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Armstrong torna in sella

Lance Armstrong.  7th Tour win.  Aix-en-trois domaines.  2005 Sono un appassionato di ciclismo ormai da diversi anni, a momenti alterni ho anche praticato, eppure quando ieri sera ho la notizia che Lance Armstrong intende tornare alle corse, con l’esplicito obiettivo di vincere un’altro Tour de France, mi ha lasciato piuttosto perplesso e disorientato, al punto che ho tentato di scrivere qualche riga ieri sera, ma alla fine ho deciso di rimandare e riflettere sulla questione ancora un po’.

Le considerazioni che posso fare, da parte mia, sulla questione sono le seguenti:

  • Armstrong ha lasciato il mondo del ciclismo da grande (seppur controverso) vincitore: ha lasciato dopo la vittoria del suo settimo Tour de France consecutivo, durante il quale non ha lasciato alcuna chance ai suoi diretti avversari, su tutti Ivan Basso, l’unico in grado di dargli del filo da torcere in un paio di circostanze.
    Come accaduto per altri sportivi illustri (da Shumacher a Jordan), lasciare da vincitori è un ottimo modo per essere sparati sull’Olimpo dello Sport, mentre il ritorno alle corse porta solitamente ad un nuovo confronto con i propri avversari ed espone al rischio della sconfitta sul campo. Vero è che Armstrong non si è mai lasciato scoraggiare da “fattori esterni” (è tornato alle corse anche dopo aver vinto la sua personale lotta al cancro), vero è che negli ultimi anni si è dimostrato un campione “di testa” prima ancora che “di gambe”, con capacità di comprensione e lettura della gara superiori alla media, vero è che la motivazione che lo porta a questa scelta (il riportare l’attenzione pubblica sulla lotta al cancro) deve essere piuttosto importante. Verò è, però, che mi sembra un azzardo…
  • Armstrong è da sempre stato sottoposto a pesanti polemiche: un po’ perché si guarda sempre con sospetto al vincitore (soprattutto se vince sette Tour consecutivi), un po’ per via di alcune “deroghe” che pare l’UCI gli abbia concesso relativamente alla cura ed alla prevenzione del cancro che lo ha colpito.
    E’ stato accusato a più riprese di fare ricorso a tecniche dopanti e seppur non sia mai stato trovato positivo, il fatto che tecnici, medici, meccanici e compagni di squadra abbiano a più riprese confessato queste pratiche, qualche dubbio anche sul suo conto rimane. Per questo motivo, al momento del suo ritiro, alcuni (tra cui il sottoscritto) avevano tirato un sospiro di sollievo, convinti che questo mettesse una pietra sopra una stagione del ciclismo e su parte delle polemiche sollevate nei suoi confronti.
    Paradossalmente, Amrstrong torna proprio nel momento in cui la lotta al doping sembra cominciare a sortire i primi effetti; nell’ultimo anno sono molti i corridori anche di primissimo piano (non dimentichiamo Sella e Riccò) che sono stati trovati positivi ad alcune pratiche dopanti: si può discutere dei test, dei risultati, dei complitti, dopodiché molti corridori hanno confessato e stanno pagando per le loro scelte, segno (speriamo) che il ciclismo sta lentamente cambiando, sotto questo aspetto.
    Proprio su questo aspetto, Armstrong è stato piuttosto esplicito nella sua conferenza stampa, annunciando che si sottoporrà ad una serie di test ed esami e che tutto l’operato sarà gestito con la massima trasparenza nei confronti della stampa sportiva: da trascinatore e uomo di spettacolo qual’è, possibile che finisca addirittura con il contribuire alla lotta al doping, lui che è tra i grandi protagonisti sportivi di quelli che verranno ricordati come “gli anni del doping”?
  • Sportivamente parlando, il rientro di Armstrong alle corse costituisce un precedente importante: l’età di Armstrong (a cui già facevo riferimento) non ha solo condizionato la sua carriera, ma anche quella degli altri corridori, più o meno giovani, che hanno avuto la (s)fortuna di correre nella sua ombra, rischiando di non trovare mai lo spazio per emergere, schiacciati dalla potenza del gigante. Quando l’americano si ritirò, qualche anno fà, si disse che era la grande chance per Basso e Ullrich, per Valverde e Sastre, per tutti i giovani corridori che erano cresciuti nell’ombra, di dimostrare il loro valore. Con il senno di poi, Basso ha perso due anni per via dell’Operation Puerto, la stessa che ha portato al ritiro di Ullrich dalle competizioni; Valverde si è rivelato in tutta la sua fragilità fisica, perdendo malamente l’occasione di fare suoi i due ultimi Tour. Molti altri corridori si sono sgonfiati come neve al sole, al punto che nell’albo d’oro del Tour de France appaiono ora (senza nulla togliere) corridori come Oscar Pereiro Sio, vincitore grazie ad una “fuga bidone” durante la quale gli donarono qualcosa come 32 minuti. Armstrong insomma, sembrava essere colui che impediva la crescita dei giovani ed invece oggi torna a colmare un vuoto: dovrebbe essere uno spunto per un’attenta riflessione sul ricambio generazionale nel ciclismo moderno…

