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Symbian è ora completamente di Nokia

Questa mattina è arrivata una notizia che in molti attendevano da tempo: Nokia, che tra i produttori di cellulari è indubbiamente uno di quelli che fà il più ampio uso di Symbian per i propri prodotti, ha deciso di acquistare il 52% della società che produce il noto sistema operativo, con il benestare di Sony Ericsson, Siemens, Panasonic ed in attesa di quello definitivo  di Samsung, portando al 100% la propria quota azionaria.

Dopo l’acquisto ad inizio anno di Trolltech (e quindi delle librerie Qt da essa sviluppate) e con l’arrivo imminente di Android nel mondo dei cellulari (almeno questo promettono a Mountain View quei simpaticoni di Google), senza dimenticare lo sconquasso che l’iPhone (il vecchio ed il nuovo) stanno portando, il panorama dei cellulari sta cambiando ad una velocità impressionante e Nokia sta guidando, almeno in parte, questo cambiamento. L’introduzione del wifi poi, sta portando anche ad una concreta possibilità di usare il VoIP in ambito business, aspetto sul quale sto investendo personalmente tempo e risorse (e Windows Mobile 6, da questo punto di vista, è indietro un paio di spanne).

Solo le tariffe non cambiano, lasciando l’Italia in uno stato da “terzo mondo” per quel che riguarda la pervasione della Rete sulle device portatili. Provate a cercare un’offerta hsdpa flat…

Economia e cavalleria

Arrivo forse un po’ in ritardo (forse), ma volevo segnalare queste slides proposte da un gruppo di studenti di un master in economia.

Si tratta di un documento piuttosto interessante: le spiegazioni sono semplici anche per coloro che non conosce in profondità i meccanismi dell’economia. Impressionanti i dati raccolti e mostrati dai grafici: da soli valgono una scorsa alle slides…

Gli indicatori che ci avvelenano la vita

kids go shopping Ieri sera seguivo in televisione Report (per una volta, non ho dovuto guardarmi la versione registrata). Una puntata mirabile ed illuminante, che parlava di energia, di fonti rinnovabili, di azione dal basso, di alternative reali e concrete, che aspettano solo di essere messe in pratica. Soprattutto, parlava dell’impatto sull’economia delle (poche ma reali) iniziative già in atto.

In particolare, veniva messo alla berlina l’indicatore principe del nostro modello economico, il PIL: quel “Prodotto Interno Lordo” che parifica merci e beni, valorizzando al massimo il consumo senza curarsi di quanto questo consumo faccia poi in realtà il bene del Paese e dei cittadini. Un indicatore che ha efficacemente descritto la nostra crescita economica per molti anni ma della cui imprecisione intrinseca ci stiamo sempre più pesantemente rendendo conto oggi che ci rendiamo conto di essere a bordo di un treno lanciato a folle velocità verso un vuoto che non avevamo visto, abbagliati dalla luce del possesso.

Poco dopo, andando a spulciare il feed reader prima di andare a farmi coccolare dai racconti in dialetto di Camilleri, mi sono imbattuto in un bel post di Luca Conti sull’apertura dell’edizione delle 20:00 del Tg1, che a latere del (giusto e condiviso) elogio alla principale testata della televisione nazionale, mi ricordava come l’auditel sia l’indicatore del successo di una trasmissione televisiva, tentando di estrapolare e quantificare il gradimento della stessa a partire da un ristretto (ristrettissimo?) campione di telespettatori. A che genere di televisione ci abbia portato l'(ab)uso dell’auditel ce l’abbiamo davanti agli occhi tutti quanti: una televisione che fatte salve poche eccezioni, si rivela quotidianamente sciatta, volgare, senza inventiva.

Purtroppo, ci dice bene la matematica che andando ad derivare (e quindi a studiare l’andamento di una data funzione in un arco di valori) si perde sempre qualcosa, allo stesso modo gli indicatori rappresentano la realtà con un punto di vista parziale, e questo andrebbe tenuto in forte considerazione ogni qual volta andiamo ad operare con essi.

