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Le larghe intese sono arrivate

L’avevo detto prima delle elezioni e ora non posso che prendere atto con rammarico che ciò che avevo paventato si stà avverando, e che il discorso di richiesta della fiducia di Berlusconi ne è la più lampante delle prove: sono arrivate le “larghe intese”.
Un discorso smielato, quello di Berlusconi, un voltafaccia “impensabile” fino a pochi giorni fà: dopo che per anni il grande obiettivo della destra è stato quello di spaccare l’Italia in due, ora improvvisamente è venuto “il momento del dialogo”, della condivisione di interessi, del confronto.

Un Berlusconi che non ha nessuna intenzione di risolvere il conflitto di interessi ne di cancellare le leggi che sino ad oggi lo hanno tenuto fuori dal carcere non può essere intenzionato al dialogo, al bene degli italiani “su tutto”. Non può che essere interessato al suo interesse personale, come è stato per tutti i suoi precedenti governi.
In quest’ottica, l’obiettivo dell’apertura a sinistra non può essere che uno (visto che mi rifiuto di pensare che sia tutto già deciso a tavolino): tendere la trappola nella quale far cadere l’opposizione per poi poterla nuovamente incolpare del difficile periodo che per l’Italia si profila all’orizzonte.

Crisi economica, problemi ambientali, una situazione esplosiva in medio oriente, in Africa ed in Asia, una società allo sfascio, una scuola distrutta, un’economia che non ne vuole sapere di ripartire. Berlusconi ha fatto promesse, tante, tantissime, al punto da essere certo di non poterle mantenere. E allora tende la mano alla Sinistra (come chiama lui il Partito Democratico) e la invita a “salire a bordo”, a collaborare. Come ha fatto recentemente con l’UDC e con Casini (in campagna elettorale Berlusconi ha dichiarato che “e’ tutta colpa dell’UDC” se il suo precedente governo non era riuscito a portare a compimento il programma), saprà certo ricompensare la partecipazione al “dialogo” con adeguate critiche e gratuite accuse.

L’unica voce fuori dal coro è quella di Antonio Di Pietro, che promette un’opposizione tutta “fuoco e fiamme”: basta ascoltare il discorso e le argomentazioni con cui nega la fiducia di Italia dei Valori al quarto governo Berlusconi, davvero un atto di coraggio non indifferente, visto ciò che invece ha poi fatto il Partito Democratico, alcuni dei cui componenti hanno persino votato la fiducia…

La proposta Di Pietro

IMG_1957 (Modificata).JPG Che il mondo dei mass media italiani abbia bisogno di una radicale riforma, non lo scopriamo certo oggi. Appiattimento dei palinsesti televisivi, giornali di discutibile qualità che stanno in piedi solo grazie alle sovvenzioni pubbliche all’editoria, giornalisti incompetenti ed arroganti un po’ ovunque, interi imperi mediatico-pubblicitari in mano ad aziende private: insomma una vera catastrofe.

Un’idea su come correre ai ripari, l’ha proposta ieri dal suo blog Antonio Di Pietro (che io non posso in alcun modo vedere in italiano, sic), articolandola su quattro punti (dopo che questi stessi punti si trovano in realtà da tempo all’interno del programma dell’Italia dei Valori):

  1. Una sola televisione pubblica, senza pubblicità
  2. Limitazione della proprietà per i concessionari privati ad una Rete
  3. Eliminazione dei finanziamenti pubblici all’editoria

Si tratta sicuramente di misure molto drastiche, che condivido per altro solo in parte.

Innanzi tutto, mi lascia perplesso di una singola televisione pubblica: se il livello fosse quello di Rai1, otterremmo uno splendido fallimento della Rai (per quanto mi riguarda…) ed un incremento dello share pari a zero. Non capisco la necessità di ridurre il numero delle reti pubbliche, che si differenziano piuttosto bene tematicamente (almeno su Rai Tre, di tanto in tanto, qualcosa di interessante lo si trova!).
Completamente d’accordo invece sulla questione della pubblicità: meglio il denaro pubblico che lo scempio che si sta facendo con la pubblicità sulle reti pubbliche. Magari non tutte, ma almeno una delle reti dovrebbe essere una rete di informazione: telegiornali ogni 2, 3 ore, tramissioni di approfondimento nel mezzo, condotta seriamente e senza pubblicità di alcun genere. Prima di reintrodurre il canone, però, aspetterei di vedere i risultati della riforma: convincere gli italiani a pagare volentieri, visto l’attuale livello medio della televisione, lo vedo alquanto difficile…

