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Un’estensione per la privacy online?

seleneQuesta mattina un cliente mi ha scritto una mail segnalandomi un interessante (e lodevole per qualità e completezza) articolo del Corriere, che spiegava quali tecniche si possono utilizzare per navigare “al sicuro” dalla profilazione da parte di Google (o in ogni caso da parte degli altri operatori della rete). Mi occupo, purtroppo, di privacy e sicurezza online da troppo tempo per credere che basti un’estensione di firefox per “navigare sicuri”.

Colgo allora l’occasione della risposta inviata per riportare un’analisi delle tecnologie riportate nell’articolo anche in queste pagine, perché nonostante l’articolo sia interessante e non fondamentalmente errato (anzi), penso che un po’ di precisazioni in materia possa essere d’aiuto per coloro che abbiano letto quell’articolo (soprattutto, che possa contribuire ad innalzarne il livello di paranoia :P).
Per coloro che invece fossero interessati ad approfondire anche tecnicamente l’argomento, consiglio vivamente il libro di Zalewski recensito su queste pagine qualche giorno fà, assolutamente abbordabile anche per coloro che non fossero proprio esperti in materia di informatica (Zalewski dimostra in questo libro una chiarezza davvero sorprendente per un tema così complesso).

Tanto per cominciare, è indubbio che sia è impensabile smettere di usare Google per evitare di essere da esso profilati. Non tanto perché è uno strumento completo e funzionante (esistono altri motori di ricerca, naturalmente, che fanno egregiamente il loro mestiere), quanto perché con una penetrazione in rete che sfiora l’80% (tra referrer e link su pagine che contengono script javascript che fanno capo a Google, su tutti AdSense e Analitycs), è ben difficile, tecnicamente parlando, aggirarne i tentacoli.

Cominciando poi dalle cose meno utili, breve accenno all’estensione scroogle: sposta banalmente il problema da Google ad un’altra entità (meno affidabile per altro, visto che non è così grosso ed importante da essere soggetto alle leggi di scala a cui invece si trova ad essere esposta l’azienda di Montain View), facendo filtrare tramite quest’ultima le richieste al Grande Motore. Se posso pensare di dare io la mia fiducia a Daniel Brandt (che “nel giro” gode certamente di una fama non indifferente, visto l’ottimo lavoro condotto da Google Watch) non si può certo pensare che per vincere la (sana) paranoia da tracciamento, spostare il target in questa direzione possa sortire qualche effetto.

Sicuramente più valida è l’opzione di usare in maniera correlata Tor e Privoxy, che insieme sono in grado di rendere effettivamente casuali la provenienza delle varie richieste nei confronti del web, rendendo inutili le tecniche di tracciamento fatte tramite cookie et simili. Una trattazione approfondita della tecnologia di Tor sarebbe fuori luogo in questo frangente, quindi lascerò l’approfondimento alla vostra discrezione: dirò solo che oltre all’esposizione ad un uso sbagliato di questa tecnologia (che ne vanifica l’utilità) gli utenti meno esperti, l’uso di Tor ha come suo punto debole i punti d’uscita della rete di “randomizzazione”, aspetto sul quale sono in corso alcune interessanti ricerche.

Analogamente, l’idea proposta da Track Me Not è indubbiamente interessante (e per altro incarna una delle strade che si stanno battendo proprio in questi mesi per combattere la profilazione): generare richieste “random” al motore di ricerca di turno per tentare di camuffare le richieste reali tra una certa quantità di “rumore” casuale è indubbiamente valida: il problema sta tutto nel riuscire a rendere credibili (e non distinguibili da quelle  reali) le richieste generate dall’estensione. Il fattore “caso” infatti è una delle cose più complicate da riprodurre tramite un computer, mentre viene spaventosamente bene ad un essere umano: quanto difficile sarebbe “filtrare” le richieste dell’estensione se venissero fatte a cadenza regolare, o con un generatore di numeri non sufficientemente casuale, o avessero un pattern di ricerca banale, riconoscibile, o semplicemente poco attinente con la tipologia media delle ricerche dell’utente? Analogamente, quanto difficile è riconoscere una persona mascherata a partire dalla voce, dal modo di muoversi, dai comportamenti? Questo è l’aspetto difficile del gioco, non certo la generazione di rumore…
La soluzione potrebbe essere nella generazionen di un pool remoto di pattern di ricerca (a cui ognuno dovrebbe contribuire inviando automaticamente le proprie) che possa essere poi replicato da tutti gli utenti che usino quella stessa estensione, introducendo un reale rappordo di casualità nella generazione dei pattern di ricerca. Rimarrebbe il problema della temporizzazione delle richieste “false”, ma sarebbe già un problema minore.