Ma a che servono i dazi?

timbro macro La globalizzazione è ormai un dato di fatto. Le merci prodotte in Italia possono essere vendute in tutto il mondo (e questo capita già da parecchio tempo), così come le merci prodotte in tutto il resto del mondo vengono vendute in Italia (o acquistate all’estero dagli italiani, pensando all’acquisto online).

Questo fà molta paura ad una parte dei nostri commercianti, incapaci di adeguarsi ad un mercato allargato dalla concorrenza spietata (fatta tra l’altro anche di aspetti sociali e politici) in cui bisogna differenziarsi per sopravvivere.
Può sembrare naturale che questo solletichi l’attenzione dei politici di schieramento nazional-conservatore, che ribaltando i loro valori nazionalistici sotto forma di protezionismo spinto per il nostro mercato (dopo averne per anni voluto la più totale apertura in nome dei licenziamenti facili, dell’evasione delle tasse, e via dicendo) chiedono o promettono misure protezionistiche: introduzione di dazi doganali per le importazioni, sovvenzioni per le esportazioni, lotta sociale senza quartiere a tutto quello che è anche solo leggermente diverso dal paradigma del commercio italico.
Sorprendentemente però, l’idea del protezionismo del mercato attecchisce anche nello schieramento opposto, tra i politici del centro-sinistra, e non solo in Italia, al punto che il protezionismo è una delle bandiere del candidato democratico alle presidenziali USA Barack Obama.

Tralasciando per un secondo il fatto che se tutti gli stati esteri in cui l’Italia esporta introducessero dei dazi nei nostri confronti (pensiamo ad esempio alle conseguenze che avrebbe l’elezione di Obama negli USA), dell’economia italiana resterebbe ben poco e dei programmi di questi politicanto solo carta da cesso, mi chiedo quali reali benefici porti il protezionismo sul mercato del nostro paese. Prendo spunto da un editoriale di Panebianco sul Corriere ed un post di ieri di Luca De Biase che affrontano molto seriamente la questione, per mettere a nudo qualche punto a mio avviso significativo:

  • L’introduzione di dazi per i prodotti asiatici (che in alcuni settori sono già realtà) costringerebbe i consumatori a rinunciare ad una fetta di prodotti estremamente economici (anche se di dubbia qualità, spesso e volentieri), alzando in prima battuta l’inflazione, che già dalle ultime stime sembra aver preso nuovo vigore. Non è dissimile dal solito concetto degli “extracomunitari che ci rubano il lavoro” ma senza la cui mano d’opera l’economia italiana andrebbe decisamente peggio, ma non bisogna dirlo.
  • L’introduzione di sovvenzioni per le aziende italiane, sotto forma di detassazioni o simili, in un’ottica di sostegno ad un’industria “sotto assedio”, porterebbero queste aziende ad essere un costo per la società (o almeno per coloro che pagano le tasse, sigh). Diventerebbero tra l’altro una forma di dipendenza, in quanto queste aziende non potrebbero più fare a meno delle sovvenzioni statali per sopravvivere: il protezionismo non può durare in eterno (sempre per il fatto di essere un costo), ed una volta che si sarà costretti a rinunciarvi, le conseguenze saranno ancora più gravi e pesanti.
  • L’introduzione di norme protezionistiche che limitino la concorrenza internazionale non incentiva l’innovazione tecnologica (e sociale sotto certi aspetti), ne l’incremento di qualità dei prodotti, del lavoro, della vita di consumatori e lavoratori. In un paese già bloccato sotto questo profilo, un azione politica di questo genere non farebbe che ritardare ulteriormente la ormai mitologica “ripresa dell’economia”.
  • Gli industriali che chiedono a gran voce i dazi, sono poi gli stessi che “delocano” la produzione nei paesi del secondo/terzo mondo per poter ridurre all’osso il costo della mano d’opera. L’introduzione di dazi sarebbe una forma di ipocrisia assolutamente inaccettabile: con una mano sfrutti le condizioni a te favorevoli, con l’altra imponi un ulteriore forma di penalizzazione della tua concorrenza. Sono sicuro che i dazi non riguardarebbero i prodotti italiani che “rientrano” dall’estero, vero?
  • Infine, ho idea che parte della paura che alcuni nostri potenti hanno della concorrenza internazionale sia essenzialmente legata alla perdita di vantaggi locali quali amicizie, tangenti e favori ai potentati locali, che a livello internazionale funzionerebbero meno efficacemente.

