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L’arresto di Aung San Suu Kyi

tap tap tap via Flickr

"tap tap tap" via Flickr

Nonostante la notizia sia passata in sordina, qui da noi, rispetto alla polemica sulle iniziative razziste e xenofobe del nostro governo, Aung San Suu Kyi è tornata in carcere. Curioso notare come ci sia tornata proprio quando stava per concludere la sua pena agli arresti domiciliari (il 27 maggio), nonché proprio quando alcuni collaboratori del premio Nobel per la pace avevano fatto presente alcuni suoi gravi problemi di salute (nella fattispecie chiedendo che il medico della San Suu Kyi, anch’esso incarcerato, le potesse fare visita).

Possiamo ovviamente supporre, senza rischiare di sbagliarci, che la San Suu Kyi verrà trattata con il massimo riguardo e cura (soprattutto viste le sue precarie condizioni fisiche) dalle autorità Birmane, che tengono moltissimo al che la San Suu Kyi partecipi (e possibilmente vinca) le ormai prossime elezioni in Birmania (2010).

Infine è simpatico sapere che la San Suu Kyi è stata posta in stato di arresto in quanto un misterioso americano di origine (pare) vietnamita, del quale non si sa nulla (neppure l’ambasciatore americano in Birmania sa nulla), avrebbe raggiunto a nuoto la casa della Kyi e vi si sarebbe trattenuto per ben tre giorni (proprio a ridosso della liberazione, che coincidenza!). Un errore imperdonabile per la sessantatreenne attivista Birmana (in isolamento a Rangoon dal 2003, ma sostanzialmente priva di libertà dal 1990, ovvero dall’anno in cui vinse in modo schiacciante le ultime elezioni), che ora rischia dai tre ai cinque anni di reclusione.

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Blogsfera: un passo indietro?

Sunset in Kenya Durante l’emergenza delle violenze in Myanmar, la blogsfera italiana si erse a paladina dell’informazione, con post ed approfondimenti, addirittura mobilitandosi con una serie di iniziative a sostegno dei cittadini birmani.
Sono passati un paio di mesi scarsi da quei tragici eventi, è già i blogger italiani sembrano aver fatto un deciso passo indietro, ripiombando nella quotidiana (e spesso polemica) routine.

Ci siamo già dimenticati del Myanmar, dove le violenze ed i soprusi non sono cessati, pur essendo oggi raccolti nel silenzio mediatico (e non è proprio a questo che, idealmente, i blogger dovrebbero sopperire?), mentre pochi o pochissimi scrivono della strage che sta avvenendo in Kenya, dove non solo gli elicotteri (notizia di oggi) sparano sulla folla, ma pare che le violenze siano in realtà stragi politicamente pianificate, al punto che si parla di compensi in denaro per bruciare case o uccidere civili: il risalto che quest’ultima abominevole notizia ha avuto in Italia è piuttosto scarso, e sulla blogsfera ancora peggio.

Questa non vuole essere una polemica “contro qualcosa o qualcuno”, ma solo il tentativo di comprendere quali dinamiche spingono i blogger (italiani e non) a muoversi con ardore in certi casi ed a farsi scivolare addosso le cose in altri.

Myanmar: è il turno dei reporter

La protesta contro il regime birmano che sta avendo luogo da ormai parecchi giorni a Myanmar, è ormai sulle prime pagine dei giornali da alcuni giorni. Nelle ultime ore però, nonostante le minacce di sanzioni arrivate congiuntamente sia dall’Unione Europea sia dagli Stati Uniti anche di fronte alle Nazioni Unite che invitava ieri sera alla “moderazione”, la repressione ha fatto un salto di qualità.

Sono cominciati gli arresti, i pestaggi, le retate. Si è cominciato a sparare, ad uccidere (si parla di 5 morti ieri, monaci, di un giornalista giapponese stanotte). Soprattutto, è iniziata una caccia all’uomo (il Traders Hotel di Yangon è stato perquisito stanza per stanza) nei confronti dei reporter, dei giornalisti, che stanno sventolando l’orrore della repressione sui media di tutto il mondo (perfino su quelli italiani!).

Gli arresti tra gli esponenti della Lega nazionale per la democrazia, che alcuni anni fa aveva vinto le elezioni presidenziali con Aung San Suu Kyi, leader del partito e da alcuni anni agli arresti domiciliari, dopo che la giunta militare aveva annullato il risultato delle elezioni, non si contano: questa notte è stato il turno del portavoce della leader ed un ex parlamentare.

Sono sempre stato favorevole all’auto-determinazione dei paesi, contrario all’interventismo che ha caratterizzato gli attacchi ad Afghanistan ed Iraq, contrario all’intervento militare con l’Iran. Ma quando viene negata dall’interno del paese stesso, con il sangue, la possibilità di auto-determinarsi, cosa si deve fare?

Le sanzioni internazionali possono portare a qualche tipo di giovamento in breve termine? Sono una pressione sufficiente? Una forza di mera interposizione, che protegga i manifestanti, quanto ci vorrebbe a paracadutarla a Yangon? Troppo, anche perchè è notizia degli ultimi minuti che l’intervento di Russia e Cina ha bloccato le sanzioni internazionali nei confronti dello stato asiatico. Spero che ora russi e cinesi dovranno rispondere di quanto accadrà in Myanmar davanti ai mass media internazionali… e che la blogsfera, da questo punto di vista, sia pesantemente presente, sia nel condannare quanto accade a Yangon, sia il comportamento di Russia e Cina, che per ragioni prettamente politico-strategiche mettono a repentaglio la vita di migliaia di persone in Myanmar…