Non so che titolo dare a questo post

Non so che titolo dare, non so come commentare. Dire “non ho parole” ormai è inflazionato. Vi invito solo ad ascoltare…

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Un pensiero su “Non so che titolo dare a questo post

  1. alberto

    sinceramente non capisco cosa ci sia da scandalizzarsi e perchè non avere parole.
    dove sta l’errore di ciò che si discute?
    è assolutamente reale dire che, in particolare per i più giovani, dove lo stadio della coscienza di sè e della realtà non è prettamente sviluppato al massimo, i blog sono una sola cosa: la vetrina di se, e la visibilità che essi generano è il biglietto da visita di molti ragazzi e ragazze, che non hanno la tua età e nemmeno la mia (con le debite eccezioni).

    una volta ci si bullava con gli amici al bar, all’oratorio, in piazza.
    ora sul web.

    e il blog altro non è che la trasposizione on-line, con una enorme libertà in più rispetto alle azioni che si possono/vogliono compiere nell’ambito sociale, di ciò che si è, anche se spesso ciò che si trasmette è una esagerazione di se e non la realtà. appunto è e-bulloalbar.

    diciamola tutta. in un mondo in cui conta la visibilità di se, della marca, in un mondo in cui la proliferazione dell’informazione e dei servizi e tale e tanta, anche le persone diventano oggetti da essere visti. questa è la visibilità. ed è grave che la costruzione di se derivi da questa sovraerposizione mediatica, priva del concetto di se e frutto di una società elaborata dal e devota al marketing. dove non conta il contenuto, conta l’apparire.
    [certo, grazie alla rete se poi sei una merda sei finito…vedasi appunto i blog nella loro accezione migliore di costruzione della realtà basata su esperienza diretta].

    occorre anche dire che non sempre uno è ciò che dice nei blog, sotto falso nome (o nick name che sia), quindi una dose di allarmismo è esagerata nei fatti.
    cosi come dire che in generale i blog sono solo espressione di un disagio nella costruzione di se, è troppo. ma se indirizziamo l’attenzione a ciò che dice la trasmissione, all’età dlele persone, al disagio sociale e culturale che comunque una buona fetta di scoietà giovane vive dentro di se e quindi trasponde nel quotidiano, è anche vero che la deviazione dell’immagine nell’esplosione dei contenuti e dell’informazione comporta, per chi ha meno coscienza, la necessità di essere ciò che non è. di apparire per ciò che non è. e di fare ciò che non vuole.

    a mio modo di vedere sono le ultime battute di una modalità di coscienza basata solo sull’immagine di se. cosa che è stata necessaria per uscire dall’oscurantismo religioso e culturale. ora non lo è più.
    citando fabio volo “non è che siamo più liberi, è che la corda è più lunga”. si, ma il vincolo rimane dentro di se. e queto modo di essere visibile e virtuale è il capolinea, perchè ne è l’estremo. la corda si allunga e prima o poi si spezza, mostrando cosa realmente siamo e che cosa conta davvero.

    citando invece “into the wild”: la felicità è tale se condivisa.

    ecco, mi auguro che dall’esplosione di un’ipertrofica personalità online, si giunga a comprendere che è stando insieme e non essendo i re del mondo ipervisibili invitando al consumo di se (come fossimo una lattina di qualche cosa), che si può essere felici.

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