Non sono assolutamente convinto che la strada del protezionismo sia quello che serve all’economia italiana. A mio avviso la politica farebbe molto meglio ad impegnarsi affinché vengano sanciti a livello internazionale i diritti dei lavoratori nei paesi che vorrebbero oggetto di dazi, affinché venga posto un freno alla delocalizzazione schiavista dell’industria occidentale (poi vedrete quanti posti di lavoro in più ci saranno, altro che “grandi opere”).
Cominciamo ad esempio ad imporre alle aziende che vogliono vendere in Italia (tutte, italiane comprese) la certificazione del rispetto delle più elementari norme in materia di diritto del lavoro (sicurezza, paghe, minimi salariali, orari di lavoro…).

Tasse e forfettone

scontrini.jpgPassa la finanziaria (nonostante le feroci critiche piovute un po’ ovunque) e viene il momento di capire, nel merito, cosa cambia. Come al solito, purtroppo, per capire cosa effettivamente cambia “a valle” di un decreto di programmazione finanziaria (e non solo), c’è bisogno di rivolgersi ad un avvocato, o comunque a qualcuno che di “legalese” ne capisca qualcosina. Oppure ci si affida ai mass media, che di tanto in tanto se ne escono con analisi approfondite dei provvedimenti inseriti in un decreto.

Nel caso della finanziaria 2007 però, c’è un qualcosa che salta agli occhi di tutti (e soprattutto ai lavoratori autonomi che fatturano meno di 30.000 euro l’anno, come il sottoscritto), il “forfettone“: pressione fiscale al 20% (imposta sostitutiva), niente IVA (nemmeno da indicare in fattura), gestione semplificata al punto che si può probabilmente fare anche a meno del commercialista, e l’agevolazione sull’IVA che avvantaggia anche i clienti impossibilitati a detrarre l’IVA (o in costante credito, come le case editrici). In più, non vedo limitazioni di tempo (il forfettinoè valido solo tre anni), ne scadenze.

Rispetto alla situazione già rosea del forfettino, la pressione fiscale è praticamente dimezzata, da quello che posso capire (andrò a parlare con il commercialista nei prossimi giorni per fare il punto della situazione).

Ora è il momento di pensare (decisamente) ai lavoratori dipendenti. Una volta tanto, un applauso al governo e, per l’ennesima volta, una applauso al ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa.

Malpensa è già morto!

Alitalia B777-200 Il Consiglio di Amministrazione di Alitalia ha scelto di pronunciarsi, per quel che lo riguarda, a favore della cessione ad AirFrance-KLM, all’unanimità (e per chi ha esperienza di consigli, questo è un fatto già di per sé eclatante).

AirFrance è una compagnia di livello europeo (se non mondiale) con un fatturato pari a quasi 10 volte quello di AirOne. AirFrance ha proposto un piano di buon livello, che prevede investimenti, nessun esubero oltre quelli comunque già previsti, la possibilità per Alitalia di continuare a lavorare con un discreto livello a livello europeo (se non mondiale), è già partner di Alitalia nello SkyTeam, ed ha avanzato un’offerta decisamente più alta anche a livello economico. Il fatto che sia stata scelta all’unanimità dal cda di Alitalia (anche se dopo 8 ore di discussione a porte chiuse, pare), la dice lunga.

E cosa sento oggi? Che molti politici “del nord” (essenzialmente leghisti e simpatizzanti di Formigoni) si lamentano e condannano la scelta, in quanto “condannerebbe Malpensa ad un ruolo di secondo piano”. Cito Calderoli (dal Corriere):

È in atto un attacco organizzato nei confronti del Nord, colpevole non solo di mantenere tutti ma anche di voler avere un ruolo nelle politiche decisionali del Paese

Ma fammi il piacere! Malpensa ad un ruolo di secondo piano? Ma è già tanto che esista ancora Malpensa!
Un aeroporto costruito nel mezzo della “fabbrica della nebbia”; dove se arrivi al terminal 2 dopo le 20:30 passi la notte all’addiaccio in logo, perché non ci sono mezzi di comunicazione (taxi a parte) verso Milano; che ha come principale “arteria di comunicazione la “Milano-Varese”, nota per il suo scarso traffico; che sta da anni combattendo una aspra lotta contro l’aeroporto di Linate che molte compagnie continuano a preferire (chissà perché).

