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E la privacy?

MacBook keyboard Voglio fare un appello al garante per la privacy ed ai sindacati dei lavoratori, perché la situazione italiana sulla privacy sta assumendo caratteristiche davvero da terzo mondo.
Apprendo oggi da Punto-Informatico che una recente sentenza della Corte di Cassazione legittimerebbe i dirigenti aziendali ad accedere a tutti i dati presenti sui computer affidati ai dipendenti per lo svolgimento del proprio lavoro.

Che si possa definire che un computer aziendale debba essere utilizzato solo ed esclusivamente per i fini lavorativi, è una cosa che potrebbe anche funzionare (a patto che vengano definite policy aziendali a questo fine, non che sia “lasciato intendere” in quanto “prassi comune”), anche se avrei da ridire sulla qualità del lavoro in questo caso.
Questo naturalmente porta gli utenti a non usare il computer aziendale per posta elettronica privata, navigazione in internet per motivi extra-lavorativi, niente chat. E fin qui è ancora tutto quasi accettabile.

Quello che però alla Corte di Cassazione evidentemente sfugge, è la quantità di dati personali che si possono raccogliere anche al di fuori degli usi classici delle applicazioni.  L’assenza di una policy aziendale chiara per l’uso del pc aziendale (e la sua messa in opera fisica, tramite adeguata configurazione delle apparecchiature di rete e dei server) porta alla possibilità di abusi sui dati personali degli utenti (al di la delle mere email e storico dei siti visitati), che non sono assolutamente tollerabili.

Non è possibile (giustamente) filmare i dipendenti sul posto di lavoro, perché dovrebbe essere consentito controllare i dati immagazzinati nei loro computer?

Esprimersi correttamente in azienda

Mi giunge direttamente dal Belgio questa guida all’esprimersi correttamente in azienda. Una pietra miliare.

Frase sbagliata: Non posso perché vado a prendermi un caffè alla macchinetta.
Espressione giusta: Non posso perché ho una colazione di lavoro.

Frase sbagliata: Non posso perché vado in bagno che ho lo squaraus.
Espressione giusta: Non posso perché devo gestire una priorità organica.

Frase sbagliata: Nel mio ufficio sono l’ultima ruota del carro.
Espressione giusta: Sono una delle quattro forze motrici della mia struttura.

Frase sbagliata: Mi hanno dato dell’asino.
Espressione giusta: È stata riconosciuta la mia forza trainante.

Frase sbagliata: Ho perso la giornata a chiacchierare con i colleghi.
Espressione giusta: Ho investito parte del mio tempo a fare team building.

Frase sbagliata: Ho perso la giornata a fare solitari con il PC.
Espressione giusta: Ho investito parte del mio tempo a prendere confidenza con la tecnologia informatica.

Frase sbagliata: Ho fatto una cazzata.
Espressione giusta: Ho messo l’accento sulle contraddizioni implicite del processo decisionale.

Frase sbagliata: Nella riorganizzazione me l’hanno messo in QUEL posto.
Espressione giusta: Nella riorganizzazione è stata esaltata la mia professionalità a 90°.

Frase sbagliata: Il mio capo mi ha spedito a farmi delle pippe.
Espressione giusta: Il mio capo mi affida missioni dove ho mano libera.

A 110 milion dollar’s button

Google Food Sono stato diverse volte accusato di avercela con Google, per via di dichiarazioni che appaiono su questo blog o fatte parlando del pericolo che le grandi piattaforme di servizi online (come Google) rappresentano per la privacy degli utenti (link alla presentazione in questione). Ho sempre cercato di essere chiaro su questo punto, dicendo chiaramente che il caso di Google è solamente il più eclatante e che non va demonizzato, ma evidentemente sono riuscito a far passare il messaggio poco e male. In qualche modo spero che questa segnalazione serva a chiarire che personalmente non ho assolutamente nulla contro Google (anzi, dico chiaro e tondo che utilizzo con soddisfazione alcuni loro servizi).

Sta rimbalzando sulla rete la notizia che Google perderebbe l’equivalente di 110 milioni di dollari l’anno per via dell’uso del pulsante “Mi sento fortunato” visibile nella homepage di ricerca del servizio, nonostante questa funzionalità venga utilizzata da pochissimi utenti (anche perchè, aggiungo io, molti utilizzano i campi di ricerca integrati nei browser o gli shortcut di ricerca, o gli strumenti inclusi in numerosi siti).
La funzionalità del pulsante in questione infatti, è quella di portare immediatamente l’utente al primo risultato della ricerca, senza visualizzare la pagina dei risultati della ricerca, sulla quale Google conta per far pubblicità alle aziende che profumatamente la pagano per vedere esposti i propri messaggi pubblicitari.

Particolarmente interessanti sono le motivazioni che Google da sui motivi per i quali, a fronte della perdita che quello strumento provocherebbe, hanno deciso di mantenerlo in homepage: Marissa Mayer, responsabile dei “prodotti di ricerca” di Google, ha dichiarato che il pulsante serve anche a ricordare a Google che la società è composta da persone con propri interessi ed inclinazioni, e che la società non deve quindi essere esclusivamente volta alla generazione di profitto (che comunque a Google non manca, visto che il suo utile annuo).

Inoltre, l’azienda di Mountain View  è stata molto attiva negli ultimi anni sul mercato del lavoro, portandosi in casa alcune delle persone tecnicamente più valide che io conosca (ed offrendo loro stipendi assolutamente interessanti) che mi hanno in seguito parlato molto bene dello spirito che si vive in azienda.

I miei complimenti a Google. Non credo ci sia altro da dire…