Berlusconi ed il Governo dicono che siamo in ripresa: quanto c’è di vero in questa affermazione, cosa significa “ripresa” e cosa può aspettarsi l’Italia da questa “ripresa” sono il tema di questo post.

Prescinderemo per il momento dal fatto che non si è mai vista una crisi economica di queste proporzioni arrivare e terminare in meno di 12 mesi, e taceremo sul fatto che non sono state praticamente prese misure per contrastare i meccanismi stessi che hanno portato alla crisi (e che anzi sono nuovamente attivi visto che le banche hanno ripreso a fare utili miliardari ed a concedere bonus immensi ai propri dirigenti).

Va innanzitutto chiarito cosa vogliamo dire usando il termine “ripresa”: se con questo intendiamo un aumento del PIL (cosa che pare effettivamente trovare un primo parziale riscontro nei dati forniti da diversi enti), dovremmo considerare che l’aumento del PIL può tranquillamente essere causato dal terremoto in Abruzzo, o più semplicemente da un aumento del consumo di benzina delle auto ferme in tangenziale la mattina. Il PIL è un indicatore tipico del consumismo, un modo malato di guardare al progresso e bisognerebbe fare riferimento a criteri diversi, per definire se la crisi economica è finita o meno. In ogni caso, l’aumento del PIL pare essere in questa fase indicatore di una ripresa sul piano finanziario (le stesse banche quindi che hanno causato la crisi si stanno ora arricchendo) e non sul piano economico.

Per comprendere la situazione attuale, al posto del PIL potremmo ad esempio usare come indicatore il ricorso alla cassa integrazione: scopriremmo che nel corso del mese di ottobre, si è andata confermando un’evoluzione “stutturale” della crisi. Se da un lato è vero che le aziende fanno apparentemente meno ricorso alla cassa integrazione straordinaria (per contro aumentano l’ordinaria e la deroga), lo fanno fondamentalmente sostituendola con la “mobilità” (quella che in gergo tecnico viene anche chiamata “licenziamenti”).
La riduzione del ricorso alla cassa integrazione non è quindi in se per se un segnale di uscita dalla crisi; anzi ci porta a ritenere che la crisi viene “assorbita” nella struttura produttiva italiana, con misure che non sono più “congiunturali” (in questo momento sospendo la produzione in attesa di nuovi ordini) ma sempre maggiormente “strutturali” (licenzio perché non sarà più come prima).

A questa considerazione si lega il fatto che la crisi in Italia non è cominciata nel 2008, come invece è stato per molti altri paesi anche Europei: la crisi in Italia c’è da molti anni e la nostra economia malata aveva finora evitato di entrare tecnicamente in recessione solamente grazie al traino dei settori delle telecomunicazioni e della telefonia mobile. Questo fondamentalmente perché la nostra è un’economia malata al suo interno, con un’evasione fiscale alle stelle (e quindi una pressione fiscale piuttosto marcata), un debito pubblico colossale, una politica demagogica ed in perenne contrasto elettorale, una cronica mancanza di formazione (tutti all’università ma nessuno che poi sappia/voglia girare un bullone), una domanda interna assolutamente insufficiente.

Ed è proprio sulla domanda interna che vorrei porre un accento: uscire dalla crisi, va bene, ma producendo per chi? Cina e Germania hanno trovato nella domanda interna la via per uscire dalla crisi: con il calo degli ordini internazionali, i governi hanno anticipato opere e lavori previsti per gli anni successivi al fine di aumentare la produzione interna, sostenendola. Altri paesi, come l’Inghilterra, hanno scelto di stimolare il volano riducendo l’IVA e aumentando così la domanda interna. In Italia la riduzione dell’IVA non si poteva fare (debito pubblico) e allo stesso modo non si possono stanziare fondi per aumentare le opere pubbliche (mentre per comprare la parte marcia Alitalia si), tutto questo mentre il potere d’acquisto degli italiani è sostanzialmente azzerato da molti anni (è tra i 5 più bassi d’Europa).
Se a questo tetro quadro aggiungiamo la quasi totale assenza di ammortizzatori sociali (sono disponibili solo per coloro che avevano un posto a tempo indeterminato, che in Italia sono davvero pochi) ed una solidarietà sociale praticamente inesistente (torniamo al discorso dell’evasione fiscale, naturalmente, ma anche all’italico atteggiamento del “lo metto nel culo agli altri prima che lo facciano con me”, aka “il paese dei furbi”), capirete benissimo che le prospettive italiane di una reale, veloce e positiva uscita dell’Italia da questa crisi economica è più un gioco di parole che qualcosa di concretamente possibile.