E ora per un rigurgito di orgoglio padano dovremmo accettare un’offerta peggiore? Si accontentino del fatto che AirFrance promette di mantenere i collegamenti internazionali ed europei di Malpensa (e non abbandoni invece completamente lo scalo) rinunciando solo al suo ruolo di Hub (in Italia resta comunque Fiumicino, e anche li…), e riflettano sul fallimento di Malpensa, al di là della scelta che il Governo alla fine farà…

Governo: a che punto siamo?

Che il centro-destra abbia maggiori capacità comunicative rispetto alla coalizione di Governo, non è certo una novità (ne completamente merito loro). Continuano a parlare di “fallimentare governo di sinistra”, che a me però cosi fallimentare non sembra; voglio allora cercare di fare un po’ il punto della situazione, cercando di capire cosa è stato fatto e cosa invece ancora rimane da fare, nei prossimi anni. Elenco di seguito qualche punto, in puro ordine casuale. Se a qualcuno venisse in mente dell’altro, sarò ben felice di integrare queste poche righe.

(Economia) – Lotta all’evasione fiscale

E’ certamente il grande fiore all’occhiello di questo Governo. Che che ne dicano a destra (rode dover pagare le tasse, eh Silvio? Rode dover assumere gli extracomunitari che prima erano in nero, vero “piccoli imprenditori”?), la lotta all’evasione fiscale ha portato i necessari frutti (materializzati momentaneamente nell’extragettito fiscale dello scorso anno), al punto che quest’anno non sarà necessario aumentare ulteriormente la pressione fiscale per continuare sulla strada del risanamento economico, assolutamente necessario dopo che il Governo Berlusconi aveva lasciato buchi un po’ ovunque (lasciando naturalmente le sanzioni Europee sulle spalle del successore, come sono soliti fare, e come è capitato anche con TFR e Digitale Terrestre).

Nei prossimi anni sarà sicuramente necessario proseguire nella lotta all’evasione fiscale, magari riducendo anche, ove possibile, la pressione fiscale proporzionalmente al reddito. E’ un circolo virtuoso doloroso da avviare, ma che porterà evidenti benefici al paese. Sapevamo, alla vigilia delle elezioni, che ci sarebbe stata “la stangata”, era prevedibile. Ora sappiamo che fatto il sacrificio, si cominciano a vederne i benefici…

(Esteri) – Politica estera

Quando l’attuale Governo è salito al potere, avevamo i soldati in Iraq ed in Afghanistan, entrambi sotto attacco per decisione unilaterale del governo degli Stati Uniti d’America e non sotto l’egida dell’ONU. Oggi, i militari hanno lasciato l’Iraq e sono rimasti in Afghanistan sotto l’egida dell’ONU. Purtroppo si è reso necessario (a fronte di pressioni proprio delle Nazioni Unite) un intervento (realmente stavolta) di pace in Libano. Il Ministro D’Alema sta seguendo da vicino lo svilupparsi della situazione internazionale, soprattutto nello scenario mediorientale, e la moratoria contro la pena di morte ha raccolto i primi successi di questo importante impegno italiano in politica estera.

Bisogna proseguire su questa strada, soprattutto ora che anche la Francia si ritrova con posizioni vicine a quelle degli USA, per spingere a livello internazionale verso soluzioni pacifiche e non armate, soprattutto nei confronti di quelli che sono stati definiti per decisione unilaterale statunitense i “paesi canaglia” e che rischiano (a partire dall’Iran) di essere oggetto di nuovi scenari bellici già nei prossimi mesi. Obiettivo principale, naturalmente, la definitiva approvazione della moratoria contro la pena di morte.

La concessione della base USA a Vicenza non ha certo aiutato l’opinione pubblica all’apprezzamento dell’operato del Governo su questo fronte. Un tasto dolente che andrebbe rivisto…

(Lavoro) – Lotta al precariato ed al lavoro nero

In parte questa parte giova delle iniziative di lotta all’evasione fiscale, in parte di provvedimenti mirati alla riduzione della pressione fiscale alle aziende che assumono dipendenti (il cuneo fiscale).