Mi trovo d’accordo con Di Pietro anche sulle concessioni ai privati: la televisione è un mezzo mediatico estremamente verticale, in grado di manipolare pesantemente l’opinione pubblica, e per tanto da tenere fortemente sotto controllo nella sfera pubblica, figuriamoci in quella privata. Limitare ad una singola rete le concessioni dei privati, non farà del male a nessuno, fatta eccezione per Silvio Berlusconi, che sarà costretto a cedere due delle sue reti: d’altra parte che che ne dica il Cavaliere, la legge italiana non deve essere fatta a suo uso e consumo, quindi soprassederemo al suo disappunto ed agli strepiti di “cavaliericidio”. La cosa importante però, in questo scenario, sarebbe controllare che l’indipendenza delle reti sia reale, e non che queste siano semplicemente consegnate a qualche tirapiedi o prestanome di turno…

Carina l’idea di eliminare i finanziamenti pubblici all’editoria, ma l’onorevole Di Pietro dimentica che in mancanza di finanziamenti pubblici, il potere della pubblicità sui giornalisti diventerebbe ancora maggiore, pregiudicandone definitivamente la già scarsa obiettività. Siamo sicuri che sia un bene? E’ necessario promuovere anche su questo fronte la meritocrazia (attenzione, non l’imposizione di argomentazioni gradite al governo!), ed è assolutamente fondamentale trovare un meccanismo che la metta in luce (e non solo in questo settore).

In sé, in ogni caso, i tre punti proposti da Di Pietro segnano quantomeno un aumento dell’interesse sull’aspetto dell’indipendenza dei media (che in parte si rigollega a quel conflitto d’interessi che da tanto tempo si dice di voler risolvere), e questa è una nota positiva. Il programma nel quale si inseriscono (almeno così come viene riassunto per punti sul sito dell’Italia dei Valori) mi sembra un po’ demagogico ma accettabile: mi piacerebbe sapere come intendono realizzare alcune delle voci esemplificative degli 11 punti di programma…

Considerazioni sulla maggioranza

Da Di Pietro, onestamente, non me l’aspettavo, anche se capisco le ragioni del suo (e del suo gruppo con l’eccezione di Franca Rame) voto di oggi al Senato. Sono d’accordo che non si tratti, dal suo punto di vista, di una battaglia ideologica, ma bisogna che lui si renda conto che l’ostruzionismo al Senato, fatto in qualsiasi forma, con un governo numericamente cosi debole, equivale a provocare una crisi di governo. Non se ne scappa, è cosi: quando qualcuno non è d’accordo, il governo va sotto. Ed è logico perchè l’opposizione è unita nel tentativo di far cadere questo governo indipendentemente dalla bontà dei provvedimenti che si stanno votando (il che la dice lunga sulle intenzioni “pro italiani” degli attuali membri dell’opposizione), per tutta una serie di ragioni, non ultima quella di voler tornare al governo a farsi le leggi “ad-personam” (o in alternativa avere qualche contentino, tipo il federalismo fiscale o magari l’inasprimento ulteriore della Bossi-Fini). Lasciatemelo dire una buona volta, visto che ieri sera si cercava persino di negare che ci fosse stato il tentativo di far passare “di ruolo” i consulenti del governo Berlusconi, nonostante questo fosse stato ampiamente rivelato dalla pur stordita stampa italiana (-.-).Senato

Ora, tornando all’argomento del titolo, il problema di questa maggioranza è serio, e non si fa (quasi) nulla per risolverlo: ci sono delle divisioni all’interno del governo, d’accordo. E’ normale, con una coalizione cosi ampia e (soprattutto) varia, che vi siano dei contrasti su alcuni argomenti in particolare. Ma allora perchè insistere su questi argomenti? Mandiamo in background, per il momento, le iniziative di legge sulle quali vengono alla luce discordanze di vedute, e portiamo avanti prioritariamente tutto quello su cui invece si trova un immediato accordo tra le parti. Le iniziative poi che sono invece oggetto di discordanze, ci dovrà essere un confronto INTERNO al governo, in modo che alla fin della fiera si esca in Senato (almeno in Senato, dannazione) con una visione unitaria del provvedimento, con gli aspetti più controversi già dibattutti e sviscierati, in modo da non ricadere nelle provocazioni di un’opposizione che più che criticare e provocare non è in grado di fare (e 5 anni di governo Berlusconi sono stati più che sufficienti per realizzare questo aspetto).

E’ proprio cosi difficile?