In questo modo cerca di agire, per quel che riguarda i cookies di tracciamento, da un’altra estesione interessante segnalata dall’articolo, Scookies (non per niente scritta dal buon Bakunin): questa estensione è effettivamente in grado di vanificare il tracciamento fatto a mezzo cookie, scambiando i cookie dei vari utenti in modo dinamico. Analogamente al caso di Tor/Privoxy però, questa tecnica è si in grado di rendere vano l’uso dei cookie di tracciamento, ma lascia aperte altre strade che rischiano di vanificare tutto il lavoro fatto (analogamente, in un certo senso, al rifiuto banale di usare i cookie, funzionalità già disponibile in moltissimi browser).

Con un po’ di attenzione e poca fatica infatti, si potrebbe differenziare comunque i vari utilizzatori indipendentemente dal cookie di tracciamento, facendo riferimento ad esempio a pattern ripetitivi di ricerche (difficile che il sottoscritto si trovi a fare ricerche su certi argomenti, molto più facile che cerchi qualcosa che riguardi l’informatica), alle temporizzazioni, al fetch dei dati dalle cache.
Quest’ultima tecnica è a mio avviso il vero problema chiave da risolvere nei prossimi anni per quel che riguarda la privacy online: ogni browser infatti è sperimentalmente identificabile a seconda dei dati che ha memorizzato tra i “files temporanei” (la cache appunto). Se un utente ha visitato una certa pagina in un certo momento, in cache verranno salvati certi files (con certi orari) e non altri. Se invece l’utente ha già visitato la pagina, il browser non richiederà tutti i files, ma solo alcuni (quelli che non ha in cache, o quelli che sono marcati come “non cachabili”); l’analisi di quali files sono richiesti, in quale ordine, con quali parametri (ad esempio la richiesta potrebbe arrivare per un file “solo se non è stato modificato dalle ore 23:53 del 24/08/2008”, rendendo facilmente identificabile addirittura l’ora di ultima visita di quello specifico utente), è in grado non solo di correlare le varie sessioni di uno stesso utente indipendentemente dal cookie di tracking, ma addirittura identificare la tipologia di browser che utilizza (ad esempio analizzando l’ordine con cui vengono richiesti i vari files che compongono una pagina web, che differisce da browser a browser, come Zalewski dimostra nel libro precedentemente citato).

Tutto questo senza considerare che è sperimentalmente dimostrato che si è oggi in grado di identificare un utente (perfino remotamente) dal modo con cui digita sulla tastiera (al punto che un’università americana ha messo a punto un sistema di login biometrico che si basa proprio su questo genere di analisi): velocità di battitura, errori più comuni, temporizzazioni.

Insomma, alla fine della fiera si torna sempre allo stesso concetto: quando si vuole difendere qualcosa, bisogna controllare tutto il fronte. Quando si attacca, basta trovare una falla, una dimenticanza…

Il web ed i soldi: Mediaset contro YouTube

14.04.2008: sua emittenza vi ha purgato ancora Uno dei grandi temi di discussione delle ultime settimane è stata indubbiamente la questione nata dalla causa per danni intentata da Mediaset contro YouTube (o per meglio dire contro Google, visto che YouTube è di sua proprietà). In effetti con 500 milioni di euro in ballo, da discutere ce ne sarebbe parecchio, ma ho la fortuna di poter affrontare la questione conoscendo una delle persone in causa (Matteo Flora, il consulente di Mediaset in tutta la vicenda) e potendo quindi tentare di avere un punto di vista più neutrale di quanto non sia capitato ad altri.