Maggiori dettagli (ad esempio con quale squadra intende correre), saranno diffusi solo il 24 settembre, giorno della conferenza stampa in cui Armstrong svelerà i suoi programmi: un altro colpo di teatro, attendendo il quale, in fin dei conti, non posso che rallegrarmi di fronte all’immagine dello scossone che sconvolgerà il ciclismo. Speriamo solo che non sia la “spallata finale”…

La geopolitica torna a far paura?

Big Red Button Il recente “conflitto lampo” (come qualcuno lo ha definito, facendomi rabbrividire al pensiero della guerra lampo nazista del 1939) tra Russia e Georgia ha portato ad un ulteriore aumento della tensione internazionale portandolo a livelli che non vedevamo da molti, moltissimi anni, diciamo dal crollo dell’Unione Sovietica, dai tempi della Guerra Fredda; il clima che si respira tra le due fazioni contrapposte (Russia da una parte, Stati Uniti e Nato dall’altra, proprio come accadeva nella Guerra Fredda postbellica) è infatti di quelli che ormai molti avevano dimenticato (ed i più giovani, nemmeno mai vissuto).
Tra minacce, sanzioni e prove di forza, dichiarazioni di fuoco ed appelli alla distensione, è stata in questi giorni indetta una una riunione tra i rappresentanti dei paesi dell’Unione Europea per discutere della questione georgiana, (che avrà luogo poi questo lunedi, a Bruxelles) in seguito alla quale potremo probabilmente capire qualcosa di più su quella che sarà la posizione ufficiale dell’Europa in questo nuovo contesto, così come su quali misure pratiche l’Unione vorrà adottare nei confronti della Russia, in seguito a quanto accaduto nel Caucaso meridionale, poco più di tre settimane fà.

La pace tra i due blocchi e la distensione dei rapporti internazionali si è nutrita in questi anni della debolezza politica e (soprattutto) economica della Russia: oggi che questa comincia a risollevarsi, ritrovando vigore e conseguentemente peso politico sul piano internazionale, tutto rischia nuovamente di precipitare nell’incubo dell’ultimo dopoguerra, con le battaglie condotte “dietro le quinte” (l’appoggio statunitense alla Georgia non era certo una novità, tantomeno a Mosca, che pure non ha esitato ad aprire il fuoco), magari una nuova ondata di quel “colonialismo ideologico” che porta a considerare “amiche” anche le peggiori forme di dittatura, a patto che appoggino il proprio blocco e non l’avversario.

La riapertura del conflitto freddo è ormai diventata ben più che una semplice paura: siamo realmente entrati (già da diversi anni) in una nuova fase della Guerra Fredda, ricominciando a scrivere su un libro che pareva ormai aver trovato al sua fine con la “Distensione” (che potrebbe tra qualche anno essere descritta come un semplice “errore di denominazione” per indicare una fase di momentaneo declino di uno dei due blocchi, che ha per qualche tempo agevolato la crescita e il predominio dell’altro). Il riacuirsi della tensione tra i due blocchi, infatti, non è una novità: sin dal 2003, con la decisa presa di posizione della Russia sulla questione irachena, si era tornati a “scavare la trincea”, poi divenuta più profonda con la questione dello “scudo spaziale” (tutt’ora fulcro di tutta la faccenda) ed ulteriormente aggravata dalla trasformazione della Russia in una forma di dittatura da parte di Putin, che nel 2007 ha assunto il potere assoluto, conquistando anche la maggioranza nel parlamento Russo (la Duma) con modalità non esattamente democratiche, con il conseguente ritiro unilaterla dell’adesione al Trattato di riduzione/controllo delle armi convenzionali precedentemente firmato con l’Europa e la restaurazione dei voli strategici permanenti a lungo raggio su Europa, Pacifico ed Atlantico.

