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Natale sotto le bombe

Leggo da giorni la cronaca di quanto sta avvenendo a Gaza, con i raid israeliani, la conta dei morti, gli inutili (fino ad ora) appelli dell’Unione Europea, dell’ONU, del Papa, dei paesi limitrofi, eppure non mi sento (più) coinvolto, non mi sento preoccupato, non sento più il trasporto emotivo di qualche anno fa. Questo è forse il male peggiore, è la cosa che mi provoca più dolore: l’assuefazione.
La guerra fratricida che sconvolge il medio oriente dura da talmente tanti anni che, come per i morti dell’Iraq e dell’Afghanistan, non suscita più stupore, è in qualche modo stata interiorizzata. Da tutti, d’altra parte, non solo dai cittadini inermi: gli interventi che sono stati fatti in questi anni sono stati tutto fuorché risolutivi e solo il cessate il fuoco di Hamas aveva, per alcuni mesi, reso vivibile la situazione. Poi Israele ha bloccato nuovamente i valichi, ridotto allo stremo gli abitanti della striscia di Gaza per l’ennesima volta, e tutto è ricominciato, come prima, uguale a se stesso ed identico da anni.

Pur riconoscendo della ragione ad Israele, come si può pensare di schierarsi contro la povera gente che per l’ennesima volta è finita di mezzo ad un gioco (geo)politico che neppure i giocatori stessi hanno saputo dominare? Israele dichiara che si tratta solo dell’inizio, che seguirà un’operazione di terra, vuole a tutti i costi mostrare la distruzione fisica di Hamas, che dal canto suo arruola nuovi affiliati, richiamati alle armi dall’odio che le bombe e la morte generano, prima ancora che dagli appelli alla terza intifada. Appaiono così inutili le parole di Olmert che dice

Israele non considera nemica la popolazione di Gaza, alla quale continuerà ad assicurare il proseguimento degli aiuti umanitari, ma è contro Hamas, che da giorni “cercava lo scontro con Israele”

Vorrei rispondere con una domanda, ad Olmert: se Israele non è contro la popolazione di Gaza, che senso ha un’azione militare che si sviluppa in una modalità tale da non consentire la selezione tra affiliati e non?

Su un piano geopolitico, inoltre, la situazione è se possibile ancora più complessa: quanto hanno influito nell’aggravarsi della situazione di questi anni, le strette relazioni tra Israele e gli Stati Uniti? Quanto queste hanno impedito all’Unione Europea, alla Russia, alla Nato o ancora all’ONU di schierarsi apertamente e di imboccare la via (diplomatica) che porta alla necessaria distensione in questa terra di tutti e nessuno?
Il presidente eletto Obama ipotizza oggi un’azione militare, un’offensiva di terra americana: magari l’ennesima occupazione più o meno forzata, più o meno impegnativa, più o meno legittima, più o meno efficace, nel tentativo di mettere una pezza ad una situazione scappata di mano (l’Iraq e l’Afghanistan non hanno insegnato nulla, evidentemente, come nulla aveva insegnato la crisi in Jugoslavia).
Certo, si tratterà stavolta di una forza di interposizione, verrà chiamata e condita come “forza di pace”, come lo è stata quella dell’intervento in Libano, ma se non verrà accompagnata da una pesante presa di responsabilità da parte delle due parti in lotta e di tutti gli altri responsabili (geo)politici, come si può pensare (per l’ennesima volta) che questo sortirà qualche genere di effetto benefico a medio/lungo termine?

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Altre armi in Iraq

Questa mattina, il radiogiornale di Radio Popolare annunciava, riprendendo una notizia emanata ieri dal Pentagono della quale però non sono riuscito a trovare un riscontro scritto, che l’amministrazione Bush ha intenzione di vendere armi e granate per un valore di oltre 500 milioni di dollari al governo iracheno, affermando che questo aiuterà l’amministrazione locale ed è in linea con gli interessi della popolazione irachena ed americana, e che in prospettiva contribuirà a rendere il Medio Oriente più “stabile e pacifico”.