Il tutto verte sul fatto che YouTube utilizza e trasmette (senza ovviamente pagare i diritti per farlo) migliaia di ore di registrazioni di trasmissioni e materiali vari di proprietà di Mediaset (e di varie altre emittenti del globo terraqueo). Per la legge italiana (e non solo per quella, visto che numerose altre cause analoghe in giro per il mondo sono state già in corso, non ultima quella che vede impegnata l’emittente statunitense Viacom, proprietaria tra le altre di MTV) questo è un reato, in quanto non vengono riconosciuti di diritti d’autore dell’opera in questione.
Tanto per fare un paragone (nemmeno troppo azzardato) è come se un vostro filmato (magari presente proprio su YouTube) venisse preso ed utilizzato, trasmesso, dalle televisioni generaliste (Mediaset, altro esempio nemmeno troppo azzardato) senza che alcun diritto d’autore vi venga riconosciuto (neppure la basilare “Attribuzione” prevista anche dalle Creative Commons). Non è simpatico, no?
E’ capitato molte volte, probabilmente capiterà ancora, ma a qualcuno toccava fare il primo passo per sollevare la questione ed il caso ha voluto che in Italia si trattasse di Mediaset (non per niente il principale attore della televisione privata).

E’ vero, da un lato, che YouTube potrebbe sostenere di aver solamente fornito la piattaforma di storage che ha consentito la trasmissione dei filmati (il cui upload viene effettuato dall’utente registrato, che in questo caso garantisce implicitamente di essere in possesso dei diritti che cede accettando il contratto con YouTube). Altrettanto vero è che viene effettuato un costante monitoraggio della piattaforma da parte dello staff di YouTube (che mette per altro a disposizione una comoda interfaccia per reclamare il copyright dei contenuti trasmessi), e quindi una certa dose di leggerezza è probabilmente imputabile a loro. In ogni caso, la sentenza è ben lontana dall’essere definitiva e soprattutto rappresenterà un importante precedente: non si può infatti ritenere in qualche modo responsabili anche i provider internet, nel caso in cui si possa ritenere responsabile YouTube? L’idea mi fa rabbrividire, ma è la naturale conseguenza di una legislatura antiquata e che fatica a stare al passo con i tempi.

Altra considerazione: 4.643 filmati, 325 ore di trasmissioni, 500.000.000 di euro di danni. A fare un rapido conto, viene fuori la bellezza di oltre 1.500.000 euro di danni per ora di trasmissione (stica**i!!), ma come si può dare torto a Mediaset, che probabilmente quei contenuti li ha anche profumatamente pagati?

Una delle argomentazioni più serie che mi vengono in mente a difesa di YouTube, è indubbiamente quella del ritorno che la pubblicazione dei video avrà dato a Mediaset. Sebbene non in possesso dei diritti per farlo, gli utenti che hanno caricato i video su YouTube lo hanno indubbiamente fatto con cognizione di causa, scegliendo gli spezzoni più divertenti o interessanti: troviamo così in evidenza, ad esempio, i video esilaranti di Colorado Café e non estratti dei telegiornali di Emilio Fede. Si tratta di una selezione qualitativa di cui non và sottovalutato il valore, probabilmente però non sufficiente a ripagare Mediaset (e le altre emittenti televisive, tocca sottolinearlo) dei rientri in pubblicità.

L’altra argomentazione interessante, che arriva dritta dritta dal post di Quintarelli, è la più logica: se i filmati si trovano su YouTube, significa che sono già stati trasmessi e quindi non sono più fruibili (fatto salvo replice e ritrasmissioni) da parte dei telespettatori del piccolo schermo, assunto anche il fatto che Mediaset non ha una piattaforma di “tv on demand” paragonabile al servizio offerto in questo frangente da YouTube (ne per altro i diritti di trasmettere alcuni contenuti sul web).
Si tratta dell’ennesima dimostrazione che la televisione è un mezzo sempre più antiquato, incapace di rispondere concretamente alle esigenze dei telespettatori meno “abituali” (coloro che preferiscono trasmissioni con un senso logico compiuto, o semplicemente non hanno tempo da perdere oppure orari balordi).