Ciliegina sulla torta, per gli stranieri (immigrati regolari) che sono in Italia e contribuiscono attivamente a mantenere in vita quel minimo di tessuto produttivo che ancora resta, il ricorso alla mobilità significa automaticamente l’ingresso nel limbo della clandestinità, grazie ad una legge votata dal precedente Governo Berlusconi e firmata dal leader del principale partito xenofobo italiano (la Lega Nord) Umberto Bossi e dall’attuale capo della camera Gianfranco Fini (che da qualche tempo sta facendo della sobrietà istituzionale e della ragionevolezza le proprie bandiere, ma credo dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza pensando alla situazione degli immigrati in Italia).

Il futuro, infine, appare tutto fuorché roseo: le 52 settimane di cassa integrazione disponibili per le aziende termineranno mediamente a febbraio – marzo 2010. Solo in quel momento capiremo realmente quale sia l’entità di questa crisi, con la trasformazione in “licenziamenti” di migliaia e migliaia di posti di lavoro: se ad oggi (con quindi la disponibilità anche dello strumento della cassa integrazione) hanno perso il lavoro 46.000 lavoratori a tempo indeterminato (senza contare quindi i determinati ed i precari non rinnovati alla scadenza), possiamo farci una (vaga) idea di quale sarà l’impatto della fine della cassa integrazione, la prossima primavera.

Credo che sia assolutamente fondamentale che gli italiani prendano coscienza della situazione dell’economia italiana (ed a questo gioverebbe non poco un maggior “palesarsi” di una diffusa situazione di difficoltà), perché la parte “brutta” della crisi non è ancora venuta…

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Prodi in Senato

DSCN1205.JPGTrovo solo ora il tempo di scrivere questo post (e ho meno di 10 minuti di tempo per finirlo, prima di tornare nel vortice che questa giornata si è rivelata essere), ma ci tengo a scrivere due parole prima che i Senatori della Repubblica esprimano il loro voto. Romano Prodi infatti ha da pochi minuti terminato un pesante discorso in aula, dove al momento seguono le dichiarazioni di voto relative alla fiducia che il Presidente del Consiglio ha chiesto, dopo l’apertura della crisi da parte dell’Udeur del senatore Mastella.Innanzi tutto, onore a Prodi: ha dimostrato e sta dimostrando, comunque vada il voto di oggi, di essere un leone, di battersi per fare bene, con integrità morale e rispetto per la costituzione, l’unico in grado di mediare in una maggioranza di questo tipo, forse davvero l’unico in grado, ad oggi, di tenere insieme un Governo che non faccia demagogia spicciola ma che cerchi davvero di cambiare (sebbene a piccoli passi) questo paese in qualcosa di meglio.

Ha fatto bene Prodi ad andare in Senato: prima di tutto perché è giusto che la crisi si apra dai banchi del Parlamento e non sulle comode poltrone di Porta a Porta, secondariamente perché ognuno si assuma la responsabilità delle proprie azioni. Niente governo pastrocchio istituzionale, niente porcate: o questo Governo, eletto dagli italiani (e qui potremmo aprire un capitolo a parte, e non lo farò, non ora), oppure elezioni anticipate. Non ci sono, dal mio punto di vista, altre scelte accettabili.

Voglio proprio vedere Dini, Mastella e compagnia cantante andare a chiedere voti agli italiani, dopo quello che hanno fatto, senza portarsi sulla demagogia più infamante che le destre hanno eletto a proprio modello di azione politica.

