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Al Gore – L’assalto alla ragione

Immagine di L'assalto alla ragioneIn questo momento di instabilità politica, il libro di Al Gore era proprio quello che serviva. Pur avendo numerosi difetti, infatti, “L’assalto alla ragione” è un pensiero profondo e ben ragionato sul mondo della politica (americana, ma si adatta molto bene anche a quella italiana), sui cambiamenti che sta subendo la nostra visione della democrazia nell’era dell’informazione verticale, sulle prospettive future, legate anche all’avvento di internet e delle incredibili possibilità partecipative che offre.

Gore affronta argomenti delicati come manipolazione mediatica, potere economico, politico, ecologia, guerra, democrazia, in un vortice di informazioni e citazioni. Non tutte le ciambelle, purtroppo, riescono col buco perfettamente tondo: il libro è decisamente scritto per un pubblico “d’oltreoceano”, e risulta ripetitivo in numerosi passaggi, oltre che particolarmente pesante da leggere.

Unico dettaglio che mi ha lasciato davvero perplesso, sono i riferimenti alla politica estera: Bush è decisamente un uomo di destra, e propugna l’egemonia statunitense. Mi aspettavo che Gore, uomo di sinistra, adottasse un atteggiamento diverso e invece nel libro mi trovo a leggere di “diffusione di valori” e di “democrazia”. Anche nella campagna elettorale attualmente in corso, ne la Clinton ne Obama si sono pronunciati per una distensione delle relazioni di politica estera: che sia un atteggiamento “tipico”?

Commento su Anobii.com:

Gore affronta argomenti delicati come manipolazione mediatica, potere economico, politico, ecologia, guerra, democrazia, in un vortice di informazioni e citazioni. Non tutte le ciambelle, purtroppo, riescono col buco perfettamente tondo: il libro è decisamente scritto per un pubblico “d’oltreoceano”, e risulta ripetitivo in numerosi passaggi, oltre che particolarmente pesante da leggere.

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Giustizia per Kassim

kassim-britel.jpgA maggio del 2002 Abou Elkassim Britel, cittadino italiano, è stato ammanettato, incappucciato, denudato e (incatenato e vestito di un pannolino) caricato a forza su uno dei “voli segreti” della CIA, che lo ha portato dal Pakistan in Marocco, dove è stato rinchiuso in un carcere e ripetutamente torturato.
Liberato un anno dopo, senza accuse, si apprestava a rientrare in Italia, dalla moglie Khadija, quando è stato nuovamente rapito e fatto sparire (stavolta complici i nostri servizi segreti), dando il via ad altri 4 mesi di detenzione, violenze e torture. Il processo per “terrorismo” subito in Marocco, senza alcuna forma di garanzia legale, lo ha visto condannare dapprima a 15, poi a 9 anni di carcere, pena che sta attualmente scondando a Casablanca, e che terminerà nel 2012.

Dal 16 novembre, non più disposto a tollerare la situazione nella quale è stato calato, Kassim ha cominciato uno sciopero della fame, che dura ancora oggi.

L’indagine italiana parallela a quella marocchina, è stata archiviata perchè “il fatto non sussiste”. Il Parlamento Europeo ha sollecitato il governo italiano a prendere misure concrete su questo versante, ma il Governo Italiano (sia quello precedente che quello attuale) tace spudoratamente.

Cosi come, sulla vicenda, tacciono spudoratamente (e colpevolmente, secondo me) anche la stragrande maggioranza dei mass media. Questo spazio non sarà il Corriere della Sera, ma è un inizio: è un modo per rendere, almeno una volta, realmente utile questo misero blog.

Giustizia per Kassim!

La società internazionale che fà?

Secretary of Defense Rumsfeld and President Musharraf, 2002 by Helene C. Stikkel (020213-D-2987S-057 DOD) Il tema degli ultimi mesi, per chi non se ne fosse accorto, è quello della violenza e della repressione. A partire dal Myanmar, a fine settembre, quando stampa ed opinione pubblica si mobilitarono (insieme all’ONU tra l’altro) affinché la situazione tornasse sotto controllo, passando per il Pakistan dove la situazione non è certo paradisiaca, con il presidente e capo dell’esercito (fino a ieri) Musharraf ha sedato violentemente numerose proteste e supportato con la violenza (e chiudendo la bocca con gli arresti domiciliari alla maggior parte dei suoi avversari politici) la sua candidatura a presidente, terminando nelle Filippine con il tentato colpo di stato di ieri, il “virus” della violenza e della repressione sembra diffondersi con preoccupante rapidità.

