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Come la Cina

Censura

Nahuel |Bossanostra| via Flickr

Non potevo trovare un titolo più descrittivo: l’Italia come la Cina, è tra i pochi paesi al mondo ad applicare la censura ad internet: sebbene la Cina la applichi in modo più vasto, infatti, il principio è lo stesso.

Dapprima in Italia è stato vietato l’accesso a siti di scommesse non associati all’AAMS (Monopoli di Stato) e fin qui si poteva anche ritenere che ci poresse stare (nel senso che si poteva pensare ad un maggior controllo ed una maggior sicurezza per gli internauti italiani).
Poi, usando lo stesso meccanismo, si è provveduto ad oscurare “thepiratebay.org”, un sito svedese che ospita i così detti “torrent”, files che consentono di scaricare files (legali e non) in modalità peer-to-peer (e che risulta ancora oggi inaccessibile dall’Italia).

Per lo stesso principio (colpire il produttori di coltelli anziché l’assassino), ora si condanna Google per via di un video (per quanto riprovevole) caricato sul servizio YouTube.

Ed in tutto questo, la cosa che trovo più scandalosa, è l’assoluta mancanza di interesse, capacità di comprendere, protesta da parte degli italiani.

Mi tornano in mente alcune frasi, perché sembrano descrivere in modo spietato la realtà attuale del nostro paese:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Martin Niemöller

Un modello fallimentare

cina-lavoratoriQuesta notte guardavo l’ultima puntata di Report (il tempo è quello che è) . Si tratta della puntata la cui prima parte è dedicata alle “imprese che resistono”, alla concorrenza sleale cinese nel settore dei poltronifici di Forlì. Tema toccante e sentito, naturalmente, ma che scoperchia un vaso di pandora di altri problemi: pressione fiscale troppo elevata (diretta conseguenza della pesante evasione, naturalmente), leggi sui contratti di lavoro pensate per favorire unicamente i datori di lavoro (favorendo così anche le aziende di cinesi che sfruttano e segregano i propri dipendenti, tema centrale del pezzo di Report), controlli sul lavoro inesistenti (complessivamente, a Forlì, 12 nel 2006, ben 5 nel 2007), etc etc…

Il problema più grosso che il pezzo di Report mette in risalto, però, non è quello della concorrenza sleale delle aziende di immigrati sfruttatori, ne tanto meno la crisi che in modo più o meno marcato sta colpendo il nostro (già di suo alquanto disastrato) paese, bensì il problema di un modello economico ormai fallimentare, assolutamente inadatto ai tempi globalizzati che stiamo vivendo. Positiva o meno che sia (e qui si aprirebbe non un altro capitolo, ma un libro intero, nella fattispecie “No Logo”, di Naomi Klein) la globalizzazione selvaggia non è più un’ipotesi ma una realtà concreta, oserei dire un muro di mattoni contro cui si infrangono le speranze di molti degli imprenditori nostrani.

Questa si che è una crisi, ed è una crisi generalizzata, che abbraccia l’insieme dell’industria italiana (ed europea, probabilmente), alla quale però ancora stentiamo a dare una risposta, a reagire. Molto meglio piangersi addosso, chiedere norme protezionistiche che rimandano il problema senza risolverlo. Poi però non si esita ad accoltellare il proprio vicino per qualche spicciolo (sempre con riferimento a quanto detto domenica sera a Report). Invece di puntare sulla qualità, o sull’innovazione, sull’esperienza, inventarsi qualcosa di nuovo, preferiamo scendere nell’arena del più forte a combattere la battaglia già persa della riduzione all’osso dei costi, con danni irreparabili a livello sociale (più disoccupati, meno potere d’acquisti, il circolo vizioso che ne consegue).

D’altra parte per fare un salto di qualità, per rispondere a questa crisi, servirebbero imprenditori coraggiosi e governi competenti, qualità che purtroppo paiono essere poco diffuse nell’occidente “capitalista”…

Delle Olimpiadi di Pechino e delle loro conseguenze

Beijing National Olympic Stadium 14 Sono terminate, ormai da diversi giorni, le Olimpiadi cinesi. Si è trattato indubbiamente di una delle edizioni più discusse (anche se in generale l’evento olimpico si presta parecchio alle polemiche) , prima e durante il suo svolgimento: dapprima la questione tibetana, con gli appelli al rispetto dei diritti umani e le minacce di boicottaggio, poi con la questione russo-georgiana, con le polemiche legate all’arbitraggio, all’età di alcuni dei partecipanti (pare piuttosto inferiore ai 16 anni minimi previsti dal regolamento). Come tutti gli eventi però, la parte fondamentale da analizzare (e che solitamente rimane poi quella meno trattata) è costituta dalle conseguenze, sicuramente più durevoli nel tempo che non la diatriba sull’età di questa o quella ginnasta locale, o sull’opportunità o meno di assegnare l’ottavo oro a Phelps.

