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Il programma del Popolo delle Libertà

logo-pdl.jpgProsegue la serie delle mie personali analisi ai programmi dei principali partiti candidati per le elezioni politiche di aprile.

Dopo aver visto (blandamente) il programma dell’Italia dei Valori e (più approfonditamente) quello del Partito Democratico, ecco giunto il turno di quello del Popolo delle Libertà, l’alleanza Berlusconi-Fini attualmente data per favorita da tutti i sondaggi.

Il Programma del Popolo delle Libertà è stato presentato ormai da qualche giorno (siamo ormai in vista del termine per la presentazione delle liste dei candidati) ed è disponibile direttamente sul sito di Forza Italia sotto forma di pdf che riprende una serie di 33 slides fitte di punti.

Si tratta di un documento a dir poco mastodontico (le valutazioni in materia le trovate nelle conclusioni di questo post), che sotto questo profilo è fin troppo simile alle 300 pagine del programma del governo Prodi, che a differenza di questo programma erano però eccessivamente dettagliate, e non eccessivamente numerose.

Il programma, per entrare in tema, è suddiviso in “sette missioni”, alcune delle quali sono poi ulteriormente suddivise in più punti.

  1. La prima missione, porta il titolo “Più sviluppo, più infrastrutture”. I punti previsti sono
    1. “Un nuovo fisco per le imprese”, naturalmente dal punto di vista di coloro che le imprese le guidano e che ne ricavano i profitti. Questo punto del programma prevede in prima battuta la detassazione (graduale o meno) di straordinari, tredicesime e incentivi di produzione. Ho già avuto modo di commentare questa posizione discutendo del programma finanziario del Partito Democratico, sottolineando un principio: detassare le rivenute “straordinarie” porta un notevole vantaggio a sovrasfruttare i dipendenti già a contratto piuttosto che assumerne di nuovi. Può essere conveniente per gli industriali, ma è un grosso problema per il mondo del lavoro. Meglio sarebbe invece detassare l’assunzione a tempo indeterminato, avendo cura di stabilire un salario minimo.
      Sempre nel primo punto ricade l’idea di posticipare i versamenti iva a 60-90 giorni dall’incasso effettivo della fattura. Si tratta di un punto interessante anche alla luce del fatto che la pubblica amministrazione solitamente paga “a babbo morto”, e nel frattempo chi ha fatturato deve pure versare l’iva su soldi mai incassati. L’importante è capire come coprire questo ritardo negli incassi da parte dello Stato.
      Stesso discorso vale per l’idea di una sperimentazione “no tax” per le nuove imprese dei giovani; ottima idea che inventiva notevolmente l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, ma che ha bisogno di una copertura finanziaria da parte dello Stato: da dove pensa Berlusconi di prendere i soldi che non entreranno da queste fonti?
      Altro punto interessante, è quello che prevede la semplificazione, ove possibile, della burocrazia fiscale: lodevole iniziativa, ma non dimentichiamoci che proprio la burocrazia ha in parte contribuito alla lotta all’evasione fiscale (i controlli incrociati sono stati fondamentali) e che quindi questa semplificazione deve tenere in mente la necessità di proseguire sul cammino tracciato.
      Gli altri punti (abolizione dell’IRAP, riforma degli studi di settore “dal basso”, riduzione dell’iva sul turismo) sono altri punti interessanti e condivisibili in linea di principio, ma come già detto mancano indicazioni sulle (imprescindibili) coperture finanziarie: nei cinque anni dell’ultimo Governo Berlusconi questo non è stato sufficientemente preso in considerazione, al punto che i primi due anni di governo Prodi sono stati investiti quasi completamente nel “rimettere in piedi il paese” dopo le devastazioni economiche che i condoni del governo precedente avevano generato.
    2. “Infrastrutture e nuove fonti di energia” è il titolo del secondo punto della prima missione. Questo punto prevedere il rifinanziamento delle grandi opere (in particolare Pedemontana lombarda e veneta, Ponte sullo Stretto, TAV), la promozione della raccolta differenziata e dei necessari termovalorizzatori (la questione partenopea ha almeno avuto il merito di puntare il dito sul problema), la promozione di impianti di cogenerazione ed energie rinnovabili. Si tratta di un punti non certo “innovativi” (tutti i governi, di sinistra e di destra, li hanno elencati nei loro recenti programmi) ma la domanda è sempre la stessa: il debito pubblico italiano è alle stelle, con che soldi si pensa di fare le “grandi opere”? E soprattutto, questo verrà fatto indipendentemente dall’emergere di questioni “locali” (petrolieri, popolazioni contrarie, e via dicendo)?
      Il rilancio del “traffico aereo” con la valorizzazione degli hub di Malpensa e Fiumicino è una chiara dichiarazione di guerra all’acquisto di Alitalia da parte di AirFrance, su cui ho già abbondantemente discusso: i neo-liberisti del Popolo delle Libertà vogliono la liberalizzazione di mercato, ma non le conseguenze della liberalizzazione stessa (il fatto che Alitalia possa volare dove più economicamente interessante).
      Punto chiave relativo alle nuove fonti di energia, è l’adesione ai progetti nucleari europei, con l’introduzione del nucleare in Italia. Non sono sfavorevole al nucleare in se (la tecnologia è ormai sufficientemente matura da potersi dimenticare di eventi terribili come quelli capitati a Cernobyl), ma viste le modalità con cui vengono realizzate le “infrastrutture” in Italia (vogliamo parlare della Salerno Reggio-Calabria? Della diga del Vayont? Sulla sabbia nei cementi armati di tante costruzioni?) i dubbi rimangono, e forti, sulla parte “costruttiva” e sulla “manutenzione”.
      Anche la questione delle telecomunicazioni è contenuta in questo punto del programma. Trovo positivo che “diffusione della larga banda” e “liberalizzazione delle telecomunicazioni” siano incluse anche nel programma del Popolo delle Libertà, mentre trovo piuttosto (comprensibilmente) vuoto di contenuti il punto relativo alla liberalizzazione dei media: con Berlusconi al governo, come si può pretendere la seria risoluzione delle questioni “indipendenza dei media”, “conflitto di interessi” e “Rete 4”?