Non sarebbe corretto caricare sulle spalle della Russia l’intera colpa di quanto accaduto: in un contesto complesso come quello della politica internazionale, è sempre difficile individuare univocamente un colpevole; la “nuova politica espansionistica” condotta da Goerge W. Bush alla guida degli Stati Uniti, non ha certo aiutato in questo frangente, men che meno se consideriamo l’ostinata intenzione di installare un sistema missilistico in Europa dell’Est, dove chiaramente ha il solo scopo di tenere sotto controllo la Russia, che certo non gradisce il sentirsi messa sotto scacco. Anche l’immaturità politica dell’Europa (che, ricordiamolo, non riesce ad oggi neppure a dotarsi di una costituzione comune, figuriamoci di una politica internazionale univoca) ha dato il suo contributo al riaprirsi di questa condizione di instabilità geopolitica.
Non possiamo che rimanere in “fiduciosa” attesa, coscenti che è in ballo ben più che una piccola ripicca territoriale tra Georgia, Ossezia e Abcasia, soprattutto coscenti che in questo delicato momento della politica internazionale, il nostro Paese si trova sotto la guida di una fazione politica che pensa principalmente ai fatti propri (che in questo caso esula dalla trattazione).

Mi posso solo augurare che quelle raccolte in questo post si rivelino solo pessimistiche congetture, che tutti si sgonfi grazie al connubio tra una maggiore maturità politica dell’Unione Europea da una parte (che nonostante non si sia ancora dotata di una politica estera comune, non si trova certo nelle stesse disperate condizioni in cui si trovava nel 1945), e le le nuove elezioni alla presidenza degli Stati Uniti dall’altra; proprio quest’ultimo evento segnerà irrimediabilmente il corso della storia del prossimo decennio (esattamente come la presidenza di Bush ha segnato irrimediabilmente quello che si sta concludendo, che vede nel Medio Oriente lo scenario principale e il motto “guerra preventiva” come leitmotif): se il vincitore sarà Obama, è facile aspettarsi un ritorno ad una condizione di distensione, se invece il vincitore sarà McCain, bisognerà capire quanto sarà influenzato da quelle correnti conservatrici che oggi guidano il presidente Bush.
Ancora una volta, volenti o meno, il mondo è nelle mani dei cittadini americani…

I “grandi” 8

Si è tenuto (e concluso), settimana scorsa, il 34° forum degli “otto paesi più industrializzati” (tecnicamente sarebbe un sette più uno, la Russia), che per l’occasione si sono dati appuntamento in Giappone, ad Hokaido, non lontano da Tokio.
USA, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada, più la Russia, si trovano infatti a cadenza annuale per discutere dei grandi problemi della geopolitica e definire i futuri assetti del mondo, forti del loro impatto sul PIL mondiale (fatto eccezione per il fatto che mancano i due paesi che da soli costituiscono quasi la metà della popolazione mondiale, India e Cina), della loro potenza militare e della loro influenza internazionale (gli italiani sono pregati di non ridere). Tra di loro troviamo il paese che ha dato vita all’enorme crisi finanziaria che sta coinvolgendo anche l’Europa (gli USA con la crisi dei subprime), un paese indebitato fino al collo (l’Italia), una pseudo-democrazia (la Russia). Le condizioni ideali, insomma, per essere incisivi in un momento così delicato della Terra, al punto da potersene tranquillamente infischiare del restante 75% della popolazione mondiale (e del 50% del prodotto mondiale lordo), al punto da poter prendere decisioni senza passare dal Consiglio Superiore delle Nazioni Unite, un approccio piuttosto “colonialista”, un po’ troppo simile per i miei gusti alla “spartizione del mondo di Yalta”.

Anche quest’anno, come sempre, sono state prese importanti decisioni riguardo la fame nel mondo, l’ecologia, l’aiuto internazionale verso i paesi più poveri. Preoccupati infatti dell’innalzamento del costo degli alimentari che sta mettendo in crisi numerosi popoli, hanno deciso di non agire con forza cambiando le regole a favore dei popoli in difficoltà. Preoccupati dalle ormai evidenti conseguenze del riscaldamento climatico del nostro pianeta, hanno proposto (salvo vedersi bocciare poi la proposta dalla Cina) di tagliare le emissioni di anidride carbonica del 50% entro il 2050 (mai, praticamente), spostando ulteriormente in avanti i paletti posti dall’Unione Europea che prevedeva un taglio del 20% entro il 2020.