Indubbiamente il primo aspetto da trattare è quello legato al boicottaggio ed alla questione del rispetto dei diritti umani in Cina. Come avevo già avuto modo di dire abbondantemente prima dell’inizio dei giochi, l’unica occasione per intervenire concretamente sulla questione, consisteva nel rifiutare la candidatura cinese per i giochi del 2008: che senso può avere assegnare i giochi olimpici alla Cina (ben conoscendo la situazione politica e sociale del Paese) e poi urlare allo scandalo e minacciare boicottaggi? Soprattutto facendolo coscienti che per motivi politici ed economici la cerimonia d’apertura non avrebbe potuto in ogni caso essere realmente boicottata (avete pensato a che conseguenze potrebbe avere un “irrigidimento” delle importazioni e/o esportazioni di un colosso dell’economia mondiale come la Cina?). Ogni pressione successiva all’assegnazione dei giochi è stata come si poteva prevedere, agevolmente aggirata dal governo (ad esempio il CIO aveva imposto alla Cina di sospendere i sistemi di censura di internet per tutto lo svolgimento delle olimpiadi, cosa che a quanto ne so’ è stata bellamente ignorata dagli organizzatori, senza incorrere per altro in particolari sanzioni).
Indubbiamente le Olimpiadi sono servite a risvegliare l’attenzione dei mass media e della società civile sulla questione tibetana, ma proprio l’attenzione dedicata al Tibet ha tolto il fuoco degli obiettivi sul rispetto dei diritti umani all’interno della Cina (non solo in Tibet vengono violati), dalla questione del rispetto della privacy e della censura, dalle persecuzioni che ancora vengono attuate a discapito di minoranze religiose nel paese: gli organizzatori hanno sapientemente riportato l’attenzione sui giochi e messo così sufficientemente a tacere le proteste che sono pur continuate per tutta la durata dei giochi, tranquillamente ignorate dalla stampa internazionale presente sul posto.

Le Olimpiadi di Pechino hanno oltretutto costituito per il governo cinese un’ottima occasione per incrementare ulteriormente i sistemi tecnologici volti al controllo della popolazione: con la scusa infatti di garantire la sicurezza di spettatori ed atleti, sono stati chiesti alla popolazione cinese i soliti sacrifici in termini di privacy (gli stessi che vengono costantemente chiesti a noi “occidentali” in nome della lotta al terrorismo), consentendo l’installazione di tutta una serie di telecamere ed impianti di sorveglianza che, manco a dirlo, resteranno in funzione anche ora che i giochi olimpici sono terminati, andando così a rendere ancora più gravi i problemi esposti nel paragrafo precedente (violazione dei diritti umani, persecuzioni e via discorrendo)

La grande vittoria della Cina con queste olimpiadi, sotto ogni profilo, è indubbiamente quella dell’immagine: la Cina che emerge dalle Olimpiadi 2008 è forte e determinata, moderna ed “occidentale”. Sul piano mediatico interno, grazie alla fortissima propaganda del governo (paragonabile negli ultimi anni solo a quella della Cina di Mao), abbiamo assistito alla vittoria, olimpica (con la impressionante raccolta di ori) e politica, della Grande Cina (ricordiamo che per i cinesi la Cina non è un paese emergente, ma un paese che torna in primo piano sulla scena internazionale dopo aver dominato il mondo fino al XIX secolo). Vittoria conseguita per altro contro il resto del mondo, che tra minacce di boicottaggi e palesi atti d’accusa (ricordate la questione della torcia olimpica?) aveva tentato in ogni modo di fermare la rinascita politica del paese del sol levante, estorcendole ciò che spettava loro di diritto (i giochi, per l’appunto).
Sul piano internazionale invece, la Cina emerge rafforzata dai quindici giorni olimpici: alla resa dei conti, l’impressione è che le Olimpiadi abbiano avvallato di fatto le politiche attuate dalla Cina (dopotutto, ancora una volta, gliele abbiamo assegnate e si sono svolte, no?), consacrandola definitivamente tra i grandi paesi del mondo industrializzato (le minuscole sono volute). Come si potrà, ora, tenerli fuori ad esempio dal G8?

China is getting ready…

amnesty-china-2008.jpg

La Cina è un grande paese. Ma in quanto a rispetto dei diritti umani, proprio non ci siamo

  • In questi giorni in Tibet è in corso l’ultimo drammatico episodio di una storia che va avanti, nel silenzio generale (rotto solo dalle visite del Dalai Lama in giro per il mondo), da anni.
  • La libertà d’espressione ed informazione è un’utopia al punto che, insieme all’Italia, la Cina è una delle poche nazioni al mondo a censurare internet.
  • La pena di morte (e qui sono in buona compagnia) è una realtà pesante, in Cina, in compagnia di tortura, violenze sui difensori dei diritti umani stessi, e via dicendo.

Le Olimpiadi che si svolgeranno quest’anno in Cina, sono un’occasione irripetibile per la Cina per dimostrare di essere un paese maturo, ed un’altrettanto irripetibile occasione per la comunità internazionale per far fare alla Cina un passo avanti sotto questo profilo.

