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Cara sinistra ti scrivo

Cara Sinistra, ti scrivo.

E non perché “così mi distraggo un po”, come cantava tanti anni fà Lucio Dalla, ma tentare di svegliarti dal torpore in cui ormai da anni sei caduta. Un torpore che ti ha impedito di renderti conto che il mondo sta cambiando, che ti ha portato a perdere il contatto con i cittadini, con il popolo, con la piazza. Un torpore che ti ha portato a perdere di vista ideali e battaglie, fossilizzando il lavoro su argomenti forse obsoleti, forse di poco conto, sicuramente inefficaci. Un torpore che ha rosicchiato la tua base elettorale, migrata in massicce dosi non al centro, o ai progressisti, ma alla Lega Nord.

E’ giunta l’ora della sveglia, cara Sinistra. E deve essere una sveglia forte, tanto forte da far saltare le teste di coloro che ti hanno guidata verso il buio di questo tunnel (per inettitudine, per incompetenza o per interesse poco importa) del quale oggi non vediamo l’uscita. E’ giunta l’ora della sveglia, cara Sinistra: è giunta l’ora di alzarsi nuovamente, di tornare in piazza, tra la gente, di ristabilire il contatto con il popolo, di riprendere la lotta di tutti i giorni.

In questi ultimi anni, nella tua colpevole e silenziosa assenza, il Paese è cambiato: si è impoverito, si è umiliato, si è fermato. E’ diventato razzista, omofobo, vendicativo, individualista.
Cogliamo l’occasione di questa batosta elettorale, di questa assenza dal Parlamento per riprendere coscienza di noi stessi, come quando i muscoli ti fanno talmente male che potresti contarli uno per uno. Prendiamo coscienza e torniamo tra la gente, torniamo a parlarci, a discutere, a comprendere ed a far comprendere ragioni, ideali, idee.

E’ giunto il momento, cara Sinistra, di tornare a lottare per le strade. Io sono pronto, tu?

Per non dimenticare cento anni di lotta

Mimosa's explosion 3 Tra ieri e oggi ho sentito molti (uomini, ma anche donne), parlare di “festeggiamenti” in occasione della giornata internazionale della donna, per l’otto marzo. La giornata ha negli anni assunto un carattere sempre più commerciale (immaginate il business dei fioristi e dei ristoratori), relegando il ricordo, la memoria e la lotta politica che originariamente caratterizzavano questa occasione su un piano secondario.

Sono passati 100 anni dal 1908, quando 15000 donne sfilarono, negli Stati Uniti, chiedendo diritto di voto e migliori condizioni di lavoro. Ne sono passati pochi di meno da quel 1911 in cui 140 donne (soprattutto italiane ed ebree) perirono nell’incendio della Triangle Shirtwaist Company, dove lavoravano (è invece dimostrabilmente falsa la storia dell’incendio della Cotton, del 1908).

Sono passati tanti anni, le donne hanno ottenuto numerose vittorie sociali e politiche, ma restano la principale vittima della violenza domestica, rimangono discriminate (sempre più raramente per fortuna) sul posto di lavoro, restano discriminate nella società stessa nonostante la sua dichiarata “modernità”. I temi caldi della lotta femminile sono cambiati, ma non svaniti: la difesa dei diritti sanciti dalla legge 194 (che ora qualcuno vorrebbe rimettere in discussione) e il problema della violenza domestica sono problemi che le donne si trovano oggi ad affrontare, ma che coinvolgono soprattutto noi uomini.

Allora voglio lanciare un (modesto) appello da queste pagine: invito tutti gli uomini a fermarsi un attimo, in questa festa della donna, ed anziché acquistare delle mimose riflettere sulla propria responsabilità sociale nei confronti dell’altra metà del nostro cielo: a riflettere su quello che facciamo per loro e quello che potremmo fare, a fare propria l’idea che la lotta per i diritti delle donne non riguarda solo le donne, ma la società intera.

Appello

Leggo su Voglio Scendere (da Marco Travaglio) e provvedo a dare adeguato risalto:

La scorsa legislatura è stata connotata da forti tensioni tra potere politico e magistratura, con frequenti interferenze del primo sull’attività della seconda. Ci si attendeva, nella nuova, un radicale mutamento di rotta, in armonia con le dichiarazioni programmatiche. Si registra, invece, un’inquietante continuità di indirizzo, come denota il caso dell’inchiesta Why Not della procura di Catanzaro.

