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Arriva in Italia il TgSexy?

Naked News Indiscrezioni danno per certo l’arrivo in Italia del ben noto TgSexy, il notiziario con annesso spogliarello delle giornaliste che tanto è in voga negli Stati Uniti ed in Rete.

Attendevo ormai da un po’ questa conferma che non posso che accogliere con molto favore: era decisamente quello che mancava ai nostri mass media, l’opportunità per risollevare il triste panorama dell’informazi0ne indipendente italiana.
Dopo i telegiornali “indipendenti dai partiti”(di cui Rete4 è un fulgido esempio), dopo i telegiornali “indipendenti dal pettegolezzo” (e qui citiamo l’ottimo “Studio Aperto”), dopo i “telegiornali di qualità” (dal Tg1 al Tg5), ecco il “telegiornale indipendentemente dalla notizia”, che particolarmente apprezzato sarà dagli italici maschietti, ormai unici reali destinatari di questa televisione “tutta cosce e” (non zanzare, no…).
Saranno poi particolarmente gradite ai nostri esponenti politici le belle intervistatrici in topless (che più di tanto non potranno inficiare l’alto contenuto intellettuale delle parole proferite dai nostri “onorevoli”), e proprio questo aspetto sembra essere la garanzia che nessuno si opporrà all’importante iniziativa.

In realtà, per non esporre a traumi gratuiti la popolazione, il telegiornale sexy dovrebbe andare in onda in due diverse versioni: quella “in intimo” per i telespettatori abituali (che tanto sono “abituali” anche dell’intimo in televisione), è quella “full compliant” per gli abbonati.

Resta solo da capire quale delle tante reti culturali italiane potrà fregiarsi di cotanto privilegio, ma si può supporre che andrà ad arricchire il già importante reparto intellettuale di una delle quattro o cinque piattaforme satellitari che abbiamo nel “Bel Paese”…

Ancora del Kenya

Blank Sheet of Paper Leggo queste poche righe da un post del sempre interessante blog collaborativo di Nazione Indiana: si tratta di una lettera anonima, forte e tagliente come una lancia. Non voglio spendere altre parole, perché leggerla spiega molto più di quanto le mie parole possano fare.
Dirò solamente che a rigor di logica non abbiamo modo di verificare l’autenticità di quanto raccontato (che nella sua drammaticità, è pure un bell’esempio di letteratura), eppure la cosa drammatica è che è tutto così plausibile, che anche non lo fosse non cambierebbe nulla. Nell’assuefatto silenzio internazionale, in Kenya si sta consumando una tragedia, l’ennesima tragedia di uomini contro uomini.

Scrivere questa lettera sarà la mia ultima azione mortale su questa terra. Ho deciso, per due ragioni, di raccogliere gli indirizzi mail delle persone preminenti che conosco e dei miei amici e mandarla da un indirizzo anonimo.
La prima è risparmiar loro lo sconforto di sapere anticipatamente quel che mi accingo a fare e quindi sottrarli ad ogni colpevolezza. E in secondo luogo perché la mia identità ora come in futuro è irrilevante- potrei essere qualsiasi persona sparsa per il paese che prova ciò che provo io.
Come potrete intuire dalla mia scrittura, sono un uomo colto. Sono laureato alle università di Nairobi e di Strathmore. Ho avuto il privilegio di ricevere un’istruzione in varie parti del mondo.
Ho lavorato a Berlino, Stoccolma, Londra, New York e in vari altri posti. Parlo correntemente sei lingue.
Ma pur con tutto quel che ho raggiunto, non ho più una ragione per vivere. Se leggendo queste parole vorrete cercarmi, andate al obitorio cittadino dove ho deciso di marcire in mezzo alla gente anonima che finisce lì.
Vi spiegherò il perché con questa lettera e, come Pavlov, mi ritirerò. Questa sarà la mia unica protesta.
Mr Kibaki, io la incrimino.
Lei ha rubato le elezioni alle quali partecipare mi è costato sei ore di fila. Grazie alle sue azioni, la mia vita è cambiata irrevocabilmente. La storia non dimenticherà i grandi obiettivi e l’eredità che lei sarebbe stato chiamato ad onorare, e ricorderà che a causa della sua arroganza di credersi nel giusto, molte persone hanno perso la vita, la proprietà, e più di ogni altra cosa, la speranza.
In nome del sangue del mio popolo, io la incrimino.
Mr Odinga, presidente da me prescelto, in nome del sangue e delle lacrime del mio popolo, io la incrimino.
A causa della sua amarezza, per quanto giustificata, la mia vita cambia irrevocabilmente. La cosa maggiore che ho acquisito, la mia famiglia, è morta in nome suo. Mio figlio, il mio erede, colui che porta il nome dei miei antenati, è andato in fumo prima che potesse pronunciare il mio nome o il suo: Koitalet.
Le mie gemelle, Wanjiru e Sanaipei, furono trovate presso la mia casa bruciata ad Eldoret ferite e dissanguate. Mia moglie è morta con dentro di lei il seme di sei uomini, in uno stato finale di demenza e catatonia. Questo è successo in nome suo, signore. Perché lei deve ottenere la sua giustizia. Perché mia moglie apparteneva alla comunità sbagliata. Perché lei deve ottenere ciò che le spetta.
Lei questo lo leggerà e non proverà nulla. Lo razionalizzerà come accettabili danni collaterali. A qualcuno tocca pur di morire per il conseguimento della giustizia, non è cosi?
Keniani, in nome del sangue dei miei figli, vi incrimino tutti. Avete perso il controllo.
Avete dimenticato che la nostra appartenenza etnica è qualcosa di cui abbiamo sempre scherzato mentre sbrigavamo le nostre faccende.
Avete dimenticato che non era nostra abitudine combattere, ma mediare. Avete dimenticato che siamo un grande popolo costruito sulla schiena di grandi persone. Avete dimenticato che si tratta soltanto di elezioni. In nome del sangue dei miei figli, delle lacrime di mia moglie morta, delle lacrime delle vostre madri, delle lacrime che intridono le lenzuola di coloro che dormono nella pioggia, io vi incrimino.
PATRIOTA
Nairobi

