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Scuola e ricerca: qualche considerazione sulla 133

Lezioni in Piazza-Matematica 3 Altro che “Inglese, Informatica e Impresa”: le tre I che il Governo Berlusconi aveva annunciato in campagna elettorale ed inserito nel programma di governo si sono rapidamente trasformate in ignoranza, indifferenza ed incuria (Luciana Litizzetto ne aggiungeva un’altra, qualche giorno fà, decisamente pertinente ma che tralascerò per decenza :P). Mi riferisco, naturalmente, alle conseguenze della pseudo-riforma del ministro Gelmini, la Legge 133, che tante polemiche sta sollevando e della quale sentiamo spesso parlare (stranamente) anche in televisione.

Si tratta di un intervento scellerato (visto che si ostinano ad affermare che non si tratta di una riforma) sul sistema scolastico italiano, che va a minare le fondamenta stesse sulle quali dovremmo costruire il futuro della nostra società: se tagliamo ancora i fondi alla ricerca, se smantelliamo ancora un po’ l’istruzione di base (come farà l’introduzione del maestro unico ed il taglio al personale docente previsto dalla manovra, alla quale si aggiunge l’accorpamento degli istituti più piccoli per mano di un altro decreto all’esame del Parlamento), che fiducia possiamo pensare di riporre nella generazione che tra qualche anno si troverà a dover “prendere in mano” le redini del nostro paese?

La situazione purtroppo appare più grave ad un’indagine approfondita di quanto invece non possa trasparire ai meno informati (devo ringraziare Maurizio per un’ottima e chiarissima mail pervenutami tramite informatori paralleli).
All’attacco alla scuola elementare, media e superiore (che nel loro insieme subiscono un taglio pari a qualcosa come 4 miliardi di euro) si va ad aggiungere un grave attacco anche all’istituto delle università (già conciate piuttosto malaccio) che è cominciato diversi mesi fà, con il taglio dell’ICI alle famiglie più abbienti ed il prestito ponte ad Alitalia: entrambi i provvedimenti infatti sono andati a pescare i fondi dal fondo destinato alle università ed alla ricerca, 497 milioni di euro nel primo caso e circa 300 nel secondo. Il taglio però non va pensato limitatamente alla mera sottrazione di questi danari dal fondo complessivo: una importante quota parte del fondo, infatti, in quanto rappresentato dagli stipendi del personale docente, stabiliti dallo Stato, risulta essere incomprimibile; il taglio và allora ad incidere principalmente sulla parte restante (un 13% circa del totale) che è invece rappresentato dalle utente, dalle spese di manutenzione e di gestione degli atenei. Se a questo taglio, aggiungiamo un’ulteriore riduzione di 4 miliardi di euro dei finanziamenti statali (decisi per l’appunto dalla Legge 133), più che un problema di finanziamenti pubblici alla ricerca, pare emergere un disegno criminale volto ad uccidere la ricerca pubblicamente finanziata per sostituirla evidentemente con una basata su finanziamenti privati (che porterebbe, come accade oggi con la ricerca in campo medico, ad un impoverimento della qualità della ricerca stessa ed alla rincorsa selvaggia al profitto, che con la ricerca seria ed indipendente ha davvero poco a che fare).

Sottolineando poi come l’aumento delle tasse universitarie (che dovrebbe contenere questa riduzione del contributo statale) non è attuabile in quanto queste ultime non possono eccedere il 20% del finanziamento statale (che per altro è diminuito), il panorama appare in tutta la sua drammaticità.
Vogliamo poi parlare di “arginare la fuga dei cervelli”? E come, visto che oltre ai tagli si presenterà anche un “blocco del turn over” che impedirà a molti ricercatori di proseguire la propria carriera nel nostro paese?

Al di là comunque del merito della riforma (del quale per altri in molti anno detto e scritto), ci sono un paio di considerazioni che vorrei condividere con voi.
Prima di tutto, sono stato qualche settimana fà ad un convegno sull’innovazione, a Pisa, durante il quale mi chiedevo (e chiedevo a chi ascoltava il mo intervento, che proprio sul decreto Gelmini verteva) se l’operato del Governo sul fronte dell’istruzione fosse da attribuire a semplice miopia o se fosse invece dettato dalla malafede; oggi emerge, a sostegno della seconda ipotesi, un’atteggiamento piuttosto poco “etico” da parte del Governo, che sta “spezzettando” gli interventi considerati “fastidiosi” o passabili di critiche da parte dell’opposizione dello schieramento politico avverso o dalla società civile, mescolandoli poi in più decreti diversi (sui temi più disparati) rendendo più difficile il dibattito e più improbabile un intervento del Capo dello Stato, che difficilmente si rifiuterà di firmare numerosi decreti nel complesso accettabili per fermare un disegno (ad esser buoni) “poco accorto”.