La comunità internazionale, a parole impegnata dalla notte dei tempi per la difesa della democrazia (con tutti i dubbi che questa idea si porta dietro), della libertà d’espressione, al punto da intaccare in diversi casi anche il diritto di sovranità ed autodeterminazione dei popoli “oppressi”, come sta reagendo a questa situazione?

Dopo aver pesantemente attaccato verbalmente il Myanmar, minacciando sanzioni nel caso in cui la repressione avesse continuato sui toni dei giorni più caldi, si è lentamente defilata sotto le pressioni di Russia e Cina, lasciando cadere nel dimenticatoio, un po’ alla volta, la questione.
Ieri, di fronte al giuramento per il secondo mandato del presidente Musharraf, che nonostante abbia rinunciato alle cariche militari, non può certo vantarsi di aver vinto elezioni democratiche, si è levato un coro unanime di compiacimento ed auguri al “neoeletto” da parte dei vari capi di stato, a partire da quello degli Stati Uniti, George W. Bush, che ha espresso “fiducia” nei confronti di Musharraf.
A me pare onestamente una situazione un po’ assurda, ma d’altra parte il Pakistan è una pedina centrale nello scacchiere strategico statunitense della lotta al terronismo islamico (no, non è un lapsus), e pertanto deve essere appoggiato dalla comunità internazionale, che sia o meno una dittatura.

Il mondo si divide in “buoni” e “cattivi”, dove i “buoni” siamo noi, e tutti gli altri, sono “i cattivi”, da odiare e (possibilmente) combattere?

USA: comincia la “campagna elettorale”…

huma_clinton.jpgGeorge W. Bush è ancora saldamente ancorato alla sua poltrona, in un ufficio della Casa Bianca, ma la campagna elettorale per la sua successione è già ampiamente avviata, anche se in modo non ufficiale. Soprattutto infatti, è partita la campagna di “diffamazione dell’avversario”, prima con le notizie relative all’inquisizione di Bernard Kerik, vicino al candidato Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York (praticamente il suo braccio destro durante il famoso periodo della “tolleranza zero” a New York), oggi con la “scoperta dell’amante lesbica di Hillary Clinton” di Hillary Clinton (una dei principali candidati dei Democratici, moglie dell’ex presidente Bill Clinton).

Cosi come accadde a Bill Clinton, silurato dalla storia (tutto fuor che politica) con Monica Lewinsky, si cerca di influenzare l’opinione pubblica americana (notoriamente poco attenta al mero dibattito politico) a suon di scandali, spesso e volentieri conditi con il “piccante” sfondo sessuale, per fare maggior presa.
In Italia non siamo ancora arrivati ad abbassare cosi tanto i toni della campagna elettorale (anche se non ci siamo andati poi cosi lontani, un anno fa), ma penso che si tratti più di incapacità dei nostri politici che altro.

E pensare che alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America manca quasi un anno… ne vedremo delle belle…

Dopo Ustica, Calipari

New York City - January 2006“Difetto di giurisdizione”. Questo è il motivo per cui la Corte d’Assise di Roma ha disposto il non luogo a procedere nei confronti di Mario Lozano, l’ex marine statunitense che il 4 marzo 2005 uccise Nicola Capilari e ferì la giornalista de Il Manifesto Giuliana Sgrena (appena liberata dai servizi segreti italiani dopo una lunga prigionia nelle mani di rapitori iracheni) rei di non essersi fermati (a detta delle autorità statunitensi) all’alt della pattuglia di cui Lozano faceva parte quella sera.

Nonostante le perizie balistiche abbiano sollevato sospetti sul rispetto delle regole d’ingaggio, nonostante il nome di Lozano sia stato reso noto alle autorità inquirenti italiane solo grazie ad un clamoroso errore da parte delle autorità militari americane, nonostante sia morto un cittadino inviato dal governo italiano in missione in Iraq, l’Italia avrebbe aderito ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU secondo la quale il personale inviato in Iraq è sottoposto alla giurisdizione dello stato d’invio.