Purtroppo il cammino è ancora (molto) lungo e travagliato, perché su questo argomento la maggioranza non è compatta. Rimangono da discutere seriamente aspetti come la riforma delle pensioni (a cui si continuano a mettere pezze) e la lotta al precariato.

(Ambiente) – Fonti d’energia rinnovabili

Nell’ultima finanziaria erano previsti numerosi incentivi per il passaggio a fonti di energia rinnovabile, o per la riduzione dell’inquinamento (incentivi per la sostituzione delle vecchie caldai, o per l’acquisto di automobili Euro4). Si può discutere sull’efficacia reale delle soluzioni proposte, ma è sicuramente un passo avanti importante.

(Economia) – Tutela dei consumatori

Numerosi provvedimenti sono stati presi per la tutela dei consumatori: alcuni hanno già raggiunto, almeno in parte, lo scopo prefissato (ad esempio l’abolizione dei costi di ricarica), altri sono in corso d’opera (liberalizzazioni di benzinai, farmacie), altri ancora “hanno da venì” (riforma della Rai, legge sul conflitto d’interesse).

Il lavoro è ancora lungo, ma la strada è quella giusta (purchè si presti attenzione a quello che si fa…).

(Istruzione) – Provvedimenti per le scuole e le università

A fronte dei controversi tagli economici alle università (che mi auguro possano essere risolti nei prossimi anni grazie alle maggiori entrate fiscale ed alla ripresa economica, a patto che le università riformino le proprie strutture interne), il Governo ha attuato numerosi interventi a favore della scuola pubblica (sono stati assunti numerosi nuovi insegnanti con l’ultima finanziaria).

Naturalmente non si cambia il mondo in 2 anni, e gli aspetti sui quali intervenire sono ancora moltissimi. La strada però è quella giusta: l’istruzione e la formazione sono valori centrali per una società sana e vivibile, e bisogna incentivarli.

(Società) – Unioni Civili, PACS, DICO

Sono sicuramente la grande nota dolente delle politiche sociali di questo esecutivo. Le spaccature interne in materia di Unioni Civili hanno rimandato a lungo il confronto, al punto che il provvedimento è stato da molti “dato per disperso”. In realtà la ripresa del dibattito sulla questione è stata programmata al termine delle votazioni sulla legge finanziaria attualmente in discussione, e quindi già da fine novembre.

Vedremo cosa sarà possibile fare insieme agli integralisti cattolici. Purtroppo sapevamo sin da buon principio che sarebbe stato un argomento delicato (al punto che Mastella non avrebbe firmato questo punto sul Programma, prima delle elezioni).

(Società) – Sicurezza sociale

Altra nota dolente, sulla quale il centro-destra fa molta propaganda e sulle cui posizioni purtroppo si è andata recentemente allineando anche parte della coalizione di Governo.

Quando qualche mese fa parlavo della necessità di fare della sicurezza sociale un tema di sinistra, dicevo anche che andava fatto nell’ottica dei valori di riferimento della sinistra, non copiando i temi della destra!

E’ importante invertire la rotta, intervenendo a favore dell’integrazione sociale, della comunione dei valori, della contaminazione culturale, con un occhio lucido e facendo piazza pulita delle posizioni razziste che ultimamente sono emerse anche nella maggioranza.

(Giustizia) – Snellimento del sistema giuridico

La riforma del sistema giuridico è uno dei molti punti delicati che ancora rimangono da affrontare. La situazione è difficile e delicata (si rischiano sempre le ingerenze) , ma va assolutamente affrontata, con una riforma pesante e strutturale. Solo una volta che si avrà a disposizione un sistema giuridico degno di questo nome, sarà possibile tentare di far rispettare realmente le leggi (anche ai politici stessi).

