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Privacy, conseguenze dell’ignoranza diffusa

jenny downing via Flickr

jenny downing via Flickr

Il tema della privacy comincia ad essere trattato, qua e la, in giro per la rete. Ogni tanto, magari in occasione di qualche “buco”, capita anche che ne parlino le testate giornalistiche maggiori (come è successo qualche giorno fà con la questione legata alle nuove “condizioni d’uso” di Facebook.

Eccezion fatta per questi sporadici e fortuiti casi, però, il problema di fondo rimane ed è quello della completa assenza di una “cultura della privacy” (ed è un problema che non riguarda la sola Italia): se gli utenti si interessassero della loro privacy, della Data Retention e di tutte le altre questioni che ruotano intorno a questo delicato tema, trovereste forse qualcuno che di fronte all’annuncio della nuova rete unificata di sorveglianza milanese risponderebbe “non ho niente da nascondere”? O pensate piuttosto che Facebook ci avrebbe pensato due volte, prima di cambiare unilateralmente e senza dare adeguate spiegazioni le sue “condizioni d’uso”?

Il problema principale, d’altra parte, non stà nel fatto che vengano lasciate online, dagli utenti, loro informazioni più o meno private e personali: il vero cuore della questione è che ne sono assolutamente all’oscuro; non c’è percezione del valore delle informazioni che consegnamo in giro per la rete e la più ovvia e logica conseguenza di ciò è che ci lasciamo abbindolare dal primo che passa, salvo poi urlare e strepitare (al limite riportando belantemente quanto scritto da altri) nel momento in cui ci rendiamo conto di essere stati fregati, di aver concesso troppo.

Purtroppo prima o poi il caso esploderà seriamente, arrivando (magari con qualche secondo fine) all’attenzione della nostra inetta e profondamente ignorante (specchio d’altra parte della società in cui viviamo) classe politica; a quel punto, come quasi sempre accade, la questione verrà affrontata e “risolta” malamente, con il “proibizionismo”. D’altra parte così come capitato con il Decreto Pisanu e le reti wireless, o con la questione del copyright e del peer-to-peer, è molto semplice vietare un progresso tecnologico che cercare di comprenderlo, gestirlo e guidarlo…

Un nuovo digital divide

dscf1289.jpg La Rete fa parte ormai della vita di molti di noi. Già il fatto che stiate leggendo queste righe (che sono su un blog, una delle “nuove frontiere” del web), fa di voi degli utenti “avanzati” della rete, appartenenti di un’elite di internauti che sono in grado di sfruttare al massimo le potenzialità che la più grande rete di intercomunicazione mette a disposizione. La mia vita è impregnata dalla rete: registro le trasmissioni televisive con Faucet di Vcast, ho le mie foto su flickr, leggo notizie e mi documento usando l’aggregatore di feed Google Reader, sono connesso ai principali servizi di instant messaging, ho un blog, tengo la mia contabilita su Kiaraservice, ho un profilo lavorativo su LinkedIn e tanto altro ancora. Quando devo cercare un numero di telefono, non sto neppure a cercare la rubrica cartacea (che onestamente non sono più neppure sicuro di avere), ma apro direttamente un browser su Paginebianche.it. Qualcuno potrebbe parlare di “dipendenza da internet” (ed è decisamente una forzatura), ma il punto non è questo.

Il punto è invece, come dicevo, nel fatto che l’accesso culturale a queste risorse è privilegio di una ristrettissima porzione della popolazione. Ancora non è stato risolto il primo stadio del digital divide (ovvero il possesso di uno strumento di comunicazione digitale, un pc) in tutte le regioni (figuriamoci a considerare il problema a livello mondiale), non è stato risolto il secondo stadio (la formazione necessaria alla comprensione ed all’uso elementare di internet) che ecco nascere un terzo livello: l’uso “avanzato” delle risorse disponibili. L’uso di internet per posta elettronica e mera navigazione occasionale, ridotta spesso e volentieri ai soli siti istituzionali e/o di giornali online, è un uso estremamente limitato di internet, equiparabile in qualche modo al saper a mala pena “leggere e scrivere” di cinquant’anni fa.