    3. “Incentivi alle imprese”. Così si può sintetizzare il punto “Lavoro” del programma del Popolo delle Libertà. Incentivi per la sicurezza su lavoro, incentivi per la stabilizzazione, incentivi per la realizzazione di nuovi posti di lavoro. Mi preoccupa un po la riforma degli ammortizzatori sociali secondo i principi del “Libro Bianco” di Marco Biagi: non ho trovato indicazioni su Wikipedia e l’idea che siano i proprietari di aziende a fare le riforme agli ammortizzatori sociali non mi fa ben sperare…
    4. Sul fronte “Liberalizzazioni”, le proposte sono vaghe: liquidazione delle società pubbliche non essenziali (mi chiedo che sono state fondate a fare, ma ho paura di non volerlo sapere) e liberalizzazione dei servizi (pubblici e privati). L’impressione è che si voglia seguire il lavoro già cominciato dal governo Prodi sotto questo profilo, ma temo (forse a causa di una certa dose di pregiudizio) una liberalizzazione selvaggia, che più che ai cittadini (tramite la concorrenza) porti vantaggi agli imprenditori…
    5. Il punto “Sostegno al made in Italy” potrebbe chiamarsi tranquillamente “protezionismo”. Ho già affrontato il discorso nel post di domenica: non sono convinto che il protezionismo serva a qualcosa. E’ un po’ come la storia di Malpensa: la destra vuole il “mercato libero” ma non ne vuole pagare lo scotto. Lodevole ad ogni buon conto l’idea di certificare il “made in Italy” (bisogna sempre capire cosa si intende per made in Italy, ma sorvoliamo) e di accorciare le filiere produttive: mi sembrano idee un po’ troppo “di sinistra” però… curioso…
    6. La “riorganizzazione e digitalizzazione della pubblica amministrazione” è in ballo ormai da parecchio tempo. L’idea in se non è malvagia, ma l’applicazione (mi dicevano dei dipendenti statali non molto tempo fà) è spesso la semplice duplicazione del lavoro: prima quello cartaceo, poi quello digitale. Si tratta di un processo non semplice da affrontare, e con risvolti spesso inattesi per i politici: si va a parlare di formati, di libertà di sviluppo del software (compresa l’analisi di apparati coperti da brevetti al fine di “liberarne” i principi di funzionamento…), di interoperabilità reale… temi che Forza Italia non ha sempre visto esattamente in quest’ottica…
  2. La seconda missione si intitola “Più aiuti alla famiglia”
    1. “Meno tasse” è un po’ il nodo cruciale di tutta la campagna elettorale del partito. Dopo aver battuto il ferro del “rubare dalle tasche degli italiani” contro il governo Prodi per due anni, Berlusconi non poteva che lanciare un segnale forte in questa direzione. Peccato che poi abbia già cominciato a ritrattare, facendo presente che la situazione economica internazionale non è delle migliori, e che “si farà quel che sarà possibile“. Se a questo aggiungesse il fatto che c’è un debito pubblico da tenere sotto controllo, ed un’economia che stenta a decollare, arriverebbe a ridurre la pressione fiscale esattamente nel modo in cui lo stava facendo il governo Prodi, a piccoli passi, garantendo la copertura finanziaria degli incentivi sociali ed economici elargiti dal governo.
      Abolizione dell’ICI sulla prima casa, su successioni e donazioni sono interventi demagogici, che non incidono realmente sulla qualità della vita dei cittadini.
      Divertente il fatto che come ultimo punto di questa missione si legga: “rafforzamento delle misure di contrasto all’evasione fiscale gia contenute nella legge finanziaria del governo Berlusconi“. Ma come, non si era parlato di sciopero fiscale, di “sinistra che mette le mani nelle tasche dei cittadini”? La lotta all’evasione fiscale del precedente governo Berlusconi è stata fallimentare, visto che Mediaset ha “risparmiato” 5 milioni di euro in 5 anni e che in due anni di governo “di sinistra” è stato possibile raggiungere obittivi inaspettati (il mitico “tesoretto” deriva proprio dalla lotta all’evasione fiscale). Il fatto che non ci sia alcun riferimento all’ottimo lavoro svolto dal governo Prodi su questo fronte (sul quale sono i numeri a parlare chiaro), mette in chiara luce quale sia il contenuto reale di questo programma politico.
    2. Il punto “Una casa per tutti” prevede la costruzione di alloggi pubblici attraverso lo scambio di proprietà dei terreni e concessioni di edificabilià, un piano di riscatti per gli alloggi pubblici, una riduzione del costo dei mutui bancari (immagino non solo quelli relativi alle case, vero?), detassazione di riscaldamento ed interventi di difesa termina, costruzione di nuovi parcheggi sotterranei nelle grandi città. Tutto molto bello, gran poco di originale. La questione degli alloggi si trascina ormai da anni nonostante i continui “investimenti” e “piani”. Il problema è che nella realtà, l’applicazione dei principi sanciti “a parole” è praticamente nulla.
    3. Terzo punto, prevede “migliori servizi sociali”, a cominciare dalla reintroduzione del “bonus bebè” (perché reintroduzione, visto che era in Finanziaria 2006?) e la riduzione dell’iva su latte e alimentari per l’infanzia: meno tasse, meno tasse, meno tasse, ma i soldi da dove pensano di prenderli?
      Ottima l’idea di fornire gratuitamente i libri scolastici alle famiglie disagiate (ancora una volta si pone il problema della copertura finanziaria di questo intervento), mentre meno condivisibile è il sostegno alle famiglie (ancora soldi) per consentire “libertà di scelta tra scuola pubblica e privata“: perché incentivare la scuola privata quando quella pubblica presenta carenze sulle quali sarebbe possibile investire?
      Altro aspetto importante di questo terzo punto, è il rilancio (rilancio???) del ruolo dei consultori anti-aborto. Il punto è delicato, eppure estremamente vago. Si tratta a mio avviso di un contentino per qualcuno, soprattutto considerando che lo stesso punto è ripetuto due volte su due pagine, affiancato nel secondo caso all’esclusione di ogni ipotesi di leggi che permettano o comunque favoriscano pratiche mediche assimilabili all’eutanasia.