Non mi trovo invece assolutamente in accordo con coloro che affermano che si tratti di un tentativo di censura. Non è censura richiedere diritti per materiali di cui esiste un proprietario. Sarebbe censura impedire che contenuti creativi vengano inseriti sulla piattaforma, magari perché trattano argomenti poco simpatici a qualcuna delle parti in causa (ogni riferimento è puramente voluto). Si può discutere sulla necessità di rivedere (e profondamente aggiungerei) il meccanismo del copyright (soprattutto gli aspetti legati alle opere derivate, imho), ma questo l’ho già scritto (legge antiquata bla bla bla).

Quello che mi sembra più strano, per contro, è che non si sia ancora trovata una via “pacifica” (un accordo commerciale) tra le due aziende, il quale sarebbe probabilmente di giovamento per entrambe le parti, e consentirebbe agli utenti di continuare a poter fruire dei contenuti della piattaforma YouTube in “pace e serenità”. Che ci sia forse in ballo qualcosa “di più” che una valga di soldi (senza dietrologie, pensavo a “modelli di business”)?

Quali strategie per i big dell’informatica?

iPhone Ogni tanto mi piace fare considerazioni completamente infondate sulla situazione dei grandi colossi dell’informatica, cercando di immaginare la situazione in cui si trovano e come potrebbero strategicamente muoversi in un prossimo futuro, anche alla luce degli avvenimenti che quotidianamente “sconvolgono” il mondo dell’informatica. Ecco i risultati delle mie elucubrazioni più recenti:

  • Microsoft: non si potrebbe non cominciare l’analisi del panorama informatico mondiale se non partendo dal colosso di dimensione maggiore, Microsoft. Con un monopolio de facto per le mani, il più grande problema di Microsoft è quello di continuare a guadagnare abbastanza da mantenere in vita il gigante che rappresenta, con l’enorme difficoltà dell’essere fin troppo dipendente dal mercato: un’azienda infatti che rappresenta di per sé il 90% del mondo dell’informatica, non può non risentire anche della benché minima flessione del mercato. I consumi calano del 2%? Microsoft sta perdendo milioni di dollari. Ecco allora che diviene necessario adottare non solo le vecchie care strategia legate all’obsolescenza programmata (nella quale rientra per altro anche la questione OpenXML), ma anche attaccare frontalmente nuovi mercati (come ad esempio quello del web), già che quello dei sistemi operativi è saturo o in saturazione, dal punto di vista di Microsoft, e le vendite di Vista pesano come macigni.
    Così si spiega quindi l’idea di acquistare Yahoo!: sfruttare una realtà già esistente (benché pagata profumatamente) per acquisire d’un colpo struttura, prestigio, pubblicità e competenze, alla quale aggiungere poi miliardi di investimenti per fare una reale concorrenza al verò protagonista del mondo del web: Google.
  • Google: è il colosso in maggior espansione. Il mondo dell’informatica va sempre più rivolgendosi infatti verso il web, verso l’integrazione tra servizi e device più o meno mobili (il fenomeno del così detto “web2.0” ne è un esempio lampante) ed a Mountain View, da questo punto di vista, non possono che fare scuola: i servizi che Google offre si integrano perfettamente tra di loro (almeno in larga parte) e si continua ad investire pesantemente nell’acquisto di nuove promettenti piattaforme. Per quanto li riguarda, il periodo di espansione non è ancora terminato, e anzi i guadagni aumenteranno nei prossimi anni, con la sempre maggior incidenza della pubblicità online, la possibilità di offire personalizzazioni ai servizi già offerti gratuitamente al grande pubblico e via dicendo.
    Unica nuvola nel serenissimo cielo di Google è l’accordo tra Microsoft e Yahoo!, che potrebbe dare fastidio (non metterli in crisi, giusto una punturina d’insetto). Probabilmente anche per questo motivo Google ha osteggiato in diversi modi la trattativa, senza per altro poter realmente mettere il becco nell’affare: l’antitrust americana infatti non gli perdonerebbe una simile concentrazione di potere. Nel caso in cui la piattaforma Microsoft-Yahoo! dovesse realmente concretizzarsi, Google avrà bisogno di spingere decisamente verso una piattaforma analoga che includa il supporto di un sistema operativo completo: visto l’importante impegno di Google nel supporto e la promozione dell’opensource, viene naturale pensare a Linux (e nella fattispecie ad Ubuntu e Canonical).
  • Yahoo!: da parecchio tempo ormai nell’occhio del ciclone, il grande problema di Yahoo! si chiama indubbiamente Google. Combattere lo strapotere del colosso di Montain View sul campo dei servizi integrati, della ricerca sul web con una piattaforma analoga (seppure costantemente in lieve ritardo tecnologico) è una battaglia persa in partenza, e le cifre parlano chiaro. Tornata sulla bocca di tutti in seguito alla proposta di acquisto da parte di Microsoft (che avrebbe per altro potuto tranquillamente tentare un’OPA ostile), Yahoo! aveva in realtà già ottenuto un significativo risultato stringendo stretti legami di sinergia con un’altro importante player, Apple. Il servizio di push imap suggerito da Apple per l’iPhone 1.0 infatti era quello di Yahoo!, la sincronizzazione della rubrica tra l’iPod Touch e il web si può fare solo tramite il servizio di rubrica di Yahoo!, e in prospettiva altre strade di integrazione simile si vanno profilando (sempre che Apple non decida di mandare tutto a carte quarantotto chiudendo la piattaoforma MobileMe, cosa piuttosto improbabile).
    Indubbiamente grande valore a Yahoo! l’ha dato l’acquisto di Flickr, che le sta dando respiro, ma al situazione non potrà continuare in questo modo a lungo: se vuole sopravvivere, Yahoo! deve essere venduta (o fusa con un’altra realtà di pari prestigio) e sulla scia di questa operazione, si deve pesantemente investire, sia sulla piattaforma pubblicitaria sia sull’innovazione e l’integrazione dei servizi (il calendario di Yahoo! non esporta automaticamente gli eventi “pubblici” verso upcoming.com, vi sembra possibile?).
    Non è da escludere che Google stessa decida di sovvenzionare Yahoo! per scongiurare questa eventualità, magari proponendo semplicemente una sinergia tra le due piattaforme pubblicitarie, che compongono un mercato ancora troppo piccolo per essere oggetto delle attenzioni dell’antitrust…
    Nell’ipotesi invece che la vendita a Microsoft vada alla fine in porto (pare addirittura che da Redmond vengano pressioni affinché ci sia un cambio di cda e si prosegua la trattativa con interlocutori più accondiscedenti), il vero investimento dovrebbe essere quello di una forte (fortissima) integrazione tra il portale online di Yahoo! e il sistema operativo Windows, senza allo stesso tempo bruciare i rapporti esistenti con Apple: solo una piattaforma integrata di queste dimensioni infatti potrebbe seriamente infastidire Google.
  • Apple: è forse uno dei colossi dell’informatica che più mutamenti sta subendo. Da produttrice di computer dotati di sistema operativo, negli ultimi anni si sta trasformando in fornitrice di integrazione, soprattutto grazie ad iTunes e l’avvento del mito dell’iPod prima, dell’iPhone poi. Oggi tenta il colpaccio con l’introduzione della piattaforma MobileMe, che punta proprio ad ottimizzare e rendere concreta l’integrazione tra device mobili, pc e portatili. La strada è quella giusta, le pecche sono dovute essenzialmente all’ignorare piattaforme alternative che invece potrebbero garantire ulteriore successo proprio ad Apple (Linux su tutte) e con la scarsa (per non dire nulla) sinergia con Google, che invece potrebbe svincolare Apple dal rapporto avviato con Yahoo! che potrebbe tentare di monopolizzare questo ambito per tentare una via d’uscita dalla crisi in cui si trova.
  • Nokia: di quelle citate, è indubbiamente l’azienda che ha maggior esperienza per quel che riguarda le device mobili. Famosa per i cellulari, ha recentemente fatto importanti acquisti sul panorama del software libero (acquistando ad esempio Trolltech, o acquistando e proponendosi di rilasciare Symbian), una mossa accorta nel momento in cui il mercato delle device mobili si espande e cambia come non mai. Probabilmente l’iPhone fa paura: le possibilità che offre grazie alla stretta integrazione con il web e con il pc, l’interfaccia ben studiata e concepita, il design accattivante, sono tutti aspetti che i produttori di cellulari (e palmari) non hanno mai saputo accorpare in un unico prodotto, nonostante i vari tentativi, e che invece Apple ha saputo imbroccare al primo serio tentativo. Ora la voragine aperta va riempita: lo spazio c’è ma bisogna muoversi ad occupare gli spazi e Nokia è il candidato ideale per integrarsi insieme a Google e Linux in una piattaforma da contrapporre a quella che potrebbe vedere riunite Apple, Microsoft e Yahoo!