Non condivido neppure l’approccio adottato nell’affrontare i problemi: tentare di redimere problemi strettamente legati gli uni dagli altri (perché il prezzo degli alimentari sarà mica legato al riscaldamento globale, al prezzo del petrolio ed alle crisi economiche in atto?) affrontandoli uno ad uno, incapaci di un’azione corale e coerente, mi pare fallimentare ancor prima di cominciare.

La mia domanda allora è: di fronte a decisioni di “questa portata”, di fronte all’emergere sempre più forte della Cina, qual’é oggi la funzione del G8? Anche se si decidesse di far rientrare la Cina in un G9, o si desse veramente vita al G20 di cui da tanti anni si và parlando, quale sarebbe la sua funzione ed in cosa si distinguerebbe dall’ONU? Il prossimo anno il G8 sarà nuovamente ospitato in Italia dopo Genova (stavolta alla Maddalena, pare). Oggi come allora, ci troviamo con un Governo Berlusconi: chissà se stavolta penserà alle fioriere o a consentire il diritto di manifestare in sicurezza…

Un po’ di luce su Chiaiano

tufo In questi giorni ho avuto modo di parlare in diverse occasioni della questione rifiuti in Campania, con persone che non capivano o non condividevano la mia posizione. Mi sono reso conto di un problema di fondo, dovuto essenzialmente alla poca conoscenza dei luoghi ed alla insignificante informazione a riguardo fatta dai mass media, che riguarda la composizione geologica del territorio, parametro imprescindibile nella scelta dei luoghi ove collocare una discarica.

Molti sapranno che la Campania è una regione caratterizzata da un’intensa attività vulcanica: è nota la presenza del vulcano Vesuvio non lontano dalla città di Napoli, così come dovrebbe essere nota ai più la presenza di una zona ad intensa attività vulcanica, quella dei Campi Flegrei, a nord di Pozzuoli.

E’ facile quindi intuire come la zona in cui si trova Chiaiano abbia un terreno prevalentemente di origine vulcanica, le cui proprietà differiscono sostanzialmente da quelle del terreno “normale” e che vanno attentamente analizzate prima di decidere di collocarvi una discarica (che trova nel contatto con il terreno uno dei punti cruciali). In particolare, il tufo (le cave in cui si vuole aprire la discarica sono proprio cave di questo materiale) è un materiale poroso (come si può facilmente vedere dalla foto) e sapendo che la falda acquifera in quella zona è particolarmente “alta” (a pochi metri dalla superficie), è facile intuire quali danni possa provocare l’installazione di una discarica in un sito così delicato e di conseguenza comprendere le preoccupazioni dei cittadini, che inoltre segnalano il fatto che la cava si trova al centro di un’ampia zona abitata da oltre 250.000 persone, la vicinanza con la fermata della metropolitana (in quella zona sopraelevata) e con un ospedale.
Vale la pena sottolineare che in altre zone della Campania (ed in particolar modo l’avellinese ed il beneventano), la struttura geolofica argillosa (e quindi impermeabile) e la falda acquifera depressa consentono l’individuazione di siti più che idonei per la collocazione in sicurezza di discariche.

E’ da segnalare (ed apprezzare) il grande lavoro di mediazione svolto dal commissario Guido Bertolaso, che dopo un confronto con i sindaci é riuscito ad ottenere l’accesso al sito in questione da parte degli ispettori che, dopo adeguati carotaggi, dovranno stabilire l’idoneità del sito (sulla quale, come già detto, si nutrono significativi dubbi). Si é così messo fine, almeno per il momento, alle violenze e alle rivolte che hanno avuto luogo negli scorsi giorni e di cui abbiano letto sui giornali e su queste stesse pagine.

Ciò detto, un piccolo appunto va fatto sulla questione sversamenti: Chiaiano è da anni in mano alla Camorra, che ha già provveduto a fare parecchi danni alla falda acquifera sottostante tramite lo sversamento illegale di rifiuti di varia natura. La collusione con tra Camorra e politici locali e l’omertà dei cittadini non rende certo facile la soluzione di questo problema, che dovrà essere affrontato prima di tutto con i cittadini stessi: a poco serve opporsi alla discarica pubblica e poi consentire tacitamente (per paura o vantaggio) gli sversamenti della Camorra.