Appare a dir poco sconcertante che a chiedere per ‘motivi di particolare urgenza’ il trasferimento cautelare del pubblico ministero procedente sia lo stesso guardasigilli implicato nelle indagini. E’ vero che l’iscrizione nel registro degli indagati è successiva a tale richiesta, ma è altrettanto vero che il coinvolgimento del guardasigilli nelle indagini era da tempo di pubblico dominio. Tanto meno si giustifica l’inusitato provvedimento di avocazione con cui il procuratore generale facente funzioni ha sottratto l’inchiesta al magistrato procedente, sul presupposto di un’incompatibilità per ‘interesse nel procedimento’ ai sensi dell’art. 36 c.p.p. Prudenza avrebbe voluto che, prima di adottare un provvedimento così eccezionale, si attendesse l’esito del giudizio disciplinare; in sua assenza si può rovesciare il discorso a base dell’avocazione ed ipotizzare, con almeno pari plausibilità, un ‘interesse’ del ministro a liberarsi del proprio inquirente e a precostituire cause di incompatibilità attraverso l’azione disciplinare. In questo quadro la revoca dell’avocazione e la restituzione dell’indagine al suo originario titolare sono i passi necessari perché non sia ulteriormente minata la già precaria fiducia del cittadino nell’amministrazione della giustizia e nell’uguaglianza davanti alla legge.

Quanto alla circostanza che il pubblico ministero dell’inchiesta Why Not abbia pubblicamente denunciato l’illegittimità dell’avocazione e – insieme ad altri colleghi – pressioni e intimidazioni da parte di soggetti istituzionali, va senza dubbio riconosciuto che competano ai magistrati doveri di riserbo nei riguardi dei mass-media; ma è solo assicurando le condizioni per la legalità e l’autonomia delle indagini, che si può pretendere l’osservanza di quei doveri.

29 ottobre 2007

Sergio Chiarloni (università di Torino)
Mario Dogliani (università di Torino)
Paolo Ferrua (università di Torino)
Rosanna Gambini (università di Torino)
Andrea Scella (università di Udine)

 

Contro la violenza sulle donne

Stattene con le mani in mano Sembra che la giornata di sabato 24 novembre sia uno dei punti nevralgici del calendario eventi italiano: oltre al “buy nothing day” ed alla “colletta alimentare” di cui ho appena scritto infatti, si terrà una importantissima manifestazione a livello nazionale, con un corteo che avrà luogo a Roma, a partire dalle ore 14, che da seguito ad un appello ormai in linea da parecchio tempo: si tratta della giornata nazionale contro la violenza sulle donne.

Purtroppo quello della violenza contro le donne, sia essa sessuale fisica o psicologica, è un fenomeno molto più diffuso di quello che normalmente si (vuole) crede(re): oltre 14.000.000 di donne italiane subiscono violenza nel corso della propria vita di cui oltre un milione e 400.000 prima dei 16 anni. La cosa forse peggiore è che quasi il 70% di queste violenze vengono perpetrate all’interno delle mura domestiche: dal padre, dal fidanzato, dal (ex a volte) marito, e che meno del 6% di questi eventi viene denunciato: sono le donne stesse, condizionate forse da una società sempre più “malata”, a considerarlo “qualcosa di sbagliato” (44%) o “qualcosa che è accaduto” (36%), quando si tratta evidentemente di un reato penale.

Purtroppo la politica ed i mass media cercano costantemente di relegare il fenomeno a casi isolati, magari perpetrati da extracomunitari senza permesso di soggiorno, ignorando di fatto le preoccupanti cifre che invece fanno di questo fenomeno uno dei principali problemi italiani.
Un fenomeno tra l’altro che non deve più essere considerato di dominio femminile: gli uomini devono schierarsi apertamente in questa campo, a denuncia di coloro che si macchiano di un così incivile gesto. Invito per questo tutti gli uomini a sottoscrivere l’appello in questione, ed a riflettere attentamente sul tema.

ps: proprio mentre scrivevo, giunge questa notizia, che si commenta da sola, purtroppo.