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Dell’imporre i “nostri valori”

Ranoush via Flickr

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Durante la pausa pranzo, oggi, si discuteva di “valori culturali”, “immigrazione” e “politica” con una persona che che stimo, sebbene le sue idee in materia non siano esattamente assimilabili alle mie (e ritengo che la cosa sia ricambiata, ad ulteriore descrizione della persona in questione).

Un punto sul quale ci siamo trovati d’accordo, in linea di massima e come fondamento della discussione in se, riguarda il concetto di libertà, derivante da Kant: “libertà assoluta, fino a che non lede le libertà altrui”.

La discussione verteva sull’idea che un immigrato debba “conformarsi” alle usanze del posto in cui si trova a risiedere, con particolare riferimento all’uso del velo islamico, più o meno coprente (che copra o meno il volto della donna in questione).
Qualche considerazione sulle motivazioni che spingono una donna all’uso del velo andrebbe fatta, al fine di comprendere quali siano i valori in campo:

  1. L’uso del velo islamico può essere, in alcuni casi, imposto: si tratta indubbiamente di un problema che però muove da un problema diverso, ovvero quello della condizione della donna nei paesi del “terzo mondo” (ma ha risvolti anche nel nostro “paradiso democratico occidentale”) e che apre un altro discorso, completamente separato, con altre considerazioni ed altre soluzioni.
  2. L’uso del velo islamico è un aspetto legato alla cultura personale della donna che sceglie di portarlo: riguarda il suo senso del pudore; alcune donne musulmane si sentono “nude” e “scoperte” nel momento in cui non portano il velo, vuoi per abitudine vuoi per cultura ma è così (e basta chiederglielo, sanno anche parlare!)
  3. L’uso del velo islamico rappresenta una forma di “critica” al modello “imperialista occidentale”: questo aspetto però riguarda fondamentalmente donne che non partono per l’occidente (proprio perché in contrasto ideologico con quest’ultimo) e quindi esulano, statisticamente parlando, dal panorama che ci troviamo a prendere in considerazione.

A questo punto, la tecnica dell’immedesimazione (un allenamento mentale a cui dovremo fare l’abitudine, se vogliamo non doverci chiudere in casa per la paura di quello che va divenendo un mondo globalizzato, meticcio e multietnico, piaccia o meno al presidente del consiglio) ci aiuta a comprendere meglio la situazione: chiediamoci come ci sentiremmo/comporteremmo noi nella condizione di cittadini europei in Iran (per lavoro o per altre motivazioni, poco importa in questo frangente) e venissimo costretti a portare la barba, o il velo? Ci sentiremmo defraudati di una nostra libertà (tanto più che non facciamo del male a nessuno disobbedendo a questa richiesta) allo stesso modo in cui si sentono i cittadini extracomunitari in Italia ai quali imponiamo il rispetto dei “nostri valori”.

Altro discorso, invece, andrebbe fatto per il velo che copre l’intero volto delle persone, perché in questo caso potrebbero dover essere tenuti in considerazione aspetti di ordine pubblico (legati essenzialmente all’identificazione delle persone) che non condivido ma che potrebbero avere ricadute sulle libertà altrui che proprio per questo mio “non condividere” non riesco a cogliere. Fortunatamente al momento l’incidenza di questo genere di problematiche è talmente minima da lasciarci qualche tempo per riflettere sulla questione, magari per “digerirla” un po’.

Il problema di fondo è che ci troviamo in una condizione alla quale non siamo abituati: ci troviamo a dover gestire delle differenze culturali alle quali non siamo avvezzi e non abbiamo gli strumenti culturali per affrontare il problema (banalmente cominciando dalla tecnica dell’immedesimarsi, del portare all’estremo, del calarci nei panni altrui), e questo pone un limite spesso invalicabile a quell’integrazione che chiediamo a squarciagola agli immigrati che (spesso controvoglia) si trovano a dover vivere nel nostro “bel” paese.