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Dare e avere

Termini Imerese

joegambale via Flickr

Fiat vuole chiudere Termini Imerese (e non solo), vuole spostare la produzione all’estero (pur continuando a vendere senza restrizioni in Italia), licenziare migliaia di lavoratori italiani fregandosene delle responsabilità sociali che un’impresa di queste dimensioni inevitabilmente ha (e non parlo solo dell’indotto). Non è certo la prima volta che lo minaccia ed in ogni caso i tagli negli ultimi anni sono stati ingenti. Stavolta però la minaccia è stata decisamente più forte: proprio mentre venivano distribuiti dividendi record agli azionisti, Fiat annunciava il blocco della produzione per 14 giorni e il ricorso alla cassa integrazione straordinaria (che non è quindi pagata da Fiat, ma dallo stato, da me, da voi) per i dipendenti degli stabilimenti di Mirafiori, Termini Imerese, Sevel, Melfi, Cassino e Pomigliano d’Arco.
Nonostante questo, il Governo italiano (di ogni colore politico) ha sempre elargito a mani basse incentivi ed aiuti alla Fabbrica Italiana Automobili Torino, e sono già stati stanziati i fondi per gli incentivi al mercato dell’auto per l’annata 2010. Verrebbe da chiedersi come sia possibile tutto questo, se solo fossimo meno avvezzi al mal governo del nostro paese…

Presto detto: l’Italia elargisce aiuti ed incentivi senza pretendere nulla in cambio da chi questi aiuti li riceve. Niente abbassamento forzato degli inquinanti, niente investimenti in ricerca, niente mantenimento dei livelli occupazionali. Miliardi di euro “regalati” all’industria dell’auto (e quindi in particolar modo a Fiat, che in Italia rappresenta una importante quota di mercato) senza alcun ritorno se non in termini di aumento del PIL (anche il terremoto in Abruzzo ha portato un aumento del PIL). Lo stesso è successo con le banche, lo stesso è accaduto per anni con Alitalia.

Troppo comodo così… restituite tutto, poi andate un po’ dove [c] volete…

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Lo scandalo degli imballaggi

Packaging MadnessFate un esperimento, la prima volta che vi capita. Prendere un prodotto, pesatene il contenuto e poi l’imballaggio (il gioco viene particolarmente comodo con le confezioni che riportano il “peso nominale sgocciolato”): scoprirete che in media oltre il 50% del prodotto è costituito da imballaggio, spesso e volentieri anche dove non necessario. Una scatola di cioccolatini ha quasi il 75% del suo peso costituito dall’imballaggio, che dovrà poi essere riciclato, trasportato, smaltito. Non molto tempo fà, ritirando la “Fonera” gentilmente inviatami da Zzub, mi trovo con un imballo gigantesco rispetto alla massa trasportata, stracolmo di polistirolo: non era più semplice che si facesse un minimo di attenzione nel trasporto, riducendo la quantità di “protezioni” per i pacchi delicati, bisogna proprio prendeli “a calci”?

E badate, non sto parlando degli imballaggi “utili”: non dico che il panettiere non debba darvi un sacchetto più grande dove “aggregare” i sacchetti più piccoli dei vari prodotti. Quello che sto dicendo è che il nostro apparato produttivo genera una quantità di rifiuti inutili che si potrebbero agevolmente eliminare, con un notevole risparmio in termini di costo produttivo (anche produrre imballaggi costa!), di trasporto e di smaltimento dei rifiuti.

Lo stesso discorso naturalmente per le buste della spesa in plastica: non è meglio acquistare una bella busta spessa e riutilizzarla più volte? Sotto questo profilo, fortunatamente, c’è una normativa europea che ha previsto una data limite oltre la quale non potranno più essere vendute buste di plastica alle casse dei centri commerciali: se la montagna non va a Maometto…

Sarebbe tanto semplice contribuire a preservare il nostro povero pianeta cominciando proprio dalle cose più ovvie… invece ci lamentiamo dei “napoletani” e del fatto che non facciano la raccolta differenziata: è un guardare la pagliuzza nell’occhio del vicino, quando abbiamo una trave nel nostro…