Una (lunga) domenica alla Fiera del Libro

Fiera Internazionale del Libro 2008 Portare il sottoscritto in una libreria è come accompagnare un bambino al negozio di caramelle. Se poi vado alla Fiera del Libro e per di più da solo, senza alcun controllo, le cose rischiano di mettersi davvero male. In realtà sono riuscito a contenere le pulsioni più basse e mi sono limitato ad acquistare 4 libri per me e uno per Laura.

Ma procediamo per ordine, cominciando dalla Fiera in sé: come era prevedibile, l’interesse medio per un visitatore “non del settore”, per quel che riguarda gli espositori, è praticamente nullo. Gli espositori sono quasi esclusivamente editori, molti dei quali piccoli e/o di nicchia, alcuni dei quali intenzionati a vendere libri in grande quantità (soprattutto gli espositori più grandi). Non è dissimile, per intenderci, dal recarsi in libreria, con la differenza che alla Fiera del Libro ci si trova immersi in una folla vociante dieci volte superiore a quella a cui siamo esposti andando quotidianamente in libreria. Insomma, roba che non fa per me.
La nota positiva, sotto questo profilo, è indubbiamente la quantità di gente presente in Fiera: davvero considerevole. Soprattutto ho notato la presenza di molti, moltissimi giovani, alle volte presenti anche agli incontri con gli autori. Un segnale positivo, in netta controtendenza rispetto a quello che da tempo si va dicendo sul mondo dei libri, e sul quale bisognerebbe probabilmente indagare più a fondo: che siano stati solo ed esclusivamente ragazzi portati “a spasso” dalle famiglie? La Fiera Internazionale del Libro è certamente una forma di spettacolarizzazione del mercato del libro, un evento che attrae (tra gli altri) migliaia di persone interessante poco o nulla all’argomento centrale dell’esposizione, quanto dalla “mondanità” dell’evento: una sorta di Smau della scrittura. Fiera Internazionale del Libro 2008Il problema è, come al solito, discernere le varie componenti della ressa presente: nelle sale, durante gli incontri con gli scrittori (gratuiti), raramente ho visto gente distratta o intenta a fare altro che non seguire l’intervento dell’autore, il che potrebbe individuare, nel pubblico di questi incontri, quella componente colta e/o interessata di cui sopra. A questo punto la cifra: agli incontri non erano mai presenti più di 500 persone, nonostante le sale (in particolare quella gialla) ne potessero contenere decisamente di più: se paragoniamo questo valore alle migliaia di persone che ho visto entrare in Fiera, direi che si torna abbondantemente all’interno delle statistiche che costantemente ci dicono che in Italia si legge poco, e sempre meno (solo cinque milioni di italiani leggono più di 7 libri l’anno).

Per quel che mi riguarda, l’aspetto indubbiamente più interessante della Fiera (e motivo che mi ha spinto alla sfacchinata di 400 chilometri ed all’estenuante giornata passata quasi sempre in piedi) è stato quello degli incontri con gli scrittori. Vedere in carne ed ossa persone che conosciamo quasi intimamente tramite la loro prosa, poterci alle volte persino parlare, avvicina moltissimo le persone alla lettura. Sentir descrivere dall’autore le intenzioni che lo hanno portato a certe scelte, a certe rinunce, a certi meccanismi narrativi, a certe strade professionali, cambiano il modo di vedere anche il singolo libro che si tiene in quel momento tra le mani (magari in attesa, perché no, di una firma con dedica, aspetto indubbiamente della spettacolarizzazione di cui sopra).
Avevo programmato la mia giornata in Fiera: la mattina visita ai padiglioni (tre più uno, benché piuttosto ampi), al pomeriggio una serie di interventi da seguire: Carlo Lucarelli, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo ed infine Giorgio Faletti (dalle 20:00, sempre che mi restasse voglia, visto il mio atteggiamento a volte fin troppo critico nei confronti delle scelte narrative del noto autore). A questi si sono aggiunti, strada facendo, il doppio incontro con Clive Cussler, quello con il giudice Imposimato ed un intervento comico di Natalino Balasso (questi ultimi due organizzati da Ibs.it), scoperti al momento di andare a ritirare il biglietto d’accesso agli altri eventi già menzionati.

