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Gnome non “vede” più le periferiche removibili?

IMGP4662 Se la vostra installazione di Gnome ha improvvisamente smesso di “vedere” le periferiche removibili (chiavette USB, Memory Card e via dicendo) la colpa potrebbe essere di gparted. L’installazione del noto software di partizionamento per la piattaforma GNU/Linux infatti, porta alla creazione di un file di configurazione di HAL che per disabilitare il montaggio automatico delle periferiche removibili, le disabilita in modo generale (quindi anche se non avete impostato l’automount).

Il suggerimento mi arriva da crackedboy, che ci ha sbattuto la testa su una Debian, che (ho letto tramite Persone) riportando la sua “scoperta”: il file gparted-disable-automount.fdi, contenuto nella directory /usr/share/hal/fdi/policy/.

E’ sufficiente rimuovere (o spostare, fate un po’ voi, io l’ho banalmente rimosso) quel file e riavviare il servizio hald, perchè Gnome ricominci a rilevare le devices inserite, e potrete controllarne il comportamento tramite la configurazione disponibile in gnome-volume-manager.

Mi sembra onestamente un comportamento un po’ invasivo da parte di Gparted, di cui tra l’altro fatico a capire le ragioni…

I problemi dei mass media?

Throw Away Your Television Dalle pagine di questo blog, capita spesso di leggere poco costruttive ed a volte incivili invettive contro i giornalisti. Sono però anni che mi dico che dovrei fermarmi un attimo a riflettere sui meccanismi che portano a questi risultati cosi, a mio avviso, scarsi e deludenti. Il problema è che non essendo vicino a nessun giornalista in particolare, fatico molto a comprendere parte dei meccanismi (e sicuramente ce ne sono) che governano la produzione dei giornalisti (i loro articoli) e ne determinano la qualità; su questo specifico aspetto, lancio un appello: se qualcuno di voi, miei pochi miseri lettori, è o conosce un giornalista disposto a fare quattro chiacchiere sull’argomento con il sottoscritto davanti ad una buona birra, sarei veramente felice di potergliela offrire (astenersi perditempo :P).

In ogni caso, il principale problema dei mass media per quel che riguarda le tematiche che vengono trattate e lo spazio che si va assegnando loro, secondo il mio modesto parere, è quello di dover rispecchiare la società alla quale si relazionano.
Se il pubblico della televisione vuole vedere il Grande Fratello, beh è quello che andrà in onda. Se il pubblico vuole avere notizie sull’ultima trombata della velina, o un approfondimento di 2 ore sul perché quel singolo episodio fosse fuorigioco o meno, allora la televisione si adatterà e provvederà a trasmettere quello che il pubblico chiede.
Un discorso analogo, naturalmente, vale per i mass media su carta stampata: viene dato maggior risalto alle notizie che in qualche modo fanno vendere più copie (anche se in questo caso c’è la forte concorrenza dei giornali scandalistici a ridurre il capo dei temi trattabili “con successo”).

Rimane il problema di comprendere con quali sistemi viene valutato il “volere del pubblico”: l’auditel e la statistica sono ancora dei parametri applicabili e veritieri? Il successo di La7 (che è particolarmente attenta al livello culturale dei suoi “prodotti”) e l’incremento recente dello share di Rai3 rispetto alle altre emittenti statali, dice che forse cosi non è…

Tutto sembrerebbe quindi legato irrimediabilmente alla pubblicità: i giornali e la televisione si sostentano con i proventi della pubblicità, e quindi i loro guadagni sono strettamente vincolati allo share, non alla qualità dei programmi. Non è proprio possibile formulare una controproposta economica che porti all’indipendenza delle redazioni dai problemi prettamente economici? Ad esempio, degli stanziamenti statali per le 5 reti che producono programmi di qualità migliore (rimane ovviamente da definire, e non è poco, cosa sia migliore)?

