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Come la Cina

Censura

Nahuel |Bossanostra| via Flickr

Non potevo trovare un titolo più descrittivo: l’Italia come la Cina, è tra i pochi paesi al mondo ad applicare la censura ad internet: sebbene la Cina la applichi in modo più vasto, infatti, il principio è lo stesso.

Dapprima in Italia è stato vietato l’accesso a siti di scommesse non associati all’AAMS (Monopoli di Stato) e fin qui si poteva anche ritenere che ci poresse stare (nel senso che si poteva pensare ad un maggior controllo ed una maggior sicurezza per gli internauti italiani).
Poi, usando lo stesso meccanismo, si è provveduto ad oscurare “thepiratebay.org”, un sito svedese che ospita i così detti “torrent”, files che consentono di scaricare files (legali e non) in modalità peer-to-peer (e che risulta ancora oggi inaccessibile dall’Italia).

Per lo stesso principio (colpire il produttori di coltelli anziché l’assassino), ora si condanna Google per via di un video (per quanto riprovevole) caricato sul servizio YouTube.

Ed in tutto questo, la cosa che trovo più scandalosa, è l’assoluta mancanza di interesse, capacità di comprendere, protesta da parte degli italiani.

Mi tornano in mente alcune frasi, perché sembrano descrivere in modo spietato la realtà attuale del nostro paese:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Martin Niemöller

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Qualche parola sul caso ThePirateBay.org

Jolly Roger Avevo questo post in “hold” da parecchi giorni, alla ricerca non solo di scrivere il post in sé, ma anche molto più semplicemente per raccogliere un po’ le mie idee e sensazioni a riguardo, elaborarle, renderle un discorso coerente e organico. Il dibattito lanciato da Andrea Monti al Moca, questa sera, è servito proprio a questo scopo, per quel che mi riguarda, e ancora seduto sulla mia seggiola in plastica, in platea, mi accingo a lanciare qualche opinione su questo argomento, già ampiamente trattato negli ultimi giorni all’interno della blogopalla.

Cominciamo con un breve riepilogo su quanto accaduto e sui risvolti che le azioni intraprese dalla magistratura hanno (e avranno) sugli utenti: ThePirateBay.org è uno dei maggiori (probabilmente il più famoso, quantomeno il più “ampio”) centro di aggregazione ed indicizzazione dei tracker di Bittorrent (il famoso protocollo di download peer-to-peer) al mondo, con sede in Svezia.
Nonostante si trovasse fuori dalla giurisdizione italiana, con un banale escamotage (la possibilità che il reato di “pirateria” fosse stato “iniziato” sul suolo italiano), il 10 agosto 2008 viene ordinato il blocco degli accessi al sito in questione da parte del Procuratore di Bergamo Mancusi, che ha così dato seguito ad una denuncia giunta (pare) da parte delle major discografiche e dell’intrattenimento italiane.
Molti provider italiani (tutti quelli a cui fino ad oggi è poi effettivamente giunta l’ordinanza) hanno rapidamente provveduto a impedire l’accesso a ThePirateBay.org, effettuando una redirezione dei risultati delle query DNS ad un diverso indirizzo IP (l’identificativo numerico univoco del server all’interno della rete internet) appositamente preparato.

E’ importante in questo frangente sottolineare come non si tratti del primo caso di questo genere, ne tantomeno giunga inaspettato: la cosa era nell’aria da tempo (ThePirateBay stessa aveva denunciato più volte minacce da parte di alcune lobby, anche italiane) e la procedura utilizzata è già stata ampiamente collaudata: i siti di scommesse online non associati all’AAMS (magari perché non residenti sull’italico suolo) sono ad esempio stati bloccati con la stessa soluzione tecnologica.