Una seconda considerazione riguarda la protesta “popolare” scatenata dal decreto (che tra l’altro era già noto prima dell’estate, sebbene ignorato dal mondo politico e di riflesso dai mass media e dai cittadini) che sembrerebbe a primo acchito aver trovato nell’occupazione di scuole ed atenei universitari la propria dimensione. L’ormai noto intervento di Berlusconi a contrasto di queste manifestazioni (che infastidiscono notoriamente parecchio il nostro simpatico primo ministro) con la minaccia dell’intervento delle forze dell’ordine, ha forse avuto un effetto inaspettato ed interessante: ha contribuito a dare visibilità mediatica (forse, in quest’epoca, la più importante) ad una protesta che non era ancora esplosa in tutta la sua violenza, finendo persino con il legittimarla, in qualche modo.
Non credo naturalmente che questa fosse l’intenzione del premier, che sembrerebbe essere anzi poi corso ai ripari (grazie al potere che l’ormai noto conflitto di interessi gli conferisce): a pochi giorni di distanza, nonostante le proteste e le occupazioni siano ancora in atto, sui mass media la questione occupa uno spazio decisamente inferiore, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” come si dice.
L’incauta manovra però (accompagnata da alcune pesanti dichiarazioni di altri esponenti del governo) potrebbe aver portato un danno significativo al gradimento di Berlusconi, soprattutto in quella fascia di popolazione che si è trovata toccata direttamente dal decreto: non solo quindi i 90.000 professori che perderanno il posto di lavoro nei prossimi tre anni, ma anche gli studenti, i loro genitori, i ricercatori. Di questi, una parte consistente si troverà a dover votare alle (ormai) prossime elezioni Europee: chissà se saremo in grado di carpire dai sempre confusi risultati elettorali un sintomo di questa pur marginale protesta

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E se fosse?

Idee chiare Troppe volte mi sono trovato a scrivere male dei miei coetanei su queste pagine. Troppe volte mi sono lasciato demoralizzare da atteggiamenti infantili, dall’osservazione di alcuni “giovani esemplari di razza umana” e dalla generalizzazione (sempre sbagliata) delle loro azioni. Questo venerdì mi sono persino trovato a discutere del problema culturale a Pisa, durante il convegno “Occasione perduta”.

Eppure la riforma Gelmini sembra aver ottenuto almeno un effetto positivo: svegliare la latente “next generation”. In effetti in questi giorni si sente di manifestazioni (anche piuttosto vigorose), occupazioni, contrasto sociale.
Pare tornare ad emergere quella quota parte di giovani che qualche valore (e forse un minimo di cultura) ce l’hanno, ma che sono rimasti nascosti per anni, lasciando campo aperto ai telespettatori di “Amici”, ai candidati del “Grande Fratello”, alle aspiranti veline ed ai “futuri calciatori” che tanto (mi) hanno demoralizzato.

Mi auguro che non si tratti solo di una “nuova moda”, ma che effettivamente la nuova generazione (l’unica sulla quale si può fare oggettivo affidamento per riformare la sinistra la politica italiana) cominci a farsi carico delle proprie responsabilità.

Non sarà certo un nuovo sessantotto (non siamo in grado, oggettivamente…), ma è già un inizio…

Ma chi se ne frega!

Dalai_Lama_press_conf1_01 Parlavo ieri dei rimorsi del Dalai Lama relativamente alla sua visita in Italia, dicendo, testuali parole, di vergognarmi dell’atteggiamento del governo nei suoi confronti, poiché non avevano accettato di incontrarlo. Oggi, scopro che il Dalai Lama è stato in visita a Montecitorio, invitato dal Presidente della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti, il 14 dicembre, due giorni prima del mio post.
Naturalmente devo fare pubblica ammenda della mia mancanza di informazione e porgere le mie scuse al presidente Bertinotti (rimangono in parte quelle al governo, che avrebbe potuto promuovere un incontro ufficiale, visto il personaggio). Mi ero tra l’altro dimenticato di citare il fatto che il Dalai Lama è stato accolto a Torino, che lo ha persino fatto cittadino onorario, come fatto notare in un commento del post precedente.