DDL Editoria (Levi-Prodi)

CensuraNe hanno parlato in lungo ed in largo, un po’ tutti. Potevo forse astenermi dallo scrivere qualcosa anche io? Certo. Lo faccio? No :P. Perchè? Perchè ho qualche considerazione che vorrei esprimere, e posto che tutti muovo la bocca e cambiano l’aria alle corde vocali, non vedo perchè non potrei farlo anche io, nel mio piccolo 🙂

Tema, per l’appunto, il tanto blaterato “DDL sull’editoria”, che pareva in un primo momento equiparare i blogger (in realtà la maggior parte dei siti web parevano racchiusi nella definizione apparsa all’interno del documento pubblicato su governo.it) alle testate giornalistiche, imponendo quindi la registrazione al ROC (Registro Operatori di Comunicazione), con tutti gli oneri burocratici (pare nessun onere economico, ma il tempo perso per l’espletazione delle pratiche è sempre economicamente quantificabile), ma soprattutto con tutte le conseguenze civili e penali che questo ruolo comporta (in aggiunta ad una serie di ambiguità del testo proposto, i blogger sarebbero diventati responsabili persino del contenuto dei commenti, costringendo quindi ad una feroce moderazione [la dove possibile]).
Il caso in realtà è stato gonfiato e sgonfiato (con un gran sospiro di sollievo) nell’arco di poche ore. Non appena infatti è montata la protesta dei blogger italiani, a partire dallo spunto di Valentino Spataro, di civile.it, c’è stata una immediata inversione di rotta da parte dei rappresentanti del governo, con interventi (anche sui blog personali di alcuni politici) volti a “discolparsi”; da Antonio Di Pietro che dice che il testo proposto non era conforme a quello precedentemente proposto (ed ha quindi, desumo, votato ad occhi chiusi) minacciando la crisi di governo nel caso in cui si volesse proseguire con questo testo, fino a Pecoraro Scanio, che non era presente a quel Consiglio dei Ministri perchè impegnato altrove, o ancora Paolo Gentiloni, che candidamente (ed onestamente) ammette di non aver letto il testo proposto, e conferma la necessità di rivederne e migliorarne il contenuto.
Infine, poche ore fa, Gianni Cuperlo è riuscito a sentire per telefono Ricardo Franco Levi, che si è occupato di stendere il testo di legge, e che ha tenuto a precisare i fini del testo proposto, che prevedono l’azione del garante a definizione di quali realtà saranno soggette a quest’obbligo di registrazione, e quali no.

Alla fine, quindi, è stato tutto un errore, un malinteso, un grosso equivoco. Il testo era vago, è stato mal interpretato, ed in ogni caso si trattava di un Disegno di Decreto Legge, non di una legge fatta e finita (anche se poi sappiamo bene che questa non è una garanzia, ed il decreto “Pisanu” la dice lunga). In questo caso quindi, tanta paura per nulla, tutto è bene quel che finisce bene. Rimangono però un paio di considerazioni da fare:

1- E’ ammissibile che i politici che votiamo ed eleggiamo, siano messi nelle condizioni (sono sicuro che non viene fatto in mala fede) di non poter leggere i decreti che firmano e sostengono? Comprendo gli impegni, l’impossibilità di leggere carte su carte, tutto quello che si vuole. Ma allora (permettete il francesismo: “cazzo!”) non sarebbe il caso di dotare i nostri politici di tecnici degni di portare questo nome, e pagarli per verificare l’attendibilità (su vari aspetti, mica solo quello informatico, ovviamente) dei testi di legge che vengono proposti? Il Decreto Pisanu (fortunatamente poi modificato almeno sotto questo aspetto), che richiedeva dai provider il dump di tutto il traffico passante, non ha dunque insegnato proprio nulla?

2- Questa discussione, evidentemente montata “inutilmente”, ha almeno avuto il merito di dimostrare, per la prima volta forse, il potere mediatico dei blogger. E’ vero che moltissimi riferimenti sono stati fatti a Beppe Grillo (ormai eletto dai mass media a capo del fantomatico “popolo del web”, cosa che mi irrita non poco in quanto Grillo, pur essendo simpatico e autore di uno dei blog più letti del web non può certo aspirare ad aggregare tutti i punti di vista delle migliaia di blogger italiani), ma è anche vero che i riferimenti sono stati fatti a realtà molto diverse tra loro e le critiche non sono piovute solo dal comico genovese.
Questo primo successo potrebbe creare nel movimento dei blogger una diversa consapevolezza del proprio potere mediatico, con conseguenze tutte da valutare (e non necessariamente solo positive, purtroppo: i montati ci sono anche in questo ambiente…)