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La buona occasione per chiudere “Che tempo che fà”

La polemica nata dopo l’intervento di Travaglio a “Che tempo che fà”, sabato sera, non mi ha colto di sorpresa. Ne più ne meno di quanto accadde durante gli ultimi cinque anni del “Berlusconi 3”, si tenta di asservire la televisione (con le buone o con le cattive) al potere del Governo. Quella volta pagarono Biagi, Luttazzi e Santoro, oggi pagheranno Fazio (per il cui caso l’Agcom ha già avviato le procedure per la sanzione) e Santoro, visto che Biagi (purtroppo) ci ha lasciati e Luttazzi “si è portato avanti” con lo scandalo “Ferrara nudo”. A Fazio mancano poche puntate, per questa stagione, ed al massimo gli impediranno di terminare con gli ultimi due “speciali”. Santoro invece dovrebbe averne ancora parecchie di fronte, vedremo cosa succederà e (soprattutto) quanto resisterà.

Il destro per colpire “Che tempo che fà” l’ha offerta Marco Travaglio, che ha avuto la colpa di far presente (tra le altre sacrosante cose dette) che il nome di Schifani compare su un libro del noto scrittore (ed eroe antimafia) Lirio Abbate, citato in quanto sarebbe stato coinvolto da testimonianze di pentiti in alcuni rapporti avuti con esponenti della Mafia. Nulla di ingiurioso (seppur un po “forte”): una richiesta di pubblico chiarimento da parte di colui che ricopre la seconda carica dello stato, mica noccioline, e che risulta aver incontrato, almeno una volta nella vita, figure legate alla mafia (a me per esempio non è mai capitato!).
Travaglio ha poi spiegato, il giorno dopo, la sua affermazione, dichiarando quanto segue (riporto da Il Messaggero):

Ho solo citato un fatto scritto già nel mio libro e in quello di Lirio Abbate, giornalista dell’Ansa minacciato dalla mafia, e cioè che Schifani aveva avuto rapporti con persone poi condannate per mafia. È agli atti societari della Sicula Brokers fondata da lui, Enrico La Loggia, Mino Mandalà, condannato come boss mafioso, e Benny D’Agostino, condannato per concorso esterno. O si chiede conto a Schifani di questo o non si celebra Abbate come giornalista antimafia. A Fazio ho spiegato che se dopo De Nicola, Pertini e Fanfani, ci ritroviamo con Schifani sono terrorizzato dal dopo: le uniche forme residue di vita sono il lombrico e la muffa. Anzi, la muffa no perché è molto utile

Naturalmente le condanne sono piovute unanimi da tutti i fronti (come al solito), compreso il direttore generale della Rai, Claudio Cappon. Singolare eccezione Antonio Di Pietro (che ha cos’ fatto alzare il mio personale gradimento nei suoi confronti una volta di più).

Tornando al caso, va detto che in questi anni Fazio ha fatto cultura, mantenendo le distanze da tutti i suoi ospiti, cercando sempre di restare corretto ed imparziale, lasciando parlare tutti (come scritto per altro nella nostra Costituzione, il cui vilipendio è premiato con l’elezione in parlamento, pare). Vederlo costretto a scuse (che non condivido minimamente) domenica sera è stato demoralizzante, quasi doloroso. Mi torna in mente un intervento in diretta di Gad Lerner…

Tornano i tempi bui della censura in televisione. Prepariamoci, perché stavolta l’assalto coinvolgerà anche la Rete…

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Intervista a Roberto Saviano

Best-Seller Non ho tempo di guardare la televisione, quindi registro le trasmissioni (sia benedetto VCast, nonostante il “salto” di 5 secondi nel filmato di tanto in tanto) che mi interessano (4 la settimana ora che sono terminate le puntate di “Top Gear” e “Fifth Gear” su BBC e Channel 5), le accumulo sul desktop e le guardo quando finalmente trovo un’ora libera consecutiva per concentrarmi (anche perché non sono decisamente trasmissioni “d’intrattenimento”). Purtroppo questo significa banalmente che sono sempre “in ritardo” sul campo della televisione, anche quando ci sarebbe da parlarne: in particolare sono fonte di importanti spunti trasmissioni come “Ballarò” o “Che tempo che fà”, ma seguendole a quasi una settimana di distanza, di solito trovo l’occasione per parlarne quando ormai “il piatto è freddo”.

