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Italiani, e adesso?

discussioni, inutili ormai...

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Presto o tardi (presto, presto…) la cassa integrazione per le aziende che vi hanno fatto ricorso, terminerà. La prima tranche è in scadenza in questo periodo, un’altra (grossa) fetta terminerà a settembre, un’ultima a fine anno. E visto che la crisi non accenna a ridurre il morso (anche perché, come già detto, in Italia va ad attecchire su una crisi strutturale che certo non aiuta), ci sono ahimè poche prospettive per tutti coloro che si troveranno a casa.

Naturalmente il governo italiano non sta facendo sostanzialmente nulla per combattere la crisi: da un lato Tremonti che chiede rispetto per i parametri vitali dell’economia italiana (salvo far crescere il rapporto debito/PIL a livelli che non vedevamo da anni), dall’altro Berlusconi che è certo più interessato a salvare Alitalia (regalandola ad un paio di amichetti) che non a sostenere la ripresa, o semplicemente estendere gli ammortizzatori sociali a coloro che non ne hanno (i precari su tutti), il risultato è che mentre gli altri paesi hanno affrontato la questione e cominciano a vedere la luce in fondo al tunnel, noi continuiamo ad andare avanti con il cerino che ci scotta le dita.

Nel frattempo, la forbice tra ricchi e poveri aumenta: chi ha soldi da investire (questo è il momento buono), si arricchisce ancora di più, mentre la stragrande maggioranza degli italiani fatica non più ad arrivare a fine mese, ma anche a raggiungere la terza settimana.

Considerando numeri, percentuali e cifre, vorrei chiedere a tutti quei “cassa integrati” (perchè ce ne sono, e sono tanti) che hanno votato Silvio Berlusconi o i partiti che lo sostengono (Lega Nord in primis), e che si accorgeranno di aver portato al governo il massimo esponente di un’elite che certo non punta all’interesse dei lavoratori, ma semmai a quello degli imprenditori: che mi dite adesso? Che si fa, lo si vota ancora credendo che arriveranno i marziani e porteranno l’Italia (senza extranegri, per carità!!) su un altro bellissimo pianeta tutto nostro dove vivremo e prospereremo? Mi viene in mente una strofa di una vecchia canzone: “chiuditi nel cesso, se no l’uomo nero ti mangerà”.

Peccato che a quel punto, quando se ne renderanno conto, finita la cassa integrazione, sarà tardi… chissà se ci saranno ancora le elezioni, tra l’altro…

E noi staremmo uscendo dalla crisi?

©athrine via Flickr

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Torno sulla questione della crisi economica, per cercare di fare un po’ il punto della situazione e portare qualche considerazione frutto delle discussioni condotte negli ultimi tempi. Berlusconi ed il Governo dicono che siamo in ripresa: quanto c’è di vero in questa affermazione, cosa significa “ripresa” e cosa può aspettarsi l’Italia da questa “ripresa” sono il tema di questo post.

Prescinderemo per il momento dal fatto che non si è mai vista una crisi economica di queste proporzioni arrivare e terminare in meno di 12 mesi, e taceremo sul fatto che non sono state praticamente prese misure per contrastare i meccanismi stessi che hanno portato alla crisi (e che anzi sono nuovamente attivi visto che le banche hanno ripreso a fare utili miliardari ed a concedere bonus immensi ai propri dirigenti).

Va innanzitutto chiarito cosa vogliamo dire usando il termine “ripresa”: se con questo intendiamo un aumento del PIL (cosa che pare effettivamente trovare un primo parziale riscontro nei dati forniti da diversi enti), dovremmo considerare che l’aumento del PIL può tranquillamente essere causato dal terremoto in Abruzzo, o più semplicemente da un aumento del consumo di benzina delle auto ferme in tangenziale la mattina. Il PIL è un indicatore tipico del consumismo, un modo malato di guardare al progresso e bisognerebbe fare riferimento a criteri diversi, per definire se la crisi economica è finita o meno. In ogni caso, l’aumento del PIL pare essere in questa fase indicatore di una ripresa sul piano finanziario (le stesse banche quindi che hanno causato la crisi si stanno ora arricchendo) e non sul piano economico.