Adesso si voti, in Senato; si smetta di contare voti. Che cada il Governo Prodi. Perché se non cadesse potrebbe essere ancora peggio: che senso avrebbe cercare di portare avanti un Governo zoppo, che incassa la fiducia al Senato perché un paio di senatori hanno deciso di astenersi? No, niente schifezze di questo tipo, andiamo in fondo. Si affondi questo Governo e si dia nuovamente parola agli elettori: voglio proprio vederlo il PD che corre da solo, voglio proprio vedere che coalizione metteranno insieme le Destre per tentare la vittoria: Fini, Berlusconi e Casini, dopo quello che si sono detti negli ultimi mesi, correranno davvero insieme? Sarebbe solo l’ennesima conferma della pochezza di valori che si trovano a condividere…

Condivido con molti altri, a sinistra, la necessità che si faccia un passo avanti rispetto al puro antagonismo a Berlusconi, sul quale è stata basata l’azione politica di tutta la coalizione per anni, riducendo in brandelli quel poco di buono che vi restava. Non per questo però si deve dimenticare quello che l’ultimo governo Berlusconi è stato, proseguendo allo stesso modo anche nell’attuale opposizione: la politica di quella coalizione è basata sulla pura e semplice demagogia, sfruttamento della paura e della repressione allo scopo di raccogliere un immediato, quanto effimero consenso politico. Ci hanno portato ad entrare in guerra contro uno stato sovrano (l’Iraq) sulla base di “prove” che un importante alleato dava per certe, e che sarebbe bastato informarsi anche solo minimamente per vedere rapidamente confutate. Anche nel momento in cui l’errore è stato palese, nel momento in cui l’orrore della guerra è divenuto visibile a tutti, il Governo Berlusconi ha ritenuto più importante promulgare leggi “ad personas” per se e per i propri vicini, “condoni” per tentare di non affondare completamente un’economia condotta in modo dissennato, e nel momento in cui era palese l’imminente sconfitta alle urne, affidare ad un “avvelenatore di pozzi” l’incarico di minare il territorio della ritirata in vista della venuta di un nuovo governo con una legge elettorale suicida (per il Paese) che ora si cerca di cambiare in tutta fretta, ora che invece vi è la possibilità di una vittoria (grazie alla facile demagogia di qui sopra). Nel contempo, abbiamo vissuto anni di campagna elettorale continua, in cui Berlusconi ed i suoi hanno costantemente tentato di alzare i toni dello scontro, dividendo il parlamento in due lontanissime coalizioni, incapaci di qualsiasi forma di dialogo, e mettendo in pratica una “strategia dell’ostruzionismo”, votando contro il Governo attuale indipendentemente dalla bontà delle iniziative proposte, arrivando a minacciare i propri deputati e senatori per farli votare come da “ordini di scuderia”.

Spero che gli italiani non abbiano dimenticato tutto questo, e che con quel poco di barlume di ragione che ancora (spero) resta si rendano conto di quanto questo Governo abbia fatto in questi due anni scarsi, e di quanto ancora sarebbe da fare nei prossimi tre.

Avanti popolo: non è poi così scontato perdere le elezioni…

PD e primarie, qualche considerazione

Le Primarie del PD a Carpi Di Partito Democratico e del risultato delle primarie di ieri, ne stanno parlando un po’ tutti, e per questo mi sarei volentieri astenuto dal commentare ulteriormente (ho ben poco di nuovo ed originale da aggiungere, temo, anche perchè non sono andato a votare), ma visto che avevo gettato il sasso e non sono solito nascondere la mano, qualche considerazione va’ fatta, alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi, e “del risultato”.

Il primo argomento da toccare, è certamente quello dell’affluenza alle urne. Se la vittoria di Veltroni sembrava piuttosto scontata già alla vigilia, un’affluenza di (stima) 3,3 milioni di persone è decisamente qualcosa che andava al di là delle più rosee aspettative, triplicando di fatto il numero di persone attese alle urne. I motivi che hanno portato a questo risultato sono diversi, ma ne voglio citare uno in particolare che mi sembra particolarmente importante: la voglia di cambiare, di partecipare. Indipendentemente che si voglia cambiare anche l’attuale governo, sono convinto che molti degli elettori che ieri si sono recati alle urne delle primarie del Partito Democratico siano stati guidati da una forte volontà di cambiamento, d’innovazione. Sicuramente la costituzione di un nuovo partito, nel quale si vedono facce nuove (ancora poche, ma cominciano ad esserci) e che si pone proprio il rinnovamento della politica e del rapporto con gli elettori come valore importante, è una buona occasione per dimostrare voglia di partecipare. Per questo motivo non c’è alcuna contraddizione nel fatto che molti degli elettori delle primarie di ieri abbiano anche partecipato al V-Day di Beppe Grillo…
Per una volta, tra l’altro, mi trovo a dissentire da quello che afferma Marco Travaglio, che questa mattina scriveva di una differenza di 1 milione di persone tra le primarie che hanno dato a Prodi la leadership dell’attuale maggioranza di governo e le primarie di ieri: alle primarie di due anni fà infatti, si presentarono al voto anche tutti coloro che, militanti o meno, erano interessati a votare l’attuale governo, che invece non venivano interessati dal voto interno al nuovo Partito Democratico.
Piuttosto ci sarebbe da interrogarsi sul valore assoluto dell’interesse degli italiani nella politica: se infatti possiamo dare per assodato che il nuovo Partito Democratico vada ad aggregare almeno un 15% dei 40.000.000 di elettori italiani, ci si chiede che scarso interesse possano avere per la politica i restanti 3 milioni di elettori che questo nuovo partito dovrebbe attrarre a se… La gente chiede di cambiare, di rinnovare, ma non è disposta a muoversi in prima persona, nemmeno quando si tratta di andare ad infilare una scheda in un’urna… Mi auguro per Veltroni e per il Partito Democratico che si tratti di disaffezione alla politica, e non di “fuge” in altre aree politiche (verso sinistra ad esempio, come capita al sottoscritto)…