Questa volta, sono stato un po’ più “svelto” e sono riuscito a vedermi la puntata di “Che tempo che fà” di domenica sera, ed ho trovato assolutamente imperdibile l’intervista di Fabio Fazio a Roberto Saviano (inutile dire che molto probabilmente il suo libro sarà la mia prossima lettura).

Per la fortuna di coloro che se la fossero persa, su YouTube è (per il momento e suddivisa in 3 spezzoni) disponibile una replica. Prestate attenzione, ne vale la pena… prima, seconda e terza parte.

Gli indicatori che ci avvelenano la vita

kids go shopping Ieri sera seguivo in televisione Report (per una volta, non ho dovuto guardarmi la versione registrata). Una puntata mirabile ed illuminante, che parlava di energia, di fonti rinnovabili, di azione dal basso, di alternative reali e concrete, che aspettano solo di essere messe in pratica. Soprattutto, parlava dell’impatto sull’economia delle (poche ma reali) iniziative già in atto.

In particolare, veniva messo alla berlina l’indicatore principe del nostro modello economico, il PIL: quel “Prodotto Interno Lordo” che parifica merci e beni, valorizzando al massimo il consumo senza curarsi di quanto questo consumo faccia poi in realtà il bene del Paese e dei cittadini. Un indicatore che ha efficacemente descritto la nostra crescita economica per molti anni ma della cui imprecisione intrinseca ci stiamo sempre più pesantemente rendendo conto oggi che ci rendiamo conto di essere a bordo di un treno lanciato a folle velocità verso un vuoto che non avevamo visto, abbagliati dalla luce del possesso.

Poco dopo, andando a spulciare il feed reader prima di andare a farmi coccolare dai racconti in dialetto di Camilleri, mi sono imbattuto in un bel post di Luca Conti sull’apertura dell’edizione delle 20:00 del Tg1, che a latere del (giusto e condiviso) elogio alla principale testata della televisione nazionale, mi ricordava come l’auditel sia l’indicatore del successo di una trasmissione televisiva, tentando di estrapolare e quantificare il gradimento della stessa a partire da un ristretto (ristrettissimo?) campione di telespettatori. A che genere di televisione ci abbia portato l'(ab)uso dell’auditel ce l’abbiamo davanti agli occhi tutti quanti: una televisione che fatte salve poche eccezioni, si rivela quotidianamente sciatta, volgare, senza inventiva.

Purtroppo, ci dice bene la matematica che andando ad derivare (e quindi a studiare l’andamento di una data funzione in un arco di valori) si perde sempre qualcosa, allo stesso modo gli indicatori rappresentano la realtà con un punto di vista parziale, e questo andrebbe tenuto in forte considerazione ogni qual volta andiamo ad operare con essi.

Crozza straccia il programma… di Porta a Porta

Per fortuna che in Italia abbiamo almeno i comici. Non quelli in parlamento, quelli di professione: Crozza, la Cortellesi, la Guzzanti… La chicca di Crozza l’altra sera a Ballarò, che strappa il programma di Porta a Porta è di una bellezza rara (al punto che fà sorridere persino Fini). Ed è solo l’inizio di un intervento di satira d’alta scuola: a tratti seria, pungente, acuta, divertente.

Ci restano almeno loro…

Chi si nasconde dietro lo “stig”?

Top Gear Season 10 preview: The Stig on train Sono anni che i giornalisti tentano di svelare chi si celi dietro il casco bianco dello “Stig“, ma negli ultimi giorni abbiamo assistito ad una vera e propria impennata della discussione, sia sui giornali sia in rete.