L’obiettivo di questo post, come potete immagianare, è proprio quello di scatenare discussione. Le congetture del tutto infondate riportate qui sopra sono il mero frutto della mia mente malata, ma potrebbero incastrarsi in un ipotetico puzzle, a disposizione di coloro che volessero cogliere qualche spunto per proporre una propria visione…

Google riprende a correre

Se qualcuno era rimasto preoccupato dalla lieve flessione di Google negli ultimi tempi, con i dati pubblicati da XiTi Monitor per il mese di aprile 2008 può tirare un deciso sospiro di sollievo: il motore di ricerca più famoso del mondo ha recuperato terreno, tutto, forse anche di più, facendo segnare un incremento secco, su base mensile, dello 0,26%, che gli fa sfondare nuovamente il tetto del 90% del complesso delle ricerche sul web.

Un risultato decisamente importante e significativo, che conferma una volta di più lo straordinario lavoro che sono in grado di compiere a Montain View.

Gli altri motori di ricerca del panorama, sono tutti (salvo poche eccezioni) in calo: -0,2% per Yahoo!, -0,6% per Live Search di Microsoft, che hanno evidentemente esaurito la spinta propulsiva legata all’interesse girato intorno alla proposta d’acquisto di Microsoft nei confronti di Yahoo!. Stabile il risultato di AOL, che dopo il balzo a cavallo di capodanno si è assistato su un discreto 1,6%, dal quale non sembra intenzionato a retrocedere. Per niente stabile invece la situazione in casa Orange, che lascia “sul piatto” un non modesto 0,1% su base mensile.

Il balzo più importante del mese è quello di Excite, che aumentando del 46%, si porta però solamente ad un market share dello 0,03%: niente di significativo a portata di vista.

Ci siamo giocati Yahoo!. O no?

Yahoo@NightDomenica mattina, la notizia è arrivata, dopo mesi di trattative, di tira e molla: Microsoft ritira la sua offerta di pubblico acquisto nei confronti di Yahoo!, che era nel frattempo arrivata alla non modesta cifra di 33 euro per azione (partendo dai 31 iniziali). La scelta è stata condizionata essenzialmente dalle incredibili richieste del Consiglio d’Amministrazione di Yahoo!, che oltre a pretendere 37 euro per azione avanzavano richieste, definite “francamente inaccettabili” dagli uomini di Microsoft, riguardo al futuro panorama di collaborazione all’interno di Microsoft.

Purtroppo lo strappo non gioverà a Yahoo!: se in Microsoft infatti potranno dispiacersi per l’occasione persa, pensando al mondo in rapida espansione della pubblicità online (in cui Yahoo! vanta ancora un certo ruolo), per la società di Filo e Yang si tratta di tornare a fare i conti con la precedente situazione di crisi, nella quale l’azienda risulta versare da parecchio tempo, a differenza di quanto l’andamento dell’ultimo trimestre (fortemente influenzato dall’offerta di Microsoft) potrebbe far pensare.
Alla riapertura della borsa di Wall Street, questa mattina, conosceremo la reazione degli azionisti di Yahoo! alla mancata cessione, che rischia di non essere positiva al punto da costringere Filo e Yang a sedere nuovamente al tavolo della trattativa, implorandone di fatto la riapertura. E proprio questa potrebbe essere la strategia di Microsoft, che si è persino premunita di far sapere che rinuncia anche alla scalata ostile inizialmente annunciata.