Oltre a questo problema, quello della tipologia degli argomenti trattati e del peso che viene dato loro sul palinsesto (contiamo che trasmissioni come Voyager o L’Isole dei Famosi hanno pero maggiore di Report o Geo&Geo, in palinsesto), rimane il problema delle notizie gonfiate, della continua e pressante ricerca dello scoop a tutti i costi, anche a costo di mentire, di parlare a metà, di non essere precisi e veritieri, ma in questo caso, gli unici che possono fare qualcosa, sono i giornalisti stessi, quindi non posso che fare appello alla loro coscienza.

La “coda lunga” di OpenXML

Poteva sembrare che le questioni legate ad OpenXML fossero sospese dal giorno della votazione da parte dell’ISO, in attesa che, a febbraio, si dia luogo al tanto discusso “ballot”; ed infatti, per quel che riguarda strettamente il formato OpenXML proposto da ECMA sotto la spinta di Microsoft, il lavoro è ora relegato dietro le quinte, nel tentativo di “aggiustare” un formato nato storto, ma questa è un’altra questione.

Purtroppo però, la questione di OpenXML sta avendo uno strascico tutt’altro che glorioso, sulle attività del comitato SC34 all’interno dell’ISO/IEC JTC1 (quello che si occupa, per l’appunto, della valutazione dei formati documentali). Questo comitato infatti, è completamente bloccato dal giorno della votazione su OpenXML, in quanto non è più riuscito a raggiungere il quorum (50%) necessario alle varie votazioni che nel silenzio mediatico si susseguono di giorni in giorno. Perchè? Semplice, banale.

Durante la indecente battaglia condotta per “comprare” lo standard OpenXML, una numerosa serie di aziende si sono iscritte (oltre ai vari National Bodies) al comitato SC34 come osservatori (O-Members), mentre altre aziende, membri osservatori del comitato da più tempo, hanno modificato la propria iscrizione, diventando Principal Members (P-Members), in modo da avere maggior influenza sul risultato finale della votazione. E fin qui, nulla di nuovo.
Il problema nasce nel momento in cui tutti questi nuovi membri (in particolar modo i nuovi P-Members) non danno seguito al proprio obbligo di voto/astensione nelle altre votazioni, quelle che non riguardano OpenXML, impedendo il raggiungimento del quorum, e bloccando, di fatto, il lavoro del comitato SC34.

A queste aziende vanno i miei complimenti per la serietà dimostrata (mi piacerebbe che fossero resi pubblici i nomi…), e mi auguro che questa situazione faccia riflettere tutti, Microsoft compresa, sulle conseguenze delle proprie azioni…

[Fonte: http://www.consortiuminfo.org/standardsblog/article.php?story=20071016092352827

Paradossi del mondo del lavoro

Il lavoro_BN_4A volte ci si trova a dover far fronte a situazioni davvero paradossali. Siamo ormai tutti a conoscenza dei problemi di lavoro che ci sono in Italia. Problemi che non coinvolgono solamente i giovani, ma che li riguardano in modo particolare.

Mi sono sempre considerato piuttosto fortunato da questo punto di vista. Anche se questo ha portato a sacrificare più che abbondantemente l’impegno universitario, ho avuto la fortuna di trovare sempre lavoro al primo colpo, con lavori meno stimolanti dal punto di vista intellettuale ma utili alla comprensione di cosa significhi “farsi un culo quadro per due soldi” (come lavorare da McDonald’s), e con lavori molto più interessanti, stimolanti e gratificanti, come quello che svolgo al momento.
Questo già mi colloca una spanna sopra i miei coetanei nella scala della fortuna lavorativa: non saprei elencare più di una decina di miei coetanei che abbiano la fortuna di fare un lavoro che gli piace, attinente con i loro interessi, ben retribuito, flessibile all’inverosimile, in regola ed a tempo indeterminato, come invece capita a me.