Ualter Il secondo argomento è relativo al risultato ottenuto da Walter Veltroni. Con questo (annunciato) plebiscito infatti, Veltroni ha reso molto più facile la vita al neonato partito: infatti oltre ad essere una faccia relativamente “nuova” del panorama politico, oltre ad aver (da quel poco che so’) fatto un discreto lavoro come sindaco di Roma, questo largo consenso potrebbe consentirgli di tenere “incollate” tra loro, sotto il suo “controllo”, le diverse aree del partito, guidandole in un processo di avvicinamento che porti al tanto agognato meticciato politico di quest’area del centro sinistra.
Per di più, in un’ottica biecamente utilitaristica, sono contento della scelta di Veltroni, perchè è sufficientemente a sinistra da farmi sperare che riesca a tenere a bada la parte più cristiano-integralista che la Margherita ha portato all’interno del Partito Democratico, assumendo una posizione moderata, al centro del nuovo partito, e non cedendo alle provocazioni che la destra lancia, cercando di costringerlo a schierarsi con l’area di estrema sinistra o con il centro, volte essenzialmente a metterlo in difficoltà all’interno del partito in questa fase cosi delicata.
D’altra parte, non mi dispiaceva neppure la candidatura di Enrico Letta, ed il suo 10% ne fa comunque una voce importante all’interno del partito, il che è un ulteriore segnale positivo sulle posizioni che il nuovo partito assumerà.

I dubbi che mi rimangono, alla luce di quanto accaduto negli ultimi tempi, sono essenzialmente 3:
Logo PSE – L’ingresso o meno nel PSE: ricordiamoci infatti che all’ultima assemblea dei Democratici di Sinistra, quando questo partito si sciolse (perdendo il “correntone” di Mussi) per dar vita al nuovo partito, era presente anche Martin Schulz, uno dei più importanti esponenti del Partito Socialista Europeo, che era la collocazione più naturale per i Democratici di Sinistra, ma non vedeve la Margherita tra i suoi aderenti, la quale al contrario, proprio durante il suo ultimo congresso, aveva fatto dichiarare di non essere intenzionata a consentire che il nuovo Partito Democratico rientrasse in quest’area politica.

DSCN1205.JPG – La posizione riguardo alla laicità della politica (dico, ricerca…): mettere insieme l’area della sinistra progressista con l’onorevole Binetti, che fa un vanto del portare il cilicio e da dei malati agli omossessuali, non è e non sarà mai facile. Quello del rapporto con la Chiesa, con l’etica scientifica, con la ricerca ed i patti sociali saranno gli argomenti più spinosi sui quali dovrà presto confrontarsi il neocostituito partito. Sarà una prova senza appello, e auguro sinceramente a Veltroni di poter passare indenne questa fase. A me stesso invece, auguro che in quella che si preannuncia una dura lotta, la spuntino le aree progressiste…

– Le conseguenze per l’attuale governo di questo plebiscito a Veltroni: Prodi ieri sembrava piuttosto teso, e lo capisco. Veltroni si è comportato con molto tatto, ed in “campagnia elettorale” ha detto più di una volta che è sua intenzione sostenere questo governo. Ma fino a quando gli verrà consentito, dal suo neoacquisito elettorato, di non far pressioni su Prodi? E se e quando capiterà, quali saranno le conseguenze di questo gesto?