      Altri soldi usciranno dal promesso “aumento delle pensioni più basse”, dal “rafforzamento della previdenza”, dall’utilizzo delle Poste Italiane (che sono state privatizzate tempo addietro) per fornire servizi “a domicilio”.
      Positivo l’allargamento dei destinatari del “cinque per mille”, comprendendo (nuovamente) le associazioni non-profit e gli enti di ricerca.
    4. Nel punto “dare ai giovani un futuro” viene ripreso il già citato punto della sperimentazione “no tax” per le aziende dei giovani, gli incentivi per le assunzioni e stabilizzazioni (in questo caso con particolare riferimento ai giovani). Nuovi (ma non originale) i punti relativi al “bonus locazione” per le giovani coppie ed all’introduzione di “prestiti d’onore” (ancora una volta relativi all’avvio di nuove imprese). Quello che al Popolo delle Libertà non è chiaro, è che ai giovani manca la formazione, non le opportunità di fare impresa: senza conoscenza, non c’è agevolazione che tenga!
  3. La terza missione, intotolata “Più sicurezza, più giustizia”
    1. “Più sicurezza” secondo Berlusconi significa più poliziotti per strada e persecuzione di nomadi, clandestini (anche agendo a livello europeo contro le sanatorie), fondamentalisti e terroristi (nazionali ed internazionali): pare che si troveranno anche soldi per un’equipe specialmente addestrata nella rincorsa al babau ed all’uomo nero. Incentivi all’installazione di sistemi di sicurezza nei pubblici servizi, incremento delle pene per le violenze contro le forze dell’ordine (dalle cui violenze invece nessuno difenderà i cittadini) da parte dei “vari disobbedienti“. Costruzione di nuovi CPT, conferma della Bossi-Fini, incentivi per la formazione in tema di leggi, lingua e cultura italiana agli stranieri.
      Come ogni volta che si parla di “sicurezza”, la destra finisce nel più demagogico razzismo, ignorando completamente i principi di accoglienza ed integrazione che renderebbero estremamente più semplice il superamento delle difficoltà che spingono alcuni clandestini a delinquere. Molto meglio fomentare l’odio della popolazione nei confronti del “diverso”, decisamente.
    2. Altro tema scottante per Berlusconi (in prima persona) è quello della “giustizia”. Avendo già fatto le leggi “ad personam” che gli servivano con l’ultimo suo governo, stavolta può promettere una razionalizzazione delle leggi vigenti, la ristrutturazione delle carceri (e costruzione di nuove), ed applicazione della “tolleranza zero“: inasprimento delle pene per i reati di “allarme sociale” (tutti, basta che ne parlino i media), certezza della pena.
      Interessante notare la struttura sintattica delle promesse che Berlusconi propone nel suo programma in questa sezione: una frase oscura e sintatticamente complessa, seguita da un’affermazione rassicurante:
      rafforzamento della distinzione delle funzioni nella magistratura, come avviene in tutti i paesi europei
      – confronto con gli operatori della giustizia per una riforma di ancor maggiore garanzia per i cittadini, che riconsideri l’organizzazione della magistratura, in attuazione dei principi costituzionali
      Non poteva naturalmente mancare la questione intercettazioni: limitazione dell’uso delle intercettazioni ai reati più gravi (quali non si sà), e divieto di pubblicazione con pesanti sanzioni in caso contrario.
  4. Quarta missione del programma, prevede “più servizi ai cittadini”:
    1. Si comincia con la “sanità”: incentivi per la ristrutturazione delle strutture ospedaliere (soldi che escono per infrastrutture che poi finiranno in televisione a Striscia la Notizia), inasprimento della lotta alla droga (naturalmente quelle leggere, perché quelle pesanti le usano in Parlamento), riforma del trattamento obbligatorio per i disturbati psichici (internamento?).
      Interessante la richiesta di trasparenza nelle nomine dei manager delle aziende pubbliche sanitarie.
    2. Per quel che riguarda la scuola, si punta sulle “3 i”: industria, inglese ed informatica (chi se ne frega se poi agli studenti manca tutto il resto). Difesa del nostro patrimonio linguistico e culturale (dall’assalto dell’uomo nero e del babau già citati in precedenza). Aumento della competizione (tra insegnanti o atenei universitari che sia) come forma di incremento delle competenze e di premiazione delle eccellenze, detassazione degli investimenti in ricerca ed innovazione tecnologica (e son soldi che vanno).
    3. Nel capitolo “ambiente” troviamo nuovamente l’allargamento del “cinque per mille” (stavolta comprendendo anche l’ambiente, anche se non sono chiare le modalità), e poi tutta una serie di iniziative volte alla salvaguardia del territorio (che non arriveranno a nulla, visto che non devono mettere a repentaglio quello scempio ambientale che è il “Ponte sullo Stretto” e le “Grandi Opere”).
  5. “Più sostegno al sud” è il tema centrale (ed unico) della quinta missione elencata nel programma, che si riassume banalmente con un piano decennale per la realizzazione di infrastrutture. Vengono poi ripresi i punti del “federalismo fiscale” (in questo frangente sotto forma di “solidarietà nazionale” alle regioni svantaggiate) e della “sicurezza”, con un piano d’emergenza per “la sicurezza e la legalità” (anche qui qualche dettaglio non avrebbe fatto male).
  6. “Più federalismo” (con particolare riferimento al federalismo fiscale) è l’obiettivo della sesta missione del programma, che prevede sostanzialmente lo spostamento su base regionale della scelta delle fonti di finanziamento garantite dall’articolo 119 della Costituzione, fermo restando il bisogno di “solidarietà nazionale”.
  7. Settima ed ultima missione, “un piano straordinario di finanza pubblica con la riorganizzazione dello Stato”, che prevede di immettere sul mercato quota parte del patrimonio pubblico, per cercare così di ridurre il debito pubblico a fronte di investimenti da parte dei cittadini e delle imprese: in pratica, “vendere le infrastrutture statali”. Lo trovo assolutamente allucinante.