Invece, ignorando completamente gli appelli delle numerose organizzazioni internazionali che si stanno battendo per la causa, proprio la comunità internazionale sta arrivando al fatidico appuntamento con il sorriso sulle labbra, al punto che la Cina è stata, per l’occasione, depennata dalla lista nera USA degli stati che non rispettano i diritti umani (nella quale, c’è da dire, non compaiono nemmeno gli USA e la Russia).

Mi unisco allora ai già numerosi blogger (e non) che si stanno mobilitando per sensibilizzare sulla questione “diritti umani” in Cina, sperando che si riesca a fare quel minimo di rumore necessario affinché la Cina sia in grado di cogliere la sua grande occasione…

Ma chi se ne frega!

Dalai_Lama_press_conf1_01 Parlavo ieri dei rimorsi del Dalai Lama relativamente alla sua visita in Italia, dicendo, testuali parole, di vergognarmi dell’atteggiamento del governo nei suoi confronti, poiché non avevano accettato di incontrarlo. Oggi, scopro che il Dalai Lama è stato in visita a Montecitorio, invitato dal Presidente della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti, il 14 dicembre, due giorni prima del mio post.
Naturalmente devo fare pubblica ammenda della mia mancanza di informazione e porgere le mie scuse al presidente Bertinotti (rimangono in parte quelle al governo, che avrebbe potuto promuovere un incontro ufficiale, visto il personaggio). Mi ero tra l’altro dimenticato di citare il fatto che il Dalai Lama è stato accolto a Torino, che lo ha persino fatto cittadino onorario, come fatto notare in un commento del post precedente.

La notizia del giorno però, sono le proteste ufficiali della Cina, che tramite il proprio ambasciatore in Italia, facendo riferimento all’accorato appello lanciato dal Dalai Lama (che chiedeva un sostegno morale, pratico e concreto agli italiani affinché vengano rispettati i diritti che spettano ai tibetano, pur garantiti dalla Costituzione cinese), ha fatto presente quanto segue:

A Bertinotti é stato manifestato l’auspicio che il Parlamento Italiano, la massima istituzione di questo Paese, non offra facilitazioni nè luogo al Dalai Lama, che fa una forte attività separatista

La mia personale risposta al governo cinese, non mediata dai delicati rapporti internazionali di cui invece devono tenere conto i nostri politici, è questa: se voi rispettaste i diritti dei tibetani (e dei vostri cittadini in generale), probabilmente i monaci buddisti non avrebbero così tanto bisogno di separarsi dalla Grande Cina. Quindi, di fatto, chi se ne frega se vi picca che il Dalai Lama venga accolto alla Camera; in quanto uomo religioso e politico di calibro internazionale, è normale che questo venga fatto. Se sarà in grado di “attirarsi le simpatie del governo italiano” relativamente alla questione tibetana, significa che la sensibilità italiana sull’argomento sarà più propensa ad accogliere le posizioni del Dalai Lama che quelle della Cina. Sono cose che succedono.

Più pacata, ma nei fatti molto simile, la risposta dell’ufficio stampa di Montecitorio:

il presidente della Camera ha ribadito all’ambasciatore cinese il significato e il valore dell’iniziativa della Camera dei deputati che ha ospitato il Dalai Lama, offrendogli la possibilità di esprimersi in un luogo così rilevante sia dal punto di vista istituzionale che politico. L’incontro è stato realizzato per la rilevanza internazionale del Dalai Lama, premio Nobel per la pace, e per dare voce all’istanza di autonomia culturale e religiosa del popolo tibetano. Istanza che il Dalai Lama ha rappresentato riconoscendo contemporaneamente l’integrità geografica della Repubblica popolare cinese.

I miei complimenti.

I rimpianti del Dalai Lama

Dalai Lama_Geelong_6_ 10.jpg Dopo la magra figura ottenuta dai politici italiani al momento della visita in Italia del Dalai Lama (non ancora conclusa), che per non dispiacere il governo Cinese non sono andati ad accoglierlo all’aeroporto, non gli hanno consentito di incontrare il governo (ne il Papa, se è per questo), arrivano le prime reazioni da parte del Dalai Lama stesso che, intervistato da Repubblica, parla dei rimpianti di questa sua visita nel Bel Paese.

In linea con la grandezza spirituale del suo personaggio, il Dalai Lama si scusa per essere “cosi ingombrante”: in Tibet la repressione nei confronti dei monaci e dei religiosi buddisti è piuttosto pesante, al punto che è proibito pronunciare il nome del Dalai Lama, eppure proprio “Oceano di Saggezza” chiede che le olimpiadi in Cina non vengano boicottate (come invece era stato proposto da alcuni movimenti proprio per fare pressioni sul governo Cinese riguardo la questione tibetana), perché in fondo la Cina è un grande paese e se le merita.

Mi riempie di imbarazzo l’atteggiamento del nostro governo (e anche quello del Papa, in un certo senso) nei confronti di un uomo di questo calibro.