Per comprendere la situazione attuale, al posto del PIL potremmo ad esempio usare come indicatore il ricorso alla cassa integrazione: scopriremmo che nel corso del mese di ottobre, si è andata confermando un’evoluzione “stutturale” della crisi. Se da un lato è vero che le aziende fanno apparentemente meno ricorso alla cassa integrazione straordinaria (per contro aumentano l’ordinaria e la deroga), lo fanno fondamentalmente sostituendola con la “mobilità” (quella che in gergo tecnico viene anche chiamata “licenziamenti”).
La riduzione del ricorso alla cassa integrazione non è quindi in se per se un segnale di uscita dalla crisi; anzi ci porta a ritenere che la crisi viene “assorbita” nella struttura produttiva italiana, con misure che non sono più “congiunturali” (in questo momento sospendo la produzione in attesa di nuovi ordini) ma sempre maggiormente “strutturali” (licenzio perché non sarà più come prima).

A questa considerazione si lega il fatto che la crisi in Italia non è cominciata nel 2008, come invece è stato per molti altri paesi anche Europei: la crisi in Italia c’è da molti anni e la nostra economia malata aveva finora evitato di entrare tecnicamente in recessione solamente grazie al traino dei settori delle telecomunicazioni e della telefonia mobile. Questo fondamentalmente perché la nostra è un’economia malata al suo interno, con un’evasione fiscale alle stelle (e quindi una pressione fiscale piuttosto marcata), un debito pubblico colossale, una politica demagogica ed in perenne contrasto elettorale, una cronica mancanza di formazione (tutti all’università ma nessuno che poi sappia/voglia girare un bullone), una domanda interna assolutamente insufficiente.

Ed è proprio sulla domanda interna che vorrei porre un accento: uscire dalla crisi, va bene, ma producendo per chi? Cina e Germania hanno trovato nella domanda interna la via per uscire dalla crisi: con il calo degli ordini internazionali, i governi hanno anticipato opere e lavori previsti per gli anni successivi al fine di aumentare la produzione interna, sostenendola. Altri paesi, come l’Inghilterra, hanno scelto di stimolare il volano riducendo l’IVA e aumentando così la domanda interna. In Italia la riduzione dell’IVA non si poteva fare (debito pubblico) e allo stesso modo non si possono stanziare fondi per aumentare le opere pubbliche (mentre per comprare la parte marcia Alitalia si), tutto questo mentre il potere d’acquisto degli italiani è sostanzialmente azzerato da molti anni (è tra i 5 più bassi d’Europa).
Se a questo tetro quadro aggiungiamo la quasi totale assenza di ammortizzatori sociali (sono disponibili solo per coloro che avevano un posto a tempo indeterminato, che in Italia sono davvero pochi) ed una solidarietà sociale praticamente inesistente (torniamo al discorso dell’evasione fiscale, naturalmente, ma anche all’italico atteggiamento del “lo metto nel culo agli altri prima che lo facciano con me”, aka “il paese dei furbi”), capirete benissimo che le prospettive italiane di una reale, veloce e positiva uscita dell’Italia da questa crisi economica è più un gioco di parole che qualcosa di concretamente possibile.

Ciliegina sulla torta, per gli stranieri (immigrati regolari) che sono in Italia e contribuiscono attivamente a mantenere in vita quel minimo di tessuto produttivo che ancora resta, il ricorso alla mobilità significa automaticamente l’ingresso nel limbo della clandestinità, grazie ad una legge votata dal precedente Governo Berlusconi e firmata dal leader del principale partito xenofobo italiano (la Lega Nord) Umberto Bossi e dall’attuale capo della camera Gianfranco Fini (che da qualche tempo sta facendo della sobrietà istituzionale e della ragionevolezza le proprie bandiere, ma credo dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza pensando alla situazione degli immigrati in Italia).