Naturalmente l’operazione non coinvolte solo gli aspetti meramente finanziari: Yahoo! è detentrice, oltre che di un ruolo nel mondo della pubblicità online come si diceva, un 3,5% (in discesa) del “mercato dei motori di ricerca” che in se non rappresenta molto, ma fa di questa azienda il “primo concorrente” di Google, che aveva inizialmente ipotizzato un’offerta, a sua volta, per l’acquisto di Yahoo!. Una mossa di questo genere porterebbe a scomodare l’antitrust americana, di fronte all’ulteriore confermarsi di un monopolio de facto, che invece l’opa di Microsoft contribuirebbe a ridurre (incorporando il secondo ed il terzo concorrente di Google, giungerebbero alla significativa cifra di 5,5%). Si tratta di un aspetto assolutamente da non sottovalutare, in quanto taglia completamente fuori dai giochi l’unico serio concorrente a Microsoft su questo tavolo: o Yang e Filo vendono a Ballmer e Gates, o dovranno affrontare da soli la tempesta che molto probabilmente investirà a giorni Yahoo!.

Ammaina le vele e chiudi i boccaporti, marinaio Yang…

E se anche comprassero Yahoo?

Microsoft to buy Yahoo... more flickr identity problems Ma se anche Microsoft riuscisse a comprarsi Yahoo!, che cosa cambierebbe? Il discorso è più che aperto, ed “affrontato” da molti, in queste ore. La mia posizione però è probabilmente un po’ in controtendenza (strano eh? :P), e proprio per questo ci tengo ad esprimerla.

Sostanzialmente non cambierebbe nulla: MS ha già dimostrato (con Live Search) di muoversi piuttosto goffamente nel mondo della rete. C’è molto interesse, ma si tratta di un mondo molto (troppo) diverso da quello nel quale Microsoft è nata e cresciuta, perché possano affrontarlo con gli stessi parametri decisionali: sotto questo fronte, sarà nel loro interessa far si che sia Yahoo! a guidare le danze, forti dell’esperienza di anni di lavoro. Microsoft metterà da parte sua le garanzie strutturali per far si che Yahoo! (le cui rivenute finanziarie non sono state propriamente brillanti, di recente) rimanga in piedi e possa anzi darsi la forza necessaria per un rilancio in grande stile che metta in discussione (sperano quantomeno) lo strapotere di Google.

Sarà un’impresa dura, perché il grande “plus” di Google rispetto ai concorrenti, paradossalmente, non sono i servizi offerti, che in se non sono poi così innovativi o qualitativamente maggiori, ma la grande (enorme) capacità di ideare e di innovare, di catturare l’attenzione con idee nuove, con gli altri a seguire a ruota: perché scegliere un “secondo arrivato”, quando il primo è a mia disposizione? Proprio questo concetto, così lontano dal modello di business che normalmente viene applicato al mondo in cui Microsoft è abituata a muoversi, fa temere: riusciranno ad entrare in questa nuova ottica? Sotto questo profilo, sarà Microsoft a Yahooizzarsi (come diceva giustamente Paolo Attivissimo commentando la notizia), oppure sarà Yahoo! a Microsoftizzarsi?

Solo il tempo potrà dare il verdetto (sempre che l’operazione vada in porto)…

Microsoft vuole comprare Yahoo!

Frankfurt Stock Exchange E’ periodo di notizie bomba, e sto imparando ad attendere prima di scrivere. Ieri Microsoft ha annunciato che intende dar luogo ad una scalata ostile nei confronti di (niente popodimenoche) Yahoo!, il famoso motore di ricerca. Microsoft offre 31$ per azione, il che costituisce un buon incentivo per i risparmiatori, visto che oltre al premio del 62% previsto dagli uomini di Redmond, c’è il titolo che oggi è schizzato in alto del 49%. Il totale stimato per l’affare si assesta intorno ai 44 miliardi e mezzo di dollari (circa 30 miliardi di euro): sono 3 finanziarie come quella del 2008 (per dare un peso alle cifre) ed il fatto che il gruppo finale si aggirerà intorno ai 350 miliardi di dollari di valore ci dice che Yahoo! vale circa un sesto di Microsoft, il che è davvero niente male, anche perchè sarebbe un totale superiore al valore di Google (che si assesta intorno ai 25 miliardi di dollari).