Ma a quanto pare non era sufficiente. Di ritorno dall’End Summer Camp, sono stato contattato da un’azienda del campo dell’Entertainment, che su indicazione di un mio conoscente (che non mi sarei mai aspettato portasse tanta stima del sottoscritto) mi ha proposto un impiego da responsabile tecnico. Il mio ruolo avrebbe dovuto essere quello di tramite tecnico tra il consiglio d’amministrazione della società e gli sviluppatori, per tradurre le richieste del primo in qualcosa di comprensibile ai secondi.

La proposta era allettante, anche se non abbiamo avuto tempo di entrare nei dettagli economici. Per la cronaca, ho rifiutato l’offerta, perchè serviva un impegno a tempo pieno che in questo momento non rientra tra le mie possibilità/volontà. Ma la considerazione è un’altra: che cosa porta me a ricevere offerte di questo calibro, e gli altri miei coetanei a lavorare nei call-center? E’ davvero solo fortuna?

Questi maledetti lavavetri assassini…

LavavetriDopo la notizia della settimana scorsa degli interventi contro i lavavetri a Firenze (e sull’onda delle polemiche conseguenti), in queste ore si comincia a parlare del “pacchetto sicurezza” che dovrebbe estendere questo genere di misure a livello nazionale.

Indubbiamente ci sono dei problemi che vanno affrontati: la microcriminalità su tutte è un problema serio delle nostre metropoli. Su questo credo che nessuno sia in disaccordo. Peccato che poi, le opinioni sul cosa fare sono drammaticamente divergenti, e mi auguro che il Governo non cerchi di far passare a forza un decreto legge che marchi definitivamente questa divergenza, ma che cerchi il dialogo ed il confronto con tutte le parti in causa (comprese quelle non politiche).

In particolare, è quantomeno curioso punire lavavetri e accattoni per fermare la microcriminalità (è un’associazione di idee davvero degna della destra più estremista), cosi come è simpatico che si voglia punire con il carcere (carcere!) chi chiede l’elemosina (sempre che poi non ci sia la condizionale, che il giudice non ritenga corretto applicare la sola sanzione pecuniaria, e via dicendo) mentre i reati finanziari (Ricucci? Fiorani? Cirio? Parmalat?) sono di fatto impuniti.
E’ inoltre interessante valutare come si cerchi di riempire nuovamente quelle carceri il cui sovraffollamento ha portato ad un discutibile indulto: forse che l’unica parte utile di quel provvedimento sia stata giudicata troppo “saggia” e vada quindi rovinata?

Al di là delle polemiche, però, e degli appelli, c’è una considerazione importante da fare: è importante che questa proposta di legge non venga portata avanti in un’ottica di “recupero consensi”. E’ assolutamente immorale, una schifezza, cercare di aumentare i consensi al governo sulla pelle dei più deboli, che sarebbero proprio quelli che maggiormente necessiterebbero della protezione dello Stato stesso. Non si deve fare della demagogia spicciola, riconducendo per partito preso questa azione di governo al recupero consensi (come dicevo all’inizio, ci sono degli oggettivi problemi da affrontare), ma proprio per questo motivo sarà ancora più importante che il Governo promuova il dibattito e dialoghi con le parti in causa, conformandosi a quello spirito coraggioso che è un po’ sbiadito, dopo la “stangata finanziaria” di un anno fa (che proprio ora comincia a dare i primi frutti con la possibilità di abbassare nuovamente le tasse ma con la consapevolezza di aver fatto quegli interventi indispensabili alla sopravvivenza economica del nostro paese). Che i nostri governanti si siano spaventati dal crollo dei consensi? Non era forse immaginabile che sarebbe andata cosi? Non conosciamo ancora gli italiani?

Infine, attenzione a parlare di “punto di vista della gente”. La gente è emotiva, e reagisce con il cuore (spesso in preda ad una profonda ignoranza): se facessimo un referendum sul ripristino della pena di morte il giorno dopo uno di quegli omicidi ai quali i mass media decidono di dedicarsi con particolare fervore, otterremmo risultati assolutamente indignanti. Se oggi proponessimo un referendum per una norma di legge che sbatta fuori dall’Italia tutti gli extracomunitari, passerebbe senza alcuna difficoltà.