Il futuro, infine, appare tutto fuorché roseo: le 52 settimane di cassa integrazione disponibili per le aziende termineranno mediamente a febbraio – marzo 2010. Solo in quel momento capiremo realmente quale sia l’entità di questa crisi, con la trasformazione in “licenziamenti” di migliaia e migliaia di posti di lavoro: se ad oggi (con quindi la disponibilità anche dello strumento della cassa integrazione) hanno perso il lavoro 46.000 lavoratori a tempo indeterminato (senza contare quindi i determinati ed i precari non rinnovati alla scadenza), possiamo farci una (vaga) idea di quale sarà l’impatto della fine della cassa integrazione, la prossima primavera.

Credo che sia assolutamente fondamentale che gli italiani prendano coscienza della situazione dell’economia italiana (ed a questo gioverebbe non poco un maggior “palesarsi” di una diffusa situazione di difficoltà), perché la parte “brutta” della crisi non è ancora venuta…

Il governo “contrasta” la crisi

La crisi si sente, eccome. Il martello economico non ha ancora colpito l’incudine italiana con tutta la forza e la violenza che si teme, ma gli effetti collaterali (su tutti l’ulteriore rallentamento dell’economia del nostro paese, già ridotta al lumicino dalle sapienti mani della nostra classe politica) hanno cominciato a sortire i loro effetti negli ultimi mesi del 2008: bilanci ridotti, perdite, ritardi nei pagamenti delle fatture, sono tutte cose che nel ristretto orizzonte di un libero professionista come il sottoscritto non hanno mancato di risaltare.

Negli altri paesi europei (ed in realtà in un po’ tutto il resto del mondo) si sta correndo ai ripari: la Germania prevede di “muovere” oltre 500 miliardi di euro per fronteggiare la sopraggiungente crisi economica (soprattutto interventi a garanzia di banche e credito, di cui 480 miliardi di euro già stanziati), la Francia, l’Inghilterra hanno già stanziato circa 25 miliardi di euro a testa (con l’Inghilterra che ha ulteriormente tagliato l’IVA, passando dal 17,5% al 15%) per il rilancio dell’economia e contano di “muovere” altri 400 circa, tra aiuti al settore dell’auto, amministrazioni locali e via dicendo.
L’Italia dal canto suo, prevede di muovere 80 miliardi di euro, di cui 5 (scarsi) sono quanto prevede il “DDL Anticrisi” (di cui per altro una parte consistente è rappresentata da bonus “pannolini” e , destinato alle famiglie che rientrano nei parametri della “social card”), restando in questo modo a metà del guado, con misure demagogiche ed inefficaci, nessun sostegno a banche ed industria, che sono invece i fattori chiave per uscire “positivamente” da questa recessione.

In più, le spaccature interne alla maggioranza (nascoste solo parzialmente dalla ormai cronica crisi d’identità dell’opposizione) vedono farsi di giorno in giorni più complesso e delicato il panorama politico italiano: se sulla lealtà della Lega non ci sono mai stati dubbi (nel senso che è scontato che non ve ne sia, visto che tutto viene valutato relativamente ai tempi di approvazione di norme razziste e federalismo fiscale), ora ci si mette anche il presidente della Camera Gianfranco Fini a mettere sotto pressione sul primo ministro Berlusconi: le aspre critiche sulla scelta del governo di chiedere la fiducia relativamente al “DDL Anticrisi” sono in realtà la punta di un iceberg ben più grande, che a malapena è riuscito a nascondersi in occasione delle elezioni e della “luna di miele” con gli italiani.
Fini aveva infatti già manifestato importanti perplessità circa il progetto del “Popolo delle Libertà” lo scorso anno, poi probabilmente a fronte di qualche promessa politica, aveva fatto marcia indietro e fatto confluire AN nel progetto del partito berlusconiano. Ora le promesse (o le sue aspettative) non si sono concretizzate e il gelo torna a calare tra le due parti in causa: da una parte si annuncia “entro marzo” il congresso che dovrebbe sancire la nascita del partito, dall’altra si afferma che “una data ancora non c’è” e via dicendo, con la tensione che va aumentando e rischia prima o poi di paralizzare la già “dilettantesca” azione di Governo anche senza il (fondamentale in altre occasioni) contributo della Lega.