Un programma, quello di Berlusconi, assolutamente mastodontico: basta guardare la lunghezza di questo post e paragonarla a quello sul programma del Partito Democratico e considerare che in questo caso mi sono limitato a riprendere i punti citati nelle 33 slides presenti sul sito di Forza Italia (anche perché sono talmente assurdi e demagogici che spesso e volentieri non serve far altro che citarli), mentre nel caso del Partito Democratico ho argomentato punto su punto quasi tutti gli aspetti.

L’impressione che deriva dalla lettura è di un enorme calderone che racchiude tutto ed il contrario di tutto, nell’intento di dare a tutti il contentino necessario a garantirsi i voti necessari per andare al governo: Berlusconi è troppo impegnato ad attaccare l’ex
governo Prodi e Veltroni per potersi concentrare su un programma realmente convincente.
Il programma del Popolo delle Libertà è tutto uno spendere e non c’è un singolo punto che spieghi da che cilindro pensano di tirare fuori i soldi necessari a tutti questi “investimenti”, “incentivi” e “sovvenzioni”.

Siamo alle solite…

Campagna elettorale howto: recuperare il pallino

Scrivevo qualche giorno fa che Berlusconi era ignorato da Veltroni in campagna elettorale, che nonostante il Cavaliere tentasse in tutti i modi di alzare i toni, Veltroni faceva (correttamente) orecchie da mercante, proseguendo sul suo cammino, che Veltroni non poteva fare campagna elettorale migliore, alla luce dell’esperienza delle ultime campagne elettorali in cui si è consentito al Cavaliere di guidare le danze portando i p0litici della coalizione di centro-sinistra nelle solite trappole demagogiche che tanto bene riescono a Berlusconi.

Bene, ecco una lezione di politica, di quella con la “p” maiuscola. Ecco come il Cavaliere ha riportato su di se l’attenzione dei media, costretto Veltroni alla replica, recuperato il possesso palla:

Notevole, davvero notevole.

Il programma del Partito Democratico

logo-elettorale-pd.jpgDopo aver dato un’occhiata al programma dell’Italia dei Valori di Antonio di Pietro, è ora il momento di dare un’occhiata da vicino ai 12 punti lanciati dal Partito Democratico per promuovere la candidatura a premier di Walter Veltroni (con il quale per di più Antonio di Pietro farà coro), in attesa che anche Sinistra Democratica ed il Partito del Popolo delle Libertà (e degli amici di Berlusconi di Arcore della Brianza…) rendano noti i propri.

Come già ampiamente battuto della cronaca, il programma del Partito Democratico si articola su 12 punti tematici, che vanno a toccare i più scottanti temi dell’attualità (politica e non).

Vale la pena fare una breve precisazione prima di cominciare a scrivere: come tutti i programmi, alcuni punti rimangono in sospeso (a volte volontariamente), e si prestano quindi a critiche di vario genere, finanche a quelle demagogiche. Non è assolutamente mia intenzione fare della contro-propaganda spicciola (anche perché non essendo un candidato, mi gioverebbe fino ad un certo punto), ma l’obiettivo è quello di esprimere alcune mie personali considerazioni sui punti sollevati dal programma del PD (in questo caso, seguiranno quando disponibili quelli degli altri principali partiti).