(Politica) – Abolizione/modifica delle leggi vergogna

Le Leggi Vergogna sono numerose e disparate, non credo ne esista un elenco definito. La Gasparri, la Bossi-Fini, la Biagi, sono tutti provvedimenti che vanno rivisti e ripensati, integrati eventualmente con gli ammortizzatori sociali necessari alla loro equa applicazione (con particolare riferimento alla legge Biagi). Purtroppo su questo lavoro sarà difficile fare vera comunicazione, perché molte modifiche a queste leggi rientrano in provvedimenti diversi (ad esempio la Gasparri viene in parte modificata dai provvedimenti di riforma dell’asset mediatico attualmente in discussione).

Anche la legge elettorale, “la porcata”, sarà da ritoccare. La mia personale posizione su questo aspetto l’ho già trattata in un altro post, a cui rimando.

Conclusioni personali

In conclusione, il lavoro è stato cominciato ed il mio bilancio personale piuttosto positivo. Non ci si può aspettare che tutti gli argomenti vengano trattati insieme (sarebbe anzi un po’ controproducente), ne che se ne vedano gli effetti in un men che non si dica. La situazione va lentamente migliorando, paradossalmente più in fretta di quanto non mi fossi aspettato alla comunicazione dei risultati delle elezioni, nell’aprile 2005.

La strada intrapresa è quella giusta, se poi l’opposizione la smetterà di fare puro ostruzionismo (riportando il dibattito politico ad essere minimamente costruttivo) come le recenti spaccature al suo interno fanno presagire, ci sarà la possibilità di arrivare a qualcosa di realmente concreto, rimettendo definitivamente in moto questo paese (fino al prossimo Governo Berlusconi… sigh…)

Proposte per il 22 giugno

Il 22 giugno, presso lo IULM di Milano, si terrà una manifestazione dal titolo “Condividi la Conoscenza“, che si vuole proporre come punto di partenza e riflessione sull’impatto dei “nuovi media” sulla nostra vita, sulla politica e sull’industria.

Chiamato alle armi dal buon Fiorello Cortiana, ho provveduto questa sera a proporre 3 diversi “nodi di riflessione” a mio avviso particolarmente importanti, e sui quali invito tutti a discutere e confrontarsi. Li riporto anche qui, per dare ulteriore risalto alla lodevole iniziativa.

Quantificazione del valore virtuale
Parlando con un caro amico, non molto tempo fa, mi faceva notare quanto fosse difficile investire in “innovazione” e “nuove tecnologie” in Italia, senza avere adeguati fondi alle spalle.

Questo perchè le banche e le società di venture e capitali, nel nostro paese, misurano ancora la bontà di una proposta di investimento in base alle immobilizzazioni materiali che il richiedente può portare. Questo aspetto è stato ulteriormente evidenziato quest’oggi durante un incontro presso il Politecnico di Milano, al quel ho partecipato.

Nel campo della cultura, quali immobilizzazioni possono essere “spese” per ottenere un investimento? Praticamente solo brevetti e diritti d’autore o di “proprietà intellettuale” (detesto questo termine, perdonatemi), che a mio avviso sono solo briglie e freni all’innovazione, alla produzione di cultura ed alla sua diffusione.

E’ assolutamente necessario che si faccia una seria riflessione, e si trovino delle proposte applicabili ed efficaci, per consentire una quantificazione oggettiva della bontà di un investimento in un ambito come quello della cultura, o dell’industria del software, dove le immobilizzazioni materiali non hanno praticamente necessità di esistere.

Pubblico dominio materiale
Quando si parla di “proprietà pubblica”, si pensa sempre ad aquedotti, autostrade, ferrovie. E quando queste proprietà vengono in qualche modo intaccate dalle privatizzazioni, si sentono salire urla di protesta. Tutto corretto, tutto assolutamente condivisibile, ma tutto, strettamente, materiale.

La privatizzazione delle infrastrutture di comunicazione, tanto importanti per la produzione e la diffusione della conoscenza, non arreca forse un danno paragonabile, se non superiore, alla privatizzazione di acquedotti, autostrade e ferrovie?

Come può una rete di larga banda (ma anche una rete di fonia, o la semplice proprietà ed efficienza di una emittente televisiva statale di qualità) che si confronta con mere logiche di profitto, senza tener conto di quelle che sono le esigenze culturali dei cittadini?