Il Congresso avrebbe la possibilità di porre il veto sulla decisione dell’amministrazione Bush, ma sembra essere un’eventualità remota.

Non hanno dunque imparato nulla…

Saddam e la pena di morte

Saddam Hussein è morto. Non è certo questa la novità, è da stamattina alle 6 che tutti i giornali, online e non, ne parlano. Le reazioni di Stati Uniti, Vaticano ed Unione Europea li sappiamo già (mi chiedo a chi facciano riferimento come Unione Europea, visto che non c’è una politica estera comunitaria condivisa, ma soprassediamo).
C’è però da fare una riflessione sull’opportunità di questo singolo evento e della pena di morte in senso piu ampio.

Solitamente una delle argomentazioni classiche che vengono fornite da chi (come il sottoscritto, ben inteso) si pone contro la pena di morte, è l’impossibilità di riparare ad un eventuale errore, uccidendo un individuo per poi accorgersi che non era lui il vero colpevole (non è certo successo una sola volta).
Questa argomentazione però, in questo caso, risulta piuttosto debole: che Saddam Hussein fosse colpevole di una lunga serie di genocidi non può certo essere considerato papabile di errore. Si merita allora la pena di morte?
Le argomentazioni che possiamo trovare sono fondamentalmente 2: da un lato, “la legge è uguale per tutti”, e allo stesso modo lo devono essere le pene. Non è pensabile che esista un tribunale infallibile, e come possono sussistere dei dubbi sul suo operato, uccidere in seguito ad una decisione appellabile (anche se non legalmente) non è certo un segno di gran civilità (e qui gli Stati Uniti d’America dovrebbero fare un enorme esame di coscenza, smettere di fingersi CowBoy e cominciare a credere in una giustizia che non sia sinonimo di vendetta).
Dall’altra parte, tutto il castello crolla con un banale “ce n’era davvero bisogno?”: Saddam è stato catturato, reso di fatto inoffensivo. Sarebbe tranquillamente potuto essere tenuto sotto stretto controllo, in un carcere. Era vecchio, malato a quanto si sa, quanto sarebbe durato? 10 anni? 20 anni? Le mura di una prigione possono ampiamente sopportare questo lasso di tempo.

Eppure si è deciso di ucciderlo lo stesso. Vendetta? Necessità di mostrare la forza di un governo fantoccio ai dissidenti che piazzano bombe ogni giorno, mietendo vittime come fosse la raccolta dell’uva ad ottobre? Non lo so, ma la mia impressione è che anche se la guerra civile in Iraq non sia certo piu solo un fantasma, e quindi difficilmente la situazione possa peggiorare ulteriormente, questa esecuzione non sia certo stata un gran passo verso una situazione meno esplosiva nel paese ed in prospettiva, in tutta la polveriera mediorientale.

Oltretutto ora si darà il via ad una serie di dietrologie: Saddam è stato ucciso davvero? Abbiamo delle immagini del cappio al collo, e delle immagini (di scarsissima qualità) del suo cadavere. E’ davvero lui? Perchè non potrebbero averlo nascosto, magari sfruttandolo per ottenere informazioni che sicuramente sono in suo possesso? Non voglio nemmeno entrare in queste argomentazioni, perchè trovo che portino ad una visione distorta della realtà. Questo non significa che non siano vere, ma per sorreggere un’ipotesi ci vuole qualche prova, e visto che al momento non ce ne sono, restano solo ipotesi campate per aria.

Infine c’è un ultima cosa da dire. I processi a Saddam Hussein non sono certo finiti con questa condanna. Altri processi sono in corso, e un Saddam impiccato certo non potrà deporre, spiegare.
Quante cose sapeva che si è portato nella tomba? Era questo il momento giusto per dare sfogo all’umana sete di vendetta, che non tutti i popoli (neppure il nostro) sono riusciti a tenere sotto controllo?