Immagine di Doveva morireIl primo incontro in ordine cronologico è stato quello con il giudice Ferdinando Imposimato che ho sorpreso, a discussione già in corso, presso lo stand di Ibs.it (vero punto d’attrazione di tutta la Fiera, complimenti). Il tema, naturalmente, il suo libro sulla vicenda Aldo Moro (della quale si è occupato professionalmente sin dal giorno successivo la scomparsa del noto politico) dal titolo “Doveva morire”. Imposimato ha una certa età, eppure vederlo ribattere con forza e veemenza alle domande del pubblico, andando a trattare tasti dolenti della storia italiana, lascia affascinati. Il suo libro (che ho già acquistato qualche tempo addietro, ma che non avevo portato in Fiera, altrimenti me lo sarei fatto autografare) sarà certamente uno dei prossimi libri in lettura.

Ho poi colto l’occasione per assistere, dalle 14:30 in poi, all’incontro con Natalino Balasso: assolutamente esilarante. Il tempo era poco e sono potuto rimanere poco più di un quarto d’ora, ma ne è decisamente valsa la pena. Subito dopo (praticamente ho attraversato la Fiera di corsa) è stata la volta di Clive Cussler (sala gialla, enorme e piena a metà), alle 15:00. Sapevo di potermi trattenere poco (alle 15:30 cominciava l’incontro con Carlo Lucarelli, quello a cui tenevo maggiormente, dall’altra parte della Fiera), sebbene confortato dal fatto che ci sarebbe stato un secondo incontro, più ravvicinato, alle 16:30 presso lo stand di Ibs.it, ma quando l’incontro è cominciato con un quarto d’ora di ritardo mi sono detto che sarei potuto rimanere davvero poco.Immagine di Il tesoro di Gengis Khan
Quando poi l’introduzione di Marco Buticchi (dovrò provare a leggere qualcosa di suo, a proposito) ha cominciato ad andare per le lunghe, ho deciso che avrei atteso almeno che Cussler cominciasse a parlare, prima di andarmene. La prima domanda a Cussler è stata fatta alle 15:20, ed io sono schizzato fuori per correre alla sala Rossa che mancavano cinque minuti all’inizio, arrivando ovviamente che la piccola saletta (per la quale non erano state previste prenotazioni a biglietto) era già piena. Occasione persa, tanta rabbia, torno da Cussler che la sua conferenza è quasi terminata.

A quel punto, altra corsa verso lo stand di Ibs.it, acquistata in gran fretta una copia di “Il tesoro di Gengis Khan”, sono riuscito a mettermi in coda tra i primissimi (il terzo per la precisione) per l’autografo. Cussler è stato assolutamente strabiliante: ha guardato ognuno dei suoi lettori negli occhi, ringraziandolo subito dopo avergli autografato la copia portagli. Sicuramente dimostra una grande esperienza nel trattare (e gratificare) i suoi lettori, ma la contentezza che ho visto negli occhi di questo anziano scrittore mi hanno lasciato qualcosa dentro. Grazie Clive.
Immagine di L'ottava vibrazione

In attesa che cominciasse l’incontro successivo, alle 18:30, ho colto l’occasione per appostarmi all’uscita della Sala Rossa, dove doveva ormai aver terminato la sua lettura il buon Carlo Lucarelli. Arrivato nelle vicinanze, me lo trovo praticamente di fronte, riuscendo a scambiarci due parole dalle quali scopro che il libro tra i suoi che mi è piaciuto di più è poi quello che a lui è più caro, “Almost Blue”. In mancanza d’altro (anche il suo ultimo libro, “L’ottava vibrazione”, era rimasto a casa), gli porgo il mio fido tacquino che ora riporta una piccola dedica a firma di uno dei più grandi giallisti italiani. Peccato non essere riuscito a seguire la lettura in sala, ci tenevo.