L’evoluzione della tecnologia e di internet non lascia scampo. La Rete evolve molto più velocemente di quanto la gente sia in grado di comprendere, continuando così a formare classi “incrementali” di ignoranti (nel senso letterale del termine, “coloro che ignorano”), che lentamente vengono tagliati fuori dalle possibilità offerte dall’evoluzione e sostanzialmente senza alcuna speranza di recuperare il “gap”.

Il problema, a mio avviso, è serio e richiede un’intervento forte e strutturale, una presa di coscienza netta da parte della società in toto. Purtroppo poi penso che più di un italiano su 3 vota per Berlusconi e mi dico che abbiamo ben poche speranze… sarò pessimista ma…

Non solo negli USA…

Flickr Fan Art Pool L’ignoranza in fatto di informatica dei “non addetti ai lavori” è assolutamente disarmante. Non arriva nemmeno alla soglia di decenza che è richiesta per effettuare tutte le altre comuni attività della “vita quotidiana”, eppure la gente da per assunto di saperne a sufficienza per poter aprire bocca.

Scopro da Punto Informatico di oggi della “simpatica” vicenda di un ragazzo americano che si è visto “punire” per aver usato “Foxfire.exe” (Mozilla Firefox) sul pc della scuola, al posto dell’unico browser esistente sulla faccia della terra, “Internet Explorer” (si chiama “Internet” no? Quindi solo lui può accedere ad internet! E’ naturale!). Si è poi scoperto che in realtà la notizia è falsa e tendenziosa (in se per se), ma è talmente verosimile da essere stata ripresa a destra e a manca in giro per la rete.

Purtroppo posso portare un esempio di cui sono stato in qualche modo testimone (anche se per interposta persona) quando una delegazione del gruppo studentesco è andata a colloquio con coloro che si occupano della gestione dell’infrastruttura informatica dell’ateneo, e quando è stato comunicato che un rappresentante studentesco aveva sostituito, sul pc che gli era stato affidato, Windows con una Ubuntu, “qualcuno” dei presenti se n’è uscito con la frase “avete installato del software craccato sul pc!”.

Ora, non pretendo che ogni essere umano del pianeta conosca Ubuntu, figuriamoci. Ma che di fronte ad un qualcosa che non conosce (ed assume essere software, a ragione), si informi prima di blaterare si!

Civilissima Italia…

Proprio ieri scrivevo di razzismo, di immigrazione, di Rumeni, di provvedimenti dello stato dopo la morte della povera Giovanna Reggiani. Ne riparlavo oggi, a pranzo, con Laura (che ha posizioni alquanto differenti dalle mie, su questo aspetto).

La mia paura principale, ieri, oggi, era il linciaggio mediatico/politico che è stato montato nei confronti della comunità rumena in Italia. Scrivevo ieri, relativamente alle affermazioni di Veltroni (ma vale anche per quelle di Prodi e degli altri politici che più o meno indistintamente si sono espressi sulla vicenda) che

poco valgono, nell’orgia mediatica, le precisazioni da lui fatte relativamente ai tanti rumeni che invece vivono e lavorano civilmente nel nostro paese.

Ed evidentemente era una paura giustificata, visto che una decina di ignorantissimi razzisti (italianilidl-torbellamonaca-rom.jpg), per di più vigliacchi (hanno agito a volto coperto), hanno aggredito nel tardo pomeriggio 4 rumeni nel parcheggio di un centro commerciale di Tor Bella Monaca, con pugni, bastoni, spranghe e coltelli, spedendone tre all’ospedale, uno dei quali in fin di vita.

Ora, io questa reazione me l’aspettavo. Conosco i miei connazionali, era nell’aria. Era nell’aria da tempo, non solo dopo le parole dei politici di ieri. E’ nell’aria da anni, con la Destra e la Lega costantemente impegnate a fomentare l’odio razziale, a promuovere fiaccolate “contro l’Islam”, leggi discriminatorie e via dicendo. Ma certo le parole di ieri hanno un peso importante su quanto avvenuto oggi pomeriggio.

