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Come cambia ora WikiLeaks?

Mi è stato chiesto come cambierà WikiLeaks dopo l’arresto di Julian Assange. Non avendo io la “palla di vetro” posso solo fare qualche ipotesi, basandomi ne più ne meno su quello che vedo, leggo, sento.

Cominciamo dal punto di vista di WikiLeaks: l”arresto di Assange non rappresenta per l’organizzazione di WikiLeaks un grosso problema. Non solo perché a differenza di quello che i media lasciano trapelare, WikiLeaks non è composta dal solo hacker australiano, ma soprattutto perché ritengo che un suo arresto potesse essere prevedibile tanto quanto il rifiuto della scarcerazione su cauzione e (non è ancora giunto il momento ma credo che non mancherà molto), l’estradizione (vedremo se verso la Svezia o direttamente negli USA). Sicuramente Assange ha negli ultimi giorni dato adeguate istruzioni al board di WikiLeaks sia riguardo l’elezione di un suo successore sia riguardo la politica da seguire per difendere lui e l’organizzazione stessa.
Negli ultimi giorni infatti molti sono stati gli esempi di aziende e/o organizzazioni che hanno deciso di schierarsi apertamente contro WikiLeaks (quindi contro l’idea di un’informazione libera e della possibilità di una democrazia più diretta basandola sulla trasparenza forzata di governi, aziende e società varie): PayPal, Visa, MasterCard sono solo alcuni dei grandi nomi che nelle ultime ore hanno apertamente deciso per questa strada (ed io sto ponderando le mie decisioni in proposito).
WikiLeaks continua naturalmente ad essere apertamente supportato dalla stragrande maggioranza della comunità hacker mondiale (che sulla trasparenza e la libera circolazione delle informazioni ha basato la propria filosofia esistenziale) e che che ne dica Libero, non credo proprio che ad esultare per l’arresto di Assange sia “mezzo mondo”, forse non arriviamo nemmeno alla metà dei quattro scannagatti che leggono la testata (tralasciando poi il ministro Frattini che parla di “processo”, visto che il nostro primo ministro è il primo a non farsi processare da ormai alcuni lustri).

Dal punto di vista della diplomazia internazionale invece, si tratta di una “vittoria di Pirro”: in primis perché l’arresto di Assange non è legato alla divulgazione del materiale diplomatico, ma sul palliativo di una accusa di stupro e violenza carnale in Svezia, che ricorda fin troppo da vicino il trucchetto dell’evasione fiscale utilizzato per arrestare Al Capone. Secondariamente perché questo non fermerà WikiLeaks, che già stanotte rilascerà un’altra quota parte del materiale in via di vaglio. In terza battuta, perché un’altra volta si è persa l’occasione (a livello internazionale ma non solo) di comprendere ed analizzare le reali ripercussioni che un mezzo di informazione orizzontale e libero, come internet è, ha sul mondo reale; un’altra volta si è cercato di mettere un bavaglio, di cassare, di censurare. Questa strategia si è già dimostrata ampiamente fallimentare: pensiamo alla questione del diritto d’autore, della Cina che censura i siti web dei dissidenti (e non).

Alla fine di tutto il ragionamento, credo che si possa dire che l’arresto di Assange costituirà, per qualche giorno, il bianconiglio estratto dal cilindro e fatto correre di fronte alla stampa internazionale, per sviarne l’attenzione. Non cambierà nulla della sostanza e le prossime rivelazioni (di WikiLeaks o chissà di chi altri, nella marea di informazioni che internet è in grado di generare) riporteranno il tema alla ribalta.
Chissà che la prossima non sarà la volta buona di farci su un pensiero un po’ più profondo di “vendetta e sangue”…

WikiLeaks, Assange e la libertà d’informazione

Julian Assange

Julian Assange (biatch0r via Flickr)

In questi ultimi giorni, il nome “WikiLeaks” è sulla bocca di tutti, anche tra le parole di qualcuno che, senza alcuna cognizione di causa, pretende di dare pareri definitivi a riguardo. E non mi riferisco solo a politici, sia chiaro.
Non vorrei dilungarmi troppo neppure su cosa sia WikiLeaks e sulle rivelazioni che ha pubblicato negli ultimi giorni.

Quello su cui invece mi piacerebbe spendere qualche parola è ciò che WikiLeaks rappresenta, ossia l’emblema (attuale) della libera circolazione dell’informazione, potenziata enormemente dal mezzo che internet è.
Vorrei sottolineare come ciò che oggi si cerca di fare con WikiLeaks (ovvero, sostanzialmente, impedire la diffusione di conoscenze non gradite al potente di turno) si è cercato di fare, ed a volte “riuscito”, a rotazione con molti dei “fenomeni” che il web ha proposto: YouTube, Facebook, Wikipedia e via discorrendo. Noi italiani poi abbiamo particolarmente a cuore questo genere di pratiche, visto che a tutt’oggi impediamo l’accesso ai nostri concittadini a tutti quei siti di scommesse che non pagano il pizzo all’AAMS (esattamente come se vi impedissero di andare a Montecarlo perché li c’è un Casinò).

Nella fattispecie, quest’oggi abbiamo assistito al blando ed inefficace tentativo di bloccare l’accesso al sito di WikiLeaks dirottandone e filtrandone le entry DNS. Il sito ha rapidamente consentito un accesso da altri IP, con altri URL e i nostri amici di EveryDNS, che hanno così raccolto, come unico risultato, una ben magra figura. Si era precedentemente tentato (“non si sa” per mano di chi) un DDoS (Distributed Denial of Service), domani si tenterà con l’arresto di Assange grazie al primo mandato internazionale della storia spiccato a seguito di un’accusa di violenza carnale (non voglio difendere Assange, sia ben chiaro da buon principio). Senza per altro considerare il fatto che Julian Assange (che non è certo uno sprovveduto) avrà organizzato tutta una serie di ritorsioni che scatteranno proprio nel momento in cui egli venga messo sotto fermo.

Davvero pensano che, anche cadesse WikiLeaks, riuscirebbero a fermare la diffusione del sapere su Internet? Per questi potenti, abituati a giocare sottobanco le proprie carte, WikiLeaks ed internet sono una sorta di Vaso di Pandora. Per noi internauti, ormai, un qualcosa di irrinunciabile.

Prima i governi del mondo capiranno che internet significa “libertà di scambio” nella sua accezione più pura, prima questo smetterà di essere una minaccia per la società e diventerà invece una fonte di progresso e conoscenza.