Immagine di La derivaFattesi le 18:00 girovagando per la Fiera (incrociando per altro Travaglio, Gomez, Santoro e la bella Beatrice Borromeo), entro nella Sala Gialla dove sarebbe cominciato l’incontro con Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella con una buona mezz’ora di anticipo, godendomi un interessante spezzone di discussione sulla diaspora ebraica.
Inutile dire che Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella hanno riempito la sala dove ci trovavamo (oltre la metà in più di Clive Cussler, per altro). Dopo l’importante introduzione di Ferruccio de Bortoli, le domande sono state davvero tante, interessanti e (quasi tutte) pertinenti. Il nuovo libro dei dure giornalisti ed autori, “La deriva” (che io ho acquistato il giorno della sua pubblicazione, pur non avendo ancora avuto tempo e modo di leggerlo), deve essere il degno successore di “La casta”, a giudicare da quanto i due autori sono riusciti ad anticipare durante l’incontro. Più che la presentazione di un libro, in ogni caso, è stata una profonda discussione sulle problematiche che i due libri mettono in risalto, non diversamente da quanto accadde qualche tempo fà con “Mani Sporche”, di Travaglio, Gomez e Barbacetto.

Immagine di Pochi inutili nascondigliInfine, abbandonato con leggero anticipo (verso le 20:50) la Sala Gialla, mi sono presentato all’ingresso della Sala dei 500 dove avrebbe dovuto cominciare, alle 20:00, la presentazione del nuovo libro di Giorgio Faletti, “Pochi inutili nascondigli” (da me acquistato nella mattinata, tra mille perplessità), alla presenza dell’autore stesso e di Antonio Ricci. Ho scoperto troppo tardi (altrimenti sarei rimasto fino alla fine da Rizzo e Stella) che la “lectio magistralis” di Sgarbi che precedeva l’incontro con Faletti, era cominciata con quasi 45 minuti di ritardo. Siamo così riusciti ad entrare in sala solo alle 21:00, dopo un’attesa al caldo della folla e senza potersi sedere (ne cenare) di oltre un’ora.
La presentazione in sé è stata piuttosto divertente: a Faletti manca molto il teatro ed il palcoscenico, si vede e si sente a pelle (oltre che averlo lui stesso affermato più e più volte). Sul libro, purtroppo, nessuna novità: sette racconti, ricchi di quel dettaglio “sovrannaturale” che mi ha fatto amare ben poco gli ultimi due libri di Giorgio. Lo leggerò, naturalmente, ma senza troppa fretta.

Nel complesso, una giornata davvero “importante”: sia sotto il profilo della fatica, sia sotto quello della soddisfazione.

Dello scrivere “pagato”

M***INILeggendo tra i miei feed, ieri mattina ho scoperto che il buon Pseudotecnico ha deciso di rinunciare ad AdSense sul suo blog. La motivazione che lo ha spinto a questo gesto è ovviamente qualcosa di prettamente personale (nella fattispecie, il fatto che la pubblicità online sia piuttosto invasiva, a fronte di un guadagno piuttosto risicato), ma mi porte il destro per riflettere un po’ sulla questione “pubblicità online” nella realtà dei blog (per inciso, teniamo presente che basta un’estensione banale come AdBlock per risolvere il problema alla radice, aprendone un altro forse più grande).

Ben inteso: in sè, non c’è niente di male nell’inserire pubblicità sul proprio blog. E’ una fonte di guadagno (pur piuttosto limitata, a parte qualche caso eccezionale), è una scelta del blogger fatta su un qualcosa di “suo”: se va bene va bene, se non va bene è così. Se poi il blogger in questione è tanto bravo da far sopportare agli utenti alcuni più o meno vistosi inserimenti pubblicitari, tanto meglio per lui.

Personalmente però, ho sempre visto il blog come una “valvola di sfogo”, un posto dove poter esprimere liberamente idee e considerazioni, e sono convinto che l’eventuale inserimento di pubblicità su queste pagine cambierebbe questa percezione, così come l’ha cambiata l’inserimento delle statistiche d’accessi (maledetto conteggio delle visite).

Per intenderci, non voglio sentirmi obbligato a scrivere qualcosa, a meno che non ne abbia voglia io in primo luogo: scrivere non è il mio mestiere. Essendo contemporaneamente lettore ed editore del blog (per sua natura), l’obbligo verrebbe da me e da nessun altro (magari anche inconsciamente) ma il blog diventerebbe un impegno più di quanto non lo sia già e voglio a tutti i costi evitare questo rischio.
Mi è stato offerto alcune volte sia di scrivere per alcune testate online (cosa che forse avrei potuto anche prendere in considerazione più seriamente, nel momento in cui non mi vengono imposti impegni di una certa importanza), sia di pubblicare pubblicità su questo blog, e le considerazioni espresse in queste righe rappresentano il principale motivo dei miei rifiuti, oltre che il motivo per cui non è presente un singolo banner di AdSense.
Che poi, riprendendo le parole di Pseudotecnico: a quanti piace leggere un articolo cercando il testo tra le inserzioni pubblicitarie?