Sicuramente la notizia è di quelle che fanno parecchio rumore, ma sofferimiamoci un momento a riflettere sulla sostanza della questione (cit. Corriere.it):

In una conference call, l’ad di Microsoft, Steve Ballmer, ha detto che l’acquisizione di Yahoo! trasformerà l’attività Internet – in perdita – di Microsoft in un pilastro della compagnia.

Ora, come recentemente ho avuto modo di scrivere, Yahoo! rappresenta (secondo i dati in mano a XiTi Monitor), meno del 3% delle ricerche web. Non sarà un dato affidabile al 100% (combacia perfettamente con i dati statistici di questo blog), ma ci dà un’idea del panorama complessivo del quale stiamo parlando: negli ultimi anni, Google ha impostato una crescita vertiginosa che non si è arrestata neppure quando ha raggiunto il monopolio de facto (dato che continua a rosicchiare le misere quote dei concorrenti), mentre Yahoo! ha subito una lenta ma inesorabile discesa verso l’oblio (e anche economicamente non gode di strabiliante salute). L’obiettivo di Microsoft naturalmente non è quello di avere un nuovo motore di ricerca con il quale sostituire il (a mio avviso fallimentare) proprio, Live Search: l’obiettivo (dichiarato) è quello di prendere peso sul mercato della vendita di pubblicità online, che cresce ad un ritmo talmente vertiginoso che Microsoft potrebbe pensare di rientrare completamente dell’investimento fatto nell’arco di 4 o 5 anni, se riesce a prendersi metà del mercato (cosa piuttosto difficile, a mio modesto modo di vedere).

Sull’affare, comunque, Microsoft dorme tra due guanciali, visto che Google non ha alcuna possibilità di rispondere degnamente a questo assalto (a meno di non comprarsi Apple :P): infatti il gigante di Montain View non può fare un’offerta a Yahoo! (l’antitrust non glielo consentirebbe), ne al terzo motore di ricerca mondiale per importanza (anche perchè è Live Search di Microsoft) e gli altri concorrenti sono talmente piccoli da essere insignificanti se paragonati ai numeri di cui stiamo parlando.
D’altra parte, sul fronte pubblicità (che è quello che muove le somme più ingenti già oggi), Google è reduce dal “recente” acquisto di una delle più importanti compagnie al mondo, DoubleClick, e quindi ha solo da incassare, al momento, in attesa che Microsoft insegua.

La domanda (sollevata anche da Stefano Quintarelli) che a questo punto mi pongo è: a Microsoft conviene davvero scendere nell’arena di Google? Il mercato del software sta ormai decisamente stretto alla cricca di Bill Gates (d’altra parte con il 90% del mercato in mano, come potrebbe essere altrimenti?), e cercano quindi nuovi settori di espansione. Sicuramente quello del web è un nodo cruciale (e le cifre in ballo sono da prima categoria), sul quale però Microsoft ha molto da perdere e poco da guadagnare, anche perchè la parte del leone è già stata assegnata (a Google ovviamente).

Naturalmente c’è già qualcuno che ulula alla luna, insinuando dubbi sulle recenti prestazioni finanziarie di Google: effettivamente la crescita dell’ultimo quadrimestre è stata al di sotto delle aspettative, e il titolo non gode di strabiliante salute negli ultimi tempi (il che è probabilmente una conseguenza?). Se andiamo però a guardare i dati di bilancio pubblicati da Google stessa però, troviamo che la “crescita al di sotto delle aspettative” equivale ad un aumento di valore del 37% circa in 12 mesi: alla faccia della crisi!

Un’ultima considerazione: solo poche ore fa, una serie di blogger (tra cui Elena, Luca e Lele) sono stati invitati ad un incontro con Microsoft, a Roma, per discutere di

interoperabilità e standard aperti, nuovi trend tecnologici e di business, web 2.0 e software+services, oltre a offrire la possibilità di approfondire tematiche relative a strategie e prodotti Microsoft

Che sia un caso?