Vediamo insieme i 12 punti:

  1. Modernizzare l’Italia. Si parla di infrastrutture e qualità ambientale. La proposta è quella di eliminare la struttura a “tre fasi” dell’attuale normativa di valutazione d’impatto ambientale delle opere, riducendola ad un solo passaggio della durata massima di tre mesi. Questo darebbe senza dubbio una forte spinta a tutti quei progetti infrastrutturali che per un motivo o per l’altro sono rimasti fermi negli ultimi anni (dalla Tav, al ponte sullo stretto, ad alcune autostrade), anche se i punti dichiaramente citati dal programma parlano di impianti di produzione di energia rinnovabile (va di moda…), rigassificatori utili alla liberalizzazione dell’approvvigionamento di metano, manutenzione alla rete idrica e impianti di smaltimento dei rifiuti (compresi i tanto criticati termovalorizzatori).
    La mia paura è che venga caricata di una eccessiva responsabilità una commissione tecnica incaricata della valutazione: non sarebbe naturalmente un problema non fosse che, abituati ai meccanismi della politica, si finirebbe con il far decidere a quattro (strapagati) “cuggini” sull’impatto ambientale di interventi potenzialmente distruttivi per l’ambiente.
    Notevole in ogni caso l’esplicito riferimento all’intenzione di completare i lavori della Tav: si tratta di una presa di posizione coraggiosa e piuttosto scomoda politicamente e (al di la che sia condivisa o meno) dà un segnale positivo sulla “voglia di fare” che anima questo programma.
  2. Crescita del mezzogiorno. Anche qui, infrastrutture, servizi idrici e ambientali. Il sud Italia è spesso oggetto di “progetti” e “programmi” che poi non sempre hanno visto realmente un’applicazione pratica. Si tratterà in questo caso dell’ennesimo punto “da elenco” o c’è realmente dietro un’idea programmatica di intervento? Non dimentichiamo che i “soldi a pioggia” non hanno mai portato giovamento, al sud, se non alle tasche di qualche simpatico criminale.
  3. Riduzione della spesa pubblica. Veltroni ed il PD promettono una riduzione della spesa pubblica pari a 2.5 punti del PIL entro 3 anni. Per fare questo, pensano ad una riorganizzazione generale della pubblica amministrazione, l’eliminazione di parte delle sedi periferiche della pubblica amministrazione (accorpamento di tutte le sedi a livello provinciale ed abolizione delle province delle grandi aree metropolitane), degli enti inutili, delle sovrapposizioni di incarichi.
    L’utilizzo del patrimonio demaniale è già un notevole passo avanti rispetto alla prassi attuale, che vede il costante acquisto di nuovi edifici (da parenti, amici e conoscenti) e lo stato d’abbandono di altrettanti edifici di proprietà statale.
    Quello dell’abbattimento della spesa pubblica (detta anche “costi della politica” in alcuni casi) è ad ogni modo uno dei punti chiave di un po’ tutti i programmi elettorali. Il libro “La Casta” (che sto per altro leggendo proprio in questi giorni) ha dato un forte risalto all’annosa questione del clientelarismo della politica, mettendo per altro in luce un malcontento diffuso nella popolazione e costringendo di fatto i politici a promettere interventi. A seconda di chi salirà al Governo, vedremo probabilmente azioni più o meno incisive, ma non facciamoci illusioni: la macchina della politica è talmente complessa e mastodontica che non sarà facile ottenere risultati apprezzabili in una legislatura.
  4. Riduzione delle tasse. Il governo Prodi ci ha messo la faccia (e ci ha rimesso le palle) e tutti ora dicono di voler ridurre le tasse. Da parte del Partito Democratico quantomeno vediamo l’eredità del recente Governo, nella forma di un chiaro apprezzamento degli sforzi fatti nella lotta all’evasione fiscale e nel risanamento della finanza pubblica (cosa che probabilmente non vedremo a Destra). Il Partito Democratico si propone proseguire il lavoro fatto, riducendo la pressione fiscale fin da subito (cosa che il governo Prodi era in procinto di fare, per quel che sappiamo), con particolare attenzione ai lavoratori dipendenti. Interessante da questo punto di vista la precisazione di D’Alema a Ballarò, ieri sera: non serve a nulla detassare solo gli straordinari, perché questo non farebbe che incentivare le aziende ad assumere meno ed incrementare gli straordinari, con evidenti conseguenze anche sul piano della sicurezza sul lavoro. Si pensa così ad una molto più semplice riduzione della detrazione dell’IRPEF.
    L’importante sarà trovare il modo giusto perché la detassazione giovi non solo alle imprese ma anche ai lavoratori: la reintroduzione almeno parziale del meccanismo della scala mobile (che nel programma del Partito Democratico non è prevista) potrebbe essere parte della risposta.
  5. Incentivo dell’occupazione femminile. Ecco un punto di reale novità del programma del Partito Democratico. L’idea di investire fortemente nell’incremento dell’occupazione femminile, con l’intento di dare vita ad un circolo virtuoso potrebbe anche funzionare (non ho i parametri numerici per giudicare la fattibilità di questa proposta), e potrebbe portare notevoli ricadute anche su coloro che non ne sono direttamente interessati (maggiore occupazione significa più lavoro, più produzione, più richiesta nuovamente più lavoro).
  6. Rilancio dell’edilizia convenzionata. Investimento statale nell’edilizia, con capitali etici e controllati pubblicamente, per l’aumento della disponibilità di case in affitto, con un canone d’affitto da fissare tra i 300 ed i 500 euro, più tassazione del reddito da affitto ad aliquota fissa e detraibilità di parte del canone d’affitto.
    L’idea, seppur certo non originale ne innovativa, è buona. Esperienza insegna che più che le sovvenzioni quello che manca è il controllo di quello che viene realmente fatto sul territorio: non è la prima volta che mi sento dire che “c’è da pagare qualcosa in più, a parte, perché sono immobili ad edilizia convenzionata”. Trovare una soluzione fattibile per il controllo di quello che accade realmente (far fare da tramite allo Stato? Deposito e verifica a campione dei contratti?) potrebbe portare ancora più giovamento di un ulteriore investimento, sicuramente lodevole.
  7. Incremento demografico. L’idea in sè del sostegno alla famiglia come via per arrivare alla ripresa dell’incremento demografico non è certo una novità, e gli scarsi risultati ottenuti dalle ultime legislature la dicono tutta sull’efficacia che questi provvedimenti hanno avuto. La proposta del Partito Democratico, che promette la sostituzione degli “assegni familiari” con una “dote fiscale” per il figlio, allargata anche ai lavoratori autonomi, ed un sensibile aumento dei servizi offerti alle famiglie (soprattutto nei primi anni di vita dei figli, con l’aumento della capienza degli asili nido) è l’ennesima strada di cui si fatica a vedere uno sbocco. Non che l’idea non sia buona, ma sà di “già tentato”…
