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Un kaiten-zushi come metafora della società?

2358931651_f8e4226ae4.jpgQualche tempo fà ero a cena in un sushi bar (che novità, eh? :P) e il caso ha voluto che mi sedessi quasi al termine del kaiten-zushi , pochi posti oltre una coppia di ragazzi.

Per chi non avesse in mente cos’è un kaiten-zushi e come funziona, si tratta di un nastro trasportatore circolare, sul quale il cuoco posiziona le pietanze (generalmente sushi e maki di vario genere, oltre che alcune verdure) che passano poi di fronte agli avventori, seduti su sgabelli lungo il percorso del nastro trasportatore (un po’ come fosse un bancone dei nostri bar) e si servono prendendo direttamente il piatto dal nastro trasportatore. A seconda del colore dei piattini, alla cassa vi verrà poi preparato il conto (nel caso del ristorante dove mi trovavo quella sera, in realtà, la cosa è più facile: per la modica cifra di 15 euro si può mangiare tutto quello che passa sul kaiten).

Questa coppia di ragazzi, evidentemente impaurita (ingiustificatamente, come potete immaginare) dal fatto che il cibo sul kaiten potesse finire prima che i loro delicati pancini potessero riempirsi ed assolutamente incurante del fatto che “a valle” c’erano altri avventori, continuavano a prendere i piatti più invitanti dal kaiten e ad accatastarli di fronte a loro. Come degli scoiattoli con le provviste invernali. Inutile dire che a fine serata, una discreta parte di ciò che avevano “accatastato” è rimasta lì, intonsa ed ormai immangiabile.

La cosa ha portato la mia mente bacata a immaginare che in qualche modo il kaiten-zushi fosse, in quel momento, una metafora della nostra società. Ognuno di noi deve in fondo il proprio sostentamento all’esistenza degli altri, ognuno si trova “a valle” di qualcun altro nella catena (non solo di quella alimentare).

Purtroppo molti italiani (capita meno di rado negli altri paesi, ho potuto constatare) ragionano nell’ottica del “prima io, poi gli altri”, esattamente come i ragazzi di quella sera. Sono purtroppo ormai diversi anni che constato questo modo di pensare e la situazione non è certo migliorata, strada facendo, anzi: basti pensare all’incapacità di noi italiani di metterci diligentemente in fila per accedere ad uno spettacolo cinematografico, o ai “furbi” che superano la colonna di auto viaggiando sulla corsia d’emergenza, o ancora coloro che acquistano un SUV perchè “così io mi faccio meno male se ho un incidente”.

Siamo dunque fatti irrimediabilmente così, noi italiani?

Franz Kafka – La metamorfosi

Immagine di La metamorfosi

Terzo libro in due giorni: ieri sera potevo forse andare a dormire senza libro da leggere? Cosi mi sono scelto un altro “libretto” dalla biblioteca di papà, soppesandone il numero di pagine in modo da essere sicuro di finirlo entro un paio d’ore: “La metamorfosi”, di Kafka.

Non avevo mai letto questo classicissimo, e questa è stata davvero l’occasione giusta. Una novantina di pagine che scorrono molto bene, anche perché la trama è piuttosto semplice. Molto più complessa e significativa è ovviamente la chiave di lettura allegorica, che ci mette di fronte ad una spietata analisi dell’alienazione umana, della solitudine, dell’incapacità di comprendere. Un romanzo impressionantemente d’attualità, pur avendo quasi un secolo.

Certamente è stato il più “difficile” dei tre libri divorati durante queste vacanze natalizie, ma è stato forse anche quello più apprezzato.

Commento su Anobii.com:

Kafka non è certo un nome ignoto: questo breve libro, un classico della letteratura mondiale e forse il più famoso tra la produzione dello scrittore boemo, non può che confermarne la fama.