E allora mi chiedo: Veltroni, oltre al condannare il gesto di oggi (ci mancherebbe altro), al voler precisare (in ritardo ed inutilmente perchè il messaggio non passa) che si appella “ai valori della convivenza civile e non della vendetta”, non si sente un po’ colpevole di quello che è successo? Non è il caso di pensare più a lungo, a come proporre delle iniziative, prima di mettere in mezzo qualche innocente? Perchè c’era modo di dirlo diversamente… bastava riflettere e non agire d’impulso… qualcosa che mi aspetto che un Politico del Suo calibro sappia fare…

E lo stesso vale per tutti gli altri politici che ieri ed oggi si sono espressi duramente contro una comunità nel suo complesso, relegando le doverose precisazioni ai margini se non addirittura tra le righe delle proprie affermazioni… l’abolizione del meccanismo della “vendetta” è stata una delle più grandi conquiste dell’umanità negli ultimi secoli, eppure oggi stiamo rapidamente regredendo allo stato dei nomadi arabi del deserto che la praticavano come forma di giustizia privata.

A quando il ripristino della pena capitale in Italia? Quanti italiani sarebbero pronti a votarlo?

Proposte per il 22 giugno

Il 22 giugno, presso lo IULM di Milano, si terrà una manifestazione dal titolo “Condividi la Conoscenza“, che si vuole proporre come punto di partenza e riflessione sull’impatto dei “nuovi media” sulla nostra vita, sulla politica e sull’industria.

Chiamato alle armi dal buon Fiorello Cortiana, ho provveduto questa sera a proporre 3 diversi “nodi di riflessione” a mio avviso particolarmente importanti, e sui quali invito tutti a discutere e confrontarsi. Li riporto anche qui, per dare ulteriore risalto alla lodevole iniziativa.

Quantificazione del valore virtuale
Parlando con un caro amico, non molto tempo fa, mi faceva notare quanto fosse difficile investire in “innovazione” e “nuove tecnologie” in Italia, senza avere adeguati fondi alle spalle.

Questo perchè le banche e le società di venture e capitali, nel nostro paese, misurano ancora la bontà di una proposta di investimento in base alle immobilizzazioni materiali che il richiedente può portare. Questo aspetto è stato ulteriormente evidenziato quest’oggi durante un incontro presso il Politecnico di Milano, al quel ho partecipato.

Nel campo della cultura, quali immobilizzazioni possono essere “spese” per ottenere un investimento? Praticamente solo brevetti e diritti d’autore o di “proprietà intellettuale” (detesto questo termine, perdonatemi), che a mio avviso sono solo briglie e freni all’innovazione, alla produzione di cultura ed alla sua diffusione.

E’ assolutamente necessario che si faccia una seria riflessione, e si trovino delle proposte applicabili ed efficaci, per consentire una quantificazione oggettiva della bontà di un investimento in un ambito come quello della cultura, o dell’industria del software, dove le immobilizzazioni materiali non hanno praticamente necessità di esistere.

Pubblico dominio materiale
Quando si parla di “proprietà pubblica”, si pensa sempre ad aquedotti, autostrade, ferrovie. E quando queste proprietà vengono in qualche modo intaccate dalle privatizzazioni, si sentono salire urla di protesta. Tutto corretto, tutto assolutamente condivisibile, ma tutto, strettamente, materiale.

La privatizzazione delle infrastrutture di comunicazione, tanto importanti per la produzione e la diffusione della conoscenza, non arreca forse un danno paragonabile, se non superiore, alla privatizzazione di acquedotti, autostrade e ferrovie?

Come può una rete di larga banda (ma anche una rete di fonia, o la semplice proprietà ed efficienza di una emittente televisiva statale di qualità) che si confronta con mere logiche di profitto, senza tener conto di quelle che sono le esigenze culturali dei cittadini?

Bisogna che si prenda coscenza che l’infrastruttura di rete e (tele)comuncazione del nostro paese è un bene primario per la stessa economia italiana, e come tale, va difesa e rigidamente controllata.
La rete internet italiana non può essere in mano ad un monopolista (in palese conflitto di interessi, tra l’altro) come Telecom, i cui disservizi sono ormai divenuti barzellette fuori dai confini del nostro paese.

Riduzione del Digital Divide
Il termine “digital divide” purtroppo viene usato in modo piuttosto variegato, quindi la riduzione dello stesso è qualcosa di poco tangibile.
In questo caso, per “digital divide” intendo il divario culturale che impedisce a tutti i cittadini di fruire liberamente dell’innovazione (altro termine abusato, a mio avviso), di fatto creando cittadini di serie A e cittadini di serie B, e contribuendo quotidianamente ad ingigantire questo divario.

