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Jeffery Deaver – Profondo Blu

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Che dire, è il primo libro di Deaver che leggo, e il mio giudizio sull’autore (per quel che traspare da questo libro) è duplice: se da un lato infatti è ammirevole il suo impegno “documentatorio” e letterario per spiegare in modo semplice alcuni dei meandri più scuri ed infidi del mondo dell’hacking e dell’informatica, dall’altro si lascia andare troppo spesso a licenze letterarie piuttosto fantasiose, che ad un informatico di professione balzano agli occhi come pugni. Il primo giudizio, alla fin fine, prevale sul secondo però: la figura del protagonista, un hacker, emerge alla fine del romanzo come un eroe buono, un personaggio positivo, anche se non direttamente in qualità di hacker.

Anche per quel che riguarda il libro, il giudizio è un bilanciamento tra due filoni diversi: se da un lato la trama è magnetica, assolutamente coinvolgente e ben congegnata (senza scadere in realtà mai nel banale), dall’altro risulta persino troppo movimentata, con continui colpi di scena, a volte tanto pindarici da lasciare il lettore con un filo di amaro in bocca.
Deaver si riscatta sul finale, che pur essendo in qualche modo in parte prevedibile (come nella maggior parte dei romanzi, alla fin fine, vincono i buoni), porta con se una serie di “sorprese” che terranno il lattore incollato alla carta fino all’ultima pagina.

Nel complesso il giudizio è buono, anche se l’amaro in bocca per le “invenzioni” in fatto di informatica rimane: Deaver avrebbe potuto ottenere lo stesso risultato mantenendo una molto più radicale coerenza con il mondo reale dell’informatica, pur dovendo forse rinunciare a qualcuno dei colpi di scena (che sono onestamente un po’ troppi).

Commento su Anobii.com:

L’accuratezza della parte informatica va un po’ a sprazzi, forse per seguire esigenze narrative.
La trama in compenso è magnetica, a volte fin troppo ricca di colpi di scena.
Il finale, non completamente prevedibile.