Naturalmente questo toglie ogni possibilità di giungere ad una verità processuale (più o meno legata a Lozano, il quale, come al solito, è probabilmente solo l’ultima ruota del grande carro) su quanto successo quella notte a Baghdad. Ed è proprio quello che, guarda caso, volevano gli Stati Uniti, che contro questo processo si sono sempre battuti strenuamente (altro fatto curioso…).

“Sottoposti alla giurisdizione dello stato d’invio”. Mi sembra anche abbastanza normale, no? Chi meglio di coloro che hanno dato l’ordine di compiere una determinata azione, possono giudicare se questa azione è corretta o meno? Per lo stesso motivo, allora, perchè esiste il tribunale sui crimini di guerra dell’AIA? Se questa regola si applicasse ad ogni cittadino (e non siamo tutti uguali di fronte alla legge? Anche in ambito internazionale?), qualsiasi criminale di guerra non potrebbe che essere processato (sempre che ci sia l’intenzione di farlo) dal proprio governo. L’Iran fa lanciare un missile termonucleare su New York? Nessun problema, a Teheran faranno un bel processo a colui che ha schiacciato il bottone (e magari gli erigeranno anche un monumento, se è per quello). Non fa una piega questo ragionamento…
A questo punto mi chiedo: se l’opinione pubblica americana non avesse condannato le torture messe in atto dai soldati americani di stanza in Iraq, ci sarebbero mai stati i processi ai quali stiamo (quasi) assistendo?

La possibilità di lavarsi le mani in questo modo di tutto quello che accade in Iraq (ma suppongo valga anche per altri scenari di guerra) mi riempie ancora maggiormente di sdegno e ribrezzo per quest’azione di guerra unilaterale degli Stati Uniti, che hanno invaso l’Iraq indipendentemente dal volere dell’ONU (le cui redini sono comunque in mano agli Stati Uniti). Il Diritto internazionale, sul quale speravo di poter fare affidamento, nella (pia) illusione di vivere in un mondo libero, è solo carta da cesso. Inutile allora la moratoria contro la pena di morte: se agli Stati Uniti piace massacrare liberamente la gente, non verrà mai accettata…

E cosa dire, poi, del fatto che i cinque stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito, l’allegra sagra de “La storia scritta dai vincitori, ora e sempre nei secoli dei secoli”) abbiano diritto di veto sulle decisioni di quest’ultimo, nonostante la stessa “Carta dell’ONU” preveda la “sovrana uguaglianza di tutti i suoi membri“? Tra gli obiettivi dell’ONU ci sono:

  • a) mantenere la pace e la sicurezza internazionale;
  • b) promuovere la soluzione delle controversie internazionali e risorlvere pacificamente le situazioni che potrebbero portare ad una rottura della pace;
  • c) sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni sulla base del rispetto del principio di uguaglianza tra gli Stati e l’autodeterminazione dei popoli;
  • d) promuovere la cooperazione economica e sociale;
  • e) promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali a vantaggio di tutti gli individui;
  • f) promuovere il disarmo e la disciplina degli armamenti;
  • g) promuovere il rispetto per il diritto internazionale e incoraggiarne lo sviluppo progressivo e la sua codificazione.

Gli Stati Uniti d’America hanno attaccato unilateralmente l’Iraq, uno stato sovrano, sulla base di documenti falsi. Hanno ucciso e torturato, perfino uomini dei propri alleati e l’anno sempre fatta franca giocando a proprio piacimento con il diritto internazionale e/o facendosene beffe. Hanno incaricato un’azienda privata americana di riscrivere completamente la normativa economica dell’Iraq, questo lo sapevate? E noi, in Italia ancora chiniamo la testa? E gli altri stati? Fa tutto davvero così schifo questo mondo??