Venendo al dunque, dove sbaglia (secondo il mio modesto parere, naturalmente) la magistratura:

  • innanzi tutto colpisce il mezzo, non il reato. Il protocollo peer-to-peer di Bittorrent può essere utilizzato per fini assolutamente leciti e anzi, tra i protocolli di file sharing, è indubbiamente quello che maggiormente viene utilizzato per scopi assolutamente legali, quale il download più rapido delle immagini delle distribuzioni GNU/Linux (che si avvantaggiano così della velocità legata al download simultaneo dagli utenti che hanno già terminato il download e mettono a disposizione quanto scaricato a favore degli altri). Bloccare il tracker (e quindi il cuore pulsante dell’architettura protocollare di Bittorrent) è un po’ come impedire l’uso del coltello nelle cucine di tutti gli italiani perché qualche malintenzionato utilizza questo strumento per commettere omicidi e rapine. E’ concettualmente sbagliato.
  • L’incompetenza tecnologica che trapela dall’ordinanza, è da far cadere le braccia. A differenza di quanto infatti accade nella maggior parte dei casi, il reindirizzamento del DNS non è stato fatto, in questo caso, verso una pagina statica sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, ma verso un server sotto il controllo delle major discografiche stesse, alle quali vengono così consegnati su un piatto d’argento i dati personali e privati di tutti gli utenti (ancora una volta, legittimi o meno) di ThePirateBay.org.
    Senza voler andare a pensare al complotto (ovvero che questa soluzione sia stata volontariamente suggerita dalle major per poter “sgraffignare” dati degli utenti e così poterli identificare ed eventualmente denunciare con maggior precisione), non si può che restare basiti di fronte a tanta ignoranza da un lato, e incuria delle conseguenze di una propria ordinanza dall’altro: cosa penseremmo di un provvedimento che bloccasse la circolazione dei mezzi pesanti, magari in seguito ad un grave incidente stradale? Non criticheremmo forse la necessità di questi ultimi per la vita industriale del nostro paese, magari per la sopravvivenza stessa dei cittadini? Il fatto che la tecnologia informatica spesso resti “celata” (e così deve essere, agevolare in modo trasperente, esattamente come succede con l’abs o il controllo della trazione della nostra auto) impedisce di rendersi conto delle conseguenze che la sua eliminazione avrebbe; per questo motivo mi piacerebbe che magistrati e politici consultassero esperti in informatica prima di dar seguito ad azioni che riguardano un campo sul quale denotano una tanto palese (e giustificabile, naturalmente) ignoranza.
  • Infine, il terzo errore della magistratura è quello di perseverare nel percorrere una strada che si è rivelata palesemente infruttuosa: la redirezione degli indirizzi IP è una delle modalità più semplicemente aggirabili (basta cambiare server DNS, magari facendo uso di dns stranieri come OpenDns) e proprio l’esperienza legata alla collaudata pratica è dimostrazione che gli utenti che hanno interesse a raggiungere un certo sito lo faranno indipendentemente dall’indirizzo ip proposto dal server DNS del proprio provider. Tecnologicamente parlando esistono metodi molto più efficaci (e dal mio punto di vista raccapriccianti) per costringere il traffico su un certo sito web, si tratterebbe solo di voler affrontare le cose con (ancora una volta) cognizione di causa.
    Per fare un’altro paragone, spero chiarificatore, è come se si impedisse l’accesso alla Milano – Bergamo chiudendo il casello di Milano Est e non quello di Agrate.

Queste cose erano già state più o meno diffusamente indicate da coloro che hanno partecipato alla discussione sul tema, negli ultimi dieci giorni. Proprio su questa discussione, invece, voglio puntare il dito (consentitemi l’eufemismo). Sono stati spesi fiumi di parole, tutte più o meno di parere convergente, ma con quale effetto pratico? Assolutamente nessuno, neppure la generazione di un movimento di promozione di una qualche forma di iniziativa fisica.
Si tratta, a mio avviso, di un segnale che ridimensiona fortemente il ruolo della blogosfera nel panorama dei media italiani, che la relega ancora una volta al ruolo di “comparsa chiacchierante ed autoreferenziale” (dopo alcuni segnali invece constrastanti raccolti negli ultimi mesi).
Sarebbe forse ora che i rappresentanti storici della blogopalla raccogliessero il già ampiamente ripetuto invito a fare mente locale ed agire di concerto per far fare al mondo dei blog quel salto di qualità che fino ad oggi è evidentemente mancato