La notizia del giorno però, sono le proteste ufficiali della Cina, che tramite il proprio ambasciatore in Italia, facendo riferimento all’accorato appello lanciato dal Dalai Lama (che chiedeva un sostegno morale, pratico e concreto agli italiani affinché vengano rispettati i diritti che spettano ai tibetano, pur garantiti dalla Costituzione cinese), ha fatto presente quanto segue:

A Bertinotti é stato manifestato l’auspicio che il Parlamento Italiano, la massima istituzione di questo Paese, non offra facilitazioni nè luogo al Dalai Lama, che fa una forte attività separatista

La mia personale risposta al governo cinese, non mediata dai delicati rapporti internazionali di cui invece devono tenere conto i nostri politici, è questa: se voi rispettaste i diritti dei tibetani (e dei vostri cittadini in generale), probabilmente i monaci buddisti non avrebbero così tanto bisogno di separarsi dalla Grande Cina. Quindi, di fatto, chi se ne frega se vi picca che il Dalai Lama venga accolto alla Camera; in quanto uomo religioso e politico di calibro internazionale, è normale che questo venga fatto. Se sarà in grado di “attirarsi le simpatie del governo italiano” relativamente alla questione tibetana, significa che la sensibilità italiana sull’argomento sarà più propensa ad accogliere le posizioni del Dalai Lama che quelle della Cina. Sono cose che succedono.

Più pacata, ma nei fatti molto simile, la risposta dell’ufficio stampa di Montecitorio:

il presidente della Camera ha ribadito all’ambasciatore cinese il significato e il valore dell’iniziativa della Camera dei deputati che ha ospitato il Dalai Lama, offrendogli la possibilità di esprimersi in un luogo così rilevante sia dal punto di vista istituzionale che politico. L’incontro è stato realizzato per la rilevanza internazionale del Dalai Lama, premio Nobel per la pace, e per dare voce all’istanza di autonomia culturale e religiosa del popolo tibetano. Istanza che il Dalai Lama ha rappresentato riconoscendo contemporaneamente l’integrità geografica della Repubblica popolare cinese.

I miei complimenti.

Myanmar: è il turno dei reporter

La protesta contro il regime birmano che sta avendo luogo da ormai parecchi giorni a Myanmar, è ormai sulle prime pagine dei giornali da alcuni giorni. Nelle ultime ore però, nonostante le minacce di sanzioni arrivate congiuntamente sia dall’Unione Europea sia dagli Stati Uniti anche di fronte alle Nazioni Unite che invitava ieri sera alla “moderazione”, la repressione ha fatto un salto di qualità.

Sono cominciati gli arresti, i pestaggi, le retate. Si è cominciato a sparare, ad uccidere (si parla di 5 morti ieri, monaci, di un giornalista giapponese stanotte). Soprattutto, è iniziata una caccia all’uomo (il Traders Hotel di Yangon è stato perquisito stanza per stanza) nei confronti dei reporter, dei giornalisti, che stanno sventolando l’orrore della repressione sui media di tutto il mondo (perfino su quelli italiani!).

Gli arresti tra gli esponenti della Lega nazionale per la democrazia, che alcuni anni fa aveva vinto le elezioni presidenziali con Aung San Suu Kyi, leader del partito e da alcuni anni agli arresti domiciliari, dopo che la giunta militare aveva annullato il risultato delle elezioni, non si contano: questa notte è stato il turno del portavoce della leader ed un ex parlamentare.

Sono sempre stato favorevole all’auto-determinazione dei paesi, contrario all’interventismo che ha caratterizzato gli attacchi ad Afghanistan ed Iraq, contrario all’intervento militare con l’Iran. Ma quando viene negata dall’interno del paese stesso, con il sangue, la possibilità di auto-determinarsi, cosa si deve fare?

Le sanzioni internazionali possono portare a qualche tipo di giovamento in breve termine? Sono una pressione sufficiente? Una forza di mera interposizione, che protegga i manifestanti, quanto ci vorrebbe a paracadutarla a Yangon? Troppo, anche perchè è notizia degli ultimi minuti che l’intervento di Russia e Cina ha bloccato le sanzioni internazionali nei confronti dello stato asiatico. Spero che ora russi e cinesi dovranno rispondere di quanto accadrà in Myanmar davanti ai mass media internazionali… e che la blogsfera, da questo punto di vista, sia pesantemente presente, sia nel condannare quanto accade a Yangon, sia il comportamento di Russia e Cina, che per ragioni prettamente politico-strategiche mettono a repentaglio la vita di migliaia di persone in Myanmar…