Sono disgustato…

Altre armi in Iraq

Questa mattina, il radiogiornale di Radio Popolare annunciava, riprendendo una notizia emanata ieri dal Pentagono della quale però non sono riuscito a trovare un riscontro scritto, che l’amministrazione Bush ha intenzione di vendere armi e granate per un valore di oltre 500 milioni di dollari al governo iracheno, affermando che questo aiuterà l’amministrazione locale ed è in linea con gli interessi della popolazione irachena ed americana, e che in prospettiva contribuirà a rendere il Medio Oriente più “stabile e pacifico”.

Il Congresso avrebbe la possibilità di porre il veto sulla decisione dell’amministrazione Bush, ma sembra essere un’eventualità remota.

Non hanno dunque imparato nulla…

Saddam e la pena di morte

Saddam Hussein è morto. Non è certo questa la novità, è da stamattina alle 6 che tutti i giornali, online e non, ne parlano. Le reazioni di Stati Uniti, Vaticano ed Unione Europea li sappiamo già (mi chiedo a chi facciano riferimento come Unione Europea, visto che non c’è una politica estera comunitaria condivisa, ma soprassediamo).
C’è però da fare una riflessione sull’opportunità di questo singolo evento e della pena di morte in senso piu ampio.

Solitamente una delle argomentazioni classiche che vengono fornite da chi (come il sottoscritto, ben inteso) si pone contro la pena di morte, è l’impossibilità di riparare ad un eventuale errore, uccidendo un individuo per poi accorgersi che non era lui il vero colpevole (non è certo successo una sola volta).
Questa argomentazione però, in questo caso, risulta piuttosto debole: che Saddam Hussein fosse colpevole di una lunga serie di genocidi non può certo essere considerato papabile di errore. Si merita allora la pena di morte?
Le argomentazioni che possiamo trovare sono fondamentalmente 2: da un lato, “la legge è uguale per tutti”, e allo stesso modo lo devono essere le pene. Non è pensabile che esista un tribunale infallibile, e come possono sussistere dei dubbi sul suo operato, uccidere in seguito ad una decisione appellabile (anche se non legalmente) non è certo un segno di gran civilità (e qui gli Stati Uniti d’America dovrebbero fare un enorme esame di coscenza, smettere di fingersi CowBoy e cominciare a credere in una giustizia che non sia sinonimo di vendetta).
Dall’altra parte, tutto il castello crolla con un banale “ce n’era davvero bisogno?”: Saddam è stato catturato, reso di fatto inoffensivo. Sarebbe tranquillamente potuto essere tenuto sotto stretto controllo, in un carcere. Era vecchio, malato a quanto si sa, quanto sarebbe durato? 10 anni? 20 anni? Le mura di una prigione possono ampiamente sopportare questo lasso di tempo.

Eppure si è deciso di ucciderlo lo stesso. Vendetta? Necessità di mostrare la forza di un governo fantoccio ai dissidenti che piazzano bombe ogni giorno, mietendo vittime come fosse la raccolta dell’uva ad ottobre? Non lo so, ma la mia impressione è che anche se la guerra civile in Iraq non sia certo piu solo un fantasma, e quindi difficilmente la situazione possa peggiorare ulteriormente, questa esecuzione non sia certo stata un gran passo verso una situazione meno esplosiva nel paese ed in prospettiva, in tutta la polveriera mediorientale.

Oltretutto ora si darà il via ad una serie di dietrologie: Saddam è stato ucciso davvero? Abbiamo delle immagini del cappio al collo, e delle immagini (di scarsissima qualità) del suo cadavere. E’ davvero lui? Perchè non potrebbero averlo nascosto, magari sfruttandolo per ottenere informazioni che sicuramente sono in suo possesso? Non voglio nemmeno entrare in queste argomentazioni, perchè trovo che portino ad una visione distorta della realtà. Questo non significa che non siano vere, ma per sorreggere un’ipotesi ci vuole qualche prova, e visto che al momento non ce ne sono, restano solo ipotesi campate per aria.

Infine c’è un ultima cosa da dire. I processi a Saddam Hussein non sono certo finiti con questa condanna. Altri processi sono in corso, e un Saddam impiccato certo non potrà deporre, spiegare.
Quante cose sapeva che si è portato nella tomba? Era questo il momento giusto per dare sfogo all’umana sete di vendetta, che non tutti i popoli (neppure il nostro) sono riusciti a tenere sotto controllo?