Si tratta naturalmente di una mia personale considerazione, che oltretutto esula dai concetti di editoria (chi scrive per mestiere come potrebbe non essere pagato?), libertà d’espressione (non tutti coloro che pagano pongono limiti alla propria libertà d’espressione ed è importante non fare di tutta l’erba un fascio) e soprattutto non vuole essere una condanna per nessuno (ci mancherebbe altro).

Quello della pubblicità online è un discorso molto delicato: si tratta di uno dei pochi mezzi di sostentamento che “la  Rete” ha per fornire servizi gratuiti (ed il fatto che il mercato cresca così rapidamente da indurre Microsoft a tentare di comprarsi un’azienda “quasi marcia” come Yahoo! la dice lunga), ma allo stesso tempo è un aspetto poco gradito da una certa fascia di navigatori (me compreso, per altro, sotto certi punti di vista). Un discorso che andrebbe approfondito con maggiore cognizione di causa.

Considerazioni sul bipolarismo

dscf1331.jpg Quelle del 2008 sono state le prime elezioni in cui abbiamo realmente raggiunto una sostanziale situazione di bipolarismo parlamentare: da un lato il “sarà-partito” Popolo delle Libertà, dall’altro il Partito Democratico (più o meno strettamente legato all’Italia dei Valori di Di Pietro) hanno relegato tutti gli altri partiti a giocare il ruolo delle comparse. Molti hanno osannato la finalmente raggiunta “semplificazione della politica”, ma a me lascia diversi dubbi.

In primis, non sono convinto che il bipolarismo consenta una maggior governabilità. Sicuramente semplificherà la vita ai cittadini pigri: proseguendo su questa strada, tra un po’ potranno usare direttamente il meccanismo del testa o croce per decidere che partito votare!
Purtroppo la vita non è semplice come si vorrebbe ed in certi casi è inutile (e anzi controproducente) cercare eccessive semplificazioni. Chissà come mai non si cerca una simile semplificazione sul mercato automobilistico: una sola possibilità di utilitaria ed una sola possibilità di monovolume, nient’altro. E naturalmente il discorso vale anche per la televisione! Che direbbero gli italiani? Non si ribellerebbero? Già…

Noto poi il proverbio “tante teste, tanti pareri” (e a meno di non liofilizzare ulteriormente le menti dei nostri politici, questo resterà vero indipendentemente dall’applicazione del sistema bipolaristico) , si ponge il problema delle “correnti interne” ai partiti, che di fatto non faranno che “rimandare ad altra sede” il dibattito politico; in effetti la vera semplificazione, da questo punto di vista, potrebbe essere quella di spostare il dibattito all’interno dei partiti anziché solo in parlamento, velocizzando da un lato la macchina statale, dall’altro garantendo un (seppur lieve) allargamento della base in grado di partecipare al dibattito (non possiamo entrare tutti in parlamento, ma iscriversi ad un partito non dovrebbe essere un grosso problema). Non avrebbe dovuto però essere così anche con le coalizioni di governo? Cosa ci fa pensare che sostituiendo il termine “partito” al termine “coalizione” il risultato della frase cambi in modo così radicale?
Il mio timore è invece quello dei partiti in cui ci saranno posizioni assolutamente inconciliabili (i temi etici nel Pd sono uno degli esempi, e non risparmiano neppure la destra), che dopo un infruttuoso dibattito interno si troveranno a dover definire ed imporre una posizione unanime (per non perdere peso in parlamento), generando rancori, ulteriori spaccature e via dicendo (altro che governabilità!).

Infine, in una situazione politica in cui uno dei problemi maggiormente sentiti dalla popolazione è proprio la mancanza di alternative (uno dei motivi principali dell’astensionismo alle ultime elezioni, secondo me) il calare ulteriori scelte dall’alto certo non aiuta: un maggior numero di partiti significa una maggiore rappresentatività, fatto di per sé piuttosto importante, se non tirato all’eccesso.

Avrei onestamente preferito una impostazione a “coalizioni” accompagnata da un’atteggiamento più responsabile da parte dei politici (i quali sono purtroppo i soli a poter fare qualcosa in questo senso, qualche che sia il sistema politico scelto).