Proposte per il 22 giugno

Il 22 giugno, presso lo IULM di Milano, si terrà una manifestazione dal titolo “Condividi la Conoscenza“, che si vuole proporre come punto di partenza e riflessione sull’impatto dei “nuovi media” sulla nostra vita, sulla politica e sull’industria.

Chiamato alle armi dal buon Fiorello Cortiana, ho provveduto questa sera a proporre 3 diversi “nodi di riflessione” a mio avviso particolarmente importanti, e sui quali invito tutti a discutere e confrontarsi. Li riporto anche qui, per dare ulteriore risalto alla lodevole iniziativa.

Quantificazione del valore virtuale
Parlando con un caro amico, non molto tempo fa, mi faceva notare quanto fosse difficile investire in “innovazione” e “nuove tecnologie” in Italia, senza avere adeguati fondi alle spalle.

Questo perchè le banche e le società di venture e capitali, nel nostro paese, misurano ancora la bontà di una proposta di investimento in base alle immobilizzazioni materiali che il richiedente può portare. Questo aspetto è stato ulteriormente evidenziato quest’oggi durante un incontro presso il Politecnico di Milano, al quel ho partecipato.

Nel campo della cultura, quali immobilizzazioni possono essere “spese” per ottenere un investimento? Praticamente solo brevetti e diritti d’autore o di “proprietà intellettuale” (detesto questo termine, perdonatemi), che a mio avviso sono solo briglie e freni all’innovazione, alla produzione di cultura ed alla sua diffusione.

E’ assolutamente necessario che si faccia una seria riflessione, e si trovino delle proposte applicabili ed efficaci, per consentire una quantificazione oggettiva della bontà di un investimento in un ambito come quello della cultura, o dell’industria del software, dove le immobilizzazioni materiali non hanno praticamente necessità di esistere.

Pubblico dominio materiale
Quando si parla di “proprietà pubblica”, si pensa sempre ad aquedotti, autostrade, ferrovie. E quando queste proprietà vengono in qualche modo intaccate dalle privatizzazioni, si sentono salire urla di protesta. Tutto corretto, tutto assolutamente condivisibile, ma tutto, strettamente, materiale.

La privatizzazione delle infrastrutture di comunicazione, tanto importanti per la produzione e la diffusione della conoscenza, non arreca forse un danno paragonabile, se non superiore, alla privatizzazione di acquedotti, autostrade e ferrovie?

Come può una rete di larga banda (ma anche una rete di fonia, o la semplice proprietà ed efficienza di una emittente televisiva statale di qualità) che si confronta con mere logiche di profitto, senza tener conto di quelle che sono le esigenze culturali dei cittadini?

Bisogna che si prenda coscenza che l’infrastruttura di rete e (tele)comuncazione del nostro paese è un bene primario per la stessa economia italiana, e come tale, va difesa e rigidamente controllata.
La rete internet italiana non può essere in mano ad un monopolista (in palese conflitto di interessi, tra l’altro) come Telecom, i cui disservizi sono ormai divenuti barzellette fuori dai confini del nostro paese.

Riduzione del Digital Divide
Il termine “digital divide” purtroppo viene usato in modo piuttosto variegato, quindi la riduzione dello stesso è qualcosa di poco tangibile.
In questo caso, per “digital divide” intendo il divario culturale che impedisce a tutti i cittadini di fruire liberamente dell’innovazione (altro termine abusato, a mio avviso), di fatto creando cittadini di serie A e cittadini di serie B, e contribuendo quotidianamente ad ingigantire questo divario.

A mio avviso sarebbe necessario riflettere su quali ragionevoli proposte possano essere avanzate per combattere efficacemente questo problema.

Un punto da tenere presente è che piu che stimolare un’offerta (formativa?) che già per altro esiste, anche in maniera alquanto diffusa, e prima ancora di trovare i criteri economico/fiscali atti a spingere questa “riduzione”, è importante comprendere che va stimolata la richiesta stessa, rendere i cittadini stessi partecipi di questo processo, perchè nessun tipo di forzatura, nel campo della conoscenza, è in grado di portare benefici a medio/lungo termine.