Strage di Erba: ancora pornografia in tv

Telecamera Aveva aperto la strada il processo di Cogne. Ma era un esperimento, era difficile prevedere i risultati, così si rimase un po’ sul chi vive. Visti gli ottimi risultati però, al processo sulla strage di Erba che si è aperto a Como martedì mattina, i riflettori si sono accesi da buon principio, con la morbosa attenzione che si riserva solo a questo genere di pornografia (come altro si può chiamare il morboso bisogno di “vedere”?).

Ho letto e sentito di gente in coda dalle cinque del mattino per trovare un posto di fianco a “Olindo e Rosa” (ormai vengono chiamati per nome, o in alternativa “i mostri”). Ho letto e sentito di “posti venduti per 80 euro” (in un tribunale??). Ho letto e sentito di una settantina di estranei che hanno avuto accesso “alla sala”, mentre chissà quante altre sono rimaste fuori ad attendere. Ho visto telecamere accese, riprese per differita e collegamenti in diretta, articoli ed editoriali sui giornali cartacei ed online, insomma, mediatizzazione pornografica di un processo (la cui vicenda tra l’altro si era aperta con un altro “caso mediatico”, se qualcuno ricorda…).
Ci hanno raccontato di baci e carezze,  di abbracci e coccole, di ghigni, di sorrisi, di parole, di atteggiamenti. Di Rosa, di Olindo, dei magistrati, del pm, di Azouz Marzouk.

Fino a qualche tempo fa, queste cose si vedevano negli Stati Uniti (ad esempio il processo a Simpson), ma così come abbiamo importato il Grande Fratello, così arrivano i processi.  Mi chiedo quando sarà il turno degli inseguimenti di polizia seguiti in diretta tv con gli elicotteri, a quando un evento televisivo della portata commerciale del SuperBowl…

Sono sinceramente disgustato, ma da molto tempo ormai, e quest’ultimo caso non fa che confermare che non cambierà.

Alla fine ha vinto il papa

papa tre Ben, alla fine vince papa Ratzinger. Per ko tecnico.

Eh si, perché di fronte ad una situazione critica come quella de La Sapienza di Roma, di fronte alle contestazioni di professori e studenti, nel quasi completo silenzio della classe politica (si è sentito giusto un appello di Mussi, che non poteva proprio tacere, in qualità di ministro per l’università), Ratzinger ha dato scacco matto a tutti e portato a casa il risultato pieno.

Ha rinunciato alla visita, dimostrando da un lato “grande rispetto” per le opinioni altrui; di fatto “costretto” dalla situazione venutasi a creare a rinunciare all’evento (al quale certamente teneva moltissimo, se glielo si chiede), ha dall’altro incassato l’unanime coro di conforto e solidarietà di politicanti e giornalisti di tutte le speci, forme e colori (d a Fiamma Tricolore a Rifondazione Comunista, dal Governo al Presidente, dai senatori a vita, da Repubblica a Libero, l’unanimità del coro lascia stupefatti: degni di cantare alla Scala), isolando i “contestatori” nel limbo dei “dissidenti cattivi” che giustamente spetta loro, affibbiando nel contempo una durissima e sonora batosta al “movimento laico” nel suo complesso. Chi oserà ora parlare di “laicità dello Stato”?

Allucinante notare anche come i politicanti e giornalisti di qui sopra si siano letteralmente buttati “a pesce” nell’attacco alla censura preventiva, dimostrando di non aver capito “un’emerita fava” (come solo diplomatico…) del motivo per cui i “contestatari” avevano scritto al Rettore. Cito da quanto riportato da L’Unità:

Gli scienziati vogliono precisare che il loro no alla presenza del Pontefice era strettamente limitato all’occasione, in questo caso l’inaugurazione dell’anno accademico dell’ateneo romano «cui partecipa un pubblico di docenti e studenti di diversa formazione politica e religiosa». Invitare il Papa alla cerimonia di inizio anno, invece, «propone un’interpretazione e lettura del mondo ben precisa, che pone la fede innanzi ad ogni percorso della conoscenza». Per questo, sottolineano ancora i docenti, «in un altro, diverso contesto la visita del Papa alla Sapienza sarebbe benvenuta, come qualsiasi forma di dialogo e confronto fra culture diverse».

Una mossa mediatica non indifferente, quella del Vaticano, che anzi al Governo dovrebbero attentamente studiare, e cercare di imitare (fin dove le più ridotte capacità politiche glielo consentono) in previsione della prossima campagna elettorale, per ridurre (almeno un po’) la sonora sconfitta che si prospetta…

Ma voglio lanciare lo stesso una provocazione (perdonate, non resisto…): se al posto del Papa, all’inaugurazione dell’anno accademico de La Sapienza avessero invitato qualche importante esponente musulmano (visto che nell’Islam non ci sono gerarchie, la cosa non ha ovviamente la stessa valenza), che si sarebbe detto?