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Quanto vale il tuo cervello?

vuota ma piena. Di gente “con la testa” (e che testa) ne conosco parecchia. Gente che ha competenze da vendere, carattere e voglia di fare, curiosità, destrezza e soprattutto quell’intuizione che rende… speciali. Dicevo, ne conosco parecchia: penso che l’Italia sia un posto ricco di gente con queste doti (purtroppo se da una parte dai…), per i motivi più disparati (non certo per merito della nostra scuola o delle nostre università, sigh).

Quello che è strano però, è che queste persone valgano pochissimo per la nostra società, per il nostro “sistema paese”, come lo si va chiamando da qualche anno a questa parte. Un interessante articolo del Corriere di oggi riporta qualche cifra sui guadagni e l’impiego dei “cervelloni” nostrani, spinti da anni, come ormai noto, ad aderire alla formula di vita del “cervello in fuga”. L’articolo del Corriere fa particolare riferimento all’aspetto economico della questione (con particolare riferimento al CNR che però è solo un esempio lampante di un malessere diffuso), ma io sono convinto che ci sia dell’altro, e che l’aspetto economico sia solo e solamente una conseguenza di quest’altro.

In Italia non si fa più ricerca. Non la si fà per molte ragioni, legate in un circolo vizioso che taglia letteralmente le gambe a chiunque voglia fare vera ricerca (anche perché ci sarebbe da definire il significato di “ricerca”, eccezion fatta per la “ricerca di base”). Una di queste ragioni è sicuramente quella della precarietà: chi di voi si imbarcherebbe seriamente in un progetto di ricerca, con un orizzonte temporale di quattro o cinque anni, dovendo rinnovare un contratto ogni anno e dovendo per questo fornire “prove concrete” del proprio operato su base annuale? E questo meccanismo coinvolge circa il 50% degli impiegati del CNR, e sicuramente una percentuale molto simile si riscontrerebbe nelle altre realtà che a questo campo si dedicano. Sembra che le istituzioni abbiano un’idea leggermente perversa della ricerca…

Posso portare il concreto esempio di una cara amica, geologa, che da anni si batte per ottenere un livello di vita soddisfacente, facendo ricerca. Quello che ha ottenuto, negli ultimi anni, oltre all’essersi demoralizzata, sono le continue richieste di “consulenze gratuite” di vario genere da parte dell’università.

Purtroppo (come vado blaterando da parecchio tempo ormai) in Italia l’istruzione, la formazione e la ricerca sono visti come costi, perché non portano risultati concreti nel breve termine. Si tratta di un’ottica estremamente miope, che ha già prodotto danni irreparabili al nostro paese i cui danni si cominciano a vedere oggi ed andranno purtroppo peggiorando drammaticamente nei prossimi anni se non verranno presi provvedimenti incisivi (e anche con quelli, non sarà facile mettere una pezza sui danni prodotto da questo atteggiamento).

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Non è italiano!

No dannazione. Non è italiano! Non ha alcun senso dire che Mario R. Capecchi, nato a Verona nel 1937, è un italiano. Soprattutto non in riferimento al conseguimento del Nobel per la medicina. Può sentirsi italiano se gli và, Capecchi, ma accademicamente, non lo è!
Capecchi (al quale vanno naturalmente i miei complimenti più vivi, cosi come a tutti gli altri studiosi di questo mondo, più o meno accademici e più o meno premiati) ha vissuto negli Stati Uniti, studiato negli Stati Uniti, lavorato negli Stati Uniti, ricercato negli Stati Uniti, sperimentato negli Stati Uniti, scoperto negli Stati Uniti. In Italia magari non avrebbe neppure potuto, legalmente, lavorare alle scoperte che ora gli sono valse il Nobel. Però ora lo passano per italiano. E invece no! Basta! Non possiamo fare i protezionisti, tagliare i fondi alla ricerca, lasciare tutto in mano ad imprese senza scrupoli, consentire stage gratuiti, corsi universitari mediocri, e poi dire “quanto siamo fighi, abbiamo pure vinto il Nobel”. Troppo comodo!