  8. Nuovi campus universitari. La proposta del Partito Democratico è di realizzare 100 nuovi campus universitari entro il 2010: luoghi che serviranno ad aggregare, formazione ed internazionalizzazione per gli studenti, oltre che “centri di sapere” per le comunità locali. Quello che purtroppo sfugge a Veltroni e soci è che di università ce ne sono fin troppe, non ne servono di nuove. Quello che invece serve è una promozione seria della qualità della formazione, oltre che l’introduzione di un reale valore meritocratico per atenei e studenti. Su questo aspetto, a mio avviso, il programma presentato dal PD è completamente fuori target.
    Magro e fin troppo sintetico lo spazio dedicato alla ricerca (appena due righe fumose e vaghe), vero centro nevralgico della crescita del paese in ambito scientifico. L’emorragia di cervelli continua imperterrita da anni ormai, le aziende non fanno più ricerca da un pezzo (ne vedono convenienza nel farlo) e le università hanno pochi risicati mezzi per farlo, eppure nel programma del PD troviamo appena due righe, sul tema. Eloquente.
  9. Precarietà e sicurezza sul lavoro. La strage della Tyssen ha toccato i sensibili animi degli italiani, che si sono finalmente resi conto dell’enorme problema della sicurezza sul lavoro (ma non del lavoro nero, grande piaga del Nord Italia, pazienza) e non si poteva che attendersi uno spostamento “verso il centro” di questo importante tema, da sempre bandiera della sinistra più estrema.
    L’idea di istituire un’agenzia nazionale per la sicurezza sul lavoro che incentivi, elargendo premi sotto forma di sgravi fiscali, le aziende ad investire nella sicurezza sul posto di lavoro è sicuramente buona, ma ancora una volta si va a mancare (di poco) il problema principale: l’applicazione delle norme esistenti soprattutto tramite l’incremento del personale preposto ai controlli (ad oggi decisamente scarsi). Molto interessante anche l’idea di introdurre un salario minimo nazionale da concertare tra aziende e sindacati (il programma parla di un obiettivo di 1000 euro, decisamente più alto di numerosi contratti “atipici”). C’è solo da ricordarsi che un salario ha valore proporzionalmente al costo della vita: 1000 euro a Napoli non sono 1000 euro di Milano (esperienza personale)…
    L’aspetto di questo punto che mi lascia maggiormente perplesso, però, è il terzo, quello legato alla stabilizzazione dei contratti dei giovani. L’idea (condivisibile) del PD è quella di far costare maggiormente i contratti atipici, incentivando così l’introduzione di contratti più stabili: come però l’allungamento del periodo di prova e l’incentivazione dell’apprendistato (notoriamente il mezzo per sottopagare i minori di 25 anni) possa giovare a questo processo, mi sfugge…
  10. Sicurezza. E’ senza dubbio il tema più caldo che il programma del Partito Democratico deve affrontare, memore anche delle pesanti dichiarazioni contro i rumeni che Veltroni aveva rilasciato non molti mesi fa. Sono anni che dico che il tema della sicurezza non deve essere solo appannaggio della destra (che ne ha fatto un cavallo di battaglia) ma deve essere fatto proprio dalla sinistra e rielaborato alla luce dei suoi valori fondanti di accoglienza ed integrazione.
    Purtroppo la linea che sceglie di seguire il programma del PD non è esattamente questa, ma tende maggiormente alla drastica “tolleranza zero” che ha già dato abbondantemente prova di essere quella sbagliata (pensiamo solo ai danni provocati dalla riforma Bossi-Fini sull’immigrazione). Mi auguro che il Partito Democratico abbia in mente una diversa sintesi della questione, che porti all’auspicata “certezza della pena” senza ledere e ulteriormente limitare i già intaccati diritti costituzionali dei cittadini italiani e stranieri.
    Condivisibile, invece, è la proposta di “mobilitare” personale inattivo della pubblica amministrazione a supporto delle sedi di polizia in modo da consentire una maggior presenza di agenti per le strade, con un ipotizzabile incremento della sensazione di sicurezza da parte dei cittadini, oltre che una ricaduta anche sull’aspetto della riduzione dei costi della pubblica amministrazione.
  11. Giustizia e legalità. L’obiettivo di questo punto del programma è quello di riportare la politica e la pubblica amministrazione in un contesto di trasparenza e legalità che da anni risuggono, applicando alcuni principi già presenti nel Codice Etico del Partito Democratico (ed in verità anche negli statuti di numerosi altri partiti, presenti e passati) alla sfera della pubblica amministrazione nazionale e locale.
    Merito dell’introduzione di questo genere di proposte va senza dubbio dato al libro “La Casta” (che tra l’altro sto leggendo proprio in questi giorni), che ha contribuito a (ri)sollevare il problema, portando alla luce quantomeno sotto i riflettori dei grandi media un sentimento ampiamente diffuso tra la popolazione. Si tratta oltretutto anche di un mezzo per tornare a far avvicinare il popolo alla politica, i cui risultati però non potranno che essere visibili sul lungo-lunghissimo termine.
    Interessante l’accenno al nodo cruciale delle intercettazioni telefoniche, che (sebbene bisognose di una regolamentazione) vengono chiaramente definite strumento fondamentale per il contrasto di numerosi reati (aggiungo io, sopratutto quelli in cui l’immagine pubblica ha una forte ricaduta, come quelli di matrice politica).
  12. Banda larga e tv di qualità. L’ultimo punto del programma riguarda due aspetti fondamentali della comunicazione: la banda larga e la televisione. Per quel che riguarda la banda larga, è interessante (e merita un approfondimento) l’idea di far rientrare tra i diritti dei cittadini quello all’accesso alla rete, paragonandolo all’accesso all’acqua ed all’energia elettrica. Di difficile attuazione (a meno di interventi davvero incisivi sul versante delle liberalizzazazioni) vedo la possibilità che sia un governo a farsi carico della realizzazione (se non sotto forma di incentivi) dell’infrastruttura di rete mancante in Italia, soprattutto tenendo presente che l’ultima gara nazionale per il WiMax ha visto la partecipazione dei soliti colossi del settore, che hanno così tagliato la possibilità di utilizzare questa tecnologia per aumentare efficacemente la copertura a livello locale, facendo leva su realtà strettamente legate al territorio.
    Il punto invece relativo alla “televisione di qualità” altro non è che il solito “conflitto di interessi“: citando direttamente il programma: “occorre correggere gli eccessi di concentrazione delle risorse economiche, accrescendo così il grado di pluralismo e di libertà del sistema“. Viste le polemiche all’interno dell’Unione su questo punto del programma durante l’ultima legislatura, che ne hanno di fatto bloccato la realizzazione, nutro seri dubbi che questo possa essere fatto unilateralmente da parte del Partito Democratico. La linea di principio è buona, bisognerà vedere cosa ci aspetta all’atto pratico…
    Interessante anche l’idea di istituire un fondo pubblico per la promozione dei programmi di qualità. Solleva però un dubbio: essendo la Rai di proprietà del governo (o quasi), ed essendo sovvenzionata tramite soldi pubblici, dove sta la differenza rispetto al costringere la Rai a trasmettere programmi “di qualità”, cosa mai riuscita negli ultimi anni?