A mio avviso sarebbe necessario riflettere su quali ragionevoli proposte possano essere avanzate per combattere efficacemente questo problema.

Un punto da tenere presente è che piu che stimolare un’offerta (formativa?) che già per altro esiste, anche in maniera alquanto diffusa, e prima ancora di trovare i criteri economico/fiscali atti a spingere questa “riduzione”, è importante comprendere che va stimolata la richiesta stessa, rendere i cittadini stessi partecipi di questo processo, perchè nessun tipo di forzatura, nel campo della conoscenza, è in grado di portare benefici a medio/lungo termine.

Innovazione d’importazione

Sono ormai alcuni anni che si sente parlare di “bisogno di innovazione”, di “necessità di innovare”, in particolare nei discorsi piu o meno elettorali dei nostri politici. Ieri mi chiedevo, alla fin della fiera, il senso di questa benedetta “innovazione” che si va cercando.

Infatti le dichiarazioni sono piuttosto contrastanti: da una parte si sente questa impellente necessità di “innovare”, dall’altra si continua a considerare la formazione un puro costo, sia in termini di tempo, sia in termini prettamente economici. Ecco allora che le aziende italiane cercano di “delocalizzare” i settori di “Ricerca e sviluppo”, che la “Ricerca” nel Bel Paese è appannaggio della sola università, che non si finanziano i dottorati di ricerca, che si spendono barcate di danaro in strutture “di eccellenza” che rimangono chiuse per ristrutturazione mentre raccolgono i fondi (IIT di Genova, la cui sovvenzione è stata patrocinata dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti).

Non ci vuole molto ad associare a questo spirito anche la mitica “fuga di cervelli”, che ormai da anni impoverisce drammaticamente il settore della ricerca del Bel Paese, trasferendo quasi tutta l’eccellenza fuori dai confini nazionali, a vantaggio di quegli stati dove si è finalmente capito che è proprio dalla ricerca e dalla formazione che si ottiene quella “innovazione” che tanto serve per il “futuro”.

Ma non è solo colpa dello “stato”, come spesso si ritiene. Anche le aziende considerano la formazione del personale un puro costo nella maggior parte dei casi: basti pensare che Microsoft inserisce la “necessità di formazione” nel “Total Cost of Ownership” che sfrutta per affossare GNU/Linux nella corsa alla fornitura di servizi software (salvo poi ritrattare quando deve vendere Vista e Office 2007, guarda un po’…).

Ma allora, tutta questa “innovazione” di cui si farnetica, più che prodotta, deve essere solo importata? Davvero riteniamo l’Italia un paese di “poeti, santi e navigatori” al punto da considerare inutile il minimo impegno per la Nostra innovazione? Innovazione significa acquistare dagli Stati Uniti o dalla Cina le tecnologie, e limitarci ad adottarle, come pecore?

L’altro giorno, discorrendo piacevolmente con un collega, mi raccontava di come un’impresa che cerchi di valorizzare un progetto, si imbatta immancabilmente con le banche che, per concedere un finanziamento, usano come unico parametro di valutazione le immobilizzazioni che l’azienda detiene: e nel caso di aziende che fanno software? Che magari hanno in mano l’idea rivoluzionaria, e chiedono fondi per buttarsi nel mercato? Niet. Ciccia. Cavoli vostri (e non mi si venga a dire che la soluzione a questo problema sarebbero i brevetti software…)

A tutto questo, con un involontario tempismo da far invidia, presento un appuntamento all’organizzazione del quale ha partecipato anche il sottoscritto: martedi 22 maggio, dalle ore 21:00 presso Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo, Franco Filippazzi parlerà della sua esperienza nell’ambito del progetto ELEA 9003, e della storia di un’azienda che ricerca ed innovazione ne faceva (la Olivetti di Adriano Olivetti) ma che fu letteralmente demolita dopo la sua morte. Un incontro davvero interessante, a cui invito tutti a partecipare.

Chiuso l’inciso, un’ultima considerazione: più passa il tempo, e più mi convinco che quello che realmente manca alla società italiana è l’attribuzione del giusto valore alle competenze, alla conoscenza, alla formazione, perché no, alla ricerca. Cosi, gente, non andremo da nessuna parte…