Per i pochi mortali che ancora non fossero al corrente del fatto, lo Stig è il pilota mascherato della trasmissione britannica “Top Gear”, trasmessa dalla BBC. Muto e perennemente celato da una tuta ignifuga bianca e da un casco con visiera riflettente, lo Stig è incaricato di portare alle massime prestazioni possibili le auto che la trasmissione presenta, puntata dopo puntata, oltre che fare da protagonista “fuor d’acqua” nelle divertenti prove a cui di tanto in tanto i presentatori della trasmissione si prestano (famosa la volta in cui entrò in metropolitana, vestito di tutto punto per la pista).
Una prima “versione” dello Stig fù vestita da Perry McCarthy, ex pilota tester di formula 1, che fu fatto “morire” nel tentativo di un 0-100-0 miglia orarie sul ponte di una portaerei (il cui spazio è evidentemente insufficiente allo scopo).

Dopo che qualche settimana fa era stata accreditata l’ipotesi che dietro alla visiera dello Stig si celassero gli occhi di Lewis Hamilton (in grado di far registrare tempi davvero notevoli sulla pista di Top Gear), lo scettro è poi passato in mano a Damon Hill (accreditato persino da Repubblica), grazie ad una citazione da parte di uno dei presentatori della trasmissione, Richard “Hamster” Hammond, evidentemente ben congegnata proprio allo scopo di depistare ulteriormente le indagini. Damon Hill era già stato ospite della trasmissione nel giugno 2005, quando a precisa domanda da parte di Jeremy Clarkson (un altro dei tre presentatori), aveva risposto evasivamente, lasciando tutto in sospeso. Troppo banale, per lo Stig, no? Non nuovi ai depistaggi, i tre famosi presentatori della trasmissione, avevano introdotto già qualche tempo fà l’ex pilota di formula 1 Mark Webber con indosso una maglietta “I am the Stig”. Il casco bianco era già stato assegnato (dai tabloid) anche a Dan Lang e Julian Bailey. Persino una recentissima strip del famoso fumetto “Get Fuzzy” ha dedicato una citazione al mistico personaggio.

Ora, le ipotesi più accreditate fanno pensare a Ben Collins, ma la mia domanda è: quanto piacere perderemmo nel guardare la simpatica trasmissione britannica, se sapessimo chi si cela dietro quella visiera riflettente? E ancora, è poi così importante conoscere l’identità umana dello Stig? E se non fosse uno solo, cambierebbe qualcosa?

All we know, it’s called The Stig…

Un’Italia sempre più ignorante: colpa della tv?

Mesmerize Ancora una volta, mi ritrovo a scrivere di libri, di cultura, di gente che non legge. Dopo i disarmanti dati di quindici giorni fa sulle abitudini letterarie della popolazione media italiana, pensavo di aver toccato il fondo, ma rincuorava quantomeno il fatto che i ceti “più abbienti” facessero rilevare un maggior tasso di alfabetizzazione (nell’accezione più moderna del termine). Ieri invece, mi trovo di fronte all’articolo del Correre della Sera che spudoratamente denuncia la regressione del tasso di aggiornamento professionale sia nella classe dirigente italiana sia nel mondo del lavoro in senso più ampio.

Ci troviamo di fronte ad un’Italia lanciata in un mondo dove l’evoluzione scientifica e tecnologica rasenta livelli in cui iniziato un corso d’aggiornamento è obsoleto prima di essere terminato, dove nell’università stessa, che vorrebbe essere il più alto livello formativo “su larga scala”, produce corsi la cui obsolescenza non raggiunge i tre anni della durata stessa del corso (la famosa “laurea breve”, i cui prodotti sono tutt’altro che confortanti). In questo vorticoso panorama di competenze necessarie, la classe dirigente italiana, quella che dovrebbe stare al timone del vascello e cercare di tenerlo a galla in questa tempesta economico-sociale che ci investe, ha deciso che l’aggiornamento non è importante.

Indubbiamente, facendo (ancora una volta) riferimento all’interessante pamphlet di Lucio Russo “Segmenti e bastoncini”, possiamo immaginare che questo sia in parte dovuto alla scelleratezza dei programmi scolastici degli ultimi dieci-venti anni, che vanno formando una classe dirigente la cui attenzione nei confronti della cultura rasenta l’incapacità di comprendere cosa sia la cultura stessa. Anche la scarsa attenzione che si da alla preparazione lavorativa dei giovani (che sono la generazione del cambiamento, e partono già disarmati e battuti anche sotto questo profilo), alle riforme del sistema educativo, potrebbero ricadere nell’emanazione diretta delle scelte scellerate compiute in questo ambito dalle passate generazione politiche (e non).

