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“Quanto basta”

Alitalia “Nebbia in abbondanza, due pugni di ritardi, Alitalia quanto basta”: questa è la ricetta che pare aver adottato la Destra italiana per quel che riguarda la difesa del “principale aeroporto del nord”, Malpensa. Controllato da SEA infatti (che controlla per altro anche Linate), da quanto si dice, si trova ad attraversare una grave crisi: colpa naturalmente del passato governo, che aveva deciso di svenderla ad acquirenti esteri (AirFrance) quando fiorivano e pullulavano le offerte nazionali, su tutte quella chiarissima dell’attuale premier “in pectore” il Cavalier Silvio Berlusconi.

Ora che le elezioni sono state vinte, Alitalia non serve più; così la “cordata italiana” è svanita nel nulla, e si prendono accordi con la Russia per vendere loro la compagnia, e il Comune di Milano ha deciso di fregarsene delle potenziali cattive acque in cui versano SEA (di cui è azionista) e Malpensa, chiedendo di incassare 25 milioni di euro dei dividendi dell’azienda per rimpinguare le casse comunali (distrutte dal poco accurato investimento in “derivati”), lasciando agli altri azionisti le briciole (9 milioni di euro).

Un “boccalone d’oro” a chi è cascato nel “prolungato” pesce d’aprile…

Quante armi…

armsflow.pngRimango stupito ogni volta che trovo qualche cifra sul traffico d’armi nel mondo. Trovo che l’esistenza stessa delle armi non possa che stare ad indicare una minaccia per tutti, ma comprendo che finché esisteranno, proprio la loro (relativa) diffusione sarà necessaria per garantire un minimo di protezione proprio contro quelli che delle armi abusano.

D’altra parte, il volume che assume il traffico d’armi al giorno d’oggi è ben maggiore di qualsiasi giustificazione di questo genere. Semplicemente le armi consentono di uccidere, e per questo si comprano, per questo valgono, per questo si pagano, per questo si vendono. Punto, stop. Solo denaro, denaro e morte.
Tra l’altro, dopo una riduzione di volume attorno all’anno 2000, negli ultimi anni la vendita di armi tra paesi sta riprendendo vigore, e non credo che tutto sia da imputare ad Al-Quaeda.

Giusta la moratoria sulla pena di morte, giusti gli appelli affinchè le guerre cessino, e via dicendo. Ma se si smettesse (per davvero) di esportare armi, e si mobilitassero tutte le “forze rimanenti” nel controllo del traffico illegale, non otterremmo rapidamente molto di più? Non c’è proprio modo di essere più incisivi? Oppure semplicemente questi soldi, macchiati di sangue, sono graditi?

Sono sempre più convinto che ad uccidere, in fin dei conti, sia il denaro…

Il valore del tempo

Non diamo al “tempo” (quello indicato dall’orologio) il giusto valore. Non è monetizzabile, eppure forse vale più del danaro stesso.
E’ parecchio che ci pensavo, in maniera più o meno vaga. La prova è che soltanto sabato mattina ho rifiutato un’offerta commerciale (che in se poteva essere anche quasi interessante, per quel che possono interessare le offerte dei call-center) per questo motivo. Ho banalmente risposto alla gentile signorina che il valore monetario del tempo perso per analizzare la loro interessantissima proposta era maggiore di quanto non avessi poi effettivamente potuto anche lontanamente sperare di risparmiare adottandola (credo di averla spiazzata, perché si è scusate e mi ha salutato).

Questa mattina poi, ho avuto modo di fare quattro chiacchiere con Stefano Zanero, il quale mi ha suggerito un paragone davvero efficace: “una pioggia di soldi, può sempre capitare; ti va bene un affare, e piovono soldi. Una pioggia di tempo, invece, non è possibile”. Io facevo una considerazione forse meno efficace ma altrettanto vera: il tempo non si può accumulare.

La mia vita in questo momento non manca di denaro. Non ne ho da buttare via, questo no, però non posso dire che mi manchi. Ho appena fatto un ordine da 70 euro di libri su Ibs, con la coscienza pulita che questo non mi porterà a dover tirare la cinghia a fine mese. In compenso, ho pochissimo tempo. Ho poco tempo per Laura (che pure attende paziente ogni volta che ritardo), per la gatta (che mi fa le feste ogni volta che rientro a casa e si ingozza la mattina per paura di essere lasciata sola), per il lavoro (ce ne vorrebbe di più per fare tutto quello che mi piacerebbe fare), per l’università (drammaticamente), per andare in bicicletta (è più di un mese che non esco ad allenarmi), per l’associazione culturale, per leggere, per studiare, per uscire a divertirmi, per assaggiare altri tè, per fare un corso di sommelier, per dare, insomma, sfogo alla mia fame di sapere.

Detto questo, la considerazione quale può essere, se non che “il tempo non si può comprare”?  A questo sono arrivato mentre andavo a prendere Laura al lavoro, pur partendo da un concetto apparentemente molto diverso. Pensavo agli mp3, al diritto d’autore, alla necessità di trovare una via di mezzo tra “furto” e “condivisione” dell’arte musicale. Mi dicevo che non è immaginabile che si possa imporre la “non duplicabilità tecnologica” la dove il suono è immateriale (un file). E da questo punto di vista comprendo perfettamente cantanti e musicisti che chiedono che il loro sapere, la loro arte, vengano tutelate.

D’altra parte, io diffondo il mio sapere, la mia arte. Liberamente. Non mi sono mai tirato indietro dallo spiegare qualcosa che so a nessuno. Il mio sapere non è forse anch’esso il derivato di tanta fatica? Non ha forse un valore pari a quello della musica che un cantante propone? Infondo anche io vivo di “sapere”, facendo il consulente.

Ma allora cosa differenzia me dal cantante? Beh, alla fine, la considerazione è semplice: la musica non è solo un sapere, è un piacere. Ed un piacere può essere fruito in tanti modi diversi. Il mio sapere invece deve poi essere messo in pratica. Un mondo in cui tutti conoscano l’informatica, sarebbe bellissimo. Eppure per me ci sarebbe ancora lavoro, perchè un contadino, presto o tardi, dovrà arare il campo, un musicista comporre, un negoziante vendere. E quello è il tempo che a me verrà commissionato per applicare il mio sapere.