Nel complesso, quello del Partito Democratico mi è sembrato un discreto programma, qua e la anche originale. Va prestata estrema attenzione ad alcuni punti estremamente delicati, e soprattutto a quelli descritti in modo maggiormente fumoso, perché all’atto pratica potrebbero risultare drasticamente diversi dalle aspettative dell’elettorato, se mal interpretati.

Purtroppo quello di cui temo pagherà le conseguenze il Partito Democratico (e in realtà di riflesso anche parte dei suoi avversari) sarà la cronica mancanza di capacità di comunicazione del centro-sinistra ulivista, che non è stato in grado (neppure stavolta) di comunicare i punti del programma dell’Unione che sono stati realizzati (o quantomeno avviati), lasciando così ricadere l’attenzione su quelli che sono stati invece rimandati o (volutamente) dimenticati in questi due anni di legislatura.
L’impressione da parte dell’elettorato è quella di una inaffidabilità delle promesse fatte in questi documenti, indipendentemente dallo schieramento politico. Sarebbe ora che parlassero i fatti e che chi è preposto a farlo ne renda pubblica l’attuazione…

In sintesi, il programma del Partito non mi dispiace, anche se non lo condivido appieno. Rimane però il nodo cruciale delle candidature. Chi ha orecchie per intendere…

La proposta Di Pietro

IMG_1957 (Modificata).JPG Che il mondo dei mass media italiani abbia bisogno di una radicale riforma, non lo scopriamo certo oggi. Appiattimento dei palinsesti televisivi, giornali di discutibile qualità che stanno in piedi solo grazie alle sovvenzioni pubbliche all’editoria, giornalisti incompetenti ed arroganti un po’ ovunque, interi imperi mediatico-pubblicitari in mano ad aziende private: insomma una vera catastrofe.

Un’idea su come correre ai ripari, l’ha proposta ieri dal suo blog Antonio Di Pietro (che io non posso in alcun modo vedere in italiano, sic), articolandola su quattro punti (dopo che questi stessi punti si trovano in realtà da tempo all’interno del programma dell’Italia dei Valori):

  1. Una sola televisione pubblica, senza pubblicità
  2. Limitazione della proprietà per i concessionari privati ad una Rete
  3. Eliminazione dei finanziamenti pubblici all’editoria

Si tratta sicuramente di misure molto drastiche, che condivido per altro solo in parte.

