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Povere major…

made in heaven Le povere major discografiche sono decisamente in crisi. Sono cosi in crisi che potrebbero chiudere da un giorno all’altro: quei cattivelli dei pirati informatici che si copiano le canzoni, e quei maledetti che rilasciano sotto Creative Commons, rubando i diritti alle major, stanno mandando sul lastrico un settore che da occupazione a miliardi di persone in tutto il mondo. Per di più, ultimamente si è messo di mezzo anche il governo italiano, che ha previsto degli stanziamenti economici per le piccole case discografiche, con l’obiettivo di contribuire alla promozione dei giovani e dei gruppi emergenti. La legge varata però tagliava fuori proprio le povere major discografiche.

Con le ultime risorse rimanenti, le major si sono rivolte alla parlamentare Gabriella Carlucci (Forza Italia) che ha immediatamente raccolto il loro disperato grido d’allarme canto del cigno, proponendo un decreto legge che non solo include nei citati stanziamenti anche le nostre povere major, ma che prevede uno stanziamento aggiuntivo di 20 milioni di euro per il sostentamento di queste ultime, in modo da consentire loro, anche in collaborazione con il governo che dovrà proibire qualsiasi uso di suoni non protetti da DRM (voce umana compresa) di uscire da questa brutta situazione di crisi.

E’ già stato prevista e finanziata l’installazione nei cavi orali ed auricolari di tutti i cittadini italiani un sistema DRM in grado di cifrare la voce, in modo che sia auscultabile solamente da coloro che hanno pagato le necessarie royalties alle case discografiche. Per ulteriori informazioni sul vostro turno di installazione dell’apparecchio, potete visitare il sito appositamente creato.

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In silenzio, se ne andranno le WebRadio

Nel più profondo silenzio mediatico (se non fosse stato per la notizia data durante la trasmissione Esteri da Radio Popolare, non ne saprei nulla), se ne stanno lentamente andando le WebRadio.

Le webradio sono una delle prime forme di libertà d’espressione di internet, nate quando ancora i blog non erano ancora esplosi nella forma che conosciamo oggi, quando creare il proprio sito web non era alla portata di chiunque. Con il passare del tempo, le webradio hanno lentamente ridotto il loro impatto sulla libertà d’espressione, lasciando spazio a realtà come YouTube, i blog, e via dicendo. Non sono però sparite, e rappresentano ancora oggi un modo accessibile e sostenibile per fare informazione o diffondere cultura musicale.

Il problema sta nel fatto che alcune webradio, che trasmettono musica coperta da copyright, non pagano i diritti d’autore a chi di competenza (le solite 4, sporche, mani insaguinate). Per questo motivo, dopo aver introdotto una tassa (onesta) sulla trasmissione online, la Copyright Royalty Board ha recentemente annunciato che a partire dal 15 maggio 2007, questa tassa verrà triplicata, con il chiaro intento di distruggere completamente ciò che ancora rimane delle webradio. Inoltre, questa tassa sarà retroattiva al 1 gennaio 2006, il che porterà, come primo risultato, alla scomparsa di tutte le piccole webradio, quelle che non hanno gli introiti necessari a far fronte alle ingenti spese (è stata cambiata anche la modalità di tariffazione, con l’introduzione di un minimo ed senza un massimo), e che lasceranno quindi campo libero alle grandi emittenti (tutta via si tratta solo di valutare gli eventuali rientri di un investimento, reso ancora più interessante dall’assottigliarsi della concorrenza)

Il sito web SaveNetRadio.org cerca di smuovere le acque, facendo pressione affinchè i politici si rendano conto di quello che significa questo gesto, e piu in generale, delle conseguenze a cui porterà l’idiota tentativo di applicare ad un mondo “virtuale” delle regole (obsolete ed assurde) che valgono nella realtà fisica, o quelle (ancora piu assurde) sulla “proprietà intellettuale”. Quello che purtroppo quelli di SaveNetRadio.org non devono aver capito, è che per smuovere le acque ci vogliono i media, ed i media non sono interessati a parlarne. Ci vorrebbe “un’insurrezione” dei blog, che ne faccia parlare, che costringa giornali e telegiornali ad affrontare l’argomento, pena “perdere lo scoop”. Ma non succederà.

Tutto questo succede, si, negli Stati Uniti, ma quanto tempo ci vorrà, nel mondo di Internet dove i confini non esistono, affinchè la Major statunitensi comincino a fare pressione anche sui governi europei? Certo non possiamo far affidamento sulla SIAE per far valere i diritti di espressione…

E cosi finiranno le webradio, con l’intento, un po alla volta, di spostare tutto il contenuto di internet su un modello a pagamento simile al sistema televisivo digitale, per poi assegnare il tutto in mano ad un singolo operatore che possa far fruttare questo nuovo “business”.

Questa volta, è Golia a schiacciare miserabilmente Davide. Quale sarà il prossimo Davide?