Bisogna che si prenda coscenza che l’infrastruttura di rete e (tele)comuncazione del nostro paese è un bene primario per la stessa economia italiana, e come tale, va difesa e rigidamente controllata.
La rete internet italiana non può essere in mano ad un monopolista (in palese conflitto di interessi, tra l’altro) come Telecom, i cui disservizi sono ormai divenuti barzellette fuori dai confini del nostro paese.

Riduzione del Digital Divide
Il termine “digital divide” purtroppo viene usato in modo piuttosto variegato, quindi la riduzione dello stesso è qualcosa di poco tangibile.
In questo caso, per “digital divide” intendo il divario culturale che impedisce a tutti i cittadini di fruire liberamente dell’innovazione (altro termine abusato, a mio avviso), di fatto creando cittadini di serie A e cittadini di serie B, e contribuendo quotidianamente ad ingigantire questo divario.

A mio avviso sarebbe necessario riflettere su quali ragionevoli proposte possano essere avanzate per combattere efficacemente questo problema.

Un punto da tenere presente è che piu che stimolare un’offerta (formativa?) che già per altro esiste, anche in maniera alquanto diffusa, e prima ancora di trovare i criteri economico/fiscali atti a spingere questa “riduzione”, è importante comprendere che va stimolata la richiesta stessa, rendere i cittadini stessi partecipi di questo processo, perchè nessun tipo di forzatura, nel campo della conoscenza, è in grado di portare benefici a medio/lungo termine.

Il giorno che l’Italia scopri l’infrastruttura di Rete

Andamento in borsa di Telecom (ultimo mese)Impazza in questi giorni la discussione riguardo Telecom e le offerte per il suo acquisto provenienti dalla cordata messicano-statunitense della AT&T. L’offerta pervenuta al CDA dell’azienda di telecomunicazioni italiana infatti, è molto allettante (oltre 2.82 euro per azione, quando il loro valore prima che si diffondesse la notizia dell’offerta si assestava intorno ai 2,13) ed ha già portato un notevole incremento del valore delle azioni stesse in borsa (con l’impennata di ieri, il titolo è passato da 2,13 a 2,34 euro per azione) che taglierà ulteriormente fuori dai giochi la fantomatica cordata italiana che avrebbe dovuto fronteggiare “lo straniero” e assicurare Telecom a mani italiane.

La preoccupazione, stranamente, dei politici e dei giornalisti (e dei cittadini di conseguenza) è in particolarmente puntata sull’infrastruttura di rete, che (paradossalmente) è di proprietà di Telecom, nonostante sia un bene prezioso per la vita stessa dello Stato, mettendosi al riparo da pericolose ingerenze straniere, e per garantire la concorrenza sul mercato (cosa di cui ci si lagna già da parecchio tempo ormai nel settore). Dopo aver malamente svenduto un bene dello Stato in una pura ottica di privatizzazione barbara, buttanto letteralmente nel cesso miliardi di investimenti (Telecom vanta tra le altre cose una grossa rete in fibra ottica, già posata, completamente in disuso) e senza l’accortezza di dividere il controllo del mezzo fisico dalla fornitura dei servizi, ora lo Stato (nella sua accezione piu generale, inteso come “i cittadini italiani”) si rende conto che la sua libertà di comunicazione (e di intercettazione, ho letto, “doh!”) è in pericolo. Te la sei cercata, Italia. Te la sei cercata come cercano la multa coloro che superano la coda sulla corsia d’emergenza. Hai voluto far la furba? Ed ora resti scottata.

A questo punto, quello che spero sincerament, è che il Governo Prodi metta da parte il buonismo che ostenta per paura di critiche, e faccia (anche in questo caso) il bene del Paese, separando per legge infrastruttura fisica e fornitura del servizio (e ci sono motivazioni a livello di concorrenza che metà bastano, per farlo). Questo era già nei piani di Rovati in realtà, ma il buon Tronchetti Provera, che deteneva il controllo di Telecom (e la sua presidenza) con il suo 0,8% di azioni, non aveva trovato l’iniziativa di suo gradimento, e non se ne era fatto piu nulla.

Ora è giunto il momento di fare le cose con la forza. Statalizzare l’infrastruttura. Come sono/devono essere statali le autostrade, gli acquedotti, la rete elettrica, l’acqua…