D’altra parte viene naturale chiedersi (soprattutto ai più strenui aggressori della libertà di espressione come il sottoscritto) se tutto questo sia imputabile solamente alla scarsa preparazione culturale scolastica, o se invece non si vadano delineando le prime conseguenze di una miope e scellerata gestione dell’informazione da parte di intrattenitori televisivi e pubblicitari: facendo leva su stimoli psicofisici per far si che l’essere umano telespettatore mantenga la sua attenzione viva e concentrata (tecnica questa messa in pratica soprattutto in televisione, il cui rapido variare delle immagini porta alla stimolazione dell’attenzione della mente), non lo portiamo forse ad una sorta di dipendenza da questo genere di stimoli?
Non diventa forse molto più piacevole, per l’individuo assuefatto a questi stimoli, mantenere viva l’attenzione sulla televisione (i cui contenuti culturali ho già avuto modo di discutere) anziché prendere anche solo in considerazione altre attività?

Lo sfruttamento degli aspetti psicofisici dell’uomo a fini pubblicitari (e propagandistici) è forse una delle cose più orribili che molti di noi possano immaginare, la manipolazione della mente umana per questi fini dovrebbe essere proibita per legge, e invece viene attuata nell’irresposabile tentativo di massimizzare profitti economici e potere. Le conseguenze del becero arricchimento però, sono tutte da scoprire, e ho paura che quelli citati in testa a questo post siano solo i primi sintomi di ciò che ci aspetta…

Spegnete la tv…

Frequenze tv: e ora che si fa?

Fede La Corte di Giustizia Europea ha dato ragione, con una sentenza di ieri, a Europa7 sulla questione dell’assegnazione delle frequenze televisive in Italia: come se non lo sapessimo già sufficientemente bene, come se tutta la menata del digitale terrestre avesse altro scopo rispetto a quello di consentire a Rete 4 (che occupa abusivamente da 9 anni le frequenze nazionali di Europa7) di continuare a trasmettere una volta che qualcuno si deciderà finalmente a restituire all’emittente di Francesco Di Stefano le frequenze che giustamente gli spettano.

Speravo che lo facesse il Governo Prodi, insieme alla legge sul conflitto d’interessi e quella sulla regolamentazione del settore radio-televisivo, ma è caduto prima di poter mettere realmente mano su un campo che vede concentrati gli interessi del principale leader dell’opposizione (guarda un po’).

La sentenza della Corte di Giustizia naturalmente ci fa fare la solita magra figura:

L’applicazione in successione dei regimi transitori strutturati dalla normativa a favore delle reti esistenti ha avuto l’effetto di impedire l’accesso al mercato degli operatori privi di radiofrequenze. Questo effetto restrittivo è stato consolidato dall’autorizzazione generale, a favore delle sole reti esistenti, ad operare sul mercato dei servizi radiotrasmessi. Tali regimi hanno avuto l’effetto di cristallizzare le strutture del mercato nazionale e di proteggere la posizione degli operatori nazionali giá attivi su questo mercato

Ora cosa speriamo: che con il nuovo Governo Berlusconi dia seguito alla questione, restituendo il mal tolto? E’ più probabile che “per protesta contro queste intollerabili violazioni di libertà” (anche in Europa ci sono le toghe rosse, cavaliere?) l’Italia lasci l’Unione Europea… che poi ci sono anche l’euro e il babau…

Naturalmente le dichiarazioni di Mediaset non lasciano dubbi sul come proseguirà la questione. A Cologno Monzese infatti sono tutti convinti che per Rete4 non ci siano problemi: pare infatti che la sentenza della Corte si riferisca solo ad una richiesta di risarcimento da parte di Europa7, e non alla riassegnazione delle frequenze (anche se Di Stefano, interrogato in proposito, non è dello stesso parere). Quindi nessun problema per Rete4: potrà continuare tranquillamente a trasmettere su frequenze non sue (anche se ovviamante Mediaset ritiene di avere tutti i diritti per trasmettere), in barba alle direttive comunitarie, perché nessuno ha fatto esplicita richiesta di prenderli a calci nel culo…