Perchè la Royal ha perso le elezioni (sigh)

Dopo averlo pronosticato, e dopo aver verificato il risultato, ho avuto tempo e modo, nella giornata di oggi, di approfondire un po’ la riflessione abbozzata questa mattina.

Perché Ségolène Royal ha perso le elezioni politiche in Francia? Come in tutti i casi, le motivazioni sono molteplici e da ricercare anche in aspetti quantomeno inaspettati. Ma su tutti questi aspetti, uno in particolare mi ha fatto rizzare le orecchie, perché mi ha improvvisamente fatto tornare in mente una vecchia considerazione mai espressa e che invece si è confermata in tutta la sua orribile realtà.

Una delle ragioni per cui Ségolène Royal ha perso (ed in modo cosi marcato) le elezioni presidenziali è quella di aver incentrato tutta la campagna elettorale “contro” Sarkozy. Mancando alla sinistra francese un programma serio, pensato e costruttivo, la povera Royal si è dovuta accontentare di dibattere sugli argomenti del programma di Sarkozy, giocando praticamente costantemente “fuori casa”. Un esempio fondamentale è quello della cosi detta “identitè nationale” che tante (troppe) volte è ricorso nei discorsi della Royal, pur essendo un argomento prettamente di destra (al punto da essere la bandiera di Le Pen).
Se a questo si aggiunge la scarsa coesione all’interno del suo stesso partito/elettorato, che ha preferito attaccarla piuttosto che sostenerla, facendole perdere credibilità, la frittata è presto fatta, cotta e condita.

La situazione, dicevo, mi riporta alla mente un pensiero già noto (anche se mai espresso in queste pagine per ovvie ragioni): è tutto molto simile alle elezioni italiane del 2001. Mancanza di un programma serio, tutto incentrato sull’anti-berlusconismo, ed eccolo al governo. Demonizzare l’avversario, pare, non funziona piu, e sarebbe anche ora che i nostri politici lo accettino e facciano proprio questo concetto.
I piu maliziosi però, mi direbbero che anche nel 2006 la campagna elettorale è stata interamente pensata “contro Berlusconi”, forse in maniera ancora più accentuata rispetto al 2001. Qual’è stata allora, la differenza sostanziale tra il 2001 ed il 2006 (al di la dei 5 anni di disastri politici di Silvio), che ha consentito all’Unione di vincere (se pur di un soffio) le elezioni politiche? La risposta è semplice quanto ovvia: il programma.
Già, proprio il programma. Proprio quell’accrocchio di idee, pensate prima della campagna elettorale, a mente fredda, in un’ottica propositiva e non solamente critica. Un programma che ora andrà rispettato, ovviamente, ma che ha consentito alla sinistra di avere quel baluardo di “originalità” che le ha consentito di rappresentare un’alternativa, e non un clone, alla proposta elettorale del centrodestra.

A questo punto mi aspetto che il centrosinistra italiano analizzi seriamente il proprio stato a partire dal magro risultato che uno schieramento analogo ha raccolto oltralpe. E’ necessario che la sinistra ritrovi i propri valori (lavoro, solidarietà, tolleranza, non violenza, cultura, società), che li faccia crescere (come pensiero) al proprio interno fino a renderli moderni ed attuali.
Che la smetta di cercare “altrove” le idee che non riesce più ad avere, perché altrove non le troverà, o troverà quelle di altri schieramenti che nulla hanno a che spartire con la Sinistra.
Una volta che questo processo sarà terminato, sarà necessario fare proprie le tematiche della destra (tradizione, sicurezza, controllo dell’immigrazione) in una chiave originale ed in un’ottica di sinistra (un disoccupato di destra non è più felice di un disoccupato di sinistra, allo stesso un elettore di sinistra non è più felice quando si trova minacciato o derubato).