Innanzi tutto, mi lascia perplesso di una singola televisione pubblica: se il livello fosse quello di Rai1, otterremmo uno splendido fallimento della Rai (per quanto mi riguarda…) ed un incremento dello share pari a zero. Non capisco la necessità di ridurre il numero delle reti pubbliche, che si differenziano piuttosto bene tematicamente (almeno su Rai Tre, di tanto in tanto, qualcosa di interessante lo si trova!).
Completamente d’accordo invece sulla questione della pubblicità: meglio il denaro pubblico che lo scempio che si sta facendo con la pubblicità sulle reti pubbliche. Magari non tutte, ma almeno una delle reti dovrebbe essere una rete di informazione: telegiornali ogni 2, 3 ore, tramissioni di approfondimento nel mezzo, condotta seriamente e senza pubblicità di alcun genere. Prima di reintrodurre il canone, però, aspetterei di vedere i risultati della riforma: convincere gli italiani a pagare volentieri, visto l’attuale livello medio della televisione, lo vedo alquanto difficile…

Mi trovo d’accordo con Di Pietro anche sulle concessioni ai privati: la televisione è un mezzo mediatico estremamente verticale, in grado di manipolare pesantemente l’opinione pubblica, e per tanto da tenere fortemente sotto controllo nella sfera pubblica, figuriamoci in quella privata. Limitare ad una singola rete le concessioni dei privati, non farà del male a nessuno, fatta eccezione per Silvio Berlusconi, che sarà costretto a cedere due delle sue reti: d’altra parte che che ne dica il Cavaliere, la legge italiana non deve essere fatta a suo uso e consumo, quindi soprassederemo al suo disappunto ed agli strepiti di “cavaliericidio”. La cosa importante però, in questo scenario, sarebbe controllare che l’indipendenza delle reti sia reale, e non che queste siano semplicemente consegnate a qualche tirapiedi o prestanome di turno…

Carina l’idea di eliminare i finanziamenti pubblici all’editoria, ma l’onorevole Di Pietro dimentica che in mancanza di finanziamenti pubblici, il potere della pubblicità sui giornalisti diventerebbe ancora maggiore, pregiudicandone definitivamente la già scarsa obiettività. Siamo sicuri che sia un bene? E’ necessario promuovere anche su questo fronte la meritocrazia (attenzione, non l’imposizione di argomentazioni gradite al governo!), ed è assolutamente fondamentale trovare un meccanismo che la metta in luce (e non solo in questo settore).

In sé, in ogni caso, i tre punti proposti da Di Pietro segnano quantomeno un aumento dell’interesse sull’aspetto dell’indipendenza dei media (che in parte si rigollega a quel conflitto d’interessi che da tanto tempo si dice di voler risolvere), e questa è una nota positiva. Il programma nel quale si inseriscono (almeno così come viene riassunto per punti sul sito dell’Italia dei Valori) mi sembra un po’ demagogico ma accettabile: mi piacerebbe sapere come intendono realizzare alcune delle voci esemplificative degli 11 punti di programma…

Onorevole Dini, non è questo il modo giusto!

Palazzo Chigi Lamberto Dini, da parecchio tempo ormai nell’occhio del ciclone per il suo “antagonismo” nei confronti del Governo (nelle file della cui coalizione è stato eletto), ha reso noti quest’oggi, tramite una lettera inviata al direttore del Corriere della Sera, i sette punti del programma da lui proposto, minacciando il voto contrario nel caso in cui non fosse accettato nella sua interezza. Questa lettera giunge al termine di un acceso scambio di dichiarazioni con Romano Prodi, che aveva replicato alle minacce lanciate pochi giorni fà dal senatore dei Liberaldemocratici.

Se poi andiamo a scorrere i sette punti del programma proposto da Dini, scopriamo che sono anche piuttosto ragionevoli: alla fine il tutto si riduce sostanzialmente al problema dei costi della politica (e della macchina statale in senso più ampio) e della necessità di ridurre il debito pubblico, posizioni che mi trovano assolutamente concorde.
Il problema di fondo sta nel metodo. Prima di tutto, minacciare porta sempre dalla parte del torto, a prescindere: se passa il messaggio che Dini ed i suoi 3 accoliti, forti della propria presunzione, definiscono le priorità di un governo alla facciazza degli altri circa 150 senatori della coalizione, questo non è altro che un sinonimo della naturale fine del Governo, e allora tanto vale dirlo subito chiaro e tondo, senza fare giochi di questo genere che certo non giovano all’Italia.
Secondariamente, se Dini non mette nemmeno in preventivo l’idea che le sue proposte siano oggetto di dibattito, significa che si ritiene di fatto infallibile, e non mi sembra una gran cosa, per un politico. Il dibattito è fondamentale non solo con l’obiettivo di trovare un punto di mediazione (che è proprio il punto sul quale Dini non vuol transigere, pare), ma anche con l’obiettivo di migliorare, mettendo a confronto idee diverse, una propria posizione, magari con soluzioni alle quali non si aveva pensato. Questa chiusura di Dini, da questo punto di vista, è forse ancora più difficile da tollerare, per quel che mi riguarda, dei modi con cui viene espressa.

L’impressione che ricavo da tutta la vicenda, è che Dini ed i Liberaldemocratici stiano cercando di acchiappare voti, giocando sporco. Non è molto dissimile dalla sensazione che avevo fino a poco tempo fà (poi sono sostanzialmente ammutoliti) con l’Udeur e con alcune uscite dell’Italia dei Valori, che hanno messo i bastoni tra le ruote a suon di minacce e strappi anziché tramite la discussione, dentro e (soprattutto) fuori il Parlamento.