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Simboli che spariscono (o emigrano)

Bialetti coffee maker

Simba tango via Flickr

Avrete letto, Bialetti (quella della caffettiera) chiude in Italia per trasferire la produzione all’estero. Non è certo il primo caso (e non sarà l’ultimo), ma l’occasione è ghiotta (perché gli italiani sul caffè sono più sensibili :P) per affrontare il tema.

La materia del discutere si esaurisce in fretta: le fabbriche chiudono in Italia perché la produzione all’estero costa meno, almeno per il momento. Visto che la buona regola del “guadagno = ricavi – spese” pare essere sempre in vigore, le considerazioni da fare si limitano a due possibilità:

  • la questione della competitività: quando ti trovi a vendere una moca a 7 euro anziché 5 che la concorrenza che produce su Plutone è in grado di proporre, posso comprendere che la questione competitività diventi chiave. Ma lo diviene solo e solamente quando i consumatori sono ridotti ad un tale stato di decerebrazione da non essere più in grado di guardare in faccia la realtà: e siamo chiari, non si tratta di “supportare i prodotti italiani” (perché se il tè cinese è più buono di quello italiano, me ne frego che non venga dall’Italia e compro quello cinese), ma perché ridurre tutto al solo parametro del prezzo è assolutamente riduttivo nella scelta di un prodotto. La qualità, l’impatto ambientale del prodotto e del suo trasporto, sono tanti (tantissimi) i fattori che possono e devono guidare un consumatore consapevole nella scelta di un prodotto piuttosto che un altro. Oggi invece si cerca solamente di rimbambire il più possibile i consumatori, inondandoli di pubblicità, fino a spingerli ad acquistare compulsivamente anche ciò di cui non hanno bisogno. In questo caso, signori, se la sono cercata. Se anziché basare tutto il messaggio pubblicitario sul prezzo più basso avessero puntato (coralmente, certo, non a livello di singola azienda produttiva) su altri parametri, sulla saggezza del consumatori, forse oggi ci sarebbe qualche chance in più di produrre in Italia e magari strappare un prezzo onesto per un prodotto di qualità (e non risicato come sono convinto che si trovino a fare, producano in Italia o su Plutone).
  • la massimizzazione dei profitti. In questo caso, c’è poco da dire: ogni imprenditore è libero di fare quello che gli pare con la sua azienda. Se la Fiat vuole smobilitare tutti i suoi insediamenti produttivi e spostarli su Plutone, “perché costa meno e quindi si ricava di più”, per quel che concerne la mia idea di libertà è sostanzialmente libera di farlo. A due condizioni: in primis che sia tenuta a mettere in vendita gli stabilimenti in dismissione, comprensivi di macchinari e lavoratori, ad un prezzo onesto ed invitante per gli investitori che volessero subentrare nell’attività; secondariamente che restituisca tutti gli incentivi ed agevolazioni (tutte!) che negli ultimi 10 anni ha ricevuto dalla società italiana. Se poi, a lungo termine, si saranno giocati un mercato… beh, questo si chiama “rischio imprenditoriale”.

Quando le imprese italiane capiranno che il primo valore è la conoscenza e l’esperienza, sarà sempre troppo tardi (perché è già troppo tardi).

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Un presidente imprenditore

dscf1271.jpg Molti ricorderanno la campagna pubblicitaria delle elezioni del 2001, quando manifesti giganti raffiguranti il bel faccione di Silvio Berlusconi richiamavano l’attenzione sul “Presidente Operaio” e via dicendo. Alla luce dei fatti (anche non recentissimi) si conferma per l’ennesima volta la vocazione prettamente imprenditoriale dell’attuale Presidente del Consiglio, che tra una legge “ad personam” e l’altra, trova anche il tempo di dare un contentino agli imprenditori suoi simili a discapito dei lavoratori, già frustrati da anni di stagnazione.

Tra le 32 pagine della manovra finanziaria entrata in vigore oggi (ed ampiamente spiegati nell’ottima serie di articoli del Sole 24 Ore), scopriamo l’articolo 21, che legifera in materia di contratti di lavoro a tempo determinato. Cito dalla spiegazione del Sole 24 Ore:

Articolo 21. Contratti di lavoro a tempo determinato.
I contratti a termine sono consentiti anche per l’ordinaria attività del datore. Previste nuove eccezioni alla trasformazione automatica del rapporto a termine in tempo indeterminato dopo 36 mesi; viene limitato il diritto di precedenza nelle assunzioni di chi ha avuto contratti a tempo determinato. Gli effetti delle modifiche verranno verificati dopo due anni in tavoli congiunti e il Parlamento entro tre mesi deciderà se confermarle.

In sintesi quindi, piazza pulita delle garanzie sui contratti a tempo determinato. Nuovi limiti alla trasformazione automatica, allargamento dell’ambito in cui sono applicabili, niente più precedenza a chi era a tempo determinato.
C’è poi l’articolo 23, che riguarda l’apprendistato, tecnica ad oggi (ab)usata per sottopagare tutti i minori di 26 anni indipendentemente dal loro livello di specializzazione, in modo simile agli stage, una delle grandi piaghe del lavoro giovanile, che da oggi sarà esteso anche al campo dei dottorati di ricerca.

A questo punto vorrei fare una domanda a coloro che Berlusconi l’anno votato, ed in particolar modo ai giovani precari: qualche dubbio, anche piccolo piccolo, vi sta sorgendo?

De Linux e aziende

WhiteMenorah.jpgNelle ultime ore, sulla mailing list LUG dell’Italia Linux Society, è nata una intensa discussione riguardo il rapporto tra le aziende ed il software libero, con particolare riferimento alla manifestazione del Linux Day. Ammetterò tranquillamente che non ho letto tutta la discussione (quando alcuni elementi attaccano a parlare in lista, mi riesce assolutamente impossibile seguirli, ho altro da fare che leggere chilometriche email al ritmo di una ogni tre minuti), e che mi sono limitato a verificare che in associazione i pareri fossero tutto sommato allineati sull’argomento, in modo da poter, eventualmente, rispondere con cognizione di causa e che alla discussione prendessero parte persone con un punto di vista simile al mio (e ne ho trovate due molto attive su questo fronte, alle quali va quindi la mia tacita delega, almeno fino a quando non saremo tirati in ballo).

Lo spunto è buono però per fare mente locale ed esporre il mio punto di vista sulla questione, alla luce anche delle opinioni raccolte, negli anni, all’interno del movimento italiano dell’opensource (e del software libero, naturalmente).
La mia impressione è che troppo spesso, alcuni “fondamentalisti” tendano a demonizzare le aziende, assegnando loro, a priori e senza verifiche, il ruolo di “approfittatori” del software libero; oltre che rischioso, a mio avviso, questo atteggiamento è pericolosamente miope: senza le aziende infatti, il software libero non sarebbe oggi arrivato la dove si trova, nella possibilità di diventare un player realmente importante nel mondo dell’informatica moderna.

Non fosse stato per Netscape infatti, non avremmo Firefox. Avremmo probabilmente qualcosa di diverso (di browser ce ne sono molti, è vero), ma non sarebbe Mozilla Firefox. Chissà quanto tempo avremmo dovuto attendere prima che qualcuno si lanciasse seriamente nel mondo dell’opensource, se Netscape non avesse fatto il primo, fondamentale passo. Magari sarebbero bastati pochi giorni, e Cygwin avrebbe deciso di fare il primo passo: ma non è anche Cygwin un’azienda?
Non fosse per IBM (e non solo loro), lo sviluppo del kernel di Linux procederebbe sicuramente più lentamente di quanto non faccia oggi, non avremmo Eclipse, e probabilmente anche apache sarebbe diverso.
Non fosse per Sun, non avremmo OpenOffice.org, Java, senza tralasciare il fatto che proprio ieri ha deciso di investire un milione di euro nell’acquisto di MySQL AB, azienda proprietaria dell’omonimo (ed usatissimo) database.
Non fosse per Canonical, non avremmo Ubuntu Linux, con tutti i passi avanti (allucinanti) nel mondo del desktop che Linux sta facendo grazie (anche) al loro lavoro.
Senza le piccole aziende ed i liberi professionisti che ogni giorno lavorano con serietà e professionalità nel mondo dell’opensource e del free software, non avremmo una diffusione così importante del software libero in ambito aziendale.

Certo il grande vantaggio del free software è quello di poter vivere anche senza le aziende, grazie al contributo di milioni di sviluppatori volontari sparsi in tutto il mondo, e di questo non dobbiamo dimenticarci.
Certo, è importante che in manifestazioni dedicate alla promozione di Linux e del Free Software, le aziende partecipino alla luce di questo obiettivo e non con il mero intento di cogliere un’occasione in più per sponsorizzare sfacciatamente il proprio prodotto.
Certo, è importante sottolineare che il grande vantaggio dell’opensource e del free software è anche quello della sostenibilità, dell’etica (compresa quella del modello di business, in molti casi).

Ma non dobbiamo d’altra parte neppure dimenticare il grande lavoro che le aziende, in prima linea nello sviluppo del software libero, hanno fatto e fanno, ogni giorno: personalmente trovo molto amareggiante che si vada a parlare in giro di “software gratis”, con il risultato che i miei clienti si aspettano che io viva d’aria, perché così loro risparmiano. E’ un grosso danno, paradossalmente, proprio per quell’aspetto del software libero che premia meritocraticamente le competenze che la libertà stessa del software contribuisce a sviluppare.
Molte aziende poi, oltre a “prendere” dal grande calderone del software libero, restituiscono anche parecchio: non solo sotto forma di denaro (investimenti o donazioni che siano), non solo sotto forma di diffusione del software libero, ma anche (e soprattutto) in tempo-uomo (un bene che nell’era moderna è forse più prezioso del denaro stesso, e non solo commercialmente parlando), speso sia nel mero sviluppo di (nuovi o esistenti) applicativi da rilasciare con licenze libere, sia con attività di “politica del software” (ricordiamo le iniziative di introduzione del software libero nella pubblica amministrazione, l’iniziativa contro i brevetti software o, più di recente la lotta di contrasto a OpenXML), che non avrebbero un’incisività così netta se dovessero essere portate avanti solamente nel tempo libero che i volontari attivisti del software libero